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Se l’università può essere liberale

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What Creative Commons License should I use?1. CC-by o copyleft?

Molte istituzioni che patrocinano la scienza aperta consigliano licenze “permissive”, come la Creative Commons Attribution (CC-by) che lascia all’autore solo il diritto – morale e inalienabile negli ordinamenti europei continentali – alla paternità dell’opera e ne autorizza l’incorporazione e il riuso in oggetti proprietari.1 La licenza CC-by, considerata da molti la norma dell’open access, è la preferita da Plan S; quando il copyright può valere per i dati viene raccomandata, assieme all’ancor più permissiva CC-0, dall‘Open Research Data Pilot di Horizon 2020 (p. 10). È inoltre richiesta dalla Bill & Melinda Gates Foundation, da Wellcome Trust e da molti altri finanziatori pubblici e privati, e applicata – pare senza opzioni alternative – da piattaforme come Preprints.org. I motivi di questa preferenza sono chiari: la licenza CC-by è quella che rende più facile condividere e riutilizzare le opere che essa protegge, pur senza negare agli autori il dovuto riconoscimento.2

Le licenze Creative Commons, modellate sul software libero, sono concepite come una soluzione di ripiego – in mancanza di una riforma complessiva del diritto d’autore – per agevolare la condivisione in un ambiente legale ostile, che attribuisce diritti esclusivi, qualora non diversamente indicato, su tutte le opere dell’ingegno il cui autore non sia morto da almeno settant’anni.

Un testo non recente di Richard Stallman, disponibile anche in traduzione italiana, invita però a diffidare della generosità unilaterale.

The simplest way to make a program free is to put it in the public domain, uncopyrighted. This allows people to share the program and their improvements, if they are so minded. But it also allows uncooperative people to convert the program into proprietary software. They can make changes, many or few, and distribute the result as a proprietary product. People who receive the program in that modified form do not have the freedom that the original author gave them; the middleman has stripped it away.3

Una licenza che non obblighi a mantenere libero ciò che è derivato da quanto ricevuto espone il software a sorgente aperto al rischio di essere ri-incorporato in oggetti proprietari e riprivatizzato.4 Stallman, perciò, preferisce la più restrittiva General Public License, che autorizza a redistribuire, anche a fini commerciali, i programmi derivati dal codice da essa protetto solo a condizione di non alterarne la licenza. Come una pianta che si riproduce per  talea, così una porzione di codice GPL ricopiato altrove mantiene e propaga la sua natura, rendendo via via più rigoglioso il prato dei beni comuni.

Fuori dal mondo del software, la licenza che condivide con la GPL la capacità di propagazione non è la CC-by, ma la più restrittiva Creative Commons-Attribution-ShareAlike (CC-by-sa), tramite la quale l’autore rimane in controllo del modo in cui la sua opera e ciò che ne deriva sono distribuite.

Nel sistema del copyright, nato e pensato per l’età della stampa, la mediazione editoriale è a un tempo indispensabile e potenzialmente abusiva: il mediatore, infatti, si trova un una posizione che gli rende facile alterare, o negare, il rapporto fra l’autore e il pubblico della cui amministrazione è stato investito. Chi sceglie la licenza CC-by-sa, desiderando salvaguardare e arricchire il prato dei beni comuni, pone l’azione del mediatore sotto limiti rigorosi. Chi invece preferisce la CC-by si espone al rischio che mediatori ed elaboratori rapaci, pur traendo profitto dalla sua generosità, ne ostacolino la propagazione al pubblico. Ma quando la licenza CC-by è consigliata o addirittura imposta, gli autori sono invitati od obbligati ad abbandonare la cura per i beni comuni e per i diritti del pubblico all’arbitrio di sfruttatori futuri, sulle cui scelte non potranno esercitare nessun controllo.

Vale la pena sottolineare che raccomandare la pubblicazione ad accesso aperto non differisce dall’imporre una licenza particolare nel grado, bensì nella specie. Nel secondo caso, infatti, all’autore viene di fatto disconosciuta la titolarità originaria e piena del suo diritto, che comprende anche la facoltà di scegliere a quali condizioni rendere pubblica la sua opera.

il filosofo della scienza Michael Hagner si chiede se l’accesso aperto caldeggiato con tanto compiacimento dalle istituzioni dell’Unione Europea sia davvero l’attuazione di un ideale illuministico di emancipazione umana o non si riduca invece a un sistema di mercificazione del sapere entro un orizzonte esclusivamente economico:

Liberalità e apertura, in questo contesto, hanno due significati: come commons, l’OA rappresenta un bene universalmente disponibile; come merce (commodity), forma un gigantesco serbatoio di dati aperti  da cui coloro che godono dell’accesso alle tecnologie appropriate possono attingere perseguendo i propri interessi materiali.5

Non sarebbe difficile confutare Hagner se la licenza CC-by-sa, che permette agli autori di prendersi cura dei beni comuni contro mediatori e mercificatori parassitari pur senza proibirne gli usi commerciali, fosse quella generalmente indicata. La licenza CC-by, infatti, anche se consigliata in buona fede,6 si adatta assai meglio – in quanto sottrae agli autori l’interesse e la responsabilità del bene comune della scienza – a un sistema di sfruttamento economico privato, popolato da ricercatori proletarizzati  che transitano come sonnambuli dal publish or perish all’open or perish  consegnandosi a sfruttatori  vecchi e nuovi, in cambio di compensi non necessariamente ricchi e distintivi non necessariamente scientifici.

2. Liberalità: una questione universitaria

Sotto un diritto positivo che rende facile rivendicare la proprietà verso tutti e per sempre ma difficile donare a tutti e per sempre, l’invenzione di Richard Stallman e la critica di Michael Hagner inducono a distinguere fra due concetti di generosità:

  1. generosità  “debole”, per la quale l’autore rinuncia a tutti i suoi diritti alienabili;
  2. generosità “forte” o  liberalità per la quale l’autore mantiene alcuni diritti perché desidera che continui a operare anche in un ambiente nel quale l’appropriazione ha un effetto omnilaterale, mentre il dono solo bilaterale.

L’ultimo libro di Kathleen Fitzpatrick, Generous Thinking. The University and the Public Good, si chiede se, perché e come sia ancora raccomandabile e possibile, per l’università praticare la liberalità in un ambiente in cui è dovunque imposto il modello della competizione in luogo di quello del servizio.

In un mondo ipermediato, globalizzato e conflittuale,  leggere, scrivere, interpretare, discutere e in generale diventar consapevoli del modo in cui le rappresentazioni agiscono dovrebbe essere importante. Eppure, si crede che una laurea in scienze umane non serva assolutamente a nulla, quando serve assolutamente a tutto. La crisi delle scienze umane annuncia e precorre quella della ricerca di base in generale, almeno in un sistema così – catastroficamente – concentrato sull’utile immediato e puntuale da credere e far credere che quanto serve a tutto non serva, in effetti, proprio a nulla.

L’autrice riprende l’aggettivo generous da una critica di David Scobey, per il quale  le scienze umane potrebbero superare la loro delegittimazione solo bilanciando il loro atteggiamento agonistico con un nuovo generous thinking:, cioè con un risposta pubblicamente orientata e dunque pubblicamente giustificabile alla loro antica vocazione al servizio e all’ascolto di e per gli esseri umani – da tessitori di reti e non da guardiani di gabbie.

Esistenzialmente, anche gli umanisti accettano ciò che fanno professione di criticare: un’università basata su un individualismo competitivo ancorché eteronomo, il quale, in nome dell’amministrazione e della classificazione, li allontana dall’uso pubblico della ragione e li rende sempre più ingiustificabili e autoreferenziali. Non importa quanto le loro teorie siano radicali: il loro contenuto è indifferente, una volta  rinchiuso in “prodotti della ricerca” scritti non per essere letti ma per essere contati.

