Integrità della ricerca: i numeri, gli uomini e la scienza

DOI

Questo testo rielabora l’introduzione al convegno Scienza aperta e integrità della ricerca (Milano, 9-10 novembre 2017). Fino a che punto possiamo parlare di integrità della ricerca senza interrogarci, pregiudizialmente, sulla sua libertà? Gli interventi del convegno, ora disponibili qui, hanno offerto qualche tentativo di risposta.

1. R.K. Merton: una questione di pubblicità Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp

Poco più di sessant’anni fa Robert K. Merton poteva permettersi di scrivere che le frodi vere e proprie – quali le truffe e le falsificazioni dei dati – erano relativamente rare nel mondo della scienza perché “personal honesty is supported by the public and testable character of science”.1 L’ethos della comunità scientifica dava infatti forma a un sistema di autocontrollo diffuso, basato sull’equilibrio dei due valori divergenti del riconoscimento dell’originalità e del servizio disinteressato alla verità, che consisteva nell’esposizione di tutte le pretese teoriche, sperimentali e no, all’uso pubblico della ragione. Questa garanzia procedurale, in grado di trascendere i singoli e la loro eventuale onestà, è conseguenza di un’innovazione della rivoluzione scientifica moderna: la pubblicità della ricerca,2 sia pure negli ambienti circoscritti delle accademie3 ed entro i limiti economici, giuridici e tecnologici propri della stampa.

Per cogliere la differenza, che è del tutto evidente, tra la magia rinascimentale e la scienza moderna, è necessario riflettere, non solo sui contenuti e sui metodi, ma sulle immagini del sapere e sulle immagini del sapiente. Nel nostro mondo sono certo presenti molti segreti, e in esso vivono molti teorici e pratici degli arcana imperii. Ci sono anche moltissime e spesso non «oneste» dissimulazioni. Anche nella storia della scienza sono stati presenti dei dissimulatori. Va tuttavia sottolineato che, dopo la prima rivoluzione scientifica, nella letteratura scientifica e nella letteratura sulla scienza non esiste né potrà più esistere – a differenza di quanto è largamente accaduto e accade nel mondo della politica – un elogio o una valutazione positiva della dissimulazione. Dissimulare, non rendere pubbliche le proprie opinioni vuol dire solo truffare o tradire. Gli scienziati, in quanto costituiscono una comunità, possono essere costretti alla segretezza, ma devono, appunto, essere costretti. Quando una tale costrizione si verifica, variamente protestano o addirittura, come anche in questo secolo è avvenuto, si ribellano a essa con decisione. La particella di nell’espressione linguistica «leggi di Keplero» non indica affatto una proprietà: serve solo a perpetuare la memoria di un grande personaggio. La segretezza, per la scienza e all’interno della scienza, è diventata un disvalore. 4

2. Dalla sociologia della scienza alla bibliometria

Sessant’anni dopo pare più difficile credere che la scienza sappia auto-correggersi in virtù del suo carattere pubblico e comprovabile.

Today, there are compelling reasons to doubt that science as a whole is self-correcting. We are not the first to recognise this problem. Scientists have proposed open-data, open access, post-publication peer review, meta-studies and efforts to reproduce landmark studies as practices to help compensate for the high error rates in modern science. Beneficial as these corrective measures might be, perverse incentives on individuals and institutions remain the root problem.5

La stessa apposizione di un marchio di scientificità a quanto è uscito su riviste in seguito a revisione paritaria anonima sembra affetta, oltre che da ipercompetizione, da un difetto di trasparenza, come se la “pubblicazione” non fosse più il medium della pubblicità e dimostrabilità della scienza descritta da Merton, e anzi – così suggeriscono i curatori di Retraction Watch – fosse proprio il culto dell’articolo pubblicato a render difficile, o vana, la discussione pubblica e la condivisione dei dati.

Siamo convinti che sarebbe più facile correggere la letteratura scientifica se il nostro sistema di riconoscimento accademico non trattasse l’articolo pubblicato come un oggetto così sacro. È comprensibile che scienziati consapevoli che il loro futuro dipende dalle loro pubblicazioni siano riluttanti a macchiare la loro lista con ritrattazioni. Dobbiamo sostituire tali incentivi con ricompense per la condivisione di dati aperti, la revisione paritaria ex post e altre attività che riflettano il modo in cui desideriamo funzioni la scienza – incoraggiando chi si impegna onestamente sia a produrre i migliori risultati sia a correggere gli errori propri e altrui.6

3. Sociologia della scienza o teoria sociologica della conoscenza?

Da dove vengono gli “incentivi perversi” e l’”abuso dei sistemi di misura quantitativi” denunciati da Edwards e Roy, e non soltanto da loro? La prima indiziata sembra la sociologia della scienza: proprio perché la scienza dispone, o disponeva, di un sistema di comunicazione che era, almeno nell’età della stampa, relativamente pubblico e dimostrabile, in cui le citazioni con le quali gli studiosi richiamano le opere altrui sarebbero – o sarebbero state – una sorta di moneta, il loro computo può apparire una scorciatoia per valutare la ricerca senza dover, a propria volta, fare ricerca.

