Plan I: un’infrastruttura per riaprire la scienza

Trundholm sun chariot1. Di cavalli e di carrozze

Gli studiosi di Kant conoscono la Pace perpetua come un progetto filosofico che, non senza ironia, si propone di superare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali – e si propone di farlo, irrealisticamente, col diritto invece che, realisticamente, con la forza.
Chi ha familiarità, prima che con la filosofia, con il denaro e il potere, può prendere il filosofo poco sul serio, soprattutto quando, nella prima parte dell’appendice alla Pace perpetua, contrappone due specie di politici:

  • il “politico morale” che, per superare la guerra, delimita la scelta dei mezzi a quelli compatibili con l’imperativo categorico, vale a dire con il rispetto dei diritti degli esseri umani;
  • il “moralista politico” che, sostenendo di mirare allo stesso fine, pensa che si possa ottenere solo con la guerra.

Come ottenere la pace se non con una forza preponderante? Machiavellicamente siamo abituati a credere che il moralista politico di Kant sia l’unico politico possibile. E però quanto pare efficace nel particolare e nel particulare non necessariamente lo è anche dal punto di vista sistemico: una guerra vittoriosa non elimina la guerra e anzi contribuisce a conservare un mondo governato dalla legge del più forte nel quale l’unica pace possibile è quella degli imperi e dei cimiteri.
Se si accoglie l’invito dell’imperativo categorico a pensare in universale, i mezzi non hanno un rapporto accidentale, meramente tecnico, con il fine, perché essi stessi cambiano o conservano il sistema. Se per pace non s’intende una provvisoria assenza di guerra, bensì l’instaurazione di un ordinamento che risolva le controversie internazionali con il diritto, pretendere di perseguirlo con la guerra non è solo moralmente incoerente: è anche, e in primo luogo, politicamente irrealistico. Anteporre il fine al mezzo ignorandone gli effetti sistemici è come – scrive Kant – mettere la carrozza davanti ai cavalli: si perpetua l’esistente, senza avanzare d’un passo.

2. Open access: un fine che giustifica i mezzi?

In un articolo del 2015 Ralf Schimmer, della Max Planck Gesellschaft Digital Library, propose un modo realistico per superare il persistente scandalo per il quale i testi scientifici, pur potendo essere facilmente ed economicamente resi disponibili in rete almeno dal 1991, rimanevano per lo più accessibili solo dietro pagamento di abbonamenti ingiustificatamente alti e continuamente crescenti. Dal momento che gli autori, anziché preferire riviste ad accesso aperto, sottopongono i loro testi a riviste costose che danno loro prestigio e carriera, perché non spostare il denaro degli abbonamenti dalla lettura alla scrittura? Perché, cioè, non pagare gli editori per rendere pubblico quello che scriviamo invece che per accedere a testi incongruamente chiamati “pubblicati”?

Many who advocate open access envisage the development of a new publishing environment — new journals, new ways of operating — in which researchers can eventually be resettled. But it may be preferable to work with the publishing habitat that has evolved organically and bring open access into it. This could be achieved by transforming the existing core journals’ business models while simultaneously maintaining their function of providing quality assurance through peer review, publishing services and brand value [corsivo aggiunto].

This would enable a large-scale shift to open access while still providing researchers with the services and functions of the journal publishing system in which they are comfortable. The beauty of this idea is that the disruption would be perceptible only in the organisational domain in which the money is managed; since this side of business is typically hidden from researchers, authors would not experience any disturbance to their ordinary publishing activity.

L’ideale della scienza aperta – superare la proprietà intellettuale per rendere pubblica la ricerca del sapere in ogni sua fase – pare difficile da mettere in atto se i ricercatori, o chi per loro, preferiscono la “pubblicazione” alla pubblicità. Perché dunque chi dispone del denaro per farlo non agisce solo sulla “pubblicazione”, lasciando tutto il resto – sistema di valutazione della ricerca compreso – inalterato? Questo, certo, mette in difficoltà i ricercatori indipendenti e dei paesi poveri, ma riesce a ottenere lo scopo dell’accesso aperto, pur tenendone ogni altro aspetto chiuso – possibilità di pubblicare compresa.

