From the Past to the Future. Alcune riflessioni dopo DH2016

Digital humanities 2016Al rientro da Cracovia, dopo quattro giornate intense e ricche di stimoli, cerco di ordinare alcune riflessioni sparse che mi porto a casa dopo questa bella esperienza di condivisione di idee con la comunità mondiale di Digital Humanities, ritrovatasi in Europa per la conferenza DH2016. Non è facile ricomporre un quadro completo dei molti stimoli ricevuti. Alla conferenza hanno partecipato più di 900 persone, i tweet con l’hashtag #DH2016 hanno costruito, live, una conferenza parallela, e non riesco ancora a districarmi nel programma, nonostante lo abbia portato sempre con me in versione cartacea, come una bibbia, consultato e annotato con Pundit qui sul web. Butto giù, allora, qualche idea in forma di suggestioni piuttosto che una riflessione strutturata, per condividere alcuni spunti.

La prima suggestione mi viene dal titolo della conferenza Digital Humanities scelto per l’edizione di quest’anno, “From the Past to the Future”. Vorrei ripercorrerla attraverso alcuni ricordi. Vado a cercare il sito della prima e unica conferenza che ho seguito, nel 2004 a Göteborg. Al tempo non si chiamava ancora DH ma ALLC/ACH, doppio acronimo di Association for Computers and the Humanities e Association for Literary and Linguistic Computing, segno di un’impronta ancora orientata a identificare l’applicazione delle ICT alle scienze umane prevalentemente con la linguistica computazionale. Della conferenza di Göteborg sul vecchio sito ora visibile sull’Internet Archive si trovano alcune fotografie scattate sul battello che ci portava alla cena sociale, ospitata in una cupa fortezza, Älvsborgs fästning, sulla foce del Göta älv.

Ricordo bene le ottime colazioni svedesi, le chiacchierate con Elena Pierazzo, conosciuta in quell’occasione e poi ritrovata a Pisa, e il poster “The Hyper-Learning project” che portammo con Michele Barbera e che vinse la poster slam. Ricordo anche molto bene la suggestiva conferenza di Susan Hockey, Roberto Busa Award Lecture 2004, e, più di tutto, le lunghe discussioni sullo standard XML-TEI e i suoi sviluppi. Il tempo non è passato invano, ed è trascorso nel segno della continuità: lo dimostra il premio Antonio Zampolli, attribuito a Cracovia proprio al consorzio TEI, a sancire che l’accreditamento dell’iniziativa volta a creare uno standard comune di codifica XML nella comunità degli umanisti è totalmente compiuto.

La seconda suggestione si aggancia alla conclusione della precedente: a distanza di dodici anni, esiste oggi, all’interno della comunità degli umanisti digitali, una convergenza di vedute sugli standard, dalla TEI a EDM e altri Data Model, ed è presente e condivisa l’idea di aderire a macro-infrastrutture comuni che agiscano da connettori di servizi, come dimostra la forte presenza di DARIAH e di progetti a essa correlati. Mi ha comunque colpito l’assenza di Europeana, la grande biblioteca digitale europea, fatta eccezione per il poster “Reflecting On And Refracting User Needs Through Case Studies In The Light Of Europeana Research”. Pur riconosciuta come iniziativa imprescindibile e nonostante il successo di progetti pilota come DM2E – Digitised Manuscripts to Europeana, il riuso dei dati di Europeana trova nella pratica scarsa applicazione. Ho poi riscontrato un’adesione comune, in linea di principio, alla visione open access e al tema dell’apertura dei dati, anche se mancano, almeno nella percezione che ho avuto, esempi reali di progetti che implementino policy open access e, soprattutto, open data, ed è quasi del tutto assente il riferimento all’open science, se non come tendenza verso cui si deve convergere come effetto dei mandati degli enti finanziatori. A tale proposito hanno costituito un’eccezione l’utilissimo panel organizzato dalla Research Data Alliance Digital Data Sharing: Opportunities and Challenges of Opening Research, in cui sono stati presentati casi concreti di gestione di open data umanistici nel Digital Repository of Ireland, e il panel dello stesso pomeriggio Are the Digital Humanists Prepared for Open Access to Research Data? coordinato da Vittore Casarosa, a cui hanno partecipato volti noti del movimento open access come Anna Maria Tammaro e Pierre Mounier di Open Edition. Di natura più teorica del primo, quest’ultimo è stato purtroppo poco partecipato, fornendo una risposta implicita alla domanda che lo intitolava.