È – mertonianamente – legittimo trarre dalla sociologia della scienza delle regolarità da impiegare come norme di qualità scientifica?

La sociologia dell’ethos scientifico di R.K. Merton, sebbene spesso letta come un’idealizzazione, voleva essere la descrizione di una serie di norme informali che ispira(va?)no le comunità scientifiche europee sviluppatesi nell’età moderna.7 Non voleva, però, essere una teoria sociologica della conoscenza: una teoria, cioè, che non si limita a descrivere le norme riconosciute da una comunità scientifica, ma si pretende in grado di identificare le condizioni sociali della conoscenza valida. Una cosa, infatti, è indagare sull’ethos di una comunità scientifica storicamente configurata; un’altra, e ben diversa, è sostenere che le norme sociali informali che hanno accompagnato una sua particolare costruzione storica siano i criteri di validità della scienza in generale.

Chi usa la bibliometria per la valutazione della ricerca cade esattamente nell’equivoco contro cui Merton ammoniva: se, da sociologo della scienza, ho constatato empiricamente che le citazioni sono, o sono state, la moneta della scienza, allora posso valutare la ricerca semplicemente contandole, senza avere le competenze per comprenderle e discuterle. Il risultato di questa generalizzazione attraente ma fallace sarà che i ricercatori verranno indotti a scrivere non per diffondere le loro ricerche e offrirle alla discussione, ma per farsi citare.8 Le riviste su cui si calcolano questi punteggi, da mezzi che erano, si trasformeranno in fini, e diventeranno appetibili, a dispetto del loro pubblico di nicchia, agli oligopoli commerciali privati. Come sapeva lo stesso Merton, la riflessività delle scienze sociali le rende esse stesse esposte al paradosso essenziale dell’azione sociale. E proprio per questo anche le scienze sociali hanno il loro principio di indeterminazione, la legge di Goodhart:

When a measure becomes a target, it ceases to be a good measure.

4. Matematica e misantropia

I modelli matematici sono semplificazioni basate su una selezione di quanto, nella complessità del mondo, si ritiene rilevante: i loro punti ciechi riflettono i giudizi e i pregiudizi di chi li ha disegnati e di chi ne trae profitto.9 Se poi questi modelli fanno uso di dati vicari, che dovrebbero rappresentare una realtà più complicata e meno facilmente misurabile, non è sorprendente che il loro stesso successo li costringa nella legge di Goodhart.10

Questa gouvernance par les nombres può certo essere parte di quella trasformazione dell’università in un’azienda capitalistica di stato di cui era già consapevole Max Weber nel primo quarto del secolo scorso. Il meccanicismo burocratico, però, non promuove di per sé l’efficienza, soprattutto in un ambito difficile da meccanizzare perché vocato all’innovazione.11 Il perseguimento dell’”oggettività” di modelli e algoritmi, di giudizi spersonalizzati, aggregati e normalizzati, si basa su qualcosa di molto diverso – qualcosa che Platone, forse, avrebbe chiamato misologia.

Il carattere pubblico e dimostrabile della scienza ne facilita l’integrità, a condizione che ci siano persone disposte a parlare in pubblico, cioè a continuare la conversazione, come il Socrate del Fedone, anche a rischio di essere confutati o di diventare invisi a chi – monarca, popolo o tecnocrate – ha in mano il potere. Come il misantropo diffida della capacità delle persone di tendere all’onestà, così il misologo diffida della capacità dei ragionamenti di approssimarsi alla verità. La sua sfiducia, nel testo platonico, deriva da una sopravvalutazione delle proprie capacità e conoscenze, la quale gli fa credere di poter estrapolare un giudizio universale dal pochissimo che gli capita di aver esperito.12

Il misologo antico trovava il suo mestiere nella retorica, cioè nel discorso finalizzato a convincere utilmente e non a cercare inutilmente. Il misologo e misantropo contemporaneo, invece, ha pace nella quantificazione offertagli dai modelli matematici: se i giudizi dei singoli sono soggettivi, la loro aggregazione bibliometrica è invece, come per magia, oggettiva.

Come ha suggerito Giuseppe Longo, pensare che gli invarianti matematici siano l’essenza segreta degli oggetti della nostra esperienza è una forma di misticismo – forse molto più pitagorico che platonico.13 L’esoterismo dei dati chiusi e degli algoritmi moralmente indiscussi e indiscutibili di governance della società si confronta felicemente con la gerarchia di matematici ed acusmatici e con gli imbarazzanti segreti dell’antica setta di Crotone. Se poi la mistica numerica non viene solo insegnata e praticata per l’uso di adepti volontari, ma è imposta da un’autorità amministrativa centrale, il suo esito non sarà soltanto distorsivo: sarà inevitabilmente dispotico.