La via del moralista politico – quella realistica – ha finora condotto, anche e soprattutto in Italia, a contratti svantaggiosi, quali quello con Elsevier e quello con Springer-Nature. Se, infatti, un articolo su “Nature” rimane fondamentale per il prestigio e la carriera dei ricercatori, il suo editore, com’è riuscito a imporre un prezzo oltraggiosamente alto per gli abbonamenti, può anche chiederne uno paragonabilmente alto per la pubblicazione. Possiamo – realisticamente – permetterci di continuare a essere realisti? Il progetto Plan I – Towards a sustainable research information infrastructure spiega perché è più che mai indispensabile rispondere di no.

3. Il monopolio come questione politica

I contratti con gli editori sfuggono alle regole degli appalti pubblici – sostengono i coautori di Plan I – semplicemente perché sono contratti con monopolisti. Ogni articolo scientifico è, infatti, un pezzo unico: una volta che l’autore è stato indotto a cederne il copyright a un editore commerciale, è con lui, e con lui soltanto, che si deve negoziare. Questo ha permesso agli editori di imporre prezzi che superano fra 10 e 20 volte i costi di pubblicazione e negoziazioni estenuanti per ottenere miglioramenti minimi.

Il monopolio degli editori commerciali non ha solo un effetto monetario, ma anche tecnologico, bloccando forme di interoperabilità e interconnessione altrimenti banali: “efficient citation linking, interactive data visualizations or interoperabilities with data and code have yet to be implemented in the scholarly literature”. Gli editori, infatti, non hanno interesse a favorire la creazione di uno spazio cosmopolitico di discussione e di ricerca: le loro rendite di monopolio, quando non finiscono nelle tasche dei loro azionisti, si orientano infatti all’acquisizione di sistemi di analisi dei dati e di produzione, pubblicazione, valutazione, disseminazione e amministrazione della ricerca per creare bolle reciprocamente impermeabili in cui ogni passo e ogni dato del nostro lavoro è controllato, sorvegliato e sfruttato a fini commerciali e di manipolazione. A questa sorveglianza non si sottrae la didattica, né, tanto meno, la teledidattica.

In una simile condizione, è riduttivo affrontare il monopolio come se fosse solo e in primo luogo una questione economica.

…we are in a position, after the experience of the last 20 years, to state two things: in the first place, that a corporation may well be too large to be the most efficient instrument of production and distribution, and, in the second place, whether it has exceeded the point of greatest economic efficiency or not, it may be too large to be tolerated among the people who desire to be free. [corsivi aggiunti]

Queste righe, attribuite a Louis Brandeis, risalgono al 1911, e sono citate da Tim Wu per ricordare che nella società – rete compresa – la libertà di ognuno non è garantita solo dalla divisione e dalla limitazione dei poteri degli stati, ma anche di quelli delle aziende. Come può una democrazia sopravvivere se un pugno di aziende determina, con una sorta di prerogativa regia, la vita e le scelte dei più e può influenzare le decisioni del legislatore?

Quanto vale per la democrazia a maggior ragione vale per la ricerca: se copyright e concentrazione editoriale limitano la possibilità di leggere e di scrivere come si può garantire un’universale libertà dell’uso pubblico della ragione?

Per spezzare i monopoli, Plan I propone alle istituzioni pubbliche – o a quel che ne rimane dopo decenni di deriva post-democratica – un intervento collettivo di sistema.

4. Un’infrastruttura pubblica per la ricerca

Plan I non mira a sostituire le riviste scientifiche commerciali con una rivista di stato, cioè dei monopoli privati con uno statale, anche perché, nei paesi ove vige la valutazione di stato della ricerca, la coppia distopica di Big Business e Big Government cammina già di pari passo. Mira, piuttosto, a ricostruire un ambiente in cui i servizi editoriali, limitandosi alla pubblicazione, ritornino acquisibili su un mercato concorrenziale popolato sia da attori pubblici sia da editori privati ma reciprocamente sostituibili, perché non monopolisti.

