Richard Poynder: lo stato dell’accesso aperto

open access logo“La storia dell’accesso aperto, quando verrà scritta, narrerà la vicenda di un gruppo di spiriti nobili che, contro l’aspra resistenza degli editori, hanno demolito le barriere economiche attorno alla ricerca a finanziamento pubblico? O riferirà di come un’industria editoriale altamente innovativa abbia sfruttato gli effetti benefici della rete per rendere la ricerca libera?”

Richard Poynder è un giornalista indipendente, autore di una serie di interviste sullo stato dell’accesso aperto. Nell’ultimo dialogo della raccolta assume il ruolo dell’intervistato, lasciando a Björn Brembs quello dell’intervistatore. Il colloquio si conclude con un prospettiva sulla storia futura,  come la scriveranno i vincitori.

Se l’accesso aperto è inevitabile perché – dopo un quarto di secolo – è ancora minoritario?

Nel gioco dell’accesso aperto gli editori commerciali, da un lato, e i bibliotecari e i ricercatori, dall’altro, professano  visioni antagoniste della scienza e del mondo. Almeno per l’opzione cosiddetta “aurea”,  cioè la pubblicazione su riviste nativamente ad accesso aperto (p. 2),  ora l’antagonismo è in via di attenuazione: ma questo,  per Poynder,  è un signum prognostikon ambiguo (pp. 3-4).

Non posso fare a meno di notare che sono passati venticinque anni da quando è stato inventato il web, ventitré  dalla creazione dell’archivio di preprint di fisica arXiv, venti da quando Stevan Harnad ha pubblicato la sua Subversive Proposal, quattordici dalla fondazione del primo editore OA (BioMed Central),  e dodici dalla conferenza BOAI a Budapest. Ma l’accesso aperto sta entrando nel mainstream soltanto ora, e resta da fare un’enorme quantità di lavoro.  Senza considerare nient’altro, moltissimi ricercatori devono ancora essere convinti ad abbracciare l’OA,  e un buon numero ne è implacabile oppositore, in particolare fra gli studiosi di scienze umane e sociali – come dimostra l’intervista a Robin Osborne

Credo ci siano anche motivi per sostenere che, per le debolezze che vedo nel modo in cui si è sviluppato il movimento. l’OA rischia di essere occupato dagli editori – e sarà improbabile che questo sviluppo abbia esiti che compiaceranno molti sostenitori dell’accesso aperto.

Così mi sento obbligato a chiedere: se l’accesso aperto è inevitabile perché si è attuato così poco nell’ultimo quarto di secolo, perché il dibattito è divenuto così confuso e perché si sta evidentemente permettono agli editori di sovvertire il processo di transizione all’open access?

Secondo Poynder, la frammentazione  del movimento per l’accesso aperto – il suo essere una collezione variopinta di individui e interessi (p. 5) – gli rende difficile agire come un gruppo di pressione unitario in grado di influenzare gli stati e le università  (p. 6)  per creare politiche istituzionali comuni.  Per questo motivo si è anche sottovalutato il fenomeno dell’editoria cosiddetta predatoria, che adotta come unico criterio di selezione dei testi la disponibilità degli autori a metter mano al portafoglio.   Il compito importante e rischioso di identificare e indicare i predatori non può essere abbandonato nelle mani di un singolo come Jeffrey Beall. Occorrerebbe uno sforzo organizzato  (p.7).

Cercare alleanze con gli editori, anche ad accesso aperto, si è rivelato controproducente:  nel gioco della pubblicazione scientifica, gli editori non sono animati dagli stessi interessi dei ricercatori e dei bibliotecari. Lo ha mostrato il Finch Report britannico, che ha condotto a patrocinare pubblicazioni accessibili gratuitamente ai lettori, ma a pagamento per gli autori, e a tutto vantaggio degli editori (p. 8),  che continuano a intercettare grandi quantità di denaro pubblico. Anzi, il modello pay-to-publish rischia di replicare la crisi dei prezzi dei periodici, questa volta dal lato dei ricercatori come autori e non più da quello dei ricercatori come lettori.  Secondo Peter Suber, circa il 70% delle riviste elencate nella Directory of Open Access Journals sono gratis sia per il lettore sia per l’autore: ma questo, secondo Poynder,  è un fenomeno localizzato per lo più nei paesi del cosiddetto Sud del mondo.

Per quanto la massa degli studiosi rimanga indifferente al problema della pubblicazione,  alcune iniziative spiccano perché hanno avuto origine fra i ricercatori e non fra i bibliotecari (p. 11):  lo sciopero organizzato tramite il sito The Cost of Knowledge, e alcune iniziative di pubblicazione e referaggio in proprio come Episciences.org e l’overlay journal Annals of Mathematics, il cui scopo è mettere fuori gioco l’editoria tradizionale  (p. 11).

