Le riviste di scienze politiche

Anche per l’area 14 è stata resa nota la lista delle riviste da considerarsi eccellenti ai fini della valutazione della ricerca. Il documento dell’Anvur  contiene solo un elenco di riviste, costruito sulla base di alcuni criteri generali. La lista qui sotto è limitata alle riviste di scienze politiche. Il grassetto mette in evidenza le poche che non sono ad accesso chiuso. I link, naturalmente, sono stati aggiunti da noi.

Fascia A
Filosofia politica
Politica e Società
Rivista Italiana di Scienza Politica
Rivista Italiana di Politiche Pubbliche

Fascia B
Afriche e Orienti
Analisi e Diritto
Annali della Fondazione Luigi Einaudi
Ars Interpretandi
Comunicazione politica
Democrazia e diritto
Fenomenologia e Società
Filosofia e Questioni Pubbliche
Heliopolis
Hermeneutica
Il Pensiero politico
Iride
ISPI – Relazioni Internazionali
Journal of Constitutional History / Giornale di Storia Costituzionale
Jura Gentium
La Cultura
La Società degli Individui
Le Carte e la Storia
Materiali per una Storia della Cultura Giuridica
Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali
Paradigmi
Parolechiave
Passato e presente
POLENA
Politica Internazionale
Quaderni di scienza politica
Quaderni fiorentini
Ragion Pratica
Storia amministrazione costituzione
Teoria politica
Vita e pensiero

Fascia C
Amministrare
Archivio Storico per la Calabria e la Lucania
Archivio Storico per le Province Napoletane
Bologna Center Journal of International Affairs
Clio. Rivista trimestrale di studi storici
Cosmopolis
Frontiera d’Europa
Il Politico
Istituzioni del federalismo
Millepiani
Metabasis
Notizie di Politeia
Pace Diritti Umani – Peace Human Rights
Quaderni dell’Osservatorio Elettorale
Quaderni di Relazioni Internazionali
Quaderni Stefaniani
Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto

Rivista Italiana di Comunicazione Pubblica
Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione
Scienza & Politica
Storia in Lombardia

I valutatori affermano di aver prodotto questa selezione sulla base di una revisione paritaria da parte di referee stranieri in dialogo con le società di studi. Pur essendo socia della Società italiana di filosofia politica, non sono stata invitata a partecipare alla conversazione. Né, per l’avventurosa segretezza della gerarchia ministeriale, conoscerò mai i nomi e i giudizi dei revisori.

Fra il 2005 e il 2011 il “Bollettino telematico di filosofia politica” ha sperimentato una revisione paritaria in triplo cieco, più equa sia di quella in doppio cieco raccomandata dall’Anvur alle riviste, sia di quella praticata in prima persona dall’Anvur, nella quale gli unici ciechi sono i valutati. In entrambi i casi, il potere di chi sceglie i revisori anonimi è opaco e senza controllo.  Per temperarlo, il nostro sistema, Hyperjournal, permetteva agli autori di rivelarsi solo dopo il giudizio. Questo non è bastato a farci includere nella lista dell’Anvur.

Quanto al nostro esperimento, non solo è socialmente fallito – pochissimi desiderano davvero sottoporsi a un processo così rischioso – ma anche tecnologicamente superato. In rete la revisione paritaria si può fare ex post, all’aperto, anziché ex ante, al chiuso, come nell’accademia dei morti viventi. Per questo, mentre le riviste italiane venivano indotte d’autorità ad adottare un cerimoniale che la ricerca in rete sta lasciandosi alle spalle, siamo diventati un overlay journal. Ormai, fra le sette pubblicazioni in inglese più citate, a fare concorrenza a Nature o Science, ci sono tre archivi disciplinari privi di referaggio ex ante: Repec, ArXiv e Social Science Reseach Network.

Altri criteri imposti dalle gerarchie dell’Anvur possono però essere apertamente analizzati.  Sul requisito generico dell'”accessibilità” via rete devo purtroppo rimandare a quanto ho già scritto sulle riviste di filosofia: i valutatori dell’area 14 sono riusciti a fare di peggio, escludendo tutte le pubblicazioni italiane presenti nella Directory of Open Access Journals.  Ma a proposito del criterio degli indici h delle riviste, che l’Anvur dice di aver rilevato su Google Scholar tramite Publish or Perish, dobbiamo farci una domanda: perché non sono stati resi pubblici i dati usati per decidere?