5. Deus ex machina: un’etica per la ricerca?

Come uscire da una crisi ormai avvertita perfino nelle sedi di qualche rivista Elsevier? Sarebbe sufficiente “attivare azioni di tipo culturale e di dissuasione, come codici etici e campagne di opinione che scoraggino comportamenti opportunistici”?14

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ricordare che la valutazione della ricerca è un esperimento di ingegneria sociale fondato sulla diffidenza – misantropica e misologica – nella capacità delle comunità scientifiche di valutarsi da sé. Algoritmi, modelli, incentivi e castighi sono stati annunciati e introdotti proprio per controllare e indirizzare meccanicamente ricercatori altrimenti “autoreferenziali”, pigri e nepotisti: ricercatori della cui etica, e quindi della cui libertà, si doveva diffidare. Introdurre sanzioni e premi per indurli a massimizzare la loro utilità producendo lavoro amministrativamente controllabile, si è pensato, li avrebbe regolati assai meglio della loro – abusiva – libertà. Se è così, però, dobbiamo chiederci se ricalare in scena l’etica come un deus ex machina non sia la confessione di un fallimento – o di un successo che sconta il paradosso essenziale dell’azione sociale.

Gli opportunisti fanno esattamente quello per cui sono stati addestrati: se il sistema di incentivi vigente ha insegnato loro che le citazioni e la pubblicazione in certe riviste sono più importanti del contenuto dei testi perché mai non dovrebbero cercare di massimizzare le citazioni e di produrre articoli commercialmente – ma non scientificamente – attraenti, adattandosi, da bravi homines oeconomici, al sistema che gli è stato imposto? Per fair play? Come ha scritto Barry Schwartz:

when you rely on incentives, you undermine virtues. Then when you discover that you actually need people who want to do the right thing, those people don’t exist because you’ve crushed anyone’s desire to do the right thing.

Richiamare in servizio l’etica dopo averla sostituita con un sistema di incentivazione di tipo meccanico non è soltanto difficile: è anche incoerente. Come sapeva Kant, non possiamo parlare di etica – o di diritto – senza postulare la libertà come sua condizione di possibilità. Per essere più che girarrosti caricati dalla molla degli incentivi, dovremmo condividere “lo spirito di una stima razionale del nostro valore e della vocazione di ogni essere umano a pensare da sé“. Ma questa condivisione, di nuovo, può aver luogo solo con la libertà dell’uso pubblico della ragione, cioè di rivolgerci a tutti parlando come studiosi, di scrivere per farci leggere e perfino criticare e non per piazzare testi inaccessibili in riviste bibliometricamente importanti o in piattaforme proprietarie che monetizzano il nostro narcisismo.

Una simile pubblicità, liberandoci dal Caesar supra grammaticos, non punterebbe su un sistema di incentivi e sanzioni amministrative fatalmente esposto al paradosso e all’abuso – cioè al dispotismo dall’alto e all’opportunismo da basso – ma ci chiederebbe di uscire di minorità per valutarci da noi: si tratta solo di capire se, nell’età dell’internet centralizzata 15 e del capitalismo delle piattaforme,16 e nel paese della valutazione di stato, siamo ancora in grado di farlo o è ormai troppo tardi.