Dal momento che la ricerca è finanziata in buona parte da denaro pubblico, per risparmiare il 90% di quanto viene devoluto agli editori commerciali non occorre smembrare le loro aziende con la sciabola. Basta fissare e far rispettare pochissimi criteri sul formato e sulla valutazione dei risultati della ricerca.

  1. testi, dati e codici devono essere elaborati secondo formati aperti e devono essere pubblicamente archiviabili, in modo che qualunque sia l’editore che li tratta, si possano facilmente esportare e utilizzare, senza barriere proprietarie;
  2. università ed enti di ricerca devono poter essere finanziati dal pubblico solo a condizione che smettano di valutare la ricerca sulla base della pubblicazione su determinate riviste, aderiscano a iniziative come DORA e si associno o promuovano infrastrutture di pubblicazione aperta quali Open Research Europe (ORE).

Anche se il documento non ne fa menzione, nell’apertura dei formati andrebbe inclusa anche una riforma del copyright che riconosca agli autori scientifici un diritto morale e inalienabile alla ripubblicazione immediata di tutti i loro testi, in modo da strappar via agli editori ogni monopolio che possa derivare dalla cessione dei loro diritti.

Plan I, si dirà, è poco realista. E però ci si dovrebbe chiedere in quale senso – se non quello vuoto ed estetizzante del realismo capitalista – lo è invece un sistema che, perfino in tempi di gravissima crisi, sottrae milioni e milioni di pubblico denaro ai contribuenti, ai docenti e agli studenti, indirizza a indagare non su quello che ci interessa ma su quello che viene citato, induce a trattative segrete ed accordi capestro, riduce la scienza aperta a un costoso adempimento burocratico e i ricercatori a vassalli o a complici dei signori della valutazione. Il suo testo, molto breve, meriterebbe dunque di essere letto per intero, soprattutto da chi, invece di affrontare i monopoli, preferisce scendere a patti con essi.

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Scienza aperta: solo una questione di adempimenti?

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I would prefer not toPaola Galimberti ha reso pubblico su Zenodo.org un breve articolo, Open Science: cambiamento culturale cercasi, per offrire un resoconto ragionato del modo in cui  l’università statale di Milano ha perseguito e va perseguendo l’apertura della scienza.

La Statale, negli anni. ha reso disponibili strumenti, quali gli archivi istituzionali per il deposito di testi e dati della ricerca e una piattaforma per pubblicare riviste ad accesso aperto e gratuito sia dal lato del lettore sia da quello dell’autore, ha deliberato discipline, e ha monitorato e diffuso i dati sui loro effetti e sui loro costi. Buona parte delle amministrazioni universitarie si interessano di scienza aperta per lo più in virtù di quanto imposto dai bandi dell’Unione Europea, in Italia indebitamente assunti a surrogati del finanziatore ordinario. L’ateneo milanese ha dunque l’ulteriore merito di averla perseguita in un ambiente che le è indifferente se non ostile. L’articolo, però, non è stato scritto per celebrare l’efficienza milanese, bensì per chiedere se – a Milano e altrove – sia possibile superare la logica dell’adempimento amministrativo per trasformare la scienza aperta in una pratica di ricerca diffusa e condivisa.

Quando, all’inizio dell’età moderna, la scienza cominciò la sua rivoluzione, la  pubblicità – come strumento di discussione e di falsificazione –  s’impose senza aver bisogno di essere imposta. Perché oggi, invece, viene perseguita come un adempimento amministrativo esteriore – così esteriore che pochissimi si sono resi conto che certi contratti detti trasformativi trasferiscono semplicemente in scrittura l’oligopolio in lettura di una manciata di editori scientifici commerciali?

La scienza aperta, se presa sul serio, è tale non solo nel suo medium ma anche nei suoi fini, entro un orizzonte che supera la durata del corpo e del nome del singolo  studioso: la conversazione non può e non deve aver conclusione perché chi indaga è un essere finito destinato a essere superato.  Anche per questo  – perché agli esseri finiti è difficile fare i conti con la propria fine – è stato semplice addestrare i ricercatori alla logica dell’adempimento burocratico, con incentivi e disincentivi individuali a brevissimo termine, ancorché di valore scarso o addirittura controproducente. L’università di Milano persegue l’open science con un certo grado di democrazia – si pensi per esempio alla sua commissione per l’accesso aperto che, invece di essere emanazione di un rettore-monarca, è composta dai delegati dei dipartimenti – ma che cosa ci impedisce di rappresentarla, entro la camicia di forza burocratica che impoverisce e comprime la ricerca italiana, come un mero esempio di efficienza amministrativa, ancora interamente prigioniero della logica dell’adempimento?