Gli umanisti e, prima di loro, le università, possono ancora permettersi di essere liberali? Soltanto a parole: esserlo sul serio – come riconosciuto da un rettore di un’università statale americana nominalmente vocata all’apertura e al servizio pubblico – nuocerebbe, distributivamente, alla loro competitività. Ma

che cosa potrebbe diventare possibile se riuscissimo a decidere che a essere davvero in competizione non sono le istituzioni di istruzione superiore bensì la visione dell’istruzione superiore come bene pubblico e la sua riduzione a responsabilità privata? E quali nuove mete potremmo prefiggerci se, alla ricerca di una fondazione comune in un rinnovato impegno per  l’istruzione superiore come bene pubblico, riuscissimo a riconoscere che le nostre istituzioni hanno bisogno di collaborare, di costruire collettivamente i sistemi e le competenze a tutte necessarie per far progredire il loro intero settore molto più di quanto ne abbiano di differenziarsi reciprocamente, arrampicandosi l’una sull’altra in una qualche messinscena accademica di The Hunger Games?

3. Insegnare, leggere e pubblicare in un’università liberale

Il ricercatore competitivo, specialmente se sottomesso a una valutazione della ricerca amministrativa e centralizzata, difficilmente troverà il tempo e il coraggio di sfidare le regole del gioco. E però, se riuscisse a farlo, gli sarebbe possibile insegnare, leggere e scrivere in modo più coerente con i valori che le istituzioni universitarie pubbliche spesso continuano a professare, sia pure in estemporanei miscugli che aggiungono l’ipercompetitività interindividuale  a una retorica di squadra che pare più vicina al calcio professionistico che alla VII lettera di Platone.

3.1 Insegnamento: una questione di giustizia

Il giovane americano non ha rispetto per nulla e per nessuno, per nessuna tradizione e per nessun ufficio, all’infuori che per la prestazione personale: questa è ciò che l’Americano chiama «democrazia». Per quanto la realtà possa comportarsi pur sempre in maniera distorta in rapporto a tale contenuto di senso, esso è però questo, ed è ciò che qui ci importa. Dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue conoscenze e i suoi metodi in cambio del denaro di mio padre, così come l’erbivendola vende a mia madre il cavolo. Tutto qui.7

L’università americana, come scriveva circa un secolo fa Max Weber, ha rappresentato precocemente l’insegnamento come una relazione contrattuale. Le nozioni – o  anche le competenze – sono computabili come i cavoli che si vendono al mercato, per la soddisfazione dei clienti in grado di pagarli: e ogni altro discorso è pubblicità, nel senso, commerciale, di propaganda economica. È possibile immaginare un’alternativa a questo modello che sia ultracontrattuale ma non esposta al rischio di trasformarsi in un benintenzionato indottrinamento?8

Trasmettere nozioni per una qualche utilità rimane  paragonabile al mercato ortofrutticolo, anche quando si traffica in verdure meno umili dei cavoli. Una didattica liberale non deve cambiare l’offerta: deve operare in una piazza alternativa a quella del mercato costituendo vincoli reciproci, di carattere etico, che, non esaurendosi in atti puntuali,  rendano possibile la conversazione e l’ascolto. In questo senso, l’insegnamento è in primo luogo una questione di giustizia.

Questa modalità dell’obbligazione – tale che non può  estinguersi tramite atti discreti di generosità ma va invece vissuta – è il cuore di The University in Ruins di Bill Readings. Nel tentativo di tracciare una via d’uscita dal pantano in cui l’università dell’eccellenza ha sprofondato l’istruzione superiore,  Readings considera ripetutamente al concetto di obbligazione e al suo nesso con la comunità. Il suo scopo, egli osserva, è “una riformulazione anti-modernista dell’insegnamento e dell’apprendimento come sedi d’obbligazione, come luoghi di prassi etica invece che come mezzi per la trasmissione di conoscenza scientifica. L’insegnamento, così, diviene responsabile rispetto a questioni di giustizia invece che rispetto a criteri di verità” (p. 154; corsivo nell’originale). Questa connessione fra obbligazione, etica e giustizia lo conduce al suo impegno al dissenso – la disposizione a rimanere in un disaccordo e dialogo ininterrotti  invece di forzare un falso e oppressivo consenso – e alla sua coinvinzione che “la condizione della prassi pedagogica sia, con le parole di, Blanchot, ‘un’infinita attenzione all’altro'” (161). Questa infinita attenzione è  un’obbligazione etica che non può essere estinta, la cui infinità è prodotta, in non piccola parte, dal nostro essere-in-comunità;  “l’obbligazione alla comunità”, osserva Readings, è “tale che ne siamo responsabili ma non le possiamo dare una risposta” (187).9

Readings rappresenta ancora l’università, “americanamente”, come una fornitrice di prodotti umani, quali, secondo la sua interpretazione, il soggetto repubblicano di Kant, la cultura nazionale di Humboldt, poi frammentata, secondo i nuovi gusti della clientela, nella pluralità degli studi culturali, e infine l’eccellenza vuota della burocrazia che anche K. Ftizpatrick desidera sfidare.10 L’insegnamento universitario era e dovrebbe ridiventare una questione di giustizia proprio perché il suo scopo non è confezionare risorse umane per il mercato del lavoro, consegnando merci nozionistiche scolasticamente impacchettate, bensì spacchettare questi nozioni allo scopo di discuterle e di superarle, cioè di farne oggetto di dissenso. Perché la cultura – come narra un’antica allegoria – comincia col dissenso, e nel dissenso vive.

A che serve questa impostazione, che è rivoluzionaria solo in senso astronomico? Serve a non servire: in un mondo costruito perché si dia per scontato che l’orizzonte ultimo sia una competizione vuota, la coltivazione istituzionale del dissenso può aiutare tutti a immaginare alternative a una vita automatica programmata secondo il verbo di economisti morti.11

3.2 Lectio: una relazione ermeneutica

Le lectiones universitarie sono nate come letture, in una cultura manoscritta per la quale i testi erano opere d’arte rare e preziose. Quando, però, le scritture si producono industrialmente diventa facile credere che anche i lettori possano essere formati e valutati altrettanto industrialmente, tramite procedure e test standardizzati.

Sotto questo regime, la lettura s’intende come  prassi utilitaristica, volta a estrarre da un testo la Risposta, tale da poter essere espressa in conformità col resto di  una classe, la totalità dei cui componenti cerca di riecheggiare i desideri dell’istruttore o degli autori del test. Non solo non c’è spazio per l’interpretazione in un qualche senso ampio e creativo; non c’è spazio per niente oltre l’ansia per le conseguenze delle risposte sbagliate. L’esito, come risulta dall’indagine di Timothy Aubry, è ridurre l’atto complesso di confrontarsi con un difficile testo letterario e negoziarne i significati ad “afferrarlo”. ‘Afferrarlo’ assimila, naturalmente, l’atto dell’interpretazione  a quello della consumo… una volta “afferrato” il libro il nostro lavoro si presume finito e possiamo rilassarci. Lo abbiamo in nostro possesso, il che significa che siamo ora fra gli eletti e abbiamo perciò titolo ad apprezzare quanto è diventato di nostra proprietà senza ulteriori sforzi.” Ma modi di confronto testuale più sofisticati richiedono forme di privilegio culturale da cui molti lettori sono stati esclusi. Idealmente, il ruolo degli studiosi è aiutare a combattere con testi difficili e far conoscere il piacere che può derivare da questa battaglia. Questo è, in effetti, il ruolo che recitiamo in aula: è possibile fare la stessa parte anche col più ampio pubblico dei lettori?