  1. R.K. Merton, “Priorities in Scientific Discovery: A Chapter in the Sociology of Science”, American Sociological Review, Vol. 22, No. 6 (Dec., 1957), p. 651.
  2. Non bisogna dimenticare che la scienza moderna è riuscita a diventare pubblica e comprovabile prima che la revisione paritaria anonima diventasse una pratica canonica della pubblicazione scientifica – ancorché fin dall’inizio controversa.
  3. Paul A. David, The historical origins of ‘open science‘, 2007.
  4. Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, II.5.
  5. Mark A. Edwards, Siddhartha Roy, “Science is broken. Perverse incentives and the misuse of quantitative metrics have undermined the integrity of scientific research“, Aeon, 2016:, corsivo mio la versione integrale dell’articolo “Academic Research in the 21st Century: Maintaining Scientific Integrity in a Climate of Perverse Incentives and Hypercompetition” si trova in Environ Eng Sci. 2017 Jan 1; 34(1): 51–61; doi: 10.1089/ees.2016.0223.↩
  6. Ivan Oransky, Adam Marcus, “Two Cheers for the Retraction Boom,” The New Atlantis, 49, Spring/Summer 2016, pp. 41–45, trad. mia.
  7. Robert K. Merton, The Normative Structure of Science, 1942, I, trad.it. qui.
  8. V. per esempio Mario Biagioli, “Watch Out for Cheats in Citation Game”, Nature, 2016; Alberto Baccini, Collaborazionisti o resistenti. L’accademia al tempo della valutazione della ricerca, “Roars”, 2016, V.↩
  9. Kathy O’Neil, Weapons of math destruction: how big data increases inequality and threatens democracy, Crown Publishers, New York, I. Per esempio, quando U.S. News & World Report cominciò a classificare le università americane, costruì un modello che, per essere vendibile, doveva confermare il primato di celebrità come Harvard, Stanford, Princeton e Yale: e ciò si poteva fare solo escludendo dalle variabili da considerare il costo delle tasse e delle rette degli studenti. Il risultato fu che le università furono indotte a aumentare gli investimenti – e dunque le tasse studentesche – per adeguarsi ai criteri selezionati dai classificatori, a danno della maggioranza dei cittadini americani. Includere i costi – come mostra l’esperimento di Roars con il Politecnico di Bari – avrebbe prodotto classifiche diverse e orientate a diversi utenti.
  10. Come scrive Kathy O’Neil, “when you create a model from proxies, it is far simpler for people to game it. This is because proxies are easier to manipulate than the complicated reality they represent.”
  11. A meno di non voler ammettere che i sistemi di valutazione della ricerca di tipo amministrativo non mirano al progresso del sapere, ma alla sua stasi.
  12. La casualità della carriera accademica espone qualsiasi ricercatore a giudizi che possono apparirgli – e anche essere – insensati, inaccurati e idiosincratici.
  13. Platone, infatti, critica l’ontologia numerica pitagorica in Fedone 96c-97d, indicando le difficoltà che seguirebbero al trattare i numeri come essenze degli oggetti dell’esperienza, invece che come forme che si applicano ad essi. Non è infatti sufficiente credere che il “mondo vero” sia quello delle idee per concludere che l’esperienza si esaurisca nei modelli in cui la formalizziamo: non a caso Socrate, nel Fedone, dopo l’ultima formale dimostrazione dell’immortalità dell’anima, avverte la necessità di sostenerla con un mito.
  14. A. Bonaccorsi, “La valutazione della ricerca produce effetti indesiderati?” in Angelo Turco (a cura di), Culture della valutazione, Roma, Carocci, 2016, p. 39.
  15. Come scrive J.C. Guèdon in Open access – toward the internet of the mind, 2015 (trad. mia): “Internet, nei suoi primi anni, esaltava le interazioni fra gli utenti e cercava di ridurre al minimo la relazioni di potere. Le discussioni contemporanee sulla neutralità della rete riecheggiano quelle scelte iniziali. Era anche la bella età della netiquette spontaneamente seguita da netizen scrupolosi. Il sistema di comunicazione della scienza, come lnternet, mette spontaneamente la sua intelligenza al margine, nelle menti degli scienziati, e ne lascia poca nel sistema stesso. Purtroppo il tipo di accesso aperto proposto da Elsevier e dai suoi simili, pur declamando in apparenza il vocabolario dell’apertura e della condivisione, si fonda su una visione delle reti nella quale il controllo si trova nella rete di comunicazione e comincia a interferire con l’attività stessa della scienza. Per esempio, se l’obiettivo autentico è il perfezionamento della comunicazione fra ricercatori è impossibile giustificare la presenza di embarghi.”
  16. Per un approfondimento sul rischio che un accesso aperto imposto amministrativamente, con l’accordo degli editori commerciali, finisca per essere una forma di socialismo dei ricchi al servizio di oligopoli e oligarchie si veda per esempio Michael Hagner, “Open access, data capitalism and academic publishing, Swiss Medical Weekly, 2018, DOI: https://doi.org/10.4414/smw.2018.14600
Tags:

Accessi: 319

Ciò che non siamo: una conversazione sulle riviste scientifiche

DOI

Bozzetto per la copertina del volume Ossi di seppia di Eugenio Montale Einaudi Torino L’articolo di Marcello Vitali-Rosati Qu’est-ce qu’une revue scientifique? Et…qu’est-ce qu’elle devrait être?, in un ambiente più libero di quello italiano e forse anche con interlocutori migliori, si interroga sulla necessità e sulla funzione delle riviste scientifiche nell’ambiente digitale.

Secondo un modello che soltanto eufemisticamente possiamo chiamare ingenuo i ricercatori prima ricercano, poi scrivono e, concluso il loro lavoro, passano il cosiddetto prodotto della ricerca alle riviste, le quali hanno, in primo luogo, il compito di valutarlo scientificamente e di dargli una forma degna e, in secondo luogo, quello di diffonderlo.  Così, finalmente, si ottengono delle “pubblicazioni”. I ricercatori, è noto, se non pubblicano muoiono.

