SIFP: una società di studi o un sindacato di professori?

Rendo pubblica qui una parte di una mia lettera aperta al futuro presidente, in quanto candidato unico, della Società Italiana di Filosofia Politica, perché credo che sollevi questioni non particolari. La vertenza di cui si era discusso qui è stata risolta selezionando un presidente terzo e una giunta  con la peculiarità che, nel momento in cui scrivo,  tutte le candidature sono uniche. Per l’uso del lettore estraneo alla SIFP aggiungo che colui a cui scrivo è una persona che stimo e che la lettera non è intesa come una polemica con lui.

La modalità con cui si è giunti a una candidatura presidenziale unica e alle candidature altrettanto uniche dei componenti della giunta, nella quale, come nella conclusione di una guerra di successione dinastica, viene implicitamente celebrato il matrimonio fra le Elisabette di York e gli Enrichi Tudor del momento, mi lasciano perplessa: ci deve essere stata una discussione da qualche parte, ma certamente non pubblica e certamente non aperta a tutti.
Però, in un momento in cui la carriera accademica vede accentuata l’accidentalità che, non da oggi, la caratterizza, chiedere che la SIFP sia una società di studi e non una società di professori, chiedere, cioè, che diventi o ridiventi democratica se mai lo è stata significherebbe sia rendere giustizia ai molti studiosi che, accidentalmente, non sono professori, sia permettere che modi diversi di rappresentare il suo senso e il suo ruolo siano pubblicamente discussi e liberamente votati. Come mai c’era e continua a esserci il timore di lasciare alle persone la libertà di voto e di coscienza se – così ho sentito dire – chi accidentalmente non è professore vota comunque secondo le indicazioni del capo cordata?
È stato anche sostenuto che discutere è inutile perché siamo tutti d’accordo nel reclamare maggiore autonomia alla disciplina. Ma anche questo, secondo me, manca di rispetto sia a coloro che si sottomettono con piacere alla valutazione di stato della ricerca o addirittura vi collaborano, sia a coloro che invece cercano di criticarla teoreticamente e praticamente, e per ragioni più serie di quella particolaristica di ottenere per le proprie riviste preferite una sanzione governativa. Non è storicamente inevitabile che le società scientifiche siano sindacati gialli in cui alcuni professori accidentalmente ordinari perseguono, nel rapporto col padrone di turno, il potere servile ispirato esclusivamente al proprio “particulare” senza preoccuparsi di nient’altro.
La Società Italiana di Filosofia Teoretica, per presentare l’esempio di una disciplina affine, ha saputo comportarsi in modo ben diverso; ed esiste un Coordinamento di Riviste di Filosofia che, sia pure con alcune defezioni, è riuscito a porre alcune importanti questioni di principio.
Sulla base di queste considerazioni, essendo convinta che sia possibile creare comunità scientifiche più vigili e aperte di quella che nominalmente raccoglie gli studiosi di filosofia politica, ho deciso di votare per te esclusivamente per stima personale, ma di non votare per nessuno dei candidati del pacchetto della giunta: le modalità con cui sono stati designati, infatti, fanno temere che la SIFP continui a rimanere una società di professori, invece di essere o di ridiventare una società di studi.

 

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Paolo Bodini, Liberalismo e voto obbligatorio

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Pieter Bruegel il vecchio
Se il “Bollettino telematico di filosofia politica” fosse una rivista di classe A e riconoscesse l’autorità scientifica della valutazione di stato italiana, avrei avuto motivo di negare a Paolo Bodini il suo punto-fedeltà da spendere nell’emporio della carriera, perché la sua tesi non ha convinto né il professor Roberto Giannetti né me. Per noi però la valutazione amministrativa non è né scientifica né costituzionale: per noi le “pubblicazioni” che onorano il loro nome sono e dovrebbero rimanere pubbliche proposte di discussione, punti di partenza e non fini del cammino della ricerca. Abbiamo dunque deciso di segnalare il testo, ma con alcune critiche che non vogliono essere una valutazione gerarchica bensì una prima e non definitiva risposta a un invito alla discussione che estendiamo a tutti i lettori.

L’autore – va riconosciuto a suo merito – è d’accordo con la nostra scelta: il suo testo può essere commentato paragrafo per paragrafo nella nostra sezione dedicata alla revisione paritaria aperta.

1. Voto obbligatorio o obbligo di affluenza?

Secondo Paolo Bodini, la crisi della partecipazione politica che affligge molte liberal-democrazie occidentali – Italia compresa – può essere risolta con il voto obbligatorio, o, più precisamente, con l’affluenza obbligatoria alle urne, pensata come un rimedio “all’inadeguata normazione del meccanismo elettorale, incapace di interpretare e fronteggiare l’atteggiamento dell’elettorato.”

È però questa soluzione rispettosa della libertà del cittadino, intesa sia nel suo senso propriamente liberale, negativo, sia nel suo senso democratico, positivo? Uno stato che professa sia il principio della limitazione della sua interferenza (libertà negativa), sia quello dell’autodeterminazione dei cittadini (libertà positiva) può coerentemente permettersi di obbligarlo a presentarsi alle urne?