Incuriosite da questa mancanza, Brunella Casalini e io abbiamo ricostruito quei dati e li abbiamo analizzati. Il frutto del nostro lavoro è in questo documento, ospitato presso l’archivio Marini,  che mettiamo a disposizione di tutti, assieme con il nostro database (csv, ods), e con una classifica delle riviste per indice h, che fa capire a colpo d’occhio quanto sia stato tenuto in conto nei diversi settori disciplinari. Abbiamo scoperto parecchie cose bizzarre – per esempio un conflitto d’interessi talmente clamoroso da essere spiegabile solo con un errore di calcolo. Per permettere a chiunque di verificare la nostra ricerca, abbiamo messo in questo enorme file zippato tutto quello che è comparso davanti ai nostri occhi quando abbiamo  interrogato Scholar.

Non c’interessa dimostrare, in conflitto d’interessi, che avremmo meritato di stare nella lista, ma che il principio stesso della lista è sbagliato, perché produce immobilismo, oligopolio e oligarchia, in un momento in cui fare esperimenti sulle pubblicazioni è parte della ricerca e della sua libertà, tutelata dall’articolo 33 della nostra Costituzione. L’ha spiegato benissimo Antonio Banfi recentemente su Roars,  l’avevo scritto anch’io in tempi non sospetti. Siamo, tuttavia, molto contente che la lista includa alcune riviste liberamente accessibili.  Per capire perché quelle sono scientifiche mentre la nostra no basta un piccolo click.

 

Tags:

Accessi: 2872

Paola Galimberti, I dati sulla ricerca: un problema aperto

Appena uscito su Roars, l”articolo di Paola Galimberti tratta di una questione solo in apparenza burocratica e trascurabile per chi discetta di massimi sistemi: come facciamo a sapere che cosa producono i ricercatori che lavorano nell”università italiana? Come facciamo a sapere quanto e come si citano e vengono citati?

Questi dati sono reperibili da due categorie di fonti:

– enti pubblici, che usano sistemi di archiviazione diversi e non necessariamente interoperabili, e che non necessariamente rendono pubblico quanto possiedono;

– enti privati, quali Thomson-Reuters (Wos), che raccolgono e vendono dati sulla base dei loro interessi di mercato.

La valutazione della ricerca vorrebbe dipendere almeno in parte da indici bibliometrici, cioè da indicatori di popolarità della produzione di ciascun ricercatore da misurarsi con le citazioni ricevute in una platea predeterminata di testi. Il fatto che i dati che dovrebbe usare siano pubblici ma nascosti, o privati e nascosti, o pubblici ma non interoperabili,  parziali, e ottenibili – in tempi di crisi e di tagli – per lo più a pagamento mette seriamente a rischio l”attendibilità di questo esercizio.

Una politica coerente a favore della pubblicazione ad accesso aperto, perseguita dalle università, favorita dal ministero e condivisa da ricercatori che finalmente si rendessero conto che il modo stesso in cui disseminano i loro testi è parte dei massimi sistemi di cui si occupano avrebbe potuto rendere l”esercizio più facile, più economico, più trasparente e meno esposto al rischio di ridursi a un grado di appello del tribunale di Kafka.

Tags:

Accessi: 324

L’onore degli ambasciatori: citazioni ad accesso aperto

Chi pubblica i propri lavori ad accesso aperto fa un uso pubblico della ragione. Chi preferisce l’accesso chiuso ne fa un uso privato: anziché rivolgersi ai cittadini del mondo valendosi della miglior tecnologia di comunicazione disponibile al momento, parla a un gruppo ristretto, selezionato con criteri economici. La scelta dell’accesso chiuso è di solito dovuta o a un’adesione d’abitudine alla prassi della comunità accademica di riferimento, o alla cura per la propria carriera e al timore che una pubblicazione ancora percepita come poco tradizionale possa condurre a valutazioni negative. Qui il teatro dell’azione non è una sfera pubblica virtualmente universale, bensì istituzioni particolari.

La citazione è “la moneta corrente nel commercio della comunicazione scientifica ufficiale“. Serve, quando costruisco tesi su idee altrui, sia a pagare dei debiti, sia a esibire la solidità del mio credito: la mia voce suona più forte, sostenuta dal patrimonio di letteratura che ho prelevato dalla banca del sapere.

La citazione è anche la materia prima degli indici bibliometrici, che possono essere decisivi per la valutazione della ricerca, gli avanzamenti nella carriera e le politiche d’acquisto delle riviste nelle biblioteche. In questa seconda funzione, le citazioni non sono moneta soltanto metaforicamente, ma anche in un senso assai letterale.

In un’opera pubblicata in rete le citazioni, in forma di link, sono moneta anche nel senso dell’economia dell’attenzione: tutte le volte che faccio un collegamento a una risorsa, migliorando il suo ranking nei motori di ricerca e rendendola più visibile, aumento il suo valore. E dato che i testi ad accesso aperto sono citati di più, ottenervi citazioni significa ricevere un bellissimo regalo.