Io credo che l’accesso ai dati della ricerca sia un punto importante, che riguarda soprattutto la sostenibilità dei progetti a cui si lavora. L’adozione di formati di dati e di standard condivisi si dovrebbe accompagnare al deposito dei dati di ricerca in repository pubblici aperti, possibilmente internazionali come Zenodo.org. Questa soluzione solleverebbe tra l’altro la comunità scientifica dalla preoccupazione di garantire l’accesso ai dati della ricerca oltre la normale vita di un progetto, di quella lavorativa o, al limite, di quella umana. Consentire l’accesso ai dati nel tempo e favorirne il riuso, anche in forme nuove e inaspettate per chi li ha prodotti, è una questione centrale per l’affermarsi dell’open science, e così dei principi e delle pratiche di condivisione della conoscenza.

Engraving of John Cosin, Bishop of DurhamLa terza e ultima suggestione riguarda, per finire, una riflessione che ha avuto origine dal Keynote di Claire WarwickTouching the interface: Bishop Cosin and unsolved problems in (digital) information design”, che ha chiuso la conferenza di Cracovia. La Warwick ha sottolineato l’importanza che la biblioteca fisica ha avuto in passato e che tutt’oggi riveste nella formazione dei giovani, che continuano a sceglierla come luogo in cui imparare in compagnia di altre persone che fanno la stessa cosa, un luogo ibrido, oggi un misto di digitale e analogico (una foto suggestiva ha mostrato un gruppo di studenti in biblioteca, con tavoli cosparsi di computer portatili e di libri annotati).

Le questioni articolate e stimolanti che Claire Warwick ha posto a partire da queste considerazioni iniziali sono ben sintetizzate nell’abstract:

Some problems in the design of digital resources have turned out to be unexpectedly difficult to solve, for example: why is it difficult to locate ourselves and understand the extent and shape of digital information resources? Why is digital serendipity still so unusual? Why do users persist in making notes on paper rather than using digital annotation systems? Why do we like to visit and work in a library, and browse open stacks, even though we could access digital information remotely? Why do we still love printed books, but feel little affection for digital e-readers? Why are vinyl records so popular? Why is the experience of visiting a museum still relatively unaffected by digital interaction? The answer is very emphatically not because users are luddites, ill-informed, badly-trained or stupid.

I will argue that the reasons these problems persist may be due to the very complex relationship between physical and digital information, and information resources. I will discuss the importance of spatial orientation, memory, pleasure and multi-sensory input, especially touch, in making sense of, and connections between physical and digital information. I will also argue that, in this context, we have much to learn from the designers of early printed books and libraries, such John Cosin, a seventeenth-century bishop of Durham, who founded the little-known marvel that was the first public library in the North of England, and still exists, intact; one of the collections of Durham University library.

Si tratta di temi fondamentali attorno ai quali è però mancata, a mio avviso, una riflessione sui limiti, in termini di usabilità, degli strumenti digitali di cui dispongono gli umanisti e, in generale, i ricercatori, come ho scritto in questo tweet di commento:

I expected a few more words on how to make more usable tools and digital environments. A lack in #DH2016. Hope in #DH2017

— Francesca Di Donato (@ederinita) 15 luglio 2016

Il tweet è nato da un pensiero spontaneo legato alla sensazione – che è stata costante per tutta la conferenza e che mi si è manifestata con chiarezza nella lezione conclusiva proposta dalla docente di Durham – di avere di fronte strumenti potenti e utili ma improntati prevalentemente sull’idea di chi li ha pensati e li usa per fare ricerca, e pochissimo sui bisogni degli utenti.

Io credo che anche l’usabilità e lo studio dell’esperienza e delle esperienze degli utenti riguardino l’accesso alla conoscenza e che, di più, ne siano una condizione necessaria al pari dell’apertura dei dati. Si tratta allora forse, in termini più generali, di ripensare l’idea di biblioteca digitale liberandola dai vincoli che ancora la modellano su quella fisica. Siamo ancora molto legati ai paradigmi delle biblioteche fisiche e cerchiamo di riprodurre tale paradigma in ambito digitale, ma è un errore. Allora quello che dovremmo essere in grado di imparare da John Cosin non è come ordinare i libri in uno scaffale virtuale ma come cercare di offrire un’esperienza piacevole alle persone che vogliono trovare, leggere e interagire con risorse digitali. La biblioteca di Cosin è a tutti gli effetti un’interfaccia e l’opera, frutto di una riflessione che si è articolata nei secoli, è a tutti gli effetti il risultato di uno studio di User Centered Design.