L’autore risponde di sì: l’obbligo, infatti, non limita, contenutisticamente, la libertà perché quanto si può esprimere con l’astensione si può ugualmente e anzi più efficacemente comunicare in un regime di affluenza obbligatoria.

  1. Se non voto perché mi sento incapace di prendere una posizione, l’affluenza obbligatoria mi permette di rendere esplicito che decido di non scegliere.
  2. Se non voto perché rifiuto tutti i candidati o tutti partiti in lizza, presentarmi alle urne per rifiutare la scheda o, dove essa lo prevede, indicare che non mi riconosco in nessuno di essi, l’affluenza obbligatoria mi consente di esprimere la mia posizione e, con ciò, anche la mia maturità civica.
  3. Se non voto perché non mi interessa la politica, l’affluenza obbligatoria mi consente di rifiutare la scheda, trasformando semplicemente la mia indifferenza da passiva a attiva, entro un sistema, quale quello statale, la cui autorità è comunque completa o omnicomprensiva.
  4. Se non voto perché non accetto il regime vigente – per esempio perché sono anarchico – posso presentarmi alle urne e rifiutare la scheda, rendendo esplicita la mia protesta e cogliendo l’occasione per divulgare il mio ideale.

La stessa mitezza delle sanzioni previste per il mancato rispetto dell’obbligo è indice della natura “liberale” del suo scopo, che sarebbe “la difesa della partecipazione elettorale come strumento di autodeterminazione e di controllo del popolo sui governanti”.

2. Costringere a essere liberi?

Da un punto di vista storico, tuttavia, la partecipazione elettorale non è stata un obiettivo dei regimi puramente liberali, che anzi per molto tempo si sono fondati sul lato negativo della libertà e – temendo il suffragio universale – su un diritto di voto spesso molto ristretto.1 Lo è invece stata, e lo è, nei sistemi democratici che non possono fare a meno del lato positivo della libertà, ossia dell’autodeterminazione dei cittadini.2 La questione se il voto obbligatorio sia o no (liberal-)democratico, in questa prospettiva, può dunque essere ricondotta a un problema più ampio e più classico: se, cioè, sia possibile e coerente costringere a essere – positivamente – liberi.

L’autore sostiene che l’affluenza obbligatoria alle urne permette all’elettore di dichiarare tutte le posizioni politiche possibili, ma il punto non è questo, se almeno vogliamo tener distinti gli eventuali contenuti di una scelta dalla libertà della scelta stessa. Se vale questa distinzione, allora una cosa è dimostrare che l’affluenza obbligatoria permette all’elettore di dire tutto quello che potrebbe esprimere con l’astensione, e un’altra è provare se il suo essere costretto a dire tutto sia compatibile con il principio dell’autodeterminazione democratica. Non aver chiara questa differenza espone al rischio di confondere un interrogatorio giudiziario, nel quale posso confessare tutto ma, salvo eccezioni, sono obbligato a rispondere, con l’uso pubblico della ragione, nel quale ho facoltà di dire tutto quello che penso, ma con la possibilità di scegliere se, come e quando dirlo.

L’elezione non può essere pensata come una raccolta coercitiva di dati – la quale espone a una pubblica schedatura gli anarchici e i dissidenti radicali che, costretti a presentarsi al seggio, rifiutano di entrare in cabina elettorale – perché, in un sistema democratico, dovrebbe essere un atto libero di autodeterminazione. Eravamo abituati a pensare alla privacy come al diritto, civile, di essere lasciati da soli, ma la segretezza del suffragio, che dovrebbe essere praticabile per tutti, anarchici compresi, indica che è anche – e non da oggi – un essenziale diritto politico.3 Il mio discorso, così come il mio voto, è un mio atto culturale o politico libero solo se è l’esito volontario della mia scelta personale di esprimermi,4 e non il frutto coatto di una raccolta di dati.

In molti paesi – Italia compresa – è obbligatorio partecipare ai censimenti: ma i censimenti sono rilevazioni amministrative della popolazione che trattano i residenti come sudditi sottoposti all’autorità di un governo – non necessariamente democratico – e non come cittadini che scelgono di esserne partecipi.

Che le sanzioni previste per la mancata affluenza siano miti è, da questo punto di vista, irrilevante: il difficile rapporto del voto obbligatorio con la libertà positiva non è una questione di grado, bensì di specie. Per quanto blandamente, l’elettore rimane pur sempre costretto: e qui non si tratta di capire in che misura una (liberal-)democrazia possa obbligare al voto, ma se in generale un’autodeterminazione elettorale coatta possa dirsi autodeterminazione, e, soprattutto, possa dirsi politica.

3. Affluenza obbligatoria e post-democrazia

Come mai è divenuto così faticoso distinguere fra politica e amministrazione, fra cittadinanza e sudditanza, fra governare ed essere governati?