Ermeneuticamente, i testi scientifici e letterari sono prospettive sul mondo che aiutano chi si impegna nella loro comprensione a conoscere se stesso: farne oggetto di estrazione meccanica d’informazione significa ridurli a trasmettitori di opinioni predeterminate da chi, imponendole come un Humpty Dumpty tecnocratico, ha già deciso che cosa significano le parole.12

Uno studioso liberale, di contro, legge in pubblico, ma non allo scopo di smerciare agli altri dei significati per loro altrimenti inattingibili, bensì per metterli in grado di confrontarsi direttamente coi testi. Costruire con gli altri un simile spazio di discussione richiede però tempo, e, soprattutto, un impegno etico incompatibile con la macchina burocratica della produttività accademica.

3.3 Lavorare in pubblico

L’impegno etico a parlare in pubblico come studiosi si ritrova nei principi originari del movimento per l’accesso aperto, che si proponeva di far convergere la riduzione dei costi di pubblicazione e distribuzione determinata dalla rivoluzione digitale13 con la tradizione della gratuità e pubblicità della comunicazione scientifica.

Insegniamo come abbiamo ricevuto insegnamento, pubblichiamo  come impariamo dalle pubblicazioni altrui. Non possiamo ripagare quanti sono venuti prima di noi, ma possiamo dare e diamo a quanti vengono dopo. La nostra partecipazione a una comunità di ricerca etica e volontaria è fondata sulle obbligazioni a cui siamo reciprocamente tenuti.

Queste obbligazioni non sono contrattuali come quelle di chi si considera al servizio di chi lo paga, bensì propriamente pubbliche, cioè verso tutti. Il loro ambiente non è un gruppo particolare, ma quanto Kant avrebbe chiamato la società dei cittadini del mondo.

Le organizzazioni particolari, anche quando si sforzano di essere etiche e inclusive, non possono superare i loro limiti e sono proclive a comportamenti opportunistici per gli interessi immediati dei loro membri e le pressioni dell’ambiente. Pensarsi come parte di una società solo ideale non è una debolezza ma una forza, perché invita a fare uso pubblico della ragione tentando di parlare a tutti e nell’interesse di tutti, invece che ad alcuni e nell’interesse proprio.14

La moneta con cui si pagano i debiti verso il futuro è però impalpabile, perché non consiste nel ripetere la scienza del passato, ma nel ripensarla e rimetterla in discussione come un problema non del tutto risolto, per un futuro ancora non del tutto determinato. Un sistema che si vantava di sapere amministrare tutto senza doversi meravigliare di nulla ha preferito allontanare gli studiosi da questo modo aperto di saldare i debiti, per puntare invece sui titoli derivati della ricerca: le cosiddette “pubblicazioni”, il cui valore non sta nei contenuti, che possono rimanere non leggibili né letti, ma nei metadati dei contenitori – le riviste, i libri – in cui sono confezionati. Potremmo pagare con tutto, e invece paghiamo con niente, cioè con testi non esigibili perché – salvo particolari emergenze – inaccessibili ai più e spesso privi di valore d’uso, in quanto orientati da sistemi di valutazione amministrativi di cortissimo respiro.

Questi titoli, per Kathleen Fitzpatrick, non sono soltanto tossici: sono un contributo al proprio suicidio. Rendersi esclusivi in nome di un prestigio amministrativamente definito significa abituare il pubblico a fare a meno di noi.

This is, at its most benign, a self-defeating attitude; if we privilege exclusivity above all else, we should not be surprised by the limited circulation that results. And whatever the prestige market might suggests, it is when our work fails to circulate that its value truly declines. As David Parry has commented, “Knowledge that is not public is not knowledge.” It is only in giving that work away, in making it available to the publics around us, that we produce knowledge.

È incoerente deplorare il populismo o l’ignoranza, o levare – come profeti biblici di piccolo cabotaggio – indeterminati lamenti contro la dittatura telematica prossima ventura, quando noi stessi, alla ricerca dell’editore amministrativamente o socialmente prestigioso, abbiamo omesso di navigare nella rete per amore di sapere, abbandonandola a specialisti e bot similmente a caccia d’attenzione. Quando smerciamo, quali “prodotti della ricerca”, visioni del mondo d’effetto, anziché battere piste, tessere reti, aprire orizzonti e discutere possibilità, contribuiamo alla demolizione del nostro senso, privatizzando un uso della ragione che può essere libero e aiutare tutti a liberarsi solo se è e rimane pubblico.

4. Lucus a non lucendo: l’università

L’università della competizione e dell’eccellenza si legittima con un’esclusione e un’illusione. L’esclusione consiste nel rendere artificiosamente scarso un bene, il sapere, di per sé né escludibile né rivale; l’illusione nel gioco di prestigio che ci induce a rappresentarci come eccezionali, ma per sottrazione – nascondendo cose altrimenti visibili – e non per addizione.15

Una legittimazione di questo tipo, per un’istituzione che ha bisogno di pubblico riconoscimento, non è solo un tradimento rispetto ai suoi valori di facciata: è un lento suicidio. Quanto più l’università nasconde quello che fa, quanto più si fa rinchiudere entro barriere artificiose, tanto più incoraggia chi ne è escluso a rappresentarla come un’élite corrotta, pretenziosa, autoreferenziale e sostanzialmente inutile. La cultura non è come una Ferrari che si può sfoggiare per l’invidia di chi non ce l’ha: può essere apprezzata ed efficace solo se viene condivisa. E per far capire che il sapere serve assolutamente a tutto, questo “tutto”, che trascende l’orizzonte del calcolo, deve essere accessibile a tutti. E, per converso, la libertà dell’uso pubblico della ragione non aiuta a ragionare soltanto gli altri: aiuta a ragionare anche lo studioso soprattutto se l’espone a critiche non trattenute da timori reverenziali. Perché dunque aggiungere ostacoli economici e sociali a un compito affetto dal rischio ippocrateo e già di per sé difficile?16

A integrazione della conferenza weberiana, alle radici dell’università americana c’è anche una tradizione democratica potenzialmente diversa da quella elitistica e da quella mercantile. Furono infatti proprio gli Stati Uniti ad applicare interamente il disegno di Humboldt, conferendo all’università, tramite l’assegnazione di terre demaniali con i Morrill Land-Grant Acts (1862, 1890), anche un’indipendenza economica che il regno prussiano si era fin dall’inizio guardato dal riconoscerle. Questa devoluzione, ricorda K. Fitzpatrick, non aveva lo scopo di creare istituzioni per formare un’élite di leader, ma di istruire comunità. Una democrazia, infatti, è forte non in primo luogo perché ha dei leader forti, ma perché è abitata da un popolo forte. Chi ha trasformato le università in organizzazioni iperburocratiche che offrono una formazione “d’eccellenza” ai pochi e un addestramento acritico ai molti ha contribuito – involontariamente? – alla crisi della democrazia e alla delegittimazione della scienza.

Kathleen Fitzpatrick pensa che l’università posso ritornare a essere servizio pubblico solo se cambia e fa cambiare i criteri della sua valutazione, orientandoli verso collegialità, qualità, equità, apertura e comunità. Ma è anche consapevole che qualsiasi parametro è esposto al rischio di contare quanto può essere contato a scapito di quanto non può essere ridotto a numero – a partire dalla libertà della scienza e del suo insegnamento.17

Le comunità di conoscenza che si pretende di ridurre a misura – lo rivela la stessa legge di Goodhart18 – sono molto più complesse dei loro modelli amministrativamente costruiti: e proprio per questo, perfino con le migliori intenzioni, ogni indicatore assunto d’autorità per valutare didattica e ricerca è strutturalmente dispotico e retrogrado. Ma, fermo restando – scrive K. Fitzpatrick – che dovrebbe essere chi lavora all’università  a operare per trasformarla in un bene pubblico, che alternativa abbiamo?