Possiamo pensare la biblioteca digitale, in astratto, come un insieme di dati strutturati, pubblicati in diversi formati standard in numerosi repository, potenzialmente federati, che acquistano senso attraverso interfacce progettate a partire dall’esperienza e dai bisogni di utenti. Le interfacce possono essere molte e diverse, e rispecchiare le diverse interpretazioni di chi le progetta. Una sorta di forma nuova di articoli scientifici che, pur partendo dai medesimi dati, mantengono la propria originale unicità. A uno strato intermedio e separato ci sono i tool che consentono di creare e di gestire flussi di lavoro ad hoc per i gruppi di ricerca che lavorano sui dati al fine di costruire, a partire da essi, nuove interpretazioni. Ma i tool dovrebbero tornare a essere mezzi, e non scopi in sé, e più attenzione si dovrebbe dare ai modi in cui offriamo una interpretazione dei dati, attraverso le “viste” che ne proponiamo, concentrando la maggior parte della ricerca sulle interfacce che costruiamo.

Dovremmo fare in modo che i dati siano strutturati bene e messi “al sicuro”, per dare più spazio al modo in cui vogliamo rappresentarli, sapendo (e sperando) che altri verranno dopo e ne daranno a loro volta nuove interpretazioni e rappresentazioni in forma nuova. Dobbiamo spendere nella progettazione di tali viste più attenzione, più energie, e non accettare come un dato di fatto che il mondo analogico, tattile, fisico, risponda necessariamente meglio al nostro bisogno di capire, di conoscere, di consolidare la conoscenza. Senza scordarci che le difficoltà che incontriamo nel relazionarci a oggetti e a spazi, tanto fisici quanto digitali, dipendono più spesso dalle incapacità di chi li ha progettati che da nostri limiti. Lo scriveva Donald Norman ne La caffettiera del masochista, un classico che ci spinge a considerare anche il design come una questione di accessibilità, e dunque di apertura. Potrebbe essere una prospettiva, tra le tante, con cui guardare al tema dell’accesso alla conferenza DH2017 di Montreal, che sarà a esso dedicata.

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La moneta della scienza: Trasimaco e gli indici bibliometrici

Nel primo libro della Repubblica di Platone il sofista Trasimaco sostiene due tesi famose, una politica e l’altra morale: per chi l’impone la giustizia è l’utile del più forte; per chi la pratica un bene altrui.  Il sapere della scienza politica, che impiega il concetto di giustizia, serve per l’utile di chi, essendo al potere, ne è dotato per definizione, e non per quello delle comunità umane di cui si occupa.

Socrate cerca di dimostrargli che, in una scienza, una cosa sono gli effetti e le motivazioni di chi l’esercita e un’altra il suo oggetto e le sue ragioni interne. Il pilota, andando per mare, migliora la sua salute, ma non per questo diventa medico. Il medico guadagna il suo onorario, ma non per questo diventa un esperto dell’arte di farsi pagare o misthotiké. Una cosa è saper fare il medico o il pilota, un’altra essere esperti di marketing. La gente si rivolge al medico o al pilota non in primo luogo perché sono bravi a farsi pagare, ma perché le loro competenze procurano dei vantaggi; tanto è vero che le capacità per le quali il medico e il pilota sono richiesti non verrebbero sminuite se decidessero di  lavorare gratis. Il guadagno che la pratica di una disciplina arreca a chi l’esercita le è esterno e non può definirla (345e ss) – né, tanto meno, valutarla.

Trasimaco è un sofista: come tale, trae il suo prestigio sociale e il suo reddito dalla sua competenza. Per questo si vergogna fino ad arrossire quando Socrate gli fa notare che, se uno scienziato cerca di schiacciare il suo interlocutore anche quando, secondo i princìpi della sua disciplina, questi ha ragione, si comporta come un ignorante e non come un esperto. La volontà di prevalere può essere una componente importante delle scelte dello studioso, ma non può entrare nella discussione scientifica senza soffocarla. Il sofista può teorizzare la competizione ma non può essere coerentemente un ricercatore da competizione. In una discussione scientifica fatta seriamente – Socrate l’aveva capito benissimo – si può vincere anche perdendo.