La filosofia politica normativa neo-contrattualista si basa sul modello di un patto costituzionale ideale che è un esperimento mentale e non un fatto storico. E però questa astrazione, se si vuole applicare almeno approssimativamente all’esperienza, non può essere un mito racchiuso in un passato irripetibile o nei sogni di qualche filosofo accademico, ma deve avere qualche nesso con quello che facciamo: un patto costituzionale nel cui esercizio i cittadini non esperiscano più dei momenti in cui scelgono effettivamente qualcosa, in cui la loro decisione conduca a un qualche cambiamento, perde rapidamente il suo senso per ridursi a rituale e finzione ideologica.

In un libro neppure così recente, Colin Crouch ha dato un nome a questa condizione: post-democrazia. Viviamo, cioè, in un mondo in cui le strutture formali della democrazia, elezioni comprese, rimangono in vigore, ma vengono svuotate del loro senso politico, perché il potere, le decisioni e perfino i servizi pubblici, appaltati o privatizzati, sono in mano a gruppi di interesse economici globali, in grado di esercitare un’influenza assai più profonda e capillare rispetto a governi minimizzati, depauperati e confinati nel proprio territorio. Mentre per il liberalismo pre-democratico, il cui suffragio era ristretto, era scontato che la politica fosse un affare per i ricchi e per i pochi, la post-democrazia ha però ancora bisogno dello spettacolo del consenso. E se questo consenso non può più venir guadagnato tramite progetti politici – la storia è finita e c’è certo molto da fare, ma più nulla da progettare – lo si costruisce con le tecniche della pubblicità e delle analisi di mercato. Qui, infatti, richiamare alle urne quanti ormai hanno perso – o non hanno mai avuto – la volontà, l’interesse o la competenza per stare al gioco è assieme indispensabile e pericoloso. Indispensabile, perché ancora non si può fare esplicitamente a meno del consenso delle masse, e pericoloso – perfino nel caso di quanto è poco determinatamente detto “populismo” – perché la maggioranza deve certo partecipare, ma non può propriamente vincere, cioè decidere su qualcosa di più dei marginali feticci su cui la propaganda di volta in volta la mobilita.

In una simile situazione, assimilare l’elezione a una censimento e trattare il momento della deliberazione come una semplice rilevazione di dati – con l’effetto collaterale della schedatura dei dissidenti più radicali – può certamente sembrare una soluzione. Ma ci si può e ci si deve chiedere se questo espediente, al di là della sua coerenza teorica, possa davvero rendere il sistema più democratico, o non sia invece un ulteriore passo di un’assimilazione della politica all’amministrazione che non solo riduce i cittadini a sudditi, ma ci sta rendendo drammaticamente incapaci di rispondere alle crisi

Paolo Bodini, Liberalismo e voto obbligatorio: un confronto

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Una Scala di valori oggettiva

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Le Muse InquietantiCiò che i filosofi le riviste dicono della realtà scienza è deludente quanto un cartello ‘Qui si stira’ appeso all’uscio di un rigattiere. Se porti i tuoi abiti sperando di farteli stirare, ti troverai beffato: è solo un cartello in vendita. (S Kierkegaard, Aut Aut)

A sostenere che occorre “valutare la ricerca per il suoi propri meriti piuttosto che in base alla rivista in cui è pubblicata” non sono ormai solo i firmatari della San Francisco Declaration on Research Assessment.1 Come si può credere che sia il contenitore a determinare la qualità del contenuto? Che basti versare del liquido tinto di rosso scuro in una bottiglia con l’etichetta “Barolo” stampata da una cantina di buona reputazione perché questo diventi, indiscutibilmente, del pregiatissimo Barolo?

Un lavoro scientifico è un contributo generalmente pubblicato all’interno di un “well- respected”/scholarly journal, ossia una rivista scientifica basata sul sistema della valutazione dei pari.

Quando non di vino si tratta, ma di scienza – o meglio, della sua valutazione – l’etichetta pare però fondamentale.2 Quale pianista – recita una ripetuta metafora musicologica – preferirebbe suonare in un cinema-teatro parrocchiale invece che alla Scala? Ogni professione ha la sua Scala di valore: per i pianisti conta il prestigio dei teatri, proprio come per i ricercatori il prestigio delle riviste. E chiaramente un pianista che, essendo finanziato dal pubblico, contesti il prezzo dei biglietti della Scala e preferisca suonare una musica senza barriere è soltanto un perdente invidioso.

La Scala, qui, non è semplicemente un teatro più famoso, meglio frequentato e più remunerativo del cinema parrocchiale, in grado di offrire al pianista un più ampio pubblico attuale e potenziale: è un contenitore che determina il valore di ciò che in esso viene eseguito – per la  comodità dello studioso divenuto funzionario che può permettersi di stilare classifiche anche quando non sa avvertire la differenza fra Maurizio Pollini e Giovanni Allevi.3 L’abito, dunque, e senza ironia romantica, fa il monaco.

