Lettera aperta: “Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università”

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No AIContro l’università è in corso una guerra, ma solo una delle due parti è armata: le grandi aziende tecnologiche del complesso militare-industriale statunitense hanno colonizzato le università, per sostituire la finalità originaria dell’istruzione pubblica con gli obiettivi aziendali. Con le piattaforme per l’istruzione, mirano a estrarre valore dai dati degli studenti e a creare “una conduttura di futuri utenti” dei loro prodotti: “Ottieni quella fedeltà molto presto, e potenzialmente per tutta la vita”. La priorità “educativa” è per le aziende “la dipendenza degli adolescenti” dai loro servizi e prodotti. Grazie ai chatbot, la dipendenza è ottenuta per mezzo della dequalificazione: utenti divenuti incapaci di scrivere da soli, anche ai livelli più elementari, saranno ostaggi di sistemi informatici proprietari, dai quali, per quanto scadenti, dipenderanno.

Sistemi del genere sono inutili e dannosi, nelle università, se non come oggetto di studio. Se anche funzionassero, del resto, a chi mai verrebbe in mente di andare in palestra a guardare una macchina che sollevi pesi al suo posto?

Nei giovani, l’uso dei chatbot preclude l’apprendimento e abitua a omologarsi, a non pensare, a recepire pensieri già formulati da altri. È un addestramento alla “resa cognitiva”, all’adozione dell’output di un chatbot senza verifica e anche nei casi in cui contrasti con le proprie intuizioni o i propri ragionamenti. Chi non sia in grado di pensare non sarà in grado di valutare criticamente, di rivendicare diritti, di opporsi al potere, quale che sia. Ai cittadini si addicono il pensiero e l’uso pubblico della ragione. Ai sudditi, la resa cognitiva.

Un chabot è utile a chi lo produca, oltre che a fini di sorveglianza (se qualcosa di intimo restasse ancora celato al complesso militare-industriale, le aziende scommettono che lo confideremo all’app che promette di farci parlare con Gesù) anche a fini di manipolazione e controllo: uno strumento che ci suggerisca cosa scrivere ci suggerisce, al tempo stesso, cosa pensare. Per i sudditi eventualmente riottosi, l’accesso ai beni necessari alla sopravvivenza sarà legato alla disciplina.

Le università sono complici quando agiscono come broker edtech, promuovendo prodotti che dequalificano e disabilitano studenti e ricercatori e li intrappolano in infrastrutture proprietarie, e come megafoni aziendali, propagando narrazioni che proteggono il modello di business delle grandi aziende tecnologiche (malgrado il profluvio di linee guida ossessivamente dedicate all’etica, non c’è un modo etico di distruggere l’università).

Nelle università già ben addestrate a competere per finanziamenti privati e ad impegnarsi in ricerche delle quali i finanziatori privati dettino l’inquadramento, i risultati e financo il tono, molti si sono affrettati ad abbracciare “una pedagogia dell’inevitabile” e “una serie di strumenti i cui principali casi d’uso – polizia predittiva, targeting militare, pubblicità e pornografia – sono in profonda contraddizione con i valori che sostengono di difendere”.

Ma c’è anche chi, di fronte al male della banalità, reagisce.

Olivia Guest, Iris van Rooij, Barbara Müller e Marcela Suárez, scienziate e docenti universitarie dei Paesi Bassi, sono state promotrici e prime firmatarie, il 27 giugno 2025, di una lettera aperta ai loro Atenei, Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università*, che, con Maria Chiara Pievatolo e Antonio E. Porreca, abbiamo tradotto di seguito.

Alle università dei Paesi Bassi, alle Università olandesi di Scienze applicate e ai rispettivi Consigli di Amministrazione,

Con questa lettera, prendiamo una posizione di principio contro la proliferazione delle cosiddette tecnologie di “intelligenza artificiale” nelle università. In quanto membri di un’istituzione educativa, non possiamo tollerare l’uso acritico dell’IA da parte di studenti, professori, ricercatori o dirigenti. Chiediamo inoltre di riconsiderare tutti i rapporti finanziari diretti tra le università olandesi e le aziende di IA. Introdurre le tecnologie di IA senza restrizioni conduce a violare lo spirito della legge europea sull’IA. Mina i nostri valori pedagogici fondamentali e i principi dell’integrità scientifica. Ci impedisce di rispettare i nostri principi di indipendenza e trasparenza. E, cosa più preoccupante, è stato dimostrato che l’uso dell’IA ostacola l’apprendimento e disabilita il pensiero critico.