5. Pubblicità: una questione di licenze

Perché Generous Thinking non rimanga un appello ai buoni sentimenti19 da affogare nella burocrazia, dobbiamo chiederci se sia possibile fare qualcosa di più e di diverso dal cambiare i criteri della valutazione, centralizzata20 o distribuita che sia, senza però mutarne la natura amministrativa.

Comunque la concepiamo – una comunità del dissenso, un luogo nel quale trattare la scienza come un problema ancora non del tutto risolto, o l’opposizione istituzionale al governo – un’università che intenda se stessa come servizio pubblico ha bisogno di uno spazio effettivo di pubblicità – spazio che attualmente non è garantito dallo stato, com’era nel disegno di Humboldt,21 né, tanto meno, offerta dal mercato.

Lo stato, anche quando, in paesi diversi dall’Italia, riconosce qualche diritto agli autori scientifici, sembra troppo debole per comporre una riforma organica del copyright, e preferisce procedere, sotto la pressione dell’una o dell’altra lobby, fra eccezioni e privilegi, così da rendere ulteriormente complessa una materia che, non essendo più riservata a editori e scrittori di mestiere, dovrebbe invece essere semplificata. E quando interviene sull’università, lo fa imponendo modelli amministrativi che ne manifestano la sudditanza alle ideologie economiche dominanti. Il mercato, coerentemente, è un’aggregazione di monopoli – del valore scientifico, in piccolo, e, in grandi, della nostra socialità e cultura – i cui dati e metadati sono elaborati per vendere manipolazione e sorveglianza. Non sorprende che l’università americana dei Land Grant Acts sia stata risucchiata nel modello del capitalismo privato e quella europea nel capitalismo di stato, come rappresentato da Max Weber più di cento anni fa.

Il sapere ha bisogno di un nuovo Land Grant immateriale, in una situazione in cui lo stato sembra incapace di concederlo, all’americana, o di garantirlo, all’europea. Per questo, perfino in un momento in cui la letalità della valutazione della ricerca basata sull’accesso chiuso e sulla bibliometria commerciale appare evidente anche nei paesi più ricchi, la questione delle licenze rimane essenziale. L’uso consapevole del diritto d’autore permetterebbe infatti agli studiosi di mantenere ed espandere uno spazio effettivo di pubblicità senza doverlo attendere, graziosamente, da altri e offrirebbe all’università intesa come servizio pubblico la possiblità di contribuire a formare il popolo forte di cui ha bisogno la democrazia.

Creando fonti d’informazione e mezzi di comunicazione che nessuno possiede o controlla in modo esclusivo, l’economia dell’informazione in rete elimina alcune delle più fondamentali opportunità di manipolazione nei confronti di quanti dipendono dall’informazione e dalla comunicazione da parte di chi possiede i mezzi di comunicazione primari e di chi produce le forme culturali di base.22

Per ottenere una simile indipendenza, però, non basta un’economia. Nel caso del software libero il suo stesso successo ha reso poroso il fronte che divide la proprietà intellettuale dai commons del sapere, ma per lo più in modo diverso da quanto scriveva Yochai Benkler nel 2006.23 Le aziende, come temuto da Michael Hagner per la ricerca in generale, hanno infatti elaborato strategie di incorporazione per imbrigliare i suoi processi di produzione comunitari e per mercificarne il prodotto. Strategie simili, costruite per esempio sul commercio di metadati anche a proposito di oggetti che sono o potranno diventare gratuitamente accessibili, sono in corso di applicaziione anche su testi e dati scientifici.

La licenza CC-by si limita a spostare lo sfruttamento privato del lavoro gratuito e finanziato da denaro pubblico dai testi ai metadati e alle opere derivate.  Gli studiosi indotti ad adottarla rischiano di continuare a lavorare gratis, o peggio, perché altri, in un ambiente legale sempre più favorevole a mediatori, sfruttatori e rentier, continuino a trarne privato profitto.

Occorre espandere lo spazio dei beni comuni dell’informazione così da includervi nuove risorse intellettuali, sia tramite piattaforme di pubblicazione bibliotecarie e universitarie, sia tramite licenze “generose” nel senso forte del termine. Quelle assimilabili alla GPL, proprio perché, a differenza del copyright, non producono rendite e sanno propagarsi fuori dal circuito dello scambio,24 rimangono le più adatte a questo scopo. Tutti possono usare, migliorare e accrescere secondo i propri interessi il materiale da esse protetto, ma solo a condizione che il suo sviluppo, se pubblicato, rimanga pubblico come ciò da cui hanno attinto.

Esiste, ormai, molta letteratura sulla mercificazione della ricerca: ma ogni volta che aggiungiamo alla licenza CC-by la clausola share alike  facciamo qualcosa di più. Contribuiamo, cioè, alla de-mercificazione del sapere25 – compito, questo, che un’università liberale dovrebbe assumere, se non come un obiettivo,26 almeno come un oggetto di discussione.27

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È possibile un’ “educazione alla pubblicità”?

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Mani alzate L’articolo di Romina Perni È possibile un'”educazione alla pubblicità”? Una riflessione sul progresso in prospettiva kantiana affronta l’importante tema dell’uso pubblico della ragione, con la sua funzione di emancipazione umana e di controllo del potere, per chiedersi se alla pubblicità della discussione scientifica e giuridica sia possibile educare. La sua lettura di Kant, influenzata dalla prospettiva di Hannah Arendt, si sviluppa su tre questioni:

1. È possibile concepire un’educazione alla pubblicità, in quanto educazione pubblica al senso del diritto e una cittadinanza consapevole?

2. Se sì, che ruolo può avere, collettivamente, nel progresso giuridico del genere umano?

3. In che modo può esserne coinvolto, distributivamente, il singolo come essere libero?

Il testo è liberamente disponibile su Zenodo, nella comunità del “Bollettino telematico di filosofia politica”.

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Disintossichiamoci. Sapere per il futuro

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Trionfo della morte: particolareUna lettera aperta al presidente del consiglio professor Giuseppe Conte, al ministro dell’università e della ricerca professor Gaetano Manfredi e alla ministra dell’istruzione onorevole Lucia Azzolina

Stiamo vivendo una situazione senza precedenti almeno dal secondo dopoguerra, che mette a rischio non solo la nostra salute personale ma anche l’assetto economico, giuridico e culturale della nostra forma di vita. Difficile, nella tragica emergenza di persone che muoiono e di ospedali che scoppiano, ragionare a mente lucida sulle cause, affrontare i mille problemi di ogni giorno e soprattutto tentare pronostici sul futuro, che appare incerto e minaccioso. Ma è proprio questa esperienza inaudita che ci spinge a tornare con forza sulle questioni sollevate dall’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro, ormai forte del consenso di circa 1400 firmatari,1 che tra le diverse azioni in programma vede l’organizzazione di un controvertice in occasione della 2020 EHEA Ministerial Conference, snodo del programmatico monitoraggio del Processo di Bologna, prevista per il 23-25 giugno a Roma e rinviata al 18-20 novembre a causa dell’emergenza sanitaria.