Se il contenitore determina la qualità del contenuto, i pianisti che suonano in sale di second’ordine saranno necessariamente pessimi e dovranno essere stigmatizzati come tali. Di conseguenza, sarebbe uno spreco finanziare conservatori i cui diplomati non fanno concerti alla Scala. E sarebbe opportuno bollare come predatorie, tramite apposite liste, le sale  che offrono esibizioni di pianisti pessimi perché esclusi dalla Scala: del resto chi, se non un impostore, accetterebbe di suonare in un teatro che, non essendo la Scala, lo marchierebbe immediatamente come un modesto strimpellatore? Né si dovrebbe negare attenzione al problema della fake music, che è oggi così facile distribuire in rete: per proteggere l’orecchio degli ascoltatori potrebbe essere una buona idea imporre alle piattaforme private dei filtri in caricamento,  come ha saggiamente legiferato l’Unione Europea in materia di copyright.

Certo, questo sistema renderebbe molto difficile insegnare e studiare pianoforte e pericoloso suonarlo fuori dalle mura del teatro milanese. Ma la rarefazione di un’attività che, quando non è eccellente, è ancor più oziosa e improduttiva, dev’essere salutata con soddisfazione. Il numero dei pianisti si ridurrebbe fino ad annullarsi, ma non è forse la rarità un segno d’eccellenza?

La persistenza di persone che continuassero a studiare, insegnare e suonare il pianoforte anche senza la prospettiva di farlo allo Scala, per un’insensata passione per la musica, sarebbe, in verità, un problema difficile da risolvere, a meno di non cambiare la costituzione così da render lecito  proibire direttamente l’esercizio dell’arte, della scienza e del loro insegnamento. Ma la valutazione di stato italiana ha mostrato che quanto non si riesce a vietare si può però rendere proceduralmente odioso fino al punto di distruggere la salute delle persone che lo praticano. La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza, la musica è silenzio – soprattutto quando, per riuscire a capire se un pianista è bravo o no, dobbiamo aspettare che sia invitato alla Scala.

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Dissonanze: Giuseppe Valditara e la valutazione dell’università e della ricerca

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MusicistiIl Circolo universitario “Giorgio Errera” ha messo a disposizione di tutti un testo che il senatore Valditara, capo dipartimento per la formazione superiore e la ricerca presso il MIUR, aveva inviato ai rettori per chiedere loro osservazioni e suggerimenti. Il documento, nato come corrispondenza di un funzionario con un’associazione privata di funzionari governativi de facto, è un atto di uso della ragione soltanto privato. Chi desidera discuterlo pubblicamente dovrà essere consapevole che, anche in questo caso, il suo uso pubblico della ragione potrebbe rimanere unilaterale.

1. Ricercatori da competizione

I sistemi di valutazione rappresentano uno strumento indispensabile per il Decisore politico, sia per il governo del sistema sia per la corretta allocazione delle risorse, sia, infine, per la competizione sulla platea internazionale.

Reso in termini meno impersonali questo preambolo informa che il “decisore politico” governa il sistema dell’università e della ricerca, finanzia i suoi vari rami – ”risorse scarse vanno attribuite premiando chi le usa in modo virtuoso” – e persegue la competizione internazionale, impiegando la valutazione della ricerca per attuare tali scopi.

La valutazione della ricerca è dunque valutazione di stato, in primo luogo in quanto strumento al servizio del governo per i suoi scopi amministrativi e gestionali, e in secondo luogo in quanto processo estrinseco alla ricerca stessa tanto da essere deputato a organi specifici. A questa valutazione di stato corrisponde una scienza di stato il cui fine è “la competizione”.

In verità la premessa del documento annovera fra i fini anche i “soddisfacenti risultati in termini di qualità della ricerca e della didattica”. Ma se chiediamo: “soddisfacenti per chi?” “soddisfacenti secondo quali criteri?” ci rendiamo conto che la misura pubblica della soddisfazione è principalmente l’attitudine alla competizione. Secondo Valditara, gli effetti benefici della valutazione di stato della ricerca come si è svolta finora in Italia sono stati infatti i seguenti:

  • una maggiore conoscenza del sistema;
  • il fatto che “la ricerca scientifica italiana risulta in posizione elevata nei Ranking internazionali”;
  • il risanamento dei bilanci delle università “con fra l’altro una spesa per il personale che è nella pressoché totalità dei casi inferiore all’80% in rapporto all’FFO”.

I dati grezzi su cui si è basata la valutazione di stato non sono liberamente disponibili: agli italiani sono arrivate classifiche basate su dati e responsi prevalentemente riservati, comprendenti opere ad accesso chiuso temporaneamente ospitate da archivi neri, indici citazionali ricavati da banche dati estere, oligopolistiche e proprietarie come Clarivate Analytics e Scopus; ai ricercatori sono pervenuti giudizi immotivati di anonimi funzionari d’indiretta nomina governativa, per accedere ai cui atti è stato necessario ricorrere alla giustizia amministrativa. La maggior conoscenza del sistema, se mai c’è stata, è rimasta nei forzieri dell’amministrazione, inaccessibile ai cittadini in generale, e ai ricercatori indipendenti in particolare.