In qualità di studiosi, e in particolare di docenti universitari, abbiamo la responsabilità di dare un’istruzione ai nostri studenti, non di mettere il timbro a lauree senza relazione con capacità di livello universitario. Il nostro dovere di educatori è di coltivare il pensiero critico e l’onestà intellettuale, e il nostro ruolo non è quello di accettare l’alternativa tra la sorveglianza e la promozione della truffa, né quello di considerare normale che i nostri studenti o i ricercatori che supervisioniamo evitino il pensiero approfondito. Nelle università ci si impegna a fondo con ciò che si studia. L’obiettivo della formazione universitaria non è risolvere i problemi nel modo più efficiente e rapido possibile, ma sviluppare le capacità per identificare e affrontare problemi nuovi, che non sono mai stati risolti prima. Ci aspettiamo che agli studenti siano dati lo spazio e il tempo per formarsi opinioni proprie, profondamente ponderate, ispirate dalle nostre competenze e coltivate dai nostri spazi educativi. Questi spazi devono essere protetti dalla pubblicità aziendale, e i nostri finanziamenti non devono essere spesi in modo improprio per società a scopo di lucro, che offrono ben poco in cambio e dequalificano attivamente i nostri studenti. Persino il termine stesso “Intelligenza Artificiale” (che da un punto di vista scientifico si riferisce a un campo di studio accademico) è ampiamente abusato, con una mancanza di chiarezza concettuale che viene sfruttata per promuovere interessi aziendali e minare le discussioni scientifiche. È nostro compito demistificare e mettere in discussione l’“IA” nel nostro insegnamento, nella nostra ricerca e nel nostro impegno con la società.

Dobbiamo proteggere e coltivare l’ecosistema della conoscenza umana. I modelli di IA possono imitare l’aspetto del lavoro accademico, ma (per loro stessa natura) non hanno nulla a che fare con la verità: il risultato è un diluvio di “informazioni” non verificate ma che suonano convincenti. Nel migliore dei casi, l’output è accidentalmente vero, ma in genere privo di citazioni, avulso dal ragionamento umano e dalla rete di saperi di cui si impadronisce. Nel peggiore dei casi, è presentato con sicurezza ma sbagliato. Entrambi gli esiti sono pericolosi per l’ecosistema.

Le tecnologie di “IA” presentate in modo esagerato e sopravvalutate, come i chatbot, i grandi modelli del linguaggio e i prodotti correlati, non sono che questo: prodotti che l’industria tecnologica, proprio come le industrie del tabacco e del petrolio, spinge sul mercato per profitto e in contraddizione con i valori della sostenibilità ecologica, della dignità umana, della tutela pedagogica, della privacy, dell’integrità scientifica e della democrazia. Questi prodotti di “IA” danneggiano materialmente e psicologicamente la capacità dei nostri studenti di scrivere e pensare con la propria testa, perché esistono invece a beneficio degli investitori e delle aziende multinazionali. Come strategia di marketing per introdurre tali strumenti in classe, le aziende sostengono falsamente che gli studenti siano pigri o incapaci di scrivere. Condanniamo tali affermazioni e riaffermiamo la capacità d’azione degli studenti contro il controllo aziendale.

Ci siamo già trovati in questa situazione con il tabacco, il petrolio e molte altre industrie dannose che non si curano dei nostri interessi e che sono indifferenti al progresso dei nostri studenti nello studio e all’integrità dei nostri processi scientifici.

Vi invitiamo a:

  • Opporvi all’introduzione dell’IA nei nostri sistemi software, da Microsoft a OpenAI ad Apple. Non è nel nostro interesse lasciare che i nostri processi siano corrotti e cedere i nostri dati affinché vengano utilizzati per addestrare modelli che per noi non solo sono inutili, ma anche dannosi.
  • Proibire l’uso dell’IA in classe per i lavori degli studenti, proprio come vietiamo i servizi di scrittura di tesi su commissione e altre forme di plagio. Gli studenti devono essere protetti dalla dequalificazione e devono essere riconosciuti loro lo spazio e il tempo per svolgere i loro lavori da sé.
  • Smettere di normalizzare la propaganda sull’IA e le menzogne prevalenti nella sua presentazione aziendale. Queste tecnologie non hanno le capacità pubblicizzate e la loro adozione espone studenti e studiosi al rischio di violare i principi etici, legali, accademici e scientifici di affidabilità, sostenibilità e sicurezza.
  • Rafforzare la nostra libertà accademica, in quanto personale universitario, per far rispettare questi principi e criteri nelle nostra didattica e nella nostra ricerca, nonché nei sistemi informatici che siamo obbligati a utilizzare nell’ambito del nostro lavoro. In quanto studiosi, abbiamo diritto ai nostri spazi.
  • Sostenere il pensiero critico sull’IA e promuovere un approccio critico alla tecnologia su solide basi scientifiche. Il dibattito scientifico deve essere libero dai conflitti di interesse causati dai finanziamenti aziendali dell’industria, e la resistenza ragionata deve sempre essere sempre possibile.