Quentin Massys, CambiavaluteChi vuol valutare la ricerca contando le citazioni pensa che la competizione nel gioco degli indici bibliometrici sia indispensabile per stimolare i ricercatori alla produttività: tratta, dunque, le ragioni interne alla scienza come inessenziali e assume come motivante un criterio esterno. In questa prospettiva, direbbe Trasimaco, la ricerca è l’arte di farsi pubblicare su certe riviste sedicenti eccellenti e di ottenere citazioni. Realisticamente non dovrebbero scandalizzare le pratiche di manipolazione e di pressione volte ad aumentare i propri indici bibliometrici. Se il valore di un ricercatore o di una rivista non è interno alla ricerca e ai contenuti che pubblica, è ben comprensibile che ricercatori e riviste si comportino da massimizzatori razionali di citazioni, con espedienti che hanno poco a che fare con l’ethos della scienza.

Trasimaco, che era entrato nella conversazione del primo libro con una scena d’effetto, forse autopromozionale, alla fine capisce che un esperto che sa esclusivamente autopromuoversi è soltanto un esperto di autopromozioni, e arrossisce: il comportamento strategico di chi vuole prevaricare non è identico a quello di chi cerca un sapere solido, perfino con lo scopo sofistico di venderlo sul mercato. Ma forse dovrebbe arrossire altrettanto chi ha talmente disconosciuto i valori interni della ricerca da non rendersi conto che le citazioni possono rimanere la moneta della scienza soltanto se non sono la moneta di nient’altro.

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Ricercatori di successo

Grazie a Rangle mi è lecito segnalare i risultati di una ricerca ad accesso semiaperto.

Secondo Daniele Fanelli, ricercatore dell’Institute for the Study of Science, Technology and Innovation (ISSTI) presso l’Università di Edinburgh, un modo per verificare l’obiettività con cui i risultati della ricerca vengono prodotti e proposti è quello di selezionare i lavori in cui l’obiettivo è la verifica di un’ipotesi e scoprire in quanti casi gli autori concludono che l’ipotesi si rivela corretta (o no). Proporre un’ipotesi ed indagarne la “bontà” è una pratica consolidata nel mondo della ricerca scientifica, lo fanno in maniera propria e spesso i matematici (non starò qua a discutere i problemi di Hilbert) ed è abbastanza comprensibile che la tendenza generale sia quella di pubblicare studi in cui l’ipotesi si dimostra fondata, comprensibile ma fino ad un certo punto perché la pubblicazione di risultati che non corrispondono alle aspettative è altrettanto cruciale per il progresso della conoscenza scientifica.

Il rischio è che “vi sia  un processo patologico che si insinua nel corpo della ricerca scientifica, una tendenza ad interpretare i risultati negativi come insuccessi e si eviti di proporli privilegiando la pubblicazione di lavori più utili ai fini della carriera e della ricerca di fondi.” Le ricerche di Fanelli usano un database privato e accessibile solo a pagamento, gli Essential Science Indicators di Thomson-Reuters, che comprende però le testate dove pubblicano – grazie a un marketing pervasivo e costante nel tempo – i ricercatori “di successo”. Ebbene:

la percentuale di articoli che riportano un risultato positivo cresce in media del 6% ogni anno, si parte con il 70.2% del 1990-91 e si arriva all’85.9% del 2007 con un picco dell’88.6% nel 2005; i risultati sono molto differenti per differenti discipline, sia per la frequenza media di risultati positivi che per la rapidità di crescita del fenomeno, le scienze fisiche (in particolare le scienze dello spazio) sono le più “virtuose”, le scienze sociali tendono a comunicare quasi solo casi “positivi” e lo stesso accade per le discipline “applicate” rispetto a quelle “pure”; gli autori che lavorano nei paesi asiatici (in particolare in Giappone) riportano risultati positivi più di quelli che lavorano negli Stati Uniti, a loro volta “più positivi” degli europei (in particolare di chi lavora nel Regno Unito).

Queste statistiche sembrano suggerire la progressiva prevalenza di un modello di ricerca individualistico-imprenditoriale che valorizza esclusivamente l’affermazione di sé e della propria idea sul mondo che si dovrebbe interrogare.