Quanto alle classifiche internazionali – quali delle molte? – la posizione italiana è pressoché invariata negli ultimi due decenni: nelle serie storiche di Scimago, per esempio, che cominciano nel 1996 per estendersi fino ai nostri giorni, l’Italia oscilla costantemente fra il settimo e l’ottavo posto.

Il “risanamento” dei bilanci delle università italiane, infine, non è certo dovuto alla valutazione di stato, ma a una politica di drastici tagli e blocchi delle assunzioni destinata a persistere: il documento Valditara, infatti, tratta la “scarsità delle risorse” non come l’effetto di una decisione politica a cui egli stesso ha contribuito, bensì come una condizione naturale.

Resta, dunque, la competizione: ma in che senso e a quale scopo? Nel documento si parla di “competizione sulla platea internazionale”, subito prima di menzionare, genericamente, i “ranking”; si dice che la valutazione di stato ha stimolato “la competizione identificando i cosiddetti ‘inattivi’”,1 che la farraginosità e incoerenza della normativa attuale rende “non competitiva” la ricaduta della ricerca sulla società, vale a dire la “competitività e sviluppo da essa derivati”, e che però non si dovrebbero “pretendere gli eccessi di competitività della ricerca e dirigismo di oltreoceano”.

Per Adam Smith la competizione sul mercato non era fine a se stessa, ma serviva a mantenere i prezzi sotto controllo, evitandone la massimizzazione a danno degli acquirenti che sarebbe seguita al monopolio.2 Il documento Valditara sembra invece usarla in un senso generico, orientandola su criteri differenti e senza preoccuparsi di indicarne i fini. Il professore “inattivo” sarebbe incentivato a scrivere qualcosa, distogliendosi dall’eventuale lucrosa libera professione che assorbe il suo tempo, in virtù della gara indetta dalla valutazione di stato; la prevalenza nella competizione internazionale viene misurata da indeterminate classifiche che vengono assunte come autorevoli; la ricerca, ricadendo sulla società, la rende “competitiva”.3

Per che cosa si competa, un bollino da parte della valutazione di stato italiana, un avanzamento in classifiche internazionali stilate da intraprese commerciali private in base a dati e criteri discutibili,4 la preponderanza militare o la supremazia commerciale, e se la competitività sia effettivamente in grado di produrre ricercatori la cui specialità non si riduca all’abilità di soverchiare gli altri, sembra indifferente: la competizione, movente universale del genere umano, è in se stessa uno scopo. “Guerra è sempre”. Quanto per il padre dell’economia politica contemporanea era solo un mezzo da applicarsi in un mercato di oggetti fungibili5 qui diventa un fine non bisognoso di giustificazione. Con un’evoluzione familiare ai lettori di Weber,6 mezzi e fini si sono invertiti: dobbiamo – pur senza eccessi transatlantici – essere competitivi anche se non sappiamo perché.

2. L’autonomia è eteronomia

Il documento di Valditara – già relatore della cosiddetta legge Gelmini – è stato apprezzato per le sue critiche all’ANVUR, l’ente “inquisitorio e burocratico” attualmente preposto alla valutazione di stato, e alla sua “dittatura dell’algoritmo”, pur instaurata su un sistema come quello italiano, che avrebbe una “scarsa attitudine alla valutazione dei risultati” e una “scarsa attenzione al merito”, secondo il principio “ti do poco, pretendo poco e non ti controllo”.

L’introduzione dell’ANVUR avrebbe condotto dalla passata “autonomia irresponsabile” a una “autonomia controllata” ipernormata e deresponsabilizzante, che ha irrigidito, appesantito e distorto i processi, alimentando comportamenti opportunistici e rinchiudendo la ricerca entro perimetri disciplinari impermeabili. Il passo successivo dovrà essere un’”autonomia responsabile”, a cui dovrà corrispondere:

una valutazione non solo prescrittiva, ma con una prevalenza di indicazione di buone pratiche, fatta di poche prescrizioni, che abbia nella flessibilità il suo scopo e nella certezza del premio e della sanzione il suo strumento forte di induzione al risultato positivo, con regole ed indicazioni legate alle diversità delle singole Aree scientifiche e dei singoli Territori in cui la formazione e ricerca incidono e si sviluppano, che tenga conto anche delle variabili legate alle differenti situazioni e modalità di espressione della scienza e di produttività e redditività immediata o dilazionata nel tempo della stessa.

Per autonomia di solito s’intende la capacità di darsi leggi proprie e d’imporsene il rispetto. Chi, infatti, non riesce a seguire le norme che si è dato da sé, perché deviato da forze esterne, cessa di essere autonomo per diventare eteronomo. Nella prosa ministeriale l’autonomia cosiddetta irresponsabile designa però uno stato di violazione della norma amministrativa che limita la spesa per il personale all’80% del finanziamento ordinario, l’autonomia cosiddetta controllata è la sottomissione dell’università a un regime “iper-normato e iper-controllato”, e l’autonomia cosiddetta responsabile sembra una specie di sintesi dialettica nella quale vigeranno norme più flessibili e variamente adattate a discipline e territori, del cui rispetto però gli enti saranno chiamati a rispondere. In nessuno di questi tre casi le università operano secondo leggi proprie: la loro condizione può essere detta autonoma solo se la parola “autonomia” viene intesa come sinonimo di una “sregolatezza” disciplinabile solo tramite l’imposizione di norme esterne. Ma se le regole a cui le università sono soggette nei loro tre tipi di “autonomia” sono esterne, la loro condizione propriamente non è di autonomia, bensì di eteronomia.