Chiunque, però, abbia una familiarità anche remota con la cosiddetta pubblicazione scientifica sa che:

  1. le riviste non si occupano affatto della valutazione e raramente dell’editing – lavori, questi, svolti graziosamente e gratuitamente da redattori e revisori di solito stipendiati, se lo sono, dalle università e non dagli editori;
  2. le riviste tradizionali non sono vocate a diffondere i testi, ma a prenderli in ostaggio, limitandone la circolazione: quanto nel mondo della stampa era un passaggio tecnologicamente ed economicamente obbligato ora è divenuto un ostacolo che non viene scavalcato solo grazie al feticismo della collocazione editoriale.

Come mai questo modello economico aberrante, nel quale chi lavora paga il datore di lavoro per l’onore di esserne sfruttato e trattenuto lontano dal pubblico, continua a sopravvivere? Se gli accademici fossero battitori liberi, smettere di mandare articoli alle riviste o – ancor meglio, smettere di scrivere articoli per comporre piuttosto ipertesti sezionabili, commentabili e linkabili – non apparirebbe eroicamente anticonformista, ma semplicemente razionale.

Allo stato, però, a causa di sistemi di valutazione della ricerca fondati sulla lettura delle testate delle riviste in cui gli articoli sono privatizzati,

è preferibile pubblicare un articolo stupido e inutile in una rivista che nessuno legge, ma dal nome noto, piuttosto che un testo intelligente e che sarà  letto da molti ricercatori, ma in un blog privo di valore simbolico.

Le prima età moderna, tuttavia, non ha inventato le riviste per questo. Le ha inventate per la comunicazione scientifica, cioè per formare comunità  in grado di conversare e di cooperare nella ricerca. La causa dell’aberrazione attuale è l’attaccamento a una soluzione ormai tecnologicamente ed economicamente inadeguata a rispondere al problema per il quale era stata pensata. Per uscirne occorrerebbe risalire, a ritroso, dall’atto alla potenza per riflettere sugli scopi originali delle riviste, e cioè:

  1. costruire comunità, cioè spazi organizzati tramite la comunicazione;
  2. mettere la conversazione al centro, cioè creare zone di dialogo: la diffusione è un compito ormai banale, ma la discussione attenta dei testi lo è sempre meno;
  3. creare modelli di semi-stabilizzazione della conoscenza.

Queste tre fasi sono distinguibili soltanto analiticamente, perché sono reciprocamente interconnesse in un processo che chi prendesse sul serio il lavoro della ricerca dovrebbe considerare. Le tecnologie digitali – e in particolare il web semantico – consentono di costruire strumenti di indicizzazione e di ricerca che si estendono al di sopra e al di là dei singoli siti, aprendo spazi di discussione e comunicazione decentralizzati, nei quali risulta manifesto che fare ricerca – discutere, connettere, rivedere – è molto più che “pubblicare”.

L’articolo di Marcello Vitali-Rosati, sebbene il suo tema non sia nuovo, mette in luce con chiarezza quanto una valutazione della ricerca incentrata sui prodotti invece che sui processi impedisce, anche quando pretende di esserne un distillato: la formazione di comunità di conoscenza  che sanno valutare la propria ricerca facendola. A noi resta soltanto da chiederci se la distopica alleanza di Big Business e Big Government, con i suoi interessi di lucro e di potere, si adoperi per disgregare le comunità e impedire le conversazioni che hanno edificato la scienza moderna per imperizia, per caso o per deliberato progetto. 

Testo segnalato da Elena Giglia

Tags:

Accessi: 271

Valutazione di stato e libertà della ricerca: una riflessione filosofico-giuridica

Particolare della Scuola di Atene di RaffaelloLa revisione paritaria (peer review) è una parte importante della procedura che conduce alla pubblicazione di un articolo in una rivista scientifica tradizionale, costruita e pensata per la tecnologia della stampa. A due o più studiosi di campi disciplinarmente pertinenti, selezionati discrezionalmente dalla redazione della rivista e protetti dall’anonimato, viene chiesto di pronunciarsi ex ante sulla pubblicabilità di un articolo. Quanto i revisori scartano non vede la luce; e, analogamente, rimangono nell’ombra i loro pareri e la loro eventuale conversazione con gli autori, che ha luogo solo per interposta persona. La revisione paritaria aperta ed ex post consente invece di rendere pubblica l’intera discussione e di riconoscere il merito dei revisori, i quali, come gli autori, rinunciano all’anonimato.
In questo spirito, il Bollettino telematico di filosofia politica propone due articoli:

Il primo testo critica la tesi esposta da Andrea Bonaccorsi nel recente La valutazione possibile. Teoria e pratica nel mondo della ricerca, Il Mulino, 2015, condensabile nella seguente affermazione: la valutazione è espressione degli imperativi istituzionali della scienza così come teorizzati da R.K. Merton. Per Roberto Caso, l’autore legge l’opera mertoniana in modo distorto e parziale e trascura la dimensione giuridica del rapporto tra norme formali poste dallo Stato nel processo valutativo e regole informali della scienza: è difficile trasformare quanto in Merton era l’ethos condiviso di una comunità scientifica autonoma in norme di diritto amministrativo senza alterarne profondamente la natura.  Infatti, il disegno della valutazione che Bonaccorsi rappresenta  come democratico, dialogico, condiviso e trasparente collide frontalmente con la prassi italiana dell’ANVUR, motore immobile di orrori giuridici nonché di un gigantesco contenzioso che consegna la vera e ultima valutazione ai giudici.