Cordialmente,

*La versione originale della lettera aperta può essere letta e sottoscritta qui.

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22 thoughts on “Lettera aperta: “Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università””

  1. Questa lettera aperta non solo mi trova completamente d’accordo ma penso anche che sia necessaria perché gli strumenti IA sono avvolti da un’aura mitica e miracolistica al solo scopo di favorire un più facile controllo sulla massa da parte delle grandi corporazioni. La stessa denominazione IA è un ossimoro e una truffa: intelligenza è una facoltà naturale di comprensione e quindi non può essere artificiale, sarebbe come parlare di acqua asciutta. IA viene imposta non solo in campo accademico e aziendale ma anche nelle organizzazioni internazionali come Banca Mondiale, dove è diventato strumento obbligatorio per studi, reports e piani di sviluppo, che diventano inservibili in fase di esecuzione nella realtà.

  2. Sono totalmente d’accordo con la posizione espressa nella lettera in oggetto. Non ho alcuna stima né alcun rispetto per quella che, in luogo di “intelligenza”, chiamo deficienza artificiale. È sufficiente un uso della normale robotica per le funzioni ripetitive nell’industria, beninteso sotto diretto controllo umano.
    Da laureato tecnico – sono ingegnere – ho presenti i limiti della tecnologia, quale che essa sia, specialmente là dove si pretende che l’uomo, se c’è, non c’entra.

  3. Sono in totale e drastico disaccordo con quanto scritto.
    La AI e’ solo uno strumento. Queste sono posizioni retrive. Probabilmente sono state portate anche all’invenzione della ruota (ci si impigrisce!) alla scoperta del fuoco (ci si indebolisce!) all’invenzione della scrittura (si perde la capacita’ di memorizzare!)

    La AI e’ un’aggregatore di conoscenze, in grado anche di fornire spunti che si possano evincere da quelle conoscenze.
    Orgogliosamente ne insegno l’uso nel mio corso universitario. Orgogliosamente ho appena potuto dare un 30 e lode ad una studentessa che ha dimostrato di averla usata, aver capito i suggerimenti ed aver aggiunto di suo. L’universita’ non deve insegnare ad estrarre carta e penna le radici cubiche. Deve insegnare che cosa e’ una radice cubica ed il corretto uso dei calcolatori.

    Aggiungo che ridurre le tecniche della AI ai chatbot dimostra semplicemente ignoranza, nel senso di (colpevole, se si fa un’uscita pubblica del genere) assenza di conoscenza. O malafede, ma questo non lo voglio ipotizzare. Usare Agentic AI, rag, sistemi multi-agent, richiede competenza e creativita’. La mia stessa ricerca ha tratto molto giovamento dall’uso delle AI ed io questo insegno.

    1. Se si confonde il prodotto col processo, diventa facile trattare un appello contro l’uso del cric (che metaforicamente rappresenta i Large Language Models) in palestra come se fosse un’invettiva contro l’uso del cric – o, meglio, di tutte le macchine per il sollevamento dei pesi – in generale. Lo scopo della palestra è la formazione (Bildung): se ci vado col cric – direi a qualcuno che mi trattasse come reazionaria perché consiglio agli atleti di sollevare i pesi da sé o di non allenarsi per la maratona in motorino – non prevengo l’osteoporosi né acquisisco la resistenza necessaria per arrivare alla fine della corsa.

      Suggerisco di seguire i link contenuti nella presentazione, scritta da Daniela Tafani, che contengono un po’ di letteratura in merito. Sarà tutta “retriva”? Forse sì, ma solo se si accetta, dopo il fallimento novecentesco delle grandi filosofie della storia, che esista un progresso oggettivo, solo per coincidenza identico al modo in cui se lo rappresentano i grandi oligopolisti statunitensi.