Anche nella cosiddetta autonomia responsabile la “certezza del premio e della sanzione” è possibile solo in presenza di norme esterne non del tutto flessibili né esclusivamente indicative, bensì con un nucleo imperativo e rigido, in modo tale che non vi siano margini d’arbitrio nel riconoscimento di castighi e regalie. Coerentemente, nel progetto ministeriale di autonomia eteronoma, l’unica differenza fra il regime del controllo e quello della responsabilità potrà dunque essere nel grado e non nella specie: la ricerca pubblica rimarrà soggetta alla valutazione di stato, ma verrà sottoposta a una quantità minore di regole, eventualmente adattate su base disciplinare e territoriale.

3. Il ministero dell’amore

Valditara riconosce che la valutazione di stato, indifferentemente imposta da governi di destra e di centro-sinistra,7 ha danneggiato la ricerca italiana, sottoponendola a norme che hanno ben poco a che vedere con la scienza.8 Allo stesso tempo, però, il suo documento assume che la qualità della ricerca non possa essere apprezzata informalmente dalle comunità degli studiosi, ma vada determinata da un’autorità esterna e secondo scopi diversi dall’avanzamento del sapere, quali il perseguimento di un’indeterminata competitività. Forse la sua autonomia eteronoma soggetta a un morbido e duro regime di premi e di castighi è molto più l’espressione di una dissonanza cognitiva che un consapevole espediente propagandistico.

Valditara ha contribuito a disegnare un’università nella quale i tre principi della riforma humboldtiana sono applicati a rovescio: nel sistema della valutazione di stato chi fa ricerca non è più solo, perché “iper-normato e iper-controllato” e non è più libero, perché la bibliometria lo condiziona a scegliere argomenti alla moda,9 o comunque prediletti nelle riviste delle liste sanzionate dal governo, e, soprattutto, non può essere più cooperativo, perché – immerso in una competizione bandita e giudicata da autorità amministrative e commerciali esterni – non può più sentirsi impegnato assieme agli altri per uno scopo comune in un comune spazio di discussione e di esperienza. In cambio, però, alle università italiane viene riconosciuto proprio quanto Humboldt negava loro, vale a dire un margine di discrezionalità amministrativa nelle assunzioni di professori e ricercatori.

Se, nel documento ministeriale, sostituiamo al termine “autonomia” l’espressione “discrezionalità amministrativa in materia di reclutamento” otteniamo un argomento più coerente di quello esposto dalla sua lettera: una discrezionalità irresponsabile aveva trasformato le università in stipendifici, una discrezionalità controllata ha costretto le loro amministrazioni in una gabbia burocratica, una discrezionalità responsabile lascerebbe un margine di libertà maggiore, per poi chiamare le istituzioni a rispondere non sui processi, bensì sui loro esiti. In questo impianto teorico non si può pretendere di più: il principio della competitività induce a guardare con sospetto l’autovalutazione intrinseca alla ricerca stessa, compiuta in seno a una comunità scientifica vigile e aperta, e proprio per questo consapevole che l’intento di elaborare teorie scientifiche solide non è affatto identico a quello di prevalere sugli altri.

4. Il capro espiatorio

Come prendere le distanze da una valutazione istituita con la cooperazione della propria parte politica e della cui natura dispotica e retrograda si è forse interiormente consapevoli, senza però mettere in discussione la valutazione di stato in generale?

Il documento Valditara emancipa l’Anvur, autorità amministrativa di nomina governativa i cui criteri e parametri sono oggetto di decreti ministeriali, dalla sua dipendenza dal potere esecutivo, per attribuirle la responsabilità delle “distorsioni” e dei “costi materiali e umani” dovuti alla valutazione di stato: dalla moltiplicazione di articoli inutili finalizzati esclusivamente a superare soglie quantitative, alla predisposizione di indici di riviste che recintano campi disciplinari artificiosi e sterili, all’impiego di algoritmi aleatori e spesso incomprensibili che solo accidentalmente dicono qualcosa della qualità della ricerca, fino all’enorme spreco di tempo inflitto da un coacervo di adempimenti designati in forma di acronimi. Se la valutazione di stato, anziché limitarsi, ex post, agli esiti o ai prodotti, ha insistito con invadenza sui processi, la colpa è dell’Anvur e del modo in cui è stata intesa e costruita.