A questa domanda, proposta da chi scrive, ha tentato di rispondere Roberto Caso:

L’università di Milano ha devoluto risorse e investito sistematicamente in un’organizzazione favorevole alla scienza aperta; l’ha fatto con un processo trasparente e, soprattutto, dedica tempo e spazio alla formazione e all’informazione dei ricercatori.
Ciò dovrebbe essere sufficiente a convincerli che la scienza aperta è l’unico modo di fare scienza. In altri termini, dovrebbe scavare la differenza tra adempimento burocratico e obbligo morale (o anche semplice opportunità per se stessi e per tutti). Ma i ricercatori vivono nel mondo dell’università-azienda e hanno ormai talmente metabolizzato la logica dei premi e punizioni da non riuscire a concepire un mondo diverso. Anche quando premi e punizioni non sono istituzionalizzati a livello di ateneo il maggior incentivo a pubblicare in OA è la speranza di essere più citati.
Paola Galimberti ha più volte evidenziato che a Milano molte cose sono state fatte perché l’ateneo aderisce a LERU che applica ai suoi soci la logica di premi, punizioni e misure [ancorché solo reputazionali – N.d.R.]. Il che non sorprende e chiude il cerchio.

La discussione sull’articolo di Paola Galimberti, anteriore alla sua pubblicazione, è qui riportata sia perché rientra nella nostra prassi di revisione paritaria aperta, sia perché chi vi ha partecipato è convinto che la questione dell’open science, se emancipata  dalla logica dell’adempimento burocratico, potrebbe aiutare a ridiscutere il senso e il ruolo dell’università, almeno per chi non si accontenta di ridurla “a una mera strutture contabile, dove alla gerarchia priva di autorità di gruppi accademici che si azzuffano nella difesa d’interessi minimali si affiancano la degenerazione e la corruzione caratteristiche degli apparati aziendali e amministrativi“.

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A pledge to be open: l’impegno pubblico di Erin McKiernan

open access logo Ecco una traduzione del Pledge to be open di Erin McKiernan, nella sua versione semplificata. Avevamo già pubblicato qualcosa di simile, ma più lungo e didattico: questo testo, nella sua brevità, è molto più incisivo e si presta bene a un uso interdisciplinare.

L’ultimo punto del giuramento merita di essere commentato: in questo momento un ricercatore non può limitarsi a fare il suo lavoro e a licenziarlo per la “pubblicazione”, ma deve anche esprimersi con franchezza a favore dell’accesso aperto. Infatti, nella neolingua dell’università-azienda, la “pubblicazione” ha ormai ben poco a che vedere con la pubblicità, e molto invece con la carriera, o con la sopravvivenza, in un sistema pervasivo di controllo burocratico. Chi pubblica per fare uso pubblico della ragione, cioè per parlare con la società dei cittadini del mondo, ha il dovere di chiarire gli equivoci: il filosofo, naturale e no, rende i suoi testi accessibili perché parla all’umanità; l'”addetto alla ricerca” – come spregiativamente viene chiamato nei documenti ministeriali – “pubblica” in primo luogo per i burocrati che lo valutano, cioè non pubblica affatto. Chi è filosofo, naturale o no, deve far notare la differenza.

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Mi impegno a:

  1. prestare la mia opera come redattore o come revisore solo per riviste ad accesso aperto
  2. pubblicare solo in riviste ad accesso aperto
  3. condividere in modo aperto i miei manoscritti di lavoro
  4. condividere in modo aperto il mio codice, quando possibile
  5. condividere in modo aperto i miei appunti, quando possibile
  6. chiedere alle associazioni professionali e scientifiche di cui faccio parte di sostenere l’accesso aperto
  7. parlare con franchezza a favore dell’accesso aperto.
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