Il secondo testo si interroga sulle radici filosofiche di questi orrori. Per distinguere la riflessione della ragione teoretica e pratica dagli elementi empirici, prende le mosse da una concessione: fa finta  che il sistema di valutazione teorizzato da Bonaccorsi sia una fotografia – mertonianamente – fedele del modo in cui la comunità scientifica valuta se stessa. Ma, perfino con questa assunzione, la sua costruzione ha come esito un sistema di valutazione praticamente dispotico e teoreticamente retrogrado. Il sistema è dispotico perché trasforma un ethos informale e storico in una norma di diritto amministrativo fissa, che cessa di essere oggetto di scelta da parte della comunità scientifica; ed è retrogrado perché, stabilendo questa norma, cristallizza, come nel castello incantato della Bella addormentata nel bosco, l’evoluzione in un fermo-immagine non più superabile senza ulteriori interventi amministrativi. A questo argomento principale si aggiungono alcune parti accessorie: la prima si occupa della questione, proposta da Bonaccorsi, della verificabilità empirica di alcune tesi dei suoi critici; la seconda prende in esame un campione di citazioni addotte dall’autore a sostegno di alcuni passaggi argomentativi importanti.

Entrambi i contributi sono ispirati dalla prospettiva ideale e critica della scienza aperta, che è già in grado di orientare, perfino con gli strumenti attualmente esistenti, un sistema di valutazione più conforme al principio costituzionale della libertà  delle arti, delle scienze e del loro insegnamento.

Le istruzioni per chi desidera partecipare alla revisione paritaria aperta si trovano qui.

È ora possibile commentare entrambi gli articoli anche su SJScience.org, qui e qui.

DOI

DOI

Tags:

Accessi: 637

Anonimo scientifico

Un numero recente di “Current science”  (111/2, 25 luglio 2016) ospita un testo di un ignoto, presumibilmente indiano, con una proposta apparentemente ingenua: rendere anonimi gli articoli scientifici e valutare i ricercatori non più per le loro pubblicazioni, ma per i loro discorsi e le loro azioni.

Non è però ingenua l’analisi che le sta alle spalle. Secondo Richard Horton, editor di “The Lancet”, una buona metà della letteratura scientifica potrebbe essere falsa.

Afflitta da studi con campioni piccoli, effetti minuscoli, analisi esplorative dei dati invalide e flagranti conflitti d’interesse, combinati con l’ossessione di inseguire tendenze alla moda di dubbia importanza, la scienza si è avviata su una cattiva strada.

Questi vizi nel metodo e nella selezione dell’oggetto sono esaltati da una valutazione della ricerca che spinge a un’“insana competizione” a pubblicare in alcune riviste selezionate sulla base del fattore d’impatto e a una produttività pletorica, che ha ormai ben poco a che vedere con lo scopo di offrire scoperte e teorie rigorose all’uso pubblico della ragione. Lo spirito competitivo preso nella sua purezza – non da ora, non da oggi – è nemico della ricerca della verità.  Chi fa ricerca deve riconoscere che saper accettare la confutazione e il superamento è una parte importante del gioco della scienza. Così, per esempio, scriveva Max Weber all’inizio del secolo scorso:

Ogni lavoro scientifico ‘compiuto’ comporta nuovi ‘problemi’ e vuol invecchiare ed esser ‘superato’. A ciò deve rassegnarsi chiunque voglia servire la scienza [corsivo mio].

Contro la crisi sono stati suggeriti rimedi amministrativi, deontologici e comunicativi, quali l’auto-pubblicazione e qualche forma di revisione paritaria aperta, allo scopo di riavvicinare la pubblicazione al fine implicito nel suo nome. Nel 2006, tuttavia, “Nature” provò a sperimentare la revisione paritaria aperta – ora oggetto anche di qualche progetto finanziato dell’Unione Europea – ottenendo una partecipazione poco numerosa e poco significativa.

Perché meravigliarsene? In un sistema competitivo di “pubblicazione” proprietaria partecipare a una discussione genuinamente pubblica – perfino sul sito di “Nature” – è ozioso.  In un mondo in cui la “competitività” – o vogliamo chiamarla pleonexia? – è favorita e spesso imposta in quanto incentivo unico alla “produttività” scientifica,  il proprio tempo va investito nella confezione di articoli da regalare a editori bibliometricamente significativi.  Finché le pubblicazioni non recupereranno il loro scopo originario – condividere e registrare teorie e scoperte, non prevalere in una gara eterodiretta fondata sul feticismo bibliometrico – iniettare regolamenti, protocolli e codici etici rischia di avere solo un effetto palliativo.