L’Agenzia, per una serie di errori concettuali, in parte dovuti appunto ad una declinazione Regolamentare molto articolata e complessa rispetto alla legge istitutiva (DPR 1 febbraio 2010 n 76) ed in parte a comportamenti opportunistici atti a scaricare su un soggetto tecnico e non politico le decisioni sgradevoli di premialità e sanzione, si è trasformata nel tempo in un ente inquisitorio e burocratico sempre più legato alla valutazione dei processi (valutazione ex ante ed in itinere) piuttosto che a quella dei prodotti (valutazione ex post).

Nelle leggi 1/2009 e 240/2010 di riforma del sistema universitario e della ricerca, l’allora Governo in carica, aveva chiaramente indicato che un sistema di valutazione del prodotto era lo scopo dell’intero sistema di analisi della formazione e ricerca scientifica e della competitività e sviluppo da esse derivanti. Un OdG dell’allora sen. G. Valditara (relatore per il Governo della L 240/10) identificava, come si è anticipato, proprio nella valutazione di prodotto (ex post) il significato di tutto il sistema di valutazione.

Anche chi condivide, da tempi non sospetti, buona parte delle critiche di Valditara all’Anvur può però chiedersi se questo ordinamento inquisitorio dipenda soltanto dal particolare modo in cui si è costruita e usata l ’agenzia, e non sia invece l’esito difficilmente evitabile di una valutazione di stato fondata su criteri esterni  alla ricerca stessa, da determinare e imporre amministrativamente .

L’Anvur, a differenza del Consiglio Universitario Nazionale, non solo non viene eletta dalla comunità dei ricercatori, ma chi è al vertice della sua piramide, nominato dal governo, nomina a sua volta i valutatori disciplinari che popolano i suoi gradini inferiori, sulla base di un Führerprinzip che discende via via dall’apice fino all’ultimo dei referee anonimi da trenta euro al colpo. E in tutta la sequenza il rapporto dei nominati con l’autorevolezza scientifica, o almeno con la competenza nel campo della valutazione o con l’assenza di conflitti d’interessi, è soltanto accidentale, come scriveva, in tempi non sospetti, il sociologo Pier Paolo Giglioli nella sua lettera di rifiuto all’Anvur. Anche la divisione delle riviste in fasce gerarchiche e disciplinarmente segregate non è frutto di un abuso dell’agenzia, bensì di decisione politica imposta da decreti ministeriali: una decisione politica pensata per valutare non dei processi, bensì dei “prodotti della ricerca” – i testi – avulsi dai loro contesti di discussione e sottoposti a computi numerici variamente oscuri e contestabili .

L’ erezione dell’Anvur a – poco innocente – capro espiatorio è una mossa felice. Ha infatti indotto alcuni rettori a difenderla pubblicamente in quanto autorità indipendente in grado di produrre una “verifica affidabile, priva di logiche di arbitrarietà locali”,10 e a dar dunque involontariamente conferma a una rappresentazione altrimenti discutibile.

Valditara, includendo fra gli esiti della valutazione di stato la “deresponsabilizzazione completa del singolo e del sistema”, ha toccato un nervo scoperto. Uno studioso maggiorenne dovrebbe capire da sé se un testo è scientifico o no; e, a maggior ragione, un rettore legittimato da un’elezione libera e da un dibattito pre-elettorale franco e leale non dovrebbe aver bisogno di bollini governativi per giustificare scelte presumibilmente già discusse e apprezzate dalla maggioranza che ha votato a suo favore.

5. Un cerchio da quadrare

Alcune delle proposte di riforma del documento Valditara comportano solo un trasferimento di funzioni: di per sé, far passare la competenza sull’accreditamento dei corsi di studio e sulla definizione delle soglie per l’abilitazione scientifica nazionale dall’Anvur al Miur non cambia granché se è il padre a farsi ministro della medesima dittatura dell’algoritmo prima delegata al figlio. Altre, invece, meritano di essere classificate analiticamente, non tanto per i loro dettagli tecnici, quanto perché possono essere lette come ispirate a premesse teoriche diverse e contrastanti.

La tabella che segue contiene esclusivamente citazioni letterali del documento, in modo da ridurre la mediazione interpretativa esclusivamente a quella compiuta da selezione e tassonomia.