In queste settimane l’insostenibilità delle politiche europee di stampo neoliberale si è imposta in maniera drammatica. Decenni di tagli finanziari, privatizzazioni rapaci, attacchi convergenti ai beni comuni hanno reso ancora più difficili le ore che stiamo vivendo. Solo sforzi mai visti del personale sanitario hanno limitato i danni di un miope, sistematico e capillare definanziamento della sanità pubblica, parallelo a quello di altri settori altrettanto vitali per lo sviluppo civile e democratico del Paese: istruzione, università e ricerca. Si pensi solo alla carenza di medici dovuta alla scelta di imporre (e a quanto pare di conservare) il numero chiuso a medicina, invece di adeguare il numero dei docenti a un’esigenza evidentemente cruciale. Oggi più che mai serve un drastico mutamento di rotta.

“Niente sarà più come prima”, ripetono tante voci in questi giorni, con una formula ormai triturata dalla grande macchina del senso comune. Ma tutto dipenderà dalla direzione in cui ci muoveremo. Se non avremo la forza di aprire subito una fase radicalmente nuova, mettendo in discussione i dogmi, le strategie e le narrazioni egemoni del nostro tempo, i danni di una politica che assoggetta la conoscenza all’economia rischiano di diventare irreversibili. Con un paradosso solo apparente, la trasformazione della conoscenza in asset produttivo, nel quadro dell’«economia più competitiva e dinamica al mondo» (così la strategia di Lisbona, poi Europe 2020), ha finito infatti per svilire la conoscenza stessa, asservita a logiche concorrenziali e all’unica razionalità riconosciuta come tale: il mercato. Lo attesta la convergenza tra vertici accademici e industriali (determinante in Europa il peso della European Roundtable of Industrialists, ma esemplari da noi i vari protocolli d’intesa Crui-Confindustria, Cnr-Confindustria ecc.) e più in generale un assetto ideologico che ha distrutto le logiche interne ai vari saperi, l’uso pubblico della ragione che è proprio della scienza e l’idea stessa di comunità di pari, legittimando una «alleanza oligarchica tra scienza e ricchezza» (Rancière 2005) che spezza il patto fiduciario tra cittadini e conoscenza. È questo patto che oggi dobbiamo ricostruire. Ne va della tenuta democratica di un intero Paese, minacciata non solo dalle cosiddette democrazie illiberali ma anche da forme più subdole e capillari di erosione dei diritti e di controllo della conoscenza, nel quadro del cosiddetto capitalismo della sorveglianza.

Oggi, in un mondo che sta rivelando la sua drammatica fragilità, si levano forti le voci per un’inversione radicale delle strategie economiche, fuori dalla stretta delle politiche di bilancio europee e per un nuovo welfare universalistico, con un investimento pubblico che garantisca la tenuta del sistema, a vantaggio del bene comune. Non mancano però vari segnali preoccupanti, che l’emergenza in corso rende ancora più evidenti:

1. Nell’orizzonte autoreferenziale del governo dell’università, lascia sgomenti l’ottusa cecità con cui si manda avanti un’impresa controversa e dispendiosa come la nuova Vqr: scelta sensata solo per chi crede fideisticamente alla valutazione come a «un valore in sé», o, ancor peggio, si adegua alla superfetazione di un ordinamento amministrativo (così in una recente intervista il presidente dell’Anvur) che viola sistematicamente sia la libertà dell’arte, della scienza e dell’insegnamento, sia la riserva di legge prevista dall’articolo 33 della Costituzione, per cui appunto, con buona pace della responsabilità e della sua etica, fiat justitia etsi pereat mundus.

2. In questi giorni preoccupa anche l’opportunismo – e a tratti il cinismo – con cui vertici istituzionali e portatori di interessi prendono posizione sulla didattica a distanza, che docenti di ogni ordine e grado stanno praticando con straordinaria generosità, dedizione e competenza, nel tentativo di garantire agli studenti il diritto al sapere sancito dalla Costituzione. Il rischio è che una prassi imposta da ragioni di forza maggiore venga giudicata con ingenuo entusiasmo o, peggio, trasformata in una sorta di sperimentazione forzata, dietro la quale traspaiono finalità del tutto estrinseche ai diritti degli studenti e alle funzioni didattiche dei docenti. Da un lato l’acritica celebrazione di pratiche e tecnologie «innovative», dall’altro l’ennesima valorizzazione in termini economici di beni comuni come la scienza e l’istruzione. È facile prevedere, infatti, che la didattica a distanza possa diventare il nuovo business di quelle corporation tecnocratiche che sono ormai le nostre università, magari con un doppio canale che scaverà ulteriormente il solco delle diseguaglianze sociali: da un lato lezioni in presenza riservate a studenti privilegiati, in grado di pagarsi un corso fuori sede, dall’altro corsi online destinati a studenti confinati dietro uno schermo, che pagano ugualmente le tasse ma che non gravano su strutture e costi di gestione, con tutti i limiti di un apprendimento di bassa qualità evidenziati anche a livello internazionale. Ancora una volta, peraltro, i costi dell’operazione verrebbero scaricati soprattutto sul personale universitario, costretto a improvvisare competenze e a svolgere mansioni che comportano un notevole aggravio in termini di tempo lavorativo, come tanti docenti stanno sperimentando in questi giorni. Se insomma le risorse tecnologiche vanno accolte con sguardo laico e flessibilità operativa, senza alcuna chiusura pregiudiziale, è ovvio che la teledidattica, utilissima in condizioni di emergenza, non potrà né dovrà sostituire l’insegnamento basato sull’interazione faccia a faccia e l’idea stessa di universitas in quanto luogo fisico e umano, luogo politico di incontro, dialogo e anche conflitto, dove soggetti in carne e ossa non si limitano a trasferire competenze ma mettono a confronto idee, modelli di sapere e visioni del mondo.

3. D’altra parte, gli improvvidi entusiasmi (o gli occhiuti calcoli) sulla didattica a distanza nascondono il fatto che molti di questi insegnamenti, salvo eccezioni  e iniziative volontarie, sono affidati a sistemi proprietari in mano a multinazionali come Google e Microsoft e a datacenter esteri, con una leggerezza forse giustificabile per l’urgenza ma comunque preoccupante, non solo perché la funzione didattica, come quella giudiziaria, maneggia dati sensibili, ma soprattutto perché chi possiede i nostri dati e costruisce il nostro ambiente di lavoro ha anche il potere di determinare le nostre scelte (si veda, a proposito di oligopolisti ben meno potenti di Google e Microsoft, un’analisi di SPARC, Scholarly Publishing and Academic Resources Coalition, 2019). È una questione cruciale che investe tutto il mondo della scienza e della ricerca. Si dice che la valutazione di Stato sia un modo per giustificare la spesa pubblica agli occhi del contribuente, come se il contribuente avesse bisogno di inaffidabili e oscure classifiche basate su costosi dati proprietari in mano a oligopolisti dell’editoria in conflitto di interessi (Scopus di Elsevier) o a fondi di investimento e banche d’affari (Clarivate Analytics, meglio nota come ISI). Perfino l’autoritaria Cina ha preso atto che la valutazione di Stato, fondata sul Journal Impact Factor smerciato dall’ex ISI, favoriva gli interessi di ricerca del mondo anglosassone e rallentava la diffusione del sapere in tempi in cui la sua pubblicità è più urgente che mai. Nel frattempo, per l’emergenza Covid-19, si moltiplicano gli appelli a rendere la letteratura scientifica accessibile (si veda solo la dichiarazione della International Coalition of Library Consortia, firmata, in Italia, dal professor Stefano Ruffo, coordinatore della Commissione Biblioteche della CRUI).2

È questa dunque l’occasione per riflettere sulla sanità di un modello di «pubblicazione» mercantile che privatizza i nostri testi, rendendone la lettura sproporzionatamente costosa, e sull’ipocrisia di aprirli solo in occasione di epidemie che colpiscono anche la parte ricca del mondo. La via costituzionale per pagare il nostro debito verso il contribuente è infatti molto semplice: non togliere, ma dare più libertà ai ricercatori; e dunque rendere accessibile a tutti il nostro lavoro. In Senato, presso la commissione 7, è arenata una proposta di legge firmata dal deputato Gallo che riconosce agli autori scientifici italiani, sia pure con alcuni limiti, il diritto, paragonabile a quello già goduto dai ricercatori francesi, tedeschi, belgi e olandesi, di mettere gratuitamente a disposizione del pubblico il loro lavoro anche edito, trascorso un periodo di tempo non superiore a un anno.