In rete è possibile disaggregare le funzioni dell’editoria scientifica – la revisione paritaria e la pubblicazione – che nella stampa erano unite, e costruire sui testi liberamente disponibili una serie di servizi a valore aggiunto, incentrati non sui contenuti, ma sugli strumenti analitici che li ri-trasformano in dati. Le mosse di Elsevier,  da Scopus fino all’acquisto di Mendeley, indicano che gli editori più attenti, pur non rinunciando a spremere il copyright fino all’ultima goccia, prendono già sul serio questa prospettiva (p. 12).

Il fatto che la pubblicazione sia sempre più connessa alla tecnologia della rete rende possibili forme di disintermediazione che la rimettano sotto il controllo degli studiosi: non per caso Internet non è nata come una produzione dell’impresa privata, ma come una creazione della ricerca pubblica. Fra i compiti che dovrebbero tornare nelle mani degli studiosi c’è anche l’amministrazione della revisione paritaria. Gli editori, però, sono una parte terza, anche se commercialmente ispirata, che media fra attori spesso aspramente rivali (p. 13):  gli autori, lasciati a se stessi, sono davvero in grado di cooperare?

La trasformazione degli enti di ricerca in revisori ed editori di se stessi è già ampiamente sperimentata, sia nelle riviste ad accesso aperto offerte dai servizi bibliotecari, in associazione ai loro archivi istituzionali, sia in iniziative di più ampio respiro, come Digital Commons, o l’incoraggiamento a fondare overlay journal  che insistono su un archivio istituzionale   (p. 14), secondo un’idea già praticata anche qui  in Italia –  in uno stato che, dal punto di vista della politica della ricerca, è indirizzato con decisione verso il Sud del mondo.  Rispetto al Nord c’è solo una differenza:  in un paese in via di sottosviluppo le iniziative restando individuali e difficilmente  sono raccolte da istituzioni impoverite non solo economicamente, ma soprattutto culturalmente e moralmente.  Offrono maggiore speranza i paesi emergenti SciELORedalyc e AJOL  sono molto più piattaforme di pubblicazione che archivi (p.  19) – e sono economicamente sostenibili perché  finanziate dal pubblico come parte dell’infrastruttura di ricerca.

Chi orienterà l’accesso aperto del futuro? I ricercatori o gli editori?

In questa prospettiva la via del deposito in archivi istituzionali e disciplinari di testi pubblicati altrove rimane quella più interessante, perché non replica in rete la rivista cartacea, ma,  separando l’accessibilità dell’articolo dalla sua pubblicazione ufficiale,  è un passo verso la disgregazione del monolito editoriale e l’emancipazione degli autori e delle biblioteche universitarie  (p. 16).

Siamo, dunque,  a un punto di svolta:  l’accesso aperto del futuro sarà indirizzato dalla ricerca o gestito e organizzato dagli editori (pp.17-20)? Secondo Poynder,  è essenziale che il movimento per l’accesso aperto prenda le distanze dagli editori:  lasciare a loro il controllo della pubblicazione significa non solo continuare permettergli di drenare una quantità sproporzionata di denaro pubblico, ma soprattutto limitare l’accessibilità alla prospettiva di chi legge senza considerare quella di chi scrive e quella delle istituzioni che finanziano la pubblicazione (pp. 21-25).   La scienza, come afferma  Jean-Claude Guédon,  è una grande conversazione, che richiede la libertà dell’uso pubblico della ragione entro una società cosmopolitica:  se offriamo un accesso passivo ai lettori,  ma permettiamo solo ai ricchi  di essere “scrilettori”,  avremo una scienza di ricchi  per i ricchi, con  tutti gli altri ad assistere in silenzio.

Soprattutto in paesi,  come l’Italia, in cui la legislazione è ancipite e in cui la valutazione della ricerca non solo ha un impianto autoritario, ma è costruita prevalentemente sugli interessi degli editori,  il momento decisivo è ora:  se università ed enti di ricerca non riusciranno a passare dalle parole ai regolamenti,  se il movimento per l’accesso aperto non riuscirà a svegliare le coscienze dei ricercatori, la storia del futuro sarà scritta nel modo peggiore. Vinceranno i feudatari e i burocrati, perderemo noi.

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CUN: consultazione pubblica per la costituzione dell’anagrafe nazionale nominativa dei professori e delle pubblicazioni scientifiche

E’ stata promossa dal Cun.  Serve a “comprendere quali siano le opinioni, le idee degli attori della ricerca circa i criteri in base ai quali  riconoscere anche le riviste scientifiche“. Rispetto alla scientificità per emanazione governativa, è un passo avanti, compiuto da un organo che è, differentemente dall’Anvur, elettivo.