A B
“Occorre rivedere le modalità di composizione del comitato direttivo dell’Anvur. A questo riguardo si dovrebbe passare ad una agenzia di valutazione del sistema universitario con un CdA strategico che imposti (in accordo con il Decisore politico) le regole e gli indirizzi di gestione e che sostituisca l’attuale CD (in cui componenti diventano di fatto esclusivamente dediti alla valutazione del sistema di cui hanno fatto parte). Il CdA invece dovrebbe avere anche compiti di riflessione sul sistema di valutazione. A questo si dovrebbe aggiungere una componente Tecnico-Amministrativa che dovrebbe essere gestita da un Direttore Generale competente e che dovrebbe sviluppare le modalità di attuazione del controllo e di verifica.” “Riconoscimento dell’esclusiva competenza sulla valutazione dei singoli docenti e ricercatori e del personale accademico alle istituzioni universitarie e agli enti di ricerca, nel rispetto dell’autonomia didattica, scientifica e organizzativa riconosciuta dalla Costituzione.”
“Valutazione della ricerca dei dipartimenti in base a tutta la produzione scientifica, fatta in modo automatico (vedi ANPRePS)” Riconoscimento “dell’esclusiva competenza del docente sulla valutazione degli apprendimenti e dei comportamenti del singolo studente, quale espressione irrinunciabile e qualificante della professionalità e della libertà di insegnamento”.
“Si dovrebbero, inoltre, riformare gli organismi di consulenza sulla ricerca come il CNGR (ed il mai attivato CEPR) e di conseguenza modificare il sistema di valutazione dei progetti di ricerca (PRIN, PON ecc) anche al fine di costituire un coordinamento (Cabina di Regia) dell’allocazione delle risorse per la ricerca scientifica (vedi allegato)” “Si dovrebbe attivare l’Anagrafe dei Professori, Ricercatori e Prodotti Scientifici (ANPRePS prevista dalla legge 1/2009 e basata sulla consultazione pubblica svolta su tutti i docenti e ricercatori nel 2013-14) che con un unico strumento consentirebbe in automatico di avere tutti i dati di tutti i docenti e della loro produzione scientifica.”
“Revisione e depotenziamento degli strumenti valutativi basati su esclusivi indicatori numerici” “Introduzione di strumenti di semplificazione volti a una significativa riduzione degli adempimenti amministrativi a cui sono soggetti i professori e ricercatori .“
“Una rivista dotata di comitato scientifico internazionale è già idonea ad accreditare le pubblicazioni ospitate.” “Si deve eliminare la distinzione fra fasce di riviste.”
“Si dovrebbe imporre a tutti i docenti e ricercatori l’iscrizione obbligatoria alla banca dati dei valutatori REPRISE al fine di avere costantemente a disposizione per le varie finzioni tutti gli attori del sistema e di avvicinare tutti al sistema valutazione della ricerca.” “L’attuale sistema dei PRIN non garantisce l’imparzialità della valutazione che deve essere trasparente, fatta cioè da valutatori che siano conoscibili ed eventualmente ricusabili e che non si limitino a discrezionali giudizi sintetici senza una motivazione puntuale, coerente e chiara.”
“Un sistema di governo/coordinamento centrale del sistema ricerca dovrebbe, senza pretendere gli eccessi di competitività della ricerca e dirigismo di oltreoceano, adattare al modello italiano il modello EU, in cui la politica di governo ha da un lato la visione complessiva delle risorse finanziarie e umane disponibili e dall’altro ha il diritto e il dovere di assegnare risorse in funzione delle esigenze del sistema Paese. A titolo di esempio con una percentuale rilevante (tra il 70 e l’80%) alla ricerca strategica, che risponda alle esigenze del Paese, alle sue capacità, alle sue potenzialità e alle sue sfide sociali;” “lasciando la restante percentuale a bandi competitivi legati alla ricerca di base (curiosity driven) dalla quale, come detto, provengono le così dette grandi innovazioni ed avanzamenti scientifici e sociali.”

 

I brani della colonna B, separatamente presi, disegnano un sistema per lo più compatibile con l’articolo 33 della Costituzione, che riconosce l’autonomia della didattica e della ricerca e riduce il carico amministrativo gravante sugli studiosi, ma preoccupandosi di assicurare una legalità e trasparenza dei processi assente nel regime della valutazione anonima e degli archivi inaccessibili: perfino l’ANPRePS potrebbe essere uno strumento per questo scopo, se venisse finalmente attivata, col ricongiungimento di quanto già esiste, e fosse aperta al pubblico.

I brani della colonna A, parte del medesimo documento, disegnano un sistema della ricerca concepito come un’impresa di capitalismo di stato al servizio di scopi determinati di volta in volta dal governo, sottoposto a metodi di valutazione automatici e controllato da un consiglio d’amministrazione. Il fine, qui, è la soluzione di problemi esterni alla ricerca, individuati dal “decisore politico” e non l’edificazione di nuove prospettive e cornici concettuali o la definizione di nuovi e vecchi oggetti di conoscenza.11 Questa tecnologia di stato,12 che concede alla ricerca di base uno spazio ridotto, non superiore al 30% del finanziamento complessivo, cerca la sua legittimazione nelle politiche europee della conoscenza e ne condivide i limiti.13 Essa, inoltre, essendo al servizio di utilità definite dal governo, è esposta al rischio di delegittimare sia se stessa sia lo stato,14 proprio perché la sua valutazione è affidata a un consiglio d’amministrazione le cui mire sono in primo luogo politico-economiche mentre l’interesse per il sapere è trattato come una “curiosità” da confinarsi in un ristretto recinto.

Il documento Valditara è dissonante perché non si ispira esclusivamente all’ideale della scienza di stato (A), bensì contiene anche significativi riconoscimenti (B) di un modello più antico, fondato sull’autonomia della ricerca. Ma proprio questa sua incoerenza – non si sa se dovuta a dissimulazione propagandistica o a un principio di palinodia – lo rende politicamente interessante e meritevole di essere preso sul serio.15

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