L’Unione Europea ha patrocinato la formazione di COARA, una coalizione composta promiscuamente da università, enti di ricerca, associazioni scientifiche e agenzie di valutazione, con lo scopo di limitare la bibliometria a un uso responsabile. Ha avuto cura di escludere dalla coalizione, perché in conflitto di interessi, gli editori commerciali, che in una lega per la temperanza farebbero la parte dei produttori di alcolici, ma non le agenzie della valutazione di stato o comunque amministrativa, che farebbero la parte delle osterie. Ma mentre nelle osterie che spacciano spirito si va liberamente, quelle che impongono bibliometria di stato come arma di valutazione di massa sono a frequentazione coatta e, in una lega per la sobrietà bibliometrica, in radicale conflitto di interessi.
Per quanto, come spiega l’articolo di Francesca Di Donato di cui questo intervento è una revisione paritaria aperta, sarebbe stato possibile sviluppare creativamente i principi di COARA in senso kantiano, la riforma, in Italia, sta risultando poco incisiva. La responsabilità è anche dell’UE, la quale, in veste di Unione Elusiva, ha dato antikantianamente indicazioni su come si valuta senza chiedersi chi valuta, e dunque senza toccare la valutazione amministrativa – il che è come promuovere una campagna per la sobrietà fra i bevitori lasciando aperte le osterie di stato a frequentazione coatta e addirittura permettendone la collaborazione.

Le università sono complici quando agiscono come broker edtech, promuovendo prodotti che dequalificano e disabilitano studenti e ricercatori e li intrappolano in infrastrutture proprietarie, e come megafoni aziendali, propagando narrazioni che proteggono il modello di business delle grandi aziende tecnologiche (malgrado il profluvio di linee guida ossessivamente dedicate all’etica, non c’è un modo etico di distruggere l’università).
Contro questa complicità, c’è chi si ribella, come le autrici di questa lettera aperta alle università dei Paesi Bassi di cui pubblichiamo la traduzione italiana.

La casa editrice Società Aperta si è impegnata negli ultimi anni in un’impresa meritevole: rimettere a disposizione del pubblico italiano testi classici da tempo fuori commercio che continuano a far parte del dibattito contemporaneo e che sono oggetto di riscoperte capaci di aprire nuovi campi d’indagine. Un esempio è The Public and its Problems di John Dewey, l’opera con cui nel 1927 il filosofo rispose a Public Opinion (1922) e The Phantom Public (1925) di Walter Lippmann. Proprio per l’importanza cruciale del testo, la riproposizione di questo volume poteva rappresentare un’occasione preziosa per aggiornare la ricezione di Dewey in Italia; un’occasione che, tuttavia, è stata almeno in parte mancata.
L’ultimo libro della collana Methexis, proposto da Brunella Casalini, si intitola Waste land: dall’incuria dell’homo faber alla cura dell’homo reflectus mira a superare l’ignoranza tramite la cura dei rifiuti.
A distanza di un anno dalla sua pubblicazione, il testo è stato presentato presso la Società italiana di Sociologia della vita quotidiana e ampliato con una riflessione ulteriore, disponibile qui.
Prendersi cura, si domanda l’autrice, può ridursi a porgere una cannuccia di plastica a un paziente costretto a letto, o richiede di ampliare la prospettiva per chiedere da dove viene quella plastica e che ne sarà – e come ci influenzerà – quando diventerà un rifiuto?
Nel sistema capitalistico, l’estensione della cura oltre l’ambito privato è ostacolata tramite un’ignoranza coltivata affinché ci si disinteressi di ciò che accade a monte e a valle della produzione: alla dequalificazione del lavoro corrisponde una sottrazione della conoscenza su come funzionano, non funzionano o potrebbero diversamente funzionare le cose, a favore di tecnocrati che trattano gli stessi soggetti morali come esternalità. In questo senso diventar consapevoli della cultura dello scarto è molto più di una questione di carità cristiana.

La scienza cosiddetta aperta – o, almeno, la sua retorica – è sembrata una soluzione alla delegittimazione della ricerca istituzionale contemporanea: “crisi di trasparenza, di riproducibilità, di accesso, di fiducia pubblica”.
L’esperienza italiana, di cui si occupa il contributo di Paola Galimberti che presentiamo qui, mostra però che una cosa è fare dichiarazioni, un’altra scalfire interessi e poteri sedimentati per sostenere infrastrutture nazionali condivise, politiche di finanziamento stabili, sistemi informativi e di monitoraggio aperti. E prima di concludere che l’immobilità del sistema è dovuta solo a povertà di denaro, bisogna considerare quanto se ne è versato e se ne continua a versare agli oligopolisti dell’editoria commerciale.
D’altra parte, quando si è trattato di recepire l’invito europeo a rendere la ricerca “sicura”, il governo italiano si è invece affrettato a battere i tacchi. Come mai?



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