Le teorie e le scoperte diventano scientifiche se e quando si emancipano dall’inintelligibile genio individuale e si fanno patrimonio comune. Perché una teoria o una scoperta venga riconosciuta come scientificamente solida non occorre – dal punto di vista oggettivo – che sia firmata con un nome e un cognome. Dal punto di vista soggettivo, però, almeno per chi è influenzato da Thomas Hobbes o dall’astrazione dell’homo oeconomicus, le cose sembrano stare differentemente: se non fossimo posti in una competizione che ha variamente a oggetto gli onori accademici, o la misura degli indici H, o, più semplicemente, la sopravvivenza, non avremmo – così si crede – nessuna motivazione per dedicarci alla ricerca.

Eppure, di molti patrimoni artistici e culturali dell’umanità – dalle piramidi egiziane, al tempio di Thanjavur, alle caverne di Ajanta ed Ellora, all’epopea di Gilgamesh, a buona parte delle Sacre Scritture – non conosciamo gli autori, che si sono interamente risolti nelle opere. A maggior ragione, dall’altro lato, sono condannati all’impermanenza i nomi degli autori dell’inflazione di pubblicazioni in riviste proprietarie al servizio della causa della bibliometria più che di quella della scienza.

Anche in occidente la scienza è nata ed è fiorita indipendentemente dell’invenzione delle carriere accademiche e dell’enfasi sulla misura della loro “produttività”, per esempio – individualmente – nella vocazione di chi pensava che una vita senza indagine non fosse degna di essere vissuta, o – socialmente – nella ricerca pura sostenuta dal mecenatismo fiorita nell’Europa protomoderna.

Il concetto di nishkam karma – o azione disinteressata – appartiene alla cultura indiana. Così lo esprime, per esempio, la Bhagavad Gita:

È tuo dovere e competenza solo l’agire, ma che questo non sia motivato dal desiderio dei frutti dell’azione. E non sorga neanche in te l’adesione al non agire. (Bhagavad Gita, 2.47)

Ma qualcosa di simile si ritrova anche in luoghi per noi meno esotici – per esempio nella teoria morale di Kant  – ed è originariamente intrinseco allo stesso ethos scientifico, come può mostrare una lettura mirata della confutazione di Trasimaco nel I libro della Repubblica di Platone. Se ci si facesse beffe del poco realistico ideale della ricerca disinteressata e si misurasse la qualità dei medici sulla loro capacità di farsi pagare, otterremmo esattamente quello i nostri pregiudizi hanno predeterminato: non più medici valenti, ma esperti nell’arte mercenaria.

Si può obiettare che l’anonimato delle pubblicazioni deresponsabilizza gli autori. Il sistema attuale, però, accetta l’anonimato in una funzione più delicata: quella della revisione paritaria, per la quale una critica simile potrebbe avere una forza ancora maggiore. Così, per esempio, scriveva il matematico Giorgio Israel:

L’anonimità dell’esaminatore è invece un’idea sciocca e scandalosa. Chi deve firmare un giudizio e quindi mettere in gioco la propria rispettabilità sta bene attento a quel che scrive, mentre – e si potrebbe produrre un gran numero di esempi al riguardo – un recensore anonimo può permettersi il lusso di emettere giudizi affrettati, superficiali o anche di fare affermazioni palesemente sbagliate, con gli intenti più disparati, senza dover pagare alcun prezzo per questo. Il diffondersi delle procedure di selezione mediante il ricorso a valutatori anonimi, lungi dal garantire la serietà e l’obbiettività del giudizio – si sostiene che il valutatore anonimo sarebbe libero di esprimersi senza le reticenze dettate dai suoi eventuali rapporti di conoscenza o amicizia con il valutato o dal timore di rappresaglie – induce comportamenti poco etici se non addirittura scorretti. Che bisogno c’è dell’anonimato? Una persona che appartiene al mondo della ricerca e dell’università dovrebbe essere capace di conformarsi a criteri di “scienza e coscienza” e non avere il timore di difendere le scelte compiute su tali basi. L’anonimato rischia invece di offrire coperture a comportamenti intellettualmente superficiali o eticamente scorretti (Chi sono i nemici della scienza?, 2013, grassetti miei).

Il sistema di valutazione basato sulle pubblicazioni è un modo per sottrarsi alla responsabilità di giudicare la ricerca spostandola su revisori paritari a loro volta protetti dall’anonimato. Si costruisce così una gabbia d’acciaio apparentemente impersonale in cui nessuno fra coloro che determinano le vite degli altri è davvero disposto a rendere conto delle decisioni – pur molto personali – che si trova a prendere.