Vale la pena spendere un po’ del nostro tempo del rispondere. Si può fare da qui.

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Scholars, don’t disregard Wikipedia. Become Wikipedia

open access logoNel marzo 2012, la rivista ad accesso aperto PLoS Computational Biology ha compiuto l’esperimento di pubblicare, con la procedura normale, un articolo di stile enciclopedico, impegnandosi però a caricarne una versione sulla Wikipedia in lingua inglese.

Gli studiosi accademici sono affetti da una peculiare schizofrenia o, meglio, da un’idiozia specializzata. Tutti noi sappiamo, con Weber, che i nostri contribuiti individuali sono destinati a essere superati, e nella nostra ricerca usiamo senza ritegno opere dell’intelligenza collettiva come Wikipedia. Quando si tratta, però, di contribuirvi, ci comportiamo come se un’etichetta di professore ordinario sull’urna delle nostre ceneri esaurisse il senso della nostra vita: tendiamo, dunque, a “pubblicare” in luoghi più costosi e meno frequentati,  ma in grado di marchiare i nostri articoli con la nostra individualità.

Plos offre un rimedio a questa contraddizione: l’articolo sulla rivista ha i crismi della peer review tradizionale e rimane legato al suo autore, mentre la versione donata a Wikipedia, collettivizzata, potrà essere elaborata nei consueti modi dell’enciclopedia libera.  Nel lungo termine, un effetto collaterale di quest’operazione sarà la possibilità di vedere come, quanto e perché la versione collettiva si differenzierà da quella individuale. Gli auctores antichi – da Omero a Pitagora, da Ippocrate allo stesso Platone – fondavano comunità di conoscenza solo diluendo l’individualità propria e altrui; la rivoluzione telematica, di contro, rendendo facile il forkpermette di rimanere a un tempo autori in un senso moderno e di ambire a diventare auctores all’antica.

La qualità della Wikipedia italiana è oggetto di critiche fondate e di altrettanto fondate ipotesi di miglioramento, che invocano interventi “professionali”. L’espediente di Plos permette di offrirli senza diminuire o ostacolare la contribuzione cosiddetta “amatoriale” che, in un progetto come quello di Wikipedia, deve meritare il massimo rispetto.

Il Bollettino telematico di filosofia politica ha deciso di ripetere l’esperimento di Plos con la Wikipedia italiana e nell’ambito delle scienze umane, mettendo a disposizione le sue pagine per pubblicare, nelle modalità tradizionali, articoli disciplinarmente pertinenti una cui copia sarà destinata a essere donata a Wikipedia. Il nostro primo contributo è la traduzione italiana del saggio di Fichte di cui abbiamo già parlato. E’ inoltre in preparazione un articolo a esso dedicato e siamo pronti a considerare le proposte di altri colleghi.

Una simile iniziativa, già difficile di per sé, lo è a maggior ragione in Italia. Il modello di ricerca di stato confezionato dall’Anvur, perfino in un momento come questo, è costruito prevalentemente se non esclusivamente su database chiusi, editori commerciali, liste oligopolistiche imposte d’autorità. Ma proprio perché la sperimentazione è difficile, è necessario farla, e farla ora: perché l’uso pubblico della ragione applicato allo scopo di migliorare un bene comune dell’informazione dovrebbe essere “meno scientifico” di un marchio apposto da funzionari nominati dal governo?

ResearchBlogging.org Spencer Bliven, & Andreas Prlić (2012). Circular Permutation in Proteins PLoS Comput Biol, 8 (3) DOI: 10.1371/journal.pcbi.1002445

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Le riviste di scienze politiche

Anche per l’area 14 è stata resa nota la lista delle riviste da considerarsi eccellenti ai fini della valutazione della ricerca. Il documento dell’Anvur  contiene solo un elenco di riviste, costruito sulla base di alcuni criteri generali. La lista qui sotto è limitata alle riviste di scienze politiche. Il grassetto mette in evidenza le poche che non sono ad accesso chiuso. I link, naturalmente, sono stati aggiunti da noi.

Fascia A
Filosofia politica
Politica e Società
Rivista Italiana di Scienza Politica
Rivista Italiana di Politiche Pubbliche

Fascia B
Afriche e Orienti
Analisi e Diritto
Annali della Fondazione Luigi Einaudi
Ars Interpretandi
Comunicazione politica
Democrazia e diritto
Fenomenologia e Società
Filosofia e Questioni Pubbliche
Heliopolis
Hermeneutica
Il Pensiero politico
Iride
ISPI – Relazioni Internazionali
Journal of Constitutional History / Giornale di Storia Costituzionale
Jura Gentium
La Cultura
La Società degli Individui
Le Carte e la Storia
Materiali per una Storia della Cultura Giuridica
Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali
Paradigmi
Parolechiave
Passato e presente
POLENA
Politica Internazionale
Quaderni di scienza politica
Quaderni fiorentini
Ragion Pratica
Storia amministrazione costituzione
Teoria politica
Vita e pensiero

Fascia C
Amministrare
Archivio Storico per la Calabria e la Lucania
Archivio Storico per le Province Napoletane
Bologna Center Journal of International Affairs
Clio. Rivista trimestrale di studi storici
Cosmopolis
Frontiera d’Europa
Il Politico
Istituzioni del federalismo
Millepiani
Metabasis
Notizie di Politeia
Pace Diritti Umani – Peace Human Rights
Quaderni dell’Osservatorio Elettorale
Quaderni di Relazioni Internazionali
Quaderni Stefaniani
Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto

Rivista Italiana di Comunicazione Pubblica
Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione
Scienza & Politica
Storia in Lombardia

I valutatori affermano di aver prodotto questa selezione sulla base di una revisione paritaria da parte di referee stranieri in dialogo con le società di studi. Pur essendo socia della Società italiana di filosofia politica, non sono stata invitata a partecipare alla conversazione. Né, per l’avventurosa segretezza della gerarchia ministeriale, conoscerò mai i nomi e i giudizi dei revisori.

Fra il 2005 e il 2011 il “Bollettino telematico di filosofia politica” ha sperimentato una revisione paritaria in triplo cieco, più equa sia di quella in doppio cieco raccomandata dall’Anvur alle riviste, sia di quella praticata in prima persona dall’Anvur, nella quale gli unici ciechi sono i valutati. In entrambi i casi, il potere di chi sceglie i revisori anonimi è opaco e senza controllo.  Per temperarlo, il nostro sistema, Hyperjournal, permetteva agli autori di rivelarsi solo dopo il giudizio. Questo non è bastato a farci includere nella lista dell’Anvur.

Quanto al nostro esperimento, non solo è socialmente fallito – pochissimi desiderano davvero sottoporsi a un processo così rischioso – ma anche tecnologicamente superato. In rete la revisione paritaria si può fare ex post, all’aperto, anziché ex ante, al chiuso, come nell’accademia dei morti viventi. Per questo, mentre le riviste italiane venivano indotte d’autorità ad adottare un cerimoniale che la ricerca in rete sta lasciandosi alle spalle, siamo diventati un overlay journal. Ormai, fra le sette pubblicazioni in inglese più citate, a fare concorrenza a Nature o Science, ci sono tre archivi disciplinari privi di referaggio ex ante: Repec, ArXiv e Social Science Reseach Network.

Altri criteri imposti dalle gerarchie dell’Anvur possono però essere apertamente analizzati.  Sul requisito generico dell'”accessibilità” via rete devo purtroppo rimandare a quanto ho già scritto sulle riviste di filosofia: i valutatori dell’area 14 sono riusciti a fare di peggio, escludendo tutte le pubblicazioni italiane presenti nella Directory of Open Access Journals.  Ma a proposito del criterio degli indici h delle riviste, che l’Anvur dice di aver rilevato su Google Scholar tramite Publish or Perish, dobbiamo farci una domanda: perché non sono stati resi pubblici i dati usati per decidere?

Incuriosite da questa mancanza, Brunella Casalini e io abbiamo ricostruito quei dati e li abbiamo analizzati. Il frutto del nostro lavoro è in questo documento, ospitato presso l’archivio Marini,  che mettiamo a disposizione di tutti, assieme con il nostro database (csv, ods), e con una classifica delle riviste per indice h, che fa capire a colpo d’occhio quanto sia stato tenuto in conto nei diversi settori disciplinari. Abbiamo scoperto parecchie cose bizzarre – per esempio un conflitto d’interessi talmente clamoroso da essere spiegabile solo con un errore di calcolo. Per permettere a chiunque di verificare la nostra ricerca, abbiamo messo in questo enorme file zippato tutto quello che è comparso davanti ai nostri occhi quando abbiamo  interrogato Scholar.

Non c’interessa dimostrare, in conflitto d’interessi, che avremmo meritato di stare nella lista, ma che il principio stesso della lista è sbagliato, perché produce immobilismo, oligopolio e oligarchia, in un momento in cui fare esperimenti sulle pubblicazioni è parte della ricerca e della sua libertà, tutelata dall’articolo 33 della nostra Costituzione. L’ha spiegato benissimo Antonio Banfi recentemente su Roars,  l’avevo scritto anch’io in tempi non sospetti. Siamo, tuttavia, molto contente che la lista includa alcune riviste liberamente accessibili.  Per capire perché quelle sono scientifiche mentre la nostra no basta un piccolo click.

 

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