Un modello simile si ritrova, applicato alla retorica, nel Gorgia di Platone. La bussola del mondo antico era la politica e non l’economia: la funzione della retorica era dunque paragonabile a quella svolta oggi dal marketing, e cioè convincere la gente nei luoghi in cui è più utile per acquistare potere. La retorica si fondava sulla competitività: riuscire a ottenere ragione era essenziale; farsi confutare significava perdere la faccia; cercare di confutare qualcun altro equivaleva ad attaccarlo. 

Platone impose un’idea di scienza diversa. Nel Gorgia, Socrate interrompe la conversazione col sofista per chiedergli  se in generale pensa che la confutazione sia o no utile a liberarci dagli errori. Gorgia è costretto a una risposta obbligata: neppure il più competitivo dei ricercatori potrebbe mantenere il suo onore professionale dichiarando che in astratto dell’accuratezza scientifica non gli importa nulla perché gli interessa solo aver ragione anche quando ha torto.

Per riconoscere il valore dell’insuccesso dobbiamo intendere la ricerca non come competizione, bensì come collaborazione, secondo un interesse che supera quello strettamente personale. Chi confuta i miei argomenti “di ferro e diamante” fa un favore non solo alla scienza, ma anche a me come scienziato. I miei oppositori, anche se sostenessero tesi falsificate, sono indispensabili nel cammino della ricerca.

Il Socrate del Gorgia conduce sistematicamente i suoi interlocutori in situazioni che impongono loro di rispondere nel modo da lui desiderato, con un’abilità retorica paragonabile e superiore a quella dei sofisti. Fra il loro sapere e la scienza socratica c’è, in realtà, soltanto una differenza: il riconoscimento del valore della confutazione, del risultata negativo, dell’insuccesso. La ricerca non è l’arte di avere ragione: è un metodo per rendersi conto dei propri torti. Dimenticarsene significa esporre i sistemi di pubblicazione e di valutazione al rischio di selezionare ottimi retori, prima e piuttosto che ricercatori di valore. 

 ResearchBlogging.orgFanelli D (2010). “Positive” results increase down the Hierarchy of the Sciences. PloS one, 5 (4) PMID: 20383332

   

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Lawrence Lessig, The architecture of access to scientific knowledge: just how badly we have messed this up

E’ una conferenza tenuta da Lawrence Lessig al Cern di Ginevra il 18 aprile di quest’anno. Il suo video è disponibile presso il Cern Document Server; a partire da qui si possono trovare i sottotitoli in inglese e in altre lingue, compresa quella italiana.

Lessig esordisce proponendo due impressioni. La prima è un effetto chiamato White, dal cognome del giudice della Corte Suprema Byron White che, nominato da Kennedy nel 1962, iniziò la sua carriera come progressista e la concluse, votando con la maggioranza nel caso Bowers vs. Hardwick, come un conservatore, non perché avesse cambiato le sue idee ma perché non le aveva mai cambiate. La seconda è offerta dagli scaffali vuoti dello studio dell’economista di Harvard Gita Gopinath: “Tutto quello che mi serve ora è in rete”.

Fra Gopinath e la maggior parte di noi c’è però una differenza, che si chiama copyright – una norma di diritto positivo, volta a correggere un fallimento del mercato. Il monopolio temporaneo della distribuzione e dello sfruttamento economico delle opere concesso da questa norma dovrebbe incoraggiare la creatività degli artisti. Ma, a dispetto della sua giustificazione, sancita giudizialmente dalla sentenza Donaldson vs. Beckett del 1774, esso, quando lo incontriamo in rete, ha per lo più a che fare con gli editori e con i loro interessi.

Per la scienza, c’è davvero bisogno di un copyright?

Un politologo che cercasse campaign finance su Google Scholar scoprirebbe che i primi 10 risultati – che coinvolgono siti di editori commerciali o l’archivio non a scopo di lucro Jstor – sono tutti ad accesso riservato e a pagamento. Tutto è in Internet per Gita Gopinath, in un’università d’élite, ma non per molti suoi colleghi, e certamente non per il pubblico in generale. Gli unici a trarre profitto dall’accesso riservato sono gli editori: gli autori scientifici, che lavorano gratis, avrebbero infatti interesse alla massima disseminazione delle loro opere. Jstor, che nel 1994 sembrava una cosa bellissima, sconta ora un effetto White talmente intenso da apparire moralmente oltraggioso: come può una sedicente organizzazione senza scopo di lucro far pagare 20 dollari per un articolo di sei pagine?