Eclissi di soleL’anonimo indiano propone di sovvertire il sistema attuale, oscurando quanto oggi illuminiamo e illuminando quanto oggi oscuriamo. Non è neppure necessario che il nome dell’autore sia un segreto custodito meglio di quello che protegge la revisione paritaria: gli autori potrebbero anche essere contrassegnati da una sorta di ORCID anonimo, e potrebbe esser reso possibile corrispondere con loro tramite le piattaforme di pubblicazione, come si fa attualmente, per interposta persona, con i referee anonimi. Sarebbe sufficiente che l’anonimato fosse un accessorio in un combinato disposto che eliminasse dai criteri per valutare la ricerca e determinare le carriere il numero delle pubblicazioni e il loro peso bibliometrico.  Nelle varie fasi della carriera accademica si dovrebbero invece considerare le persone in luogo dei prodotti, tramite relazioni scritte e colloqui che abbiano a oggetto la tesi di dottorato, la capacità di insegnare e di guidare altri nella ricerca, le attività passate e gli interessi presenti e futuri.

I ricercatori non smetterebbero di pubblicare:  scriverebbero meno e meglio, perché sarebbero motivati solo dallo scopo di condividere la memoria di teorie e scoperte a loro giudizio meritevoli di attenzione. Allo stesso tempo, questa valutazione della ricerca alternativa, fondata sulla cultura delle persone e sulla loro capacità di selezionarla, trasmetterla e discuterla, farebbe emergere, fra i testi anonimi, quelli meritevoli di essere esaminati e studiati. Il denaro sottratto alle multinazionali editoriali e bibliometriche potrebbe essere meglio speso in un’infrastruttura di ricerca pubblica e accessibile a tutti che aiuti gli studiosi nella loro conversazione.

Utopia? Per niente: questa è semplicemente la soluzione antica di un problema altrettanto antico, che si ritrova nel Fedro di Platone. L’invenzione della scrittura – così racconta il mito di Theuth – è alla radice del feticismo della pubblicazione, perché rende possibile separare il prodotto dal processo, il risultato messo per iscritto dalla sperimentazione, dalla dimostrazione e dalla discussione. Si è così esposti alla tentazione di confondere il medium col messaggio: sono un valente scienziato non perché sono in grado di dimostrare le mie ipotesi e scoperte in una discussione pubblica, bensì perché le mie ipotesi e scoperte sono pubblicate in testi a cui si attribuisce variamente autorità scientifica.

Se questa confusione è socialmente e amministrativamente rinforzata, il ricercatore sarà a suo volta esposto alla tentazione di abbandonare la via della sophia per imboccare quella della doxosophia o apparenza di sapienza la quale, nel sistema attuale, equivale a perseguire non l’approssimazione alla verità, bensì la pubblicazione e il successo nella competizione bibliometrica.

Platone, per sottrarsi a questa tentazione, escogitò un rimedio molto simile a quella immaginata dall’anonimo del XXI secolo: non prendere i testi – i nostri figli illegittimi – troppo sul serio, se non come ausilio per la memoria, e dedicarsi invece alla costruzione di comunità di conoscenza che li facciano vivere scientificamente, selezionandoli, curandoli, discutendoli e confutandoli – in una parola, prendendosi la responsabilità di valutarli. Coerentemente, non si presentò mai come autore, ma, similmente al suo Socrate,  come un curatore al servizio di una verità che trascende le persone e le loro gare.

La scienza oggettivamente intesa può permettersi di essere anonima. Che la teoria eliocentrica sia di Copernico o di Aristarco da Samo ne influenza, forse, la plausibilità? Che importa chi parla? Però, soprattutto in un mondo di informazione sovrabbondante, la cura e la selezione dei testi – se vale la pena leggere, discutere e linkare articoli eliocentrici o geocentrici – è frutto di scelte personali. Proprio per la sua soggettività, essa richiede una assunzione di responsabilità con nome e cognome: in una valutazione scientifica della ricerca, chi sceglie deve render pubblicamente conto delle sue decisioni. Il suo stesso logon didonai è parte di quella discussione scientifica che ritrasforma la lettera morta in un vivo processo d’indagine.

Questo prassi desueta può sembrare aleatoria e bizzarra. Ma non è altrettanto bizzarro considerare normale – e non semplicemente normalizzante – un sistema in cui le scelte sociali sulla ricerca sono compiute irresponsabilmente da giudici che non osano mostrare la faccia e da algoritmi proprietari rappresentati come impersonali? Prima di concludere che non ci sono alternative forse vale la pena chiedersi se non siamo talmente abituati alla gabbia che nessuno vuol assumersi la responsabilità di cominciare a crearle.

Il testo mi è stato segnalato da Paola Galimberti.

DOI

Tags:

Accessi: 838