      1. Maria, scusa, ma l’universita’ non e’ dove non si deve usare il cric in palestra. Alle elementari impari ad usare i muscoli in palestra e non usi il cric. All’universita’, per proseguire nella metafora, impari a sollevare l’auto. E quindi il cric lo usi, eccome. Anzi, se non insegni ad usarlo sei un pessimo insegnante.

        Quanto a seguire i link: se leggo uno sproposito (insisto, uno sproposito assoluto) come:
        ” Nel migliore dei casi, l’output è accidentalmente vero, ma in genere privo di citazioni, avulso dal ragionamento umano e dalla rete di saperi di cui si impadronisce”, non e’ che seguo i link, rischio di finire su un sito terrapiattista.

        Questa frase non solo e’ completamente sbagliata ed ignora le basi di quello che e’ un LLM, che non e’ un estrattore casuale di risultati. E’ autocontraddittoria in modo ridicolo. Se l’output e’ solo accidentalmente vero, di quale rete di saperi parlano? O sono accidentalmente veri pure questi saperi?

        Conosco i grandi rischi dell’uso indiscriminato della AI. Ma non sono questi i rischi. Per esempio questi accademici (o accademiche non mi importa) strillano che la AI rimbecilliscono gli studenti (a me risulta il contrario: si divertono, la provocano, la prendono in castagna e la usano, basta spiegargli come fare). Ma dimenticano che il rischio grosso, che e’ gia’ qui, e’ che spazzino via una intera classe di lavoratori della conoscenza, NON accademici, nella societa’. Col risultato di mettere sul lastrico ben piu’ persone di quattro accademici ed otto studenti. Interessa? E tra l’altro il risultato sara’ migliore per i problemi quotidiani e nullo per quelli seri – e chi sa cosa e’ un LLM sa perche’ (sarebbe bene parlare di quel che si conosce, e se non si puo’, tacere, come diceva Wittengstein: mi spiace ma da questa lettera la conoscenza di cosa e’ e come funziona la AI attuale non si evince).

        1. L’output è solo accidentalmente vero perché è solo più o meno probabile, sulla base della elaborazione statistica dei dati “di addestramento”, e della cosiddetta “temperatura”. Elaborare i dati del passato è una cosa, credere che sulla base di questa elaborazione il qui e ora sia come sono abituata a vederlo in passato è un’altra, come insegnò a sua tempo David Hume. Per ulteriori approfondimenti può rivolgersi direttamente alle promotrici dell’appello, chiamandole per nome: Olivia, Iris, Barbara e Marcela. Io mi fermo qui: i “terrapiattisti”, ahimè, sono dappertutto.

  4. Assurdo! Il drago non si combatte scappando via!
    Le università, e prima ancora le scuole, dovrebbero insegnare a usare in modo intelligente l’IA: il pensiero critico migliora con le sfide. Insegnate a fare le domande giuste, a distinguere le risposte corrette dalle allucinazioni, a verificare gli output delle chat, a interagire con qualcosa che vi da sempre ragione, anche quando non ce l’avete, e vedrete che i vostri studenti sapranno dominare la tecnologia.
    Insegnate poi a non regalare i dati personali e magari ad usare strumenti open, visto che sono disponibili!
    I miei complimenti e la mia ammirazione ai docenti che già lo fanno.

    1. Proviamo a mettere al posto di “IA” “servizi di scrittura di tesi su commissione”. Sbagliamo a dire agli studenti che se li usano non imparano a scrivere un testo scientifico da sé, e dovremmo invece insegnar loro a usarli in modo critico, per non scappare dal drago?

      Stiamo già tentando di insegnare agli studenti a non regalare i loro dati personali e a usare software libero: il solo problema è che le nostre università preferiscono abbandonarli a sistemi di sorveglianza proprietari, per lo più connessi allo spaccio di LLM per la didattica e la ricerca. Ma ciò, naturalmente, è solo una coincidenza.

      1. Rivedete la traduzione: qui si parla di “vietare l’uso dell’AI in classe E per i compiti degli studenti”
        La versione originale recita diversamente: “Ban AI use in the classroom for student assignments”
        Concordo sul divieto per le tesi e i compiti, ma vietare l’uso dell’AI in classe è un’assurdità! Al contrario: andrebbe insegnata a tutti i livelli e in tutti i percorsi formativi.

      2. Gli studenti che cercano scorciatoie ci saranno sempre. La AI puo’ essere uno strumento per scrivere una tesi, o un esercizio di esame, ed io non solo non ho nulla in contrario, ma lo suggerisco.
        Oppure puo’ essere un modo per non far nulla, non capire nulla, e “fregare” il docente.