Se le risorse citate sono a loro volta ad accesso aperto, la citazione è un segno di gratitudine per il dono della loro presenza. Ma se sono ad accesso chiuso si può dire lo stesso?

George Monbiot, in un recente articolo sul Guardian, ha chiamato gli oligopolisti dell’editoria scientifica “i capitalisti più spietati del mondo occidentale”, perché sfruttano il lavoro, per loro gratuito, di ricercatori e revisori finanziati con fondi pubblici, privatizzandone il prodotto e imponendogli un prezzo esorbitante. Che senso ha, per chi sceglie l’accesso aperto, far loro pubblicità gratis e senza reciprocità, per il loro profitto?

Potremmo raccomandare a chi pubblica ad accesso aperto la soluzione radicale, ma ingiusta, di citare esclusivamente risorse ad accesso aperto. Il marketing dell’attuale oligopolio della comunicazione scientifica tende a farci credere che la validità di un contenuto dipenda dal luogo in cui viene pubblicato (Björn Brembs, What’s wrong with scholarly publishing today? slide 87): se escludessimo la possibilità che un’idea veramente buona appaia in una rivista ad accesso chiuso commetteremmo lo stesso errore. Si può allora pensare a una politica di riduzione del danno, con alcune innovazioni rispetto alla consuetudine.

1. Preferire sistematicamente la letteratura ad accesso aperto;

2. citare i documenti ad accesso aperto depositati negli archivi istituzionali e disciplinari anche quando ne è stata pubblicata una versione ad accesso chiuso;

3, quando il testo da citare è rilevante per le idee che contiene e non per l’autore, cercare un documento ad accesso aperto che riporti tesi analoghe, anche quando questo significhi menzionare il lavoro di un dottorando in luogo di quello di un’academic star;

4. se il testo ad accesso chiuso è insostituibile, non citarlo direttamente, ma citare le risorse ad accesso aperto che lo segnalano e lo schedano; se mancano, produrre una sua breve presentazione ad accesso aperto per l’uso della citazione, avendo cura di sottolineare, quando è il caso, che la risorsa è ad accesso chiuso e a pagamento, mentre avrebbe potuto non esserlo.

La citazione di seconda mano non solo lascia quasi invariato l’impatto citazionale del testo ma ha un altro, importante, pregio.

In un ambiente in cui l’informazione è fin troppo abbondante il curatore – o il battitore di piste alla Vannevar Bush – ha un ruolo creativo; indica da che parte voltarsi, riduce la complessità con criteri più raffinati e umani degli algoritmi basati sulla popolarità, produce idee nuove da nuove combinazioni di concetti già noti. Già soltanto per questo merita di essere riconosciuto.

Ma il curatore che segnala in accesso aperto una risorsa ad accesso chiuso, esponendone il contenuto, fa qualcosa di ancora più significativo: libera per l’uso pubblico della ragione una risorsa che era a uso privato, dice nella luce quanto è stato detto nelle tenebre, grida sui tetti quanto gli è stato sussurrato all’orecchio. In questo senso il vero studioso è lui: perché è lui che racconta ai cittadini del mondo quanto l’autore aveva riservato agli eletti selezionati da un carisma economico.

A tutti noi, quando abbiamo scritto la nostra tesi di laurea, è stato detto non era bello fare citazioni di seconda mano, perché ci si esponeva al sospetto di non aver letto i testi citati e al rischio di recepire le eventuali inesattezze della citazione copiata. La politica di citazione qui proposta innova questa regola, indicando una situazione in cui la citazione di seconda mano è doverosa, perché non è un segno della pigrizia del citante, ma di una scelta – spesso non del tutto consapevole – del citato, che parla a pochi e per interessi particolari quando potrebbe parlare a tutti e per interessi universali. La citazione di seconda mano renderebbe evidente che chi rinuncia a entrare in prima persona nella sfera pubblica deve rassegnarsi alla mediazione – non necessariamente benevola e accurata – di qualcun altro che si prende il suo merito. E che oggi l’uso pubblico della ragione, superati i limiti tecnologici ed economici dell’età della stampa, si fa nell’accesso aperto.

Questa proposta nasce dall’esperienza della comunicazione ancora prevalente nell’ambito umanistico e tenta di affrontare il problema della mancanza di reciprocità nel rapporto fra accesso aperto e accesso chiuso, in un mondo in cui buona parte della ricerca mainstream continua ad adottare la seconda opzione, spesso soltanto per mancanza di consapevolezza. Ci possono essere soluzioni migliori? La discussione è aperta.

–dnt

Tags:

Accessi: 502