Alla luce di tutto questo, in forza del consenso ricevuto da tanti colleghi, come promotori dell’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro rivolgiamo queste richieste al presidente Conte, al ministro Manfredi e a tutti i vertici istituzionali del comparto università e ricerca:

  1. Sospendere immediatamente – come si sta facendo in Francia e in Gran Bretagna per gli analoghi esercizi –  la procedura della Vqr, con il proposito di farne oggetto, a tempo debito, di un dibattito pubblico ormai indispensabile. Continuare, nelle condizioni attuali, con tanti atenei chiusi, il personale isolato e anche le amministrazioni ormai dislocate in telelavoro, comporterebbe infatti un dispendio organizzativo insensato e un insostenibile aggravio per docenti, tecnici e funzionari, impegnati su tutti i fronti per garantire il funzionamento dell’università.
  2. Considerare la didattica a distanza un’opzione del tutto eccezionale per far fronte all’emergenza in corso, che si potrà sfruttare per migliorare la qualità dell’insegnamento ma senza forzature o frettolose fughe in avanti. In questi giorni molti interventi su giornali, blog o riviste online testimoniano un grande interesse per la questione, che non dovrà essere affrontata con le soluzioni opache e verticistiche a cui purtroppo ci siamo abituati ma con un coinvolgimento ampio e partecipato di tutta la comunità universitaria, vista nella sua complessità, eterogeneità e compresenza di prospettive diverse, che devono essere raccolte e valorizzate. Sottolineare certi rischi non significa rifiutare con piglio apocalittico l’innovazione tecnologica ma subordinarla alle priorità inderogabili della didattica: dunque utilizzarla con profitto, sensibilità e intelligenza ma in forma rigorosamente sussidiaria rispetto all’insegnamento in presenza, che deve rimanere la norma e non diventare un privilegio.
  3. Allineare l’Italia alle pratiche di scienza aperta già presenti in Europa e nei principali Paesi europei, e dunque nell’immediato:
    1. Approvare senza ulteriori indugi la proposta di legge Gallo, a dispetto dei suoi limiti, con il proposito di estenderla alle monografie finanziate con fondi pubblici e di riconoscere all’autore la libertà di sottoporre il testo a licenze copyleft.
    2. Promuovere e finanziare lo sviluppo di piattaforme teledidattiche basate su software libero, sullo sviluppo di competenze informatiche locali e sulla custodia attenta dei dati di studenti e docenti.

Convinti della bontà di queste istanze, ribadiamo con forza la nostra idea di un’università pubblica, aperta e plurale, di una scienza libera fondata sull’uso pubblico della ragione e di una società che garantisca pienamente, di diritto e di fatto, il rispetto degli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione.

I promotori dell’appello:
Valeria Pinto
Davide Borrelli
Maria Chiara Pievatolo
Federico Bertoni

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“In difesa dell’autonomia della ricerca e della didattica”

Serment du Jeu de Paume - DavidPiù di 2700 ricercatori francesi stanno presentando una candidatura collettiva alla presidenza della locale autorità di valutazione della ricerca pubblica (HCERES) allo scopo di “riappropriarsi del controllo e del senso del proprio lavoro”, nella convinzione che la valutazione della ricerca non spetti all’uso privato di un’autorità amministrativa particolare, bensì all’uso pubblico della ragione  come si svolge, collettivamente, nella comunità degli studiosi nel suo insieme.
Ecco la traduzione italiana della versione francese del loro manifesto Candidature collective à la présidence du HCERES., ora ripubblicata anche su Roars.

È eufemistico affermare che le riforme del nostro sistema di ricerca compiute, in nome dell’eccellenza, nel corso degli ultimi quindici anni non hanno avuto gli effetti attesi. Pur ambendo a rafforzare la potenza scientifica della Francia, hanno  solo – secondo l’indicatore scelto dai riformatori stessi – fatto calare il numero delle pubblicazioni francesi in rapporto a quelle mondiali. Non c’è da stupirsene: le statistiche che stimano gli effetti degli interventi pubblici mostrano che la quantità delle pubblicazioni scientifiche è proporzionale agli investimenti nella ricerca, ma è praticamente insensibile alle riforme strutturali. Eppure, in questi quindici anni, l’impegno finanziario si è concentrato sull’istituzione di una nicchia fiscale, il Credito d’Imposta per la Ricerca, pensata per aggirare il divieto europeo di aiuti pubblici diretti alle imprese. La stima del suo impatto sulla ricerca da parte di  France Stratégie è senza appello: il suo effetto-leva sugli investimenti privati è… negativo.

Le riorganizzazioni dell’università e della ricerca hanno inoltre effetti sistemici profondi, osservabili però solo se non si considera la computazione bibliometrica, bensì la creazione e la trasmissione di sapere. Le riforme strutturali hanno condotto a un declino della qualità e dei requisiti di qualità della produzione scientifica, di cui i molteplici casi di frode sono solo la parte più visibile. Questa crisi istituzionale del mondo della ricerca è tanto più drammatica in quanto sopraggiunge in una fase di crisi sociale, climatica e democratica risolvibile solo tramite un’opera di produzione, trasmissione,  critica e  conservazione della conoscenza.

Poiché si fonda sull’orizzonte comune della ricerca della verità, la scienza presuppone l’autonomia di studiosi, ricercatori e docenti universitari rispetto ai poteri da cui il suo esercizio dipende, siano essi politici, economici o religiosi. Questa libertà accademica non deve essere pensata come un’assenza d’impedimento, bensì come una libertà positiva, da garantirsi con mezzi efficaci. Il suo risveglio deve cominciare con una riaffermazione delle condizioni pratiche di questa autonomia.

La prima condizione è finanziaria: per incoraggiare inventività e creatività, è indispensabile dotare la ricerca  di finanziamenti ripetuti nel tempo, rompendo perciò con la modellazione burocratica della scienza tramite bandi per progetti di ricerca a breve termine, che favoriscono conformismo  e  ricerche incrementali.

La seconda condizione riguarda un’altra risorsa preliminare alla ricerca: il tempo. Per conservare la biodiversità necessaria a un ecosistema di ricerca fiorente, occorre garantire istituzionalmente la possibilità di fare ricerca in tempi lunghi. Una selezione spenceriana promossa dall’alto, fatta di frammentazione e contrattualizzazione generale delle condizioni di lavoro, uccide questa diversità e fa perdurare la crisi qualitativa. La soluzione consiste in un reclutamento di qualità che offra posizioni permanenti, condizione per attirare ricercatori giovani e personale tecnico, così da arricchire costantemente il sistema di idee e aspirazioni nuove.

La terza condizione è ridurre la divisione del lavoro scientifico, vale a dire rigettare la separazione – che ha costituito una burocrazia rigidamente definita – fra responsabili amministrativi che detengono il potere e ricercatori e docenti universitari espropriati e ridotti a meri esecutori. È essenziale sottoporre a revisione le strutture di valutazione accumulate l’una sull’altra in quindici anni  e quantificare i loro costi operativi per liberare risorse tramite la soppressione di stratificazioni inutili o addirittura dannose.