        Se sei un docente, ed hai lavorato con lo studente, capisci immediatamente se un testo e’ suo o no. Se poi lavori tutti i giorni con le AI, capisci anche al volo se un testo e’ scritto con quello.
        Francamente se ti fai “fregare” e’ colpa tua, ed al 95% e’ perche’ non conosci lo studente.

        Accusi di abbandonare la gente a sistemi di sorveglianza proprietari: ecco la definizione di strumenti open di cui parla Giulio, da wikipedia:
        https://it.wikipedia.org/wiki/Open_source

        cosa non e’ chiaro?

        Di nuovo avete il terrore del grande fratello ma se dico llama o qwen, sapete di che parlo? Almeno lo sapete se dico DeepSeek?

        1. Vedo solo ora (non ho l’abitudine di incasellare le persone con cui discuto) che sei ordinaria di Filosofia politica. Io sono primo ricercatore in astrofisica. Credo che l’impatto della AI nei due campi possa essere drasticamente diverso, noi siamo piu’ vicini, come dire, agli ingranaggi. Sono disponibilissimo a discuterne.

        2. Evidentemente non ho capito nulla. Avevo fatto l’errore di credere a un esperto di sicurezza come Bruce Schneier, e alla Microsoft stessa, che spiega qui che Copilot “is for entertainment purposes only.”. Incidentalmente, la FSF sta cercando una definizione di programma di Machine Learning *libero* (preferiamo evitare l’espressione AI) che includa anche “dati” di addestramento liberi.

  5. Grazie per la traduzione e l’introduzione alla lettera contro l’introduzione acritica di tecnologie IA nelle università.
    Sono in disaccordo su alcuni punti specifici e penso che sia possibile un’introduzione critica e responsabile. Le posizioni critiche che esprimete sono molto utili, anzi necessarie. Ho visto e continuo a vedere utilizzi acritici, inconsapevoli, a volte demenziali, di piattaforme GenAI, insieme a racconti di teorie (fantasie) deliranti.

  6. Assolutamente d’accordo con l’autrice dell’articolo.
    Ovviamente l’ia è uno strumento e può essere anche usato in modo educativo ma questo non rimuove i lati negativi compresi nella loro adozione scellerata.
    Siamo arrivati al punto in cui secondo me bisogna distinguere il bisogno di ottenere un risultato a tutti i costi dalla esperienza che si matura durante un processo di apprendimento.
    È finalmente arrivato il momento di rivalutare come si apprende invece di che cosa e quanto dato che dal momento che due persone si affidano completamene al prodotto di una IA il loro apporto diventa trasscurabile.

  7. Parliamo di AI e copyright, che esamina un nesso importante. Ho trovato molto lucido, ben documentato e propositivo “Who Owns the Knowledge? Copyright, GenAI, and the Future of Academic Publishing” (Kochetkov, 2025). La prospettiva e’ propriamente universitaria. Dopo aver esposto la normativa esistente in materia di copyright e IA in USA, Cina, UE, UK ed altro, l’A. chiama ad una “call to action” proponendo misure specifiche per salvaguardare la proprieta’ intellettuale in uno scenario di scienza aperta. “(p.17) Universities should take a leading role in regulating AI. […] Having said that, I must acknowledge that universities lack the regulatory power that governments possess. Among specific actions that universities can take I would mention: ‒ Supporting development and implementation of CC Signals and RSL, ‒ Adopting institutional policies that prohibit the use of faculty work for AI training without consent, ‒ Developing open-source, responsible LLMs, ‒ Creating mandatory AI usage and AI ethics curricula.[…]
    ” (p.18) Most community documents in open science remain silent on the matter of AI training, e.g. the recent Barcelona Declaration on Open Research Information (Kramer et al., 2024). This apparent oversight represents a significant missed opportunity for the open science community to establish a coherent normative position on this issue. Such a position is arguably needed before commercial practices and legal expectations become entrenched and more resistant to change. The current moment therefore presents a critical juncture. It seems imperative that the community acts now to shape governance frameworks, ensuring that the principles of open science ultimately serve broader human flourishing rather than facilitating primarily corporate extraction.” Testo completo su ArXiv a https://arxiv.org/pdf/2511.21755.

    1. Grazie per la segnalazione. In generale sono contraria all’estensione della cosiddetta “proprietà intellettuale” sulla base dell’argomento che difenderebbe gli autori individuali o collettivi, per i motivi che spiega bene Doctorow qui. La crisi dei prezzi dei periodici, che dipende (anche) dall’IP, non ha fatto abbastanza danni?

