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Scienza aperta: solo una questione di adempimenti?

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I would prefer not toPaola Galimberti ha reso pubblico su Zenodo.org un breve articolo, Open Science: cambiamento culturale cercasi, per offrire un resoconto ragionato del modo in cui  l’università statale di Milano ha perseguito e va perseguendo l’apertura della scienza.

La Statale, negli anni. ha reso disponibili strumenti, quali gli archivi istituzionali per il deposito di testi e dati della ricerca e una piattaforma per pubblicare riviste ad accesso aperto e gratuito sia dal lato del lettore sia da quello dell’autore, ha deliberato discipline, e ha monitorato e diffuso i dati sui loro effetti e sui loro costi. Buona parte delle amministrazioni universitarie si interessano di scienza aperta per lo più in virtù di quanto imposto dai bandi dell’Unione Europea, in Italia indebitamente assunti a surrogati del finanziatore ordinario. L’ateneo milanese ha dunque l’ulteriore merito di averla perseguita in un ambiente che le è indifferente se non ostile. L’articolo, però, non è stato scritto per celebrare l’efficienza milanese, bensì per chiedere se – a Milano e altrove – sia possibile superare la logica dell’adempimento amministrativo per trasformare la scienza aperta in una pratica di ricerca diffusa e condivisa.

Quando, all’inizio dell’età moderna, la scienza cominciò la sua rivoluzione, la  pubblicità – come strumento di discussione e di falsificazione –  s’impose senza aver bisogno di essere imposta. Perché oggi, invece, viene perseguita come un adempimento amministrativo esteriore – così esteriore che pochissimi si sono resi conto che certi contratti detti trasformativi trasferiscono semplicemente in scrittura l’oligopolio in lettura di una manciata di editori scientifici commerciali?

La scienza aperta, se presa sul serio, è tale non solo nel suo medium ma anche nei suoi fini, entro un orizzonte che supera la durata del corpo e del nome del singolo  studioso: la conversazione non può e non deve aver conclusione perché chi indaga è un essere finito destinato a essere superato.  Anche per questo  – perché agli esseri finiti è difficile fare i conti con la propria fine – è stato semplice addestrare i ricercatori alla logica dell’adempimento burocratico, con incentivi e disincentivi individuali a brevissimo termine, ancorché di valore scarso o addirittura controproducente. L’università di Milano persegue l’open science con un certo grado di democrazia – si pensi per esempio alla sua commissione per l’accesso aperto che, invece di essere emanazione di un rettore-monarca, è composta dai delegati dei dipartimenti – ma che cosa ci impedisce di rappresentarla, entro la camicia di forza burocratica che impoverisce e comprime la ricerca italiana, come un mero esempio di efficienza amministrativa, ancora interamente prigioniero della logica dell’adempimento?

A questa domanda, proposta da chi scrive, ha tentato di rispondere Roberto Caso:

L’università di Milano ha devoluto risorse e investito sistematicamente in un’organizzazione favorevole alla scienza aperta; l’ha fatto con un processo trasparente e, soprattutto, dedica tempo e spazio alla formazione e all’informazione dei ricercatori.
Ciò dovrebbe essere sufficiente a convincerli che la scienza aperta è l’unico modo di fare scienza. In altri termini, dovrebbe scavare la differenza tra adempimento burocratico e obbligo morale (o anche semplice opportunità per se stessi e per tutti). Ma i ricercatori vivono nel mondo dell’università-azienda e hanno ormai talmente metabolizzato la logica dei premi e punizioni da non riuscire a concepire un mondo diverso. Anche quando premi e punizioni non sono istituzionalizzati a livello di ateneo il maggior incentivo a pubblicare in OA è la speranza di essere più citati.
Paola Galimberti ha più volte evidenziato che a Milano molte cose sono state fatte perché l’ateneo aderisce a LERU che applica ai suoi soci la logica di premi, punizioni e misure [ancorché solo reputazionali – N.d.R.]. Il che non sorprende e chiude il cerchio.

La discussione sull’articolo di Paola Galimberti, anteriore alla sua pubblicazione, è qui riportata sia perché rientra nella nostra prassi di revisione paritaria aperta, sia perché chi vi ha partecipato è convinto che la questione dell’open science, se emancipata  dalla logica dell’adempimento burocratico, potrebbe aiutare a ridiscutere il senso e il ruolo dell’università, almeno per chi non si accontenta di ridurla “a una mera strutture contabile, dove alla gerarchia priva di autorità di gruppi accademici che si azzuffano nella difesa d’interessi minimali si affiancano la degenerazione e la corruzione caratteristiche degli apparati aziendali e amministrativi“.

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Se l’università può essere liberale

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What Creative Commons License should I use?1. CC-by o copyleft?

Molte istituzioni che patrocinano la scienza aperta consigliano licenze “permissive”, come la Creative Commons Attribution (CC-by) che lascia all’autore solo il diritto – morale e inalienabile negli ordinamenti europei continentali – alla paternità dell’opera e ne autorizza l’incorporazione e il riuso in oggetti proprietari.1 La licenza CC-by, considerata da molti la norma dell’open access, è la preferita da Plan S; quando il copyright può valere per i dati viene raccomandata, assieme all’ancor più permissiva CC-0, dall‘Open Research Data Pilot di Horizon 2020 (p. 10). È inoltre richiesta dalla Bill & Melinda Gates Foundation, da Wellcome Trust e da molti altri finanziatori pubblici e privati, e applicata – pare senza opzioni alternative – da piattaforme come Preprints.org. I motivi di questa preferenza sono chiari: la licenza CC-by è quella che rende più facile condividere e riutilizzare le opere che essa protegge, pur senza negare agli autori il dovuto riconoscimento.2

Le licenze Creative Commons, modellate sul software libero, sono concepite come una soluzione di ripiego – in mancanza di una riforma complessiva del diritto d’autore – per agevolare la condivisione in un ambiente legale ostile, che attribuisce diritti esclusivi, qualora non diversamente indicato, su tutte le opere dell’ingegno il cui autore non sia morto da almeno settant’anni.

Un testo non recente di Richard Stallman, disponibile anche in traduzione italiana, invita però a diffidare della generosità unilaterale.

The simplest way to make a program free is to put it in the public domain, uncopyrighted. This allows people to share the program and their improvements, if they are so minded. But it also allows uncooperative people to convert the program into proprietary software. They can make changes, many or few, and distribute the result as a proprietary product. People who receive the program in that modified form do not have the freedom that the original author gave them; the middleman has stripped it away.3

Una licenza che non obblighi a mantenere libero ciò che è derivato da quanto ricevuto espone il software a sorgente aperto al rischio di essere ri-incorporato in oggetti proprietari e riprivatizzato.4 Stallman, perciò, preferisce la più restrittiva General Public License, che autorizza a redistribuire, anche a fini commerciali, i programmi derivati dal codice da essa protetto solo a condizione di non alterarne la licenza. Come una pianta che si riproduce per  talea, così una porzione di codice GPL ricopiato altrove mantiene e propaga la sua natura, rendendo via via più rigoglioso il prato dei beni comuni.

Fuori dal mondo del software, la licenza che condivide con la GPL la capacità di propagazione non è la CC-by, ma la più restrittiva Creative Commons-Attribution-ShareAlike (CC-by-sa), tramite la quale l’autore rimane in controllo del modo in cui la sua opera e ciò che ne deriva sono distribuite.

Nel sistema del copyright, nato e pensato per l’età della stampa, la mediazione editoriale è a un tempo indispensabile e potenzialmente abusiva: il mediatore, infatti, si trova un una posizione che gli rende facile alterare, o negare, il rapporto fra l’autore e il pubblico della cui amministrazione è stato investito. Chi sceglie la licenza CC-by-sa, desiderando salvaguardare e arricchire il prato dei beni comuni, pone l’azione del mediatore sotto limiti rigorosi. Chi invece preferisce la CC-by si espone al rischio che mediatori ed elaboratori rapaci, pur traendo profitto dalla sua generosità, ne ostacolino la propagazione al pubblico. Ma quando la licenza CC-by è consigliata o addirittura imposta, gli autori sono invitati od obbligati ad abbandonare la cura per i beni comuni e per i diritti del pubblico all’arbitrio di sfruttatori futuri, sulle cui scelte non potranno esercitare nessun controllo.

Vale la pena sottolineare che raccomandare la pubblicazione ad accesso aperto non differisce dall’imporre una licenza particolare nel grado, bensì nella specie. Nel secondo caso, infatti, all’autore viene di fatto disconosciuta la titolarità originaria e piena del suo diritto, che comprende anche la facoltà di scegliere a quali condizioni rendere pubblica la sua opera.

il filosofo della scienza Michael Hagner si chiede se l’accesso aperto caldeggiato con tanto compiacimento dalle istituzioni dell’Unione Europea sia davvero l’attuazione di un ideale illuministico di emancipazione umana o non si riduca invece a un sistema di mercificazione del sapere entro un orizzonte esclusivamente economico:

Liberalità e apertura, in questo contesto, hanno due significati: come commons, l’OA rappresenta un bene universalmente disponibile; come merce (commodity), forma un gigantesco serbatoio di dati aperti  da cui coloro che godono dell’accesso alle tecnologie appropriate possono attingere perseguendo i propri interessi materiali.5

Non sarebbe difficile confutare Hagner se la licenza CC-by-sa, che permette agli autori di prendersi cura dei beni comuni contro mediatori e mercificatori parassitari pur senza proibirne gli usi commerciali, fosse quella generalmente indicata. La licenza CC-by, infatti, anche se consigliata in buona fede,6 si adatta assai meglio – in quanto sottrae agli autori l’interesse e la responsabilità del bene comune della scienza – a un sistema di sfruttamento economico privato, popolato da ricercatori proletarizzati  che transitano come sonnambuli dal publish or perish all’open or perish  consegnandosi a sfruttatori  vecchi e nuovi, in cambio di compensi non necessariamente ricchi e distintivi non necessariamente scientifici.

2. Liberalità: una questione universitaria

Sotto un diritto positivo che rende facile rivendicare la proprietà verso tutti e per sempre ma difficile donare a tutti e per sempre, l’invenzione di Richard Stallman e la critica di Michael Hagner inducono a distinguere fra due concetti di generosità:

  1. generosità  “debole”, per la quale l’autore rinuncia a tutti i suoi diritti alienabili;
  2. generosità “forte” o  liberalità per la quale l’autore mantiene alcuni diritti perché desidera che continui a operare anche in un ambiente nel quale l’appropriazione ha un effetto omnilaterale, mentre il dono solo bilaterale.

L’ultimo libro di Kathleen Fitzpatrick, Generous Thinking. The University and the Public Good, si chiede se, perché e come sia ancora raccomandabile e possibile, per l’università praticare la liberalità in un ambiente in cui è dovunque imposto il modello della competizione in luogo di quello del servizio.

In un mondo ipermediato, globalizzato e conflittuale,  leggere, scrivere, interpretare, discutere e in generale diventar consapevoli del modo in cui le rappresentazioni agiscono dovrebbe essere importante. Eppure, si crede che una laurea in scienze umane non serva assolutamente a nulla, quando serve assolutamente a tutto. La crisi delle scienze umane annuncia e precorre quella della ricerca di base in generale, almeno in un sistema così – catastroficamente – concentrato sull’utile immediato e puntuale da credere e far credere che quanto serve a tutto non serva, in effetti, proprio a nulla.

L’autrice riprende l’aggettivo generous da una critica di David Scobey, per il quale  le scienze umane potrebbero superare la loro delegittimazione solo bilanciando il loro atteggiamento agonistico con un nuovo generous thinking:, cioè con un risposta pubblicamente orientata e dunque pubblicamente giustificabile alla loro antica vocazione al servizio e all’ascolto di e per gli esseri umani – da tessitori di reti e non da guardiani di gabbie.

Esistenzialmente, anche gli umanisti accettano ciò che fanno professione di criticare: un’università basata su un individualismo competitivo ancorché eteronomo, il quale, in nome dell’amministrazione e della classificazione, li allontana dall’uso pubblico della ragione e li rende sempre più ingiustificabili e autoreferenziali. Non importa quanto le loro teorie siano radicali: il loro contenuto è indifferente, una volta  rinchiuso in “prodotti della ricerca” scritti non per essere letti ma per essere contati.

Gli umanisti e, prima di loro, le università, possono ancora permettersi di essere liberali? Soltanto a parole: esserlo sul serio – come riconosciuto da un rettore di un’università statale americana nominalmente vocata all’apertura e al servizio pubblico – nuocerebbe, distributivamente, alla loro competitività. Ma

che cosa potrebbe diventare possibile se riuscissimo a decidere che a essere davvero in competizione non sono le istituzioni di istruzione superiore bensì la visione dell’istruzione superiore come bene pubblico e la sua riduzione a responsabilità privata? E quali nuove mete potremmo prefiggerci se, alla ricerca di una fondazione comune in un rinnovato impegno per  l’istruzione superiore come bene pubblico, riuscissimo a riconoscere che le nostre istituzioni hanno bisogno di collaborare, di costruire collettivamente i sistemi e le competenze a tutte necessarie per far progredire il loro intero settore molto più di quanto ne abbiano di differenziarsi reciprocamente, arrampicandosi l’una sull’altra in una qualche messinscena accademica di The Hunger Games?

3. Insegnare, leggere e pubblicare in un’università liberale

Il ricercatore competitivo, specialmente se sottomesso a una valutazione della ricerca amministrativa e centralizzata, difficilmente troverà il tempo e il coraggio di sfidare le regole del gioco. E però, se riuscisse a farlo, gli sarebbe possibile insegnare, leggere e scrivere in modo più coerente con i valori che le istituzioni universitarie pubbliche spesso continuano a professare, sia pure in estemporanei miscugli che aggiungono l’ipercompetitività interindividuale  a una retorica di squadra che pare più vicina al calcio professionistico che alla VII lettera di Platone.

3.1 Insegnamento: una questione di giustizia

Il giovane americano non ha rispetto per nulla e per nessuno, per nessuna tradizione e per nessun ufficio, all’infuori che per la prestazione personale: questa è ciò che l’Americano chiama «democrazia». Per quanto la realtà possa comportarsi pur sempre in maniera distorta in rapporto a tale contenuto di senso, esso è però questo, ed è ciò che qui ci importa. Dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue conoscenze e i suoi metodi in cambio del denaro di mio padre, così come l’erbivendola vende a mia madre il cavolo. Tutto qui.7

L’università americana, come scriveva circa un secolo fa Max Weber, ha rappresentato precocemente l’insegnamento come una relazione contrattuale. Le nozioni – o  anche le competenze – sono computabili come i cavoli che si vendono al mercato, per la soddisfazione dei clienti in grado di pagarli: e ogni altro discorso è pubblicità, nel senso, commerciale, di propaganda economica. È possibile immaginare un’alternativa a questo modello che sia ultracontrattuale ma non esposta al rischio di trasformarsi in un benintenzionato indottrinamento?8

Trasmettere nozioni per una qualche utilità rimane  paragonabile al mercato ortofrutticolo, anche quando si traffica in verdure meno umili dei cavoli. Una didattica liberale non deve cambiare l’offerta: deve operare in una piazza alternativa a quella del mercato costituendo vincoli reciproci, di carattere etico, che, non esaurendosi in atti puntuali,  rendano possibile la conversazione e l’ascolto. In questo senso, l’insegnamento è in primo luogo una questione di giustizia.

Questa modalità dell’obbligazione – tale che non può  estinguersi tramite atti discreti di generosità ma va invece vissuta – è il cuore di The University in Ruins di Bill Readings. Nel tentativo di tracciare una via d’uscita dal pantano in cui l’università dell’eccellenza ha sprofondato l’istruzione superiore,  Readings considera ripetutamente al concetto di obbligazione e al suo nesso con la comunità. Il suo scopo, egli osserva, è “una riformulazione anti-modernista dell’insegnamento e dell’apprendimento come sedi d’obbligazione, come luoghi di prassi etica invece che come mezzi per la trasmissione di conoscenza scientifica. L’insegnamento, così, diviene responsabile rispetto a questioni di giustizia invece che rispetto a criteri di verità” (p. 154; corsivo nell’originale). Questa connessione fra obbligazione, etica e giustizia lo conduce al suo impegno al dissenso – la disposizione a rimanere in un disaccordo e dialogo ininterrotti  invece di forzare un falso e oppressivo consenso – e alla sua coinvinzione che “la condizione della prassi pedagogica sia, con le parole di, Blanchot, ‘un’infinita attenzione all’altro'” (161). Questa infinita attenzione è  un’obbligazione etica che non può essere estinta, la cui infinità è prodotta, in non piccola parte, dal nostro essere-in-comunità;  “l’obbligazione alla comunità”, osserva Readings, è “tale che ne siamo responsabili ma non le possiamo dare una risposta” (187).9

Readings rappresenta ancora l’università, “americanamente”, come una fornitrice di prodotti umani, quali, secondo la sua interpretazione, il soggetto repubblicano di Kant, la cultura nazionale di Humboldt, poi frammentata, secondo i nuovi gusti della clientela, nella pluralità degli studi culturali, e infine l’eccellenza vuota della burocrazia che anche K. Ftizpatrick desidera sfidare.10 L’insegnamento universitario era e dovrebbe ridiventare una questione di giustizia proprio perché il suo scopo non è confezionare risorse umane per il mercato del lavoro, consegnando merci nozionistiche scolasticamente impacchettate, bensì spacchettare questi nozioni allo scopo di discuterle e di superarle, cioè di farne oggetto di dissenso. Perché la cultura – come narra un’antica allegoria – comincia col dissenso, e nel dissenso vive.

A che serve questa impostazione, che è rivoluzionaria solo in senso astronomico? Serve a non servire: in un mondo costruito perché si dia per scontato che l’orizzonte ultimo sia una competizione vuota, la coltivazione istituzionale del dissenso può aiutare tutti a immaginare alternative a una vita automatica programmata secondo il verbo di economisti morti.11

3.2 Lectio: una relazione ermeneutica

Le lectiones universitarie sono nate come letture, in una cultura manoscritta per la quale i testi erano opere d’arte rare e preziose. Quando, però, le scritture si producono industrialmente diventa facile credere che anche i lettori possano essere formati e valutati altrettanto industrialmente, tramite procedure e test standardizzati.

Sotto questo regime, la lettura s’intende come  prassi utilitaristica, volta a estrarre da un testo la Risposta, tale da poter essere espressa in conformità col resto di  una classe, la totalità dei cui componenti cerca di riecheggiare i desideri dell’istruttore o degli autori del test. Non solo non c’è spazio per l’interpretazione in un qualche senso ampio e creativo; non c’è spazio per niente oltre l’ansia per le conseguenze delle risposte sbagliate. L’esito, come risulta dall’indagine di Timothy Aubry, è ridurre l’atto complesso di confrontarsi con un difficile testo letterario e negoziarne i significati ad “afferrarlo”. ‘Afferrarlo’ assimila, naturalmente, l’atto dell’interpretazione  a quello della consumo… una volta “afferrato” il libro il nostro lavoro si presume finito e possiamo rilassarci. Lo abbiamo in nostro possesso, il che significa che siamo ora fra gli eletti e abbiamo perciò titolo ad apprezzare quanto è diventato di nostra proprietà senza ulteriori sforzi.” Ma modi di confronto testuale più sofisticati richiedono forme di privilegio culturale da cui molti lettori sono stati esclusi. Idealmente, il ruolo degli studiosi è aiutare a combattere con testi difficili e far conoscere il piacere che può derivare da questa battaglia. Questo è, in effetti, il ruolo che recitiamo in aula: è possibile fare la stessa parte anche col più ampio pubblico dei lettori?

Ermeneuticamente, i testi scientifici e letterari sono prospettive sul mondo che aiutano chi si impegna nella loro comprensione a conoscere se stesso: farne oggetto di estrazione meccanica d’informazione significa ridurli a trasmettitori di opinioni predeterminate da chi, imponendole come un Humpty Dumpty tecnocratico, ha già deciso che cosa significano le parole.12

Uno studioso liberale, di contro, legge in pubblico, ma non allo scopo di smerciare agli altri dei significati per loro altrimenti inattingibili, bensì per metterli in grado di confrontarsi direttamente coi testi. Costruire con gli altri un simile spazio di discussione richiede però tempo, e, soprattutto, un impegno etico incompatibile con la macchina burocratica della produttività accademica.

3.3 Lavorare in pubblico

L’impegno etico a parlare in pubblico come studiosi si ritrova nei principi originari del movimento per l’accesso aperto, che si proponeva di far convergere la riduzione dei costi di pubblicazione e distribuzione determinata dalla rivoluzione digitale13 con la tradizione della gratuità e pubblicità della comunicazione scientifica.

Insegniamo come abbiamo ricevuto insegnamento, pubblichiamo  come impariamo dalle pubblicazioni altrui. Non possiamo ripagare quanti sono venuti prima di noi, ma possiamo dare e diamo a quanti vengono dopo. La nostra partecipazione a una comunità di ricerca etica e volontaria è fondata sulle obbligazioni a cui siamo reciprocamente tenuti.

Queste obbligazioni non sono contrattuali come quelle di chi si considera al servizio di chi lo paga, bensì propriamente pubbliche, cioè verso tutti. Il loro ambiente non è un gruppo particolare, ma quanto Kant avrebbe chiamato la società dei cittadini del mondo.

Le organizzazioni particolari, anche quando si sforzano di essere etiche e inclusive, non possono superare i loro limiti e sono proclive a comportamenti opportunistici per gli interessi immediati dei loro membri e le pressioni dell’ambiente. Pensarsi come parte di una società solo ideale non è una debolezza ma una forza, perché invita a fare uso pubblico della ragione tentando di parlare a tutti e nell’interesse di tutti, invece che ad alcuni e nell’interesse proprio.14

La moneta con cui si pagano i debiti verso il futuro è però impalpabile, perché non consiste nel ripetere la scienza del passato, ma nel ripensarla e rimetterla in discussione come un problema non del tutto risolto, per un futuro ancora non del tutto determinato. Un sistema che si vantava di sapere amministrare tutto senza doversi meravigliare di nulla ha preferito allontanare gli studiosi da questo modo aperto di saldare i debiti, per puntare invece sui titoli derivati della ricerca: le cosiddette “pubblicazioni”, il cui valore non sta nei contenuti, che possono rimanere non leggibili né letti, ma nei metadati dei contenitori – le riviste, i libri – in cui sono confezionati. Potremmo pagare con tutto, e invece paghiamo con niente, cioè con testi non esigibili perché – salvo particolari emergenze – inaccessibili ai più e spesso privi di valore d’uso, in quanto orientati da sistemi di valutazione amministrativi di cortissimo respiro.

Questi titoli, per Kathleen Fitzpatrick, non sono soltanto tossici: sono un contributo al proprio suicidio. Rendersi esclusivi in nome di un prestigio amministrativamente definito significa abituare il pubblico a fare a meno di noi.

This is, at its most benign, a self-defeating attitude; if we privilege exclusivity above all else, we should not be surprised by the limited circulation that results. And whatever the prestige market might suggests, it is when our work fails to circulate that its value truly declines. As David Parry has commented, “Knowledge that is not public is not knowledge.” It is only in giving that work away, in making it available to the publics around us, that we produce knowledge.

È incoerente deplorare il populismo o l’ignoranza, o levare – come profeti biblici di piccolo cabotaggio – indeterminati lamenti contro la dittatura telematica prossima ventura, quando noi stessi, alla ricerca dell’editore amministrativamente o socialmente prestigioso, abbiamo omesso di navigare nella rete per amore di sapere, abbandonandola a specialisti e bot similmente a caccia d’attenzione. Quando smerciamo, quali “prodotti della ricerca”, visioni del mondo d’effetto, anziché battere piste, tessere reti, aprire orizzonti e discutere possibilità, contribuiamo alla demolizione del nostro senso, privatizzando un uso della ragione che può essere libero e aiutare tutti a liberarsi solo se è e rimane pubblico.

4. Lucus a non lucendo: l’università

L’università della competizione e dell’eccellenza si legittima con un’esclusione e un’illusione. L’esclusione consiste nel rendere artificiosamente scarso un bene, il sapere, di per sé né escludibile né rivale; l’illusione nel gioco di prestigio che ci induce a rappresentarci come eccezionali, ma per sottrazione – nascondendo cose altrimenti visibili – e non per addizione.15

Una legittimazione di questo tipo, per un’istituzione che ha bisogno di pubblico riconoscimento, non è solo un tradimento rispetto ai suoi valori di facciata: è un lento suicidio. Quanto più l’università nasconde quello che fa, quanto più si fa rinchiudere entro barriere artificiose, tanto più incoraggia chi ne è escluso a rappresentarla come un’élite corrotta, pretenziosa, autoreferenziale e sostanzialmente inutile. La cultura non è come una Ferrari che si può sfoggiare per l’invidia di chi non ce l’ha: può essere apprezzata ed efficace solo se viene condivisa. E per far capire che il sapere serve assolutamente a tutto, questo “tutto”, che trascende l’orizzonte del calcolo, deve essere accessibile a tutti. E, per converso, la libertà dell’uso pubblico della ragione non aiuta a ragionare soltanto gli altri: aiuta a ragionare anche lo studioso soprattutto se l’espone a critiche non trattenute da timori reverenziali. Perché dunque aggiungere ostacoli economici e sociali a un compito affetto dal rischio ippocrateo e già di per sé difficile?16

A integrazione della conferenza weberiana, alle radici dell’università americana c’è anche una tradizione democratica potenzialmente diversa da quella elitistica e da quella mercantile. Furono infatti proprio gli Stati Uniti ad applicare interamente il disegno di Humboldt, conferendo all’università, tramite l’assegnazione di terre demaniali con i Morrill Land-Grant Acts (1862, 1890), anche un’indipendenza economica che il regno prussiano si era fin dall’inizio guardato dal riconoscerle. Questa devoluzione, ricorda K. Fitzpatrick, non aveva lo scopo di creare istituzioni per formare un’élite di leader, ma di istruire comunità. Una democrazia, infatti, è forte non in primo luogo perché ha dei leader forti, ma perché è abitata da un popolo forte. Chi ha trasformato le università in organizzazioni iperburocratiche che offrono una formazione “d’eccellenza” ai pochi e un addestramento acritico ai molti ha contribuito – involontariamente? – alla crisi della democrazia e alla delegittimazione della scienza.

Kathleen Fitzpatrick pensa che l’università posso ritornare a essere servizio pubblico solo se cambia e fa cambiare i criteri della sua valutazione, orientandoli verso collegialità, qualità, equità, apertura e comunità. Ma è anche consapevole che qualsiasi parametro è esposto al rischio di contare quanto può essere contato a scapito di quanto non può essere ridotto a numero – a partire dalla libertà della scienza e del suo insegnamento.17

Le comunità di conoscenza che si pretende di ridurre a misura – lo rivela la stessa legge di Goodhart18 – sono molto più complesse dei loro modelli amministrativamente costruiti: e proprio per questo, perfino con le migliori intenzioni, ogni indicatore assunto d’autorità per valutare didattica e ricerca è strutturalmente dispotico e retrogrado. Ma, fermo restando – scrive K. Fitzpatrick – che dovrebbe essere chi lavora all’università  a operare per trasformarla in un bene pubblico, che alternativa abbiamo?

5. Pubblicità: una questione di licenze

Perché Generous Thinking non rimanga un appello ai buoni sentimenti19 da affogare nella burocrazia, dobbiamo chiederci se sia possibile fare qualcosa di più e di diverso dal cambiare i criteri della valutazione, centralizzata20 o distribuita che sia, senza però mutarne la natura amministrativa.

Comunque la concepiamo – una comunità del dissenso, un luogo nel quale trattare la scienza come un problema ancora non del tutto risolto, o l’opposizione istituzionale al governo – un’università che intenda se stessa come servizio pubblico ha bisogno di uno spazio effettivo di pubblicità – spazio che attualmente non è garantito dallo stato, com’era nel disegno di Humboldt,21 né, tanto meno, offerta dal mercato.

Lo stato, anche quando, in paesi diversi dall’Italia, riconosce qualche diritto agli autori scientifici, sembra troppo debole per comporre una riforma organica del copyright, e preferisce procedere, sotto la pressione dell’una o dell’altra lobby, fra eccezioni e privilegi, così da rendere ulteriormente complessa una materia che, non essendo più riservata a editori e scrittori di mestiere, dovrebbe invece essere semplificata. E quando interviene sull’università, lo fa imponendo modelli amministrativi che ne manifestano la sudditanza alle ideologie economiche dominanti. Il mercato, coerentemente, è un’aggregazione di monopoli – del valore scientifico, in piccolo, e, in grandi, della nostra socialità e cultura – i cui dati e metadati sono elaborati per vendere manipolazione e sorveglianza. Non sorprende che l’università americana dei Land Grant Acts sia stata risucchiata nel modello del capitalismo privato e quella europea nel capitalismo di stato, come rappresentato da Max Weber più di cento anni fa.

Il sapere ha bisogno di un nuovo Land Grant immateriale, in una situazione in cui lo stato sembra incapace di concederlo, all’americana, o di garantirlo, all’europea. Per questo, perfino in un momento in cui la letalità della valutazione della ricerca basata sull’accesso chiuso e sulla bibliometria commerciale appare evidente anche nei paesi più ricchi, la questione delle licenze rimane essenziale. L’uso consapevole del diritto d’autore permetterebbe infatti agli studiosi di mantenere ed espandere uno spazio effettivo di pubblicità senza doverlo attendere, graziosamente, da altri e offrirebbe all’università intesa come servizio pubblico la possiblità di contribuire a formare il popolo forte di cui ha bisogno la democrazia.

Creando fonti d’informazione e mezzi di comunicazione che nessuno possiede o controlla in modo esclusivo, l’economia dell’informazione in rete elimina alcune delle più fondamentali opportunità di manipolazione nei confronti di