Il movimento per l’accesso aperto, che risponde a questo scandalo, è ispirato sia da motivazioni economiche, la crisi dei prezzi dei periodici, sia dall’indignazione: che senso ha lavorare gratis perché altri guadagnino? La fonte di Lessig sulla serial price crisis è questo studio, e in particolare il grafico della figura 1, che mostra quanto spropositatamente siano aumentati i costi delle riviste in raffronto a un prodotto tecnicamente analogo come le monografie.

Naturalmente, perché l’accesso aperto sia pieno e permanente, la ricerca scientifica non deve essere solo accessibile, ma anche protetta da licenze libere. Questa, per esempio, è la scelta di Plos, che ha adottato la licenza Creative Commons meno restrittiva. E in questo senso lavora il ramo scientifico di Creative Commons, Science Commons.

Da questo studio sulle riviste ad accesso aperto, risulta che una buona metà dei grandi editori che lo praticano adotta licenze Creative Commons. Quanto agli altri editori, per il 27% non danno informazioni sul copyright adottato, oppure si fanno cedere i diritti; le licenze Creative Commons (21%) e la conservazione del copyright da parte degli autori (10%) sono casi minoritari. Qui c’è una zona grigia particolarmente interessante: quella delle riviste legate a società per lo studio di un particolare settore, che usano il copyright per sostenere le società stesse, riservando l’accesso a una minoranza di privilegiati. Questo non è Enlightenment (illuminismo): è Elite-ment (esclusivismo). La scienza si attacca alla tradizione per non venir travolta da mode passeggere: ma è tempo di riconoscere che l’accesso aperto è molto più di una moda, perché concerne l’essenza stessa della discussione scientifica.

La condivisione non è essenziale solo per la scienza, ma per la creatività in generale. Al tramonto del XX secolo, Internet, grazie a siti come You Tube, è stata arricchita dall’imporsi di una cultura che non è più read only (di sola lettura), ma read/write (di lettura/scrittura). Ma il sistema attuale del copyright è tale che perfino il quindicenne che remixa un brano musicale per il piacere di farlo viene investito da una normativa complessa e criminalizzante, come si vede dal minaccioso video The Copyright School con il quale YT cerca di erudire i suoi utenti più giovani.

Lessig propone una riforma del diritto d’autore per liberare dalla regolamentazione lo spazio della cultura che non ha scopi commerciali, secondo questo schema:

Riforma del copyright proposta da Lessig

e porre fine all’inutile e sanguinosa guerra contro la cosiddetta pirateria tramite strumenti come le licenze obbligatorie e le licenze collettive volontarie.

Chi conosce il pensiero di Lessig sa che queste tesi, qui riportate in modo molto succinto, non sono delle novità. Quello che merita una riflessione, pratica prima che teorica, sono le sue parole conclusive, dedicate di nuovo al mondo dell’accademia.

Si deve riconoscere l’accesso universale alla conoscenza come un’obbligazione morale. Qui per accesso non si intende una mera accessibilità fisica, bensì la libertà delle licenze, così da rendere rielaborabile e riutilizzabile ogni prodotto della ricerca. La scienza non vive di conformismo e di esclusivismo, ma di innovazione non prevista, non progettata e in controtendenza.

Dovremmo avere il coraggio di dire che quanti praticano o accettano la pubblicazione ad accesso chiuso si comportano ingiustamente e sono incoerenti con l’etica del lavoro scientifico. E gli accademici in posizione di potere, che valutano la ricerca e decidono le carriere altrui, dovrebbero semplicemente smettere di considerare come titoli gli articoli privatizzati su riviste ad accesso chiuso, per quanto prestigiose.

Ho segnalato questa conferenza non tanto per la sua originalità, quanto perché ha il pregio di esporre in modo netto delle tesi importanti sul senso dell’accesso aperto e sul suo nesso – niente affatto ideologico – con l’essenza del nostro lavoro. Una ricerca che trovi il suo senso non nella discussione pubblica, ma nell’ammissione concorrenziale a un club sedicente esclusivo merita ancora di essere chiamata scienza?

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