      Il problema della cosiddetta PI è che, come ogni proprietà, è un monopolio alienabile. E i più deboli – quali gli autori che devono pubblicare su “certe” riviste – la alienano senza nemmeno accorgersene.

      Ci sarebbe un uovo di Colombo: basterebbe imporre per legge, a tutela dell’utente, che gli spacciatori pubblichino i cosiddetti dati di addestramento dei sistemi di “AI” messi in commercio – cioè che sia lecito offrire al pubblico solo statistiche automatizzate basate su “dati” accessibili. La FSF, peraltro, sta cercando di scrivere una definizione di programma di machine learning libero basato proprio sul principio della disponibilità di tali dati.

      Se invece si continua ad accettare che si smercino scatole nere, si può indovinare se esse rispettano le licenze elencate dall’articolo solo induttivamente, e con difficoltà.

      1. Grazie a lei per il rinvio all’articolo di Doctorow (feb 2023!), sicuramente molto valido. Questo testo si riferisce all’ambito musicale e – fra l’altro – deplora che a maggiori apparenti tutele di PI corrispondano minori introiti per gli autori (“[…] we’ve spent 40 years expanding copyright. We’ve made it last longer; expanded it to cover more works, hiked the statutory damages for infringements and made it easier to prove violations. This has made the entertainment industry larger and more profitable – but the share of those profits going to creators has declined, both in real terms and proportionately.”).
        A rischio di sbagliare, non sono sicura che l’ambito musicale e quello delle pubblicazioni accademiche siano particolarmente vicini, perche’ in quest’ultimo – salvo specifici ambiti o ad es. i brevetti che sono altra cosa – il “guadagno” dell’autore e’ tipicamente reputazionale. Secondo alcune prospettive potremmo comunque arrivare alla riduzione della forza-lavoro anche nelle professioni intellettuali in quanto sostituita dall’AI, e questo E’ un vantaggio economico, per chi eroga i compensi e per chi di quelle expertise artificiali si gioverebbe gratis.
        Anche qui vedo il rilievo fra l’ingestione incontrollata dei prodotti di ricerca (e di molti altri dati tutelati) e un percepito cambio di prospettiva da parte di un’utenza ingannata dalle black-box, che lei giustamente menziona, e illusa dal senso di onnipotenza derivante dall’incorporazione di strumenti AI ogni dove nel ciclo della conoscenza, cosi’ che in teoria il procedimento della produzione intellettuale puo’ apparire gia’ ampiamente delegabile.
        Se allora la PI tutelata dagli strumenti oggi noti e’ insufficiente, e figuriamoci quella meno tutelata, forse a nuovo problema bisognera’ trovare nuove soluzioni. In questo senso, mi pare che l’art. di Kochetkov fornisca qualche spunto interessante. A quanto si legge, anche i programmi di machine learning libero cui lei accenna potrebbero aiutare.
        Oppure lo scenario cambiera’ totalmente e noi, ancora una volta, ci adegueremo.
        Grazie per l’interessante occasione di scambio.

        1. La forma della cosiddetta proprietà intellettuale, a prescindere dalla materia, rimane la stessa: un monopolio che nasce in mano all’autore, e che gli autori deboli cedono al miglior offerente: a pagamento oppure gratis. Questo è il caso degli autori scientifici, in cerca di una reputazione imposta loro dalla valutazione amministrativa. Accrescere la cosiddetta IP sulle base delle esigenze di questo o quello ha condotto a mostruosità come l’invenzione di in monopolio specifico per la traduzione (ne parlo in https://zenodo.org/records/19153108 a p. 4) – istituito perché certi scrittori francesi volevano trarre rendite da lavori e discorsi non loro.
          La svalutazione del lavoro dell’autore scientifico non nasce con gli LLM: è già avvenuta con l’imposizione della valutazione amministrativa e dei sui criteri bibliometrici per la quale non ciò che si scrive non conta nulla, e conta solo il testo come dato da dare in pasto a sistemi di calcolo statistici. Niente di nuovo sotto il sole.

  8. Ringrazio la collega e amica Tafani per invitarci a riflessioni critiche su un tema strettamente connesso al rapporto fiduciario che sta alla base di qualsiasi democrazia! E un grazie anche alla professoressa Pievatolo per i suoi scritti a difesa dell’Università, ovvero della casa di quel ragionamento critico! Con sincera stima Grazie!

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