Nella prassi, da secoli, i requisiti di qualità e originalità delle opere scientifiche sono garantiti dalla norma della controversia collegiale (la disputatio dei classici), vale a dire dalla discussione libera e in contraddittorio entro la comunità dei pari. Questo principio di gratificazione sociale fondato sul riconoscimento del valore intellettuale delle opere è irriducibile ad una “valutazione” amministrativa che riposi su un sistema di regole quantitative esterne, determinate dagli interessi degli investitori: ogni metrica normativa smette rapidamente di essere una mera misura per diventare essa stessa l’obiettivo da raggiungere.  Qualsiasi commissione di supervisione, di reclutamento o di promozione deve quindi essere obbligata a fondare le sue deliberazioni sulla lettura delle opere e non su una valutazione quantitativa. Perché queste deliberazioni siano fattibili e credibili, il numero di opere da sottoporre a esame va drasticamente limitato.

Infine, l’autonomia del mondo della ricerca ha bisogno di ristabilire criteri di valutazione scientifica rigorosi, che tengano conto delle specificità contemporanee. È urgente restituire il controllo delle riviste scientifiche alla comunità dei ricercatori e spodestare l’oligopolio editoriale su cui le attuali discipline di valutazione trovano fondamento tecnico ed economico.

Per metter mano a queste riforme, ci candidiamo alla presidenza dell’istituzione incaricata di definire le norme e le procedure che regolano, organizzano e determinano la produzione scientifica: l’HCERES. La nostra candidatura collettiva mira a far rivivere i principi fondativi di autonomia e responsabilità degli scienziati. Non ci può essere un’amministrazione separata con un “presidente” che sovrintenda a queste procedure: è l’insieme della comunità degli studiosi che deve presiedere alla valutazione qualitativa della sua produzione.

Senza autonomia della ricerca non c’è futuro.

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Paolo Bodini, Liberalismo e voto obbligatorio

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Pieter Bruegel il vecchio
Se il “Bollettino telematico di filosofia politica” fosse una rivista di classe A e riconoscesse l’autorità scientifica della valutazione di stato italiana, avrei avuto motivo di negare a Paolo Bodini il suo punto-fedeltà da spendere nell’emporio della carriera, perché la sua tesi non ha convinto né il professor Roberto Giannetti né me. Per noi però la valutazione amministrativa non è né scientifica né costituzionale: per noi le “pubblicazioni” che onorano il loro nome sono e dovrebbero rimanere pubbliche proposte di discussione, punti di partenza e non fini del cammino della ricerca. Abbiamo dunque deciso di segnalare il testo, ma con alcune critiche che non vogliono essere una valutazione gerarchica bensì una prima e non definitiva risposta a un invito alla discussione che estendiamo a tutti i lettori.

L’autore – va riconosciuto a suo merito – è d’accordo con la nostra scelta: il suo testo può essere commentato paragrafo per paragrafo nella nostra sezione dedicata alla revisione paritaria aperta.

1. Voto obbligatorio o obbligo di affluenza?

Secondo Paolo Bodini, la crisi della partecipazione politica che affligge molte liberal-democrazie occidentali – Italia compresa – può essere risolta con il voto obbligatorio, o, più precisamente, con l’affluenza obbligatoria alle urne, pensata come un rimedio “all’inadeguata normazione del meccanismo elettorale, incapace di interpretare e fronteggiare l’atteggiamento dell’elettorato.”

È però questa soluzione rispettosa della libertà del cittadino, intesa sia nel suo senso propriamente liberale, negativo, sia nel suo senso democratico, positivo? Uno stato che professa sia il principio della limitazione della sua interferenza (libertà negativa), sia quello dell’autodeterminazione dei cittadini (libertà positiva) può coerentemente permettersi di obbligarlo a presentarsi alle urne?

L’autore risponde di sì: l’obbligo, infatti, non limita, contenutisticamente, la libertà perché quanto si può esprimere con l’astensione si può ugualmente e anzi più efficacemente comunicare in un regime di affluenza obbligatoria.

  1. Se non voto perché mi sento incapace di prendere una posizione, l’affluenza obbligatoria mi permette di rendere esplicito che decido di non scegliere.
  2. Se non voto perché rifiuto tutti i candidati o tutti partiti in lizza, presentarmi alle urne per rifiutare la scheda o, dove essa lo prevede, indicare che non mi riconosco in nessuno di essi, l’affluenza obbligatoria mi consente di esprimere la mia posizione e, con ciò, anche la mia maturità civica.
  3. Se non voto perché non mi interessa la politica, l’affluenza obbligatoria mi consente di rifiutare la scheda, trasformando semplicemente la mia indifferenza da passiva a attiva, entro un sistema, quale quello statale, la cui autorità è comunque completa o omnicomprensiva.
  4. Se non voto perché non accetto il regime vigente – per esempio perché sono anarchico – posso presentarmi alle urne e rifiutare la scheda, rendendo esplicita la mia protesta e cogliendo l’occasione per divulgare il mio ideale.

La stessa mitezza delle sanzioni previste per il mancato rispetto dell’obbligo è indice della natura “liberale” del suo scopo, che sarebbe “la difesa della partecipazione elettorale come strumento di autodeterminazione e di controllo del popolo sui governanti”.

2. Costringere a essere liberi?

Da un punto di vista storico, tuttavia, la partecipazione elettorale non è stata un obiettivo dei regimi puramente liberali, che anzi per molto tempo si sono fondati sul lato negativo della libertà e – temendo il suffragio universale – su un diritto di voto spesso molto ristretto.1 Lo è invece stata, e lo è, nei sistemi democratici che non possono fare a meno del lato positivo della libertà, ossia dell’autodeterminazione dei cittadini.2 La questione se il voto obbligatorio sia o no (liberal-)democratico, in questa prospettiva, può dunque essere ricondotta a un problema più ampio e più classico: se, cioè, sia possibile e coerente costringere a essere – positivamente – liberi.

L’autore sostiene che l’affluenza obbligatoria alle urne permette all’elettore di dichiarare tutte le posizioni politiche possibili, ma il punto non è questo, se almeno vogliamo tener distinti gli eventuali contenuti di una scelta dalla libertà della scelta stessa. Se vale questa distinzione, allora una cosa è dimostrare che l’affluenza obbligatoria permette all’elettore di dire tutto quello che potrebbe esprimere con l’astensione, e un’altra è provare se il suo essere costretto a dire tutto sia compatibile con il principio dell’autodeterminazione democratica. Non aver chiara questa differenza espone al rischio di confondere un interrogatorio giudiziario, nel quale posso confessare tutto ma, salvo eccezioni, sono obbligato a rispondere, con l’uso pubblico della ragione, nel quale ho facoltà di dire tutto quello che penso, ma con la possibilità di scegliere se, come e quando dirlo.

L’elezione non può essere pensata come una raccolta coercitiva di dati – la quale espone a una pubblica schedatura gli anarchici e i dissidenti radicali che, costretti a presentarsi al seggio, rifiutano di entrare in cabina elettorale – perché, in un sistema democratico, dovrebbe essere un atto libero di autodeterminazione. Eravamo abituati a pensare alla privacy come al diritto, civile, di essere lasciati da soli, ma la segretezza del suffragio, che dovrebbe essere praticabile per tutti, anarchici compresi, indica che è anche – e non da oggi – un essenziale diritto politico.3 Il mio discorso, così come il mio voto, è un mio atto culturale o politico libero solo se è l’esito volontario della mia scelta personale di esprimermi,4 e non il frutto coatto di una raccolta di dati.

In molti paesi – Italia compresa – è obbligatorio partecipare ai censimenti: ma i censimenti sono rilevazioni amministrative della popolazione che trattano i residenti come sudditi sottoposti all’autorità di un governo – non necessariamente democratico – e non come cittadini che scelgono di esserne partecipi.

Che le sanzioni previste per la mancata affluenza siano miti è, da questo punto di vista, irrilevante: il difficile rapporto del voto obbligatorio con la libertà positiva non è una questione di grado, bensì di specie. Per quanto blandamente, l’elettore rimane pur sempre costretto: e qui non si tratta di capire in che misura una (liberal-)democrazia possa obbligare al voto, ma se in generale un’autodeterminazione elettorale coatta possa dirsi autodeterminazione, e, soprattutto, possa dirsi politica.

3. Affluenza obbligatoria e post-democrazia

Come mai è divenuto così faticoso distinguere fra politica e amministrazione, fra cittadinanza e sudditanza, fra governare ed essere governati?

La filosofia politica normativa neo-contrattualista si basa sul modello di un patto costituzionale ideale che è un esperimento mentale e non un fatto storico. E però questa astrazione, se si vuole applicare almeno approssimativamente all’esperienza, non può essere un mito racchiuso in un passato irripetibile o nei sogni di qualche filosofo accademico, ma deve avere qualche nesso con quello che facciamo: un patto costituzionale nel cui esercizio i cittadini non esperiscano più dei momenti in cui scelgono effettivamente qualcosa, in cui la loro decisione conduca a un qualche cambiamento, perde rapidamente il suo senso per ridursi a rituale e finzione ideologica.

In un libro neppure così recente, Colin Crouch ha dato un nome a questa condizione: post-democrazia. Viviamo, cioè, in un mondo in cui le strutture formali della democrazia, elezioni comprese, rimangono in vigore, ma vengono svuotate del loro senso politico, perché il potere, le decisioni e perfino i servizi pubblici, appaltati o privatizzati, sono in mano a gruppi di interesse economici globali, in grado di esercitare un’influenza assai più profonda e capillare rispetto a governi minimizzati, depauperati e confinati nel proprio territorio. Mentre per il liberalismo pre-democratico, il cui suffragio era ristretto, era scontato che la politica fosse un affare per i ricchi e per i pochi, la post-democrazia ha però ancora bisogno dello spettacolo del consenso. E se questo consenso non può più venir guadagnato tramite progetti politici – la storia è finita e c’è certo molto da fare, ma più nulla da progettare – lo si costruisce con le tecniche della pubblicità e delle analisi di mercato. Qui, infatti, richiamare alle urne quanti ormai hanno perso – o non hanno mai avuto – la volontà, l’interesse o la competenza per stare al gioco è assieme indispensabile e pericoloso. Indispensabile, perché ancora non si può fare esplicitamente a meno del consenso delle masse, e pericoloso – perfino nel caso di quanto è poco determinatamente detto “populismo” – perché la maggioranza deve certo partecipare, ma non può propriamente vincere, cioè decidere su qualcosa di più dei marginali feticci su cui la propaganda di volta in volta la mobilita.

In una simile situazione, assimilare l’elezione a una censimento e trattare il momento della deliberazione come una semplice rilevazione di dati – con l’effetto collaterale della schedatura dei dissidenti più radicali – può certamente sembrare una soluzione. Ma ci si può e ci si deve chiedere se questo espediente, al di là della sua coerenza teorica, possa davvero rendere il sistema più democratico, o non sia invece un ulteriore passo di un’assimilazione della politica all’amministrazione che non solo riduce i cittadini a sudditi, ma ci sta rendendo drammaticamente incapaci di rispondere alle crisi

Paolo Bodini, Liberalismo e voto obbligatorio: un confronto

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Una Scala di valori oggettiva

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Le Muse InquietantiCiò che i filosofi le riviste dicono della realtà scienza è deludente quanto un cartello ‘Qui si stira’ appeso all’uscio di un rigattiere. Se porti i tuoi abiti sperando di farteli stirare, ti troverai beffato: è solo un cartello in vendita. (S Kierkegaard, Aut Aut)

A sostenere che occorre “valutare la ricerca per il suoi propri meriti piuttosto che in base alla rivista in cui è pubblicata” non sono ormai solo i firmatari della San Francisco Declaration on Research Assessment.1 Come si può credere che sia il contenitore a determinare la qualità del contenuto? Che basti versare del liquido tinto di rosso scuro in una bottiglia con l’etichetta “Barolo” stampata da una cantina di buona reputazione perché questo diventi, indiscutibilmente, del pregiatissimo Barolo?

Un lavoro scientifico è un contributo generalmente pubblicato all’interno di un “well-respected”/scholarly journal, ossia una rivista scientifica basata sul sistema della valutazione dei pari.

Quando non di vino si tratta, ma di scienza – o meglio, della sua valutazione – l’etichetta pare però fondamentale.2 Quale pianista – recita una ripetuta metafora musicologica – preferirebbe suonare in un cinema-teatro parrocchiale invece che alla Scala? Ogni professione ha la sua Scala di valore: per i pianisti conta il prestigio dei teatri, proprio come per i ricercatori il prestigio delle riviste. E chiaramente un pianista che, essendo finanziato dal pubblico, contesti il prezzo dei biglietti della Scala e preferisca suonare una musica senza barriere è soltanto un perdente invidioso.

La Scala, qui, non è semplicemente un teatro più famoso, meglio frequentato e più remunerativo del cinema parrocchiale, in grado di offrire al pianista un più ampio pubblico attuale e potenziale: è un contenitore che determina il valore di ciò che in esso viene eseguito – per la  comodità dello studioso divenuto funzionario che può permettersi di stilare classifiche anche quando non sa avvertire la differenza fra Maurizio Pollini e Giovanni Allevi.3 L’abito, dunque, e senza ironia romantica, fa il monaco.

Se il contenitore determina la qualità del contenuto, i pianisti che suonano in sale di second’ordine saranno necessariamente pessimi e dovranno essere stigmatizzati come tali. Di conseguenza, sarebbe uno spreco finanziare conservatori i cui diplomati non fanno concerti alla Scala. E sarebbe opportuno bollare come predatorie, tramite apposite liste, le sale  che offrono esibizioni di pianisti pessimi perché esclusi dalla Scala: del resto chi, se non un impostore, accetterebbe di suonare in un teatro che, non essendo la Scala, lo marchierebbe immediatamente come un modesto strimpellatore? Né si dovrebbe negare attenzione al problema della fake music, che è oggi così facile distribuire in rete: per proteggere l’orecchio degli ascoltatori potrebbe essere una buona idea imporre alle piattaforme private dei filtri in caricamento,  come ha saggiamente legiferato l’Unione Europea in materia di copyright.

Certo, questo sistema renderebbe molto difficile insegnare e studiare pianoforte e pericoloso suonarlo fuori dalle mura del teatro milanese. Ma la rarefazione di un’attività che, quando non è eccellente, è ancor più oziosa e improduttiva, dev’essere salutata con soddisfazione. Il numero dei pianisti si ridurrebbe fino ad annullarsi, ma non è forse la rarità un segno d’eccellenza?

La persistenza di persone che continuassero a studiare, insegnare e suonare il pianoforte anche senza la prospettiva di farlo allo Scala, per un’insensata passione per la musica, sarebbe, in verità, un problema difficile da risolvere, a meno di non cambiare la costituzione così da render lecito  proibire direttamente l’esercizio dell’arte, della scienza e del loro insegnamento. Ma la valutazione di stato italiana ha mostrato che quanto non si riesce a vietare si può però rendere proceduralmente odioso fino al punto di distruggere la salute delle persone che lo praticano. La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza, la musica è silenzio – soprattutto quando, per riuscire a capire se un pianista è bravo o no, dobbiamo aspettare che sia invitato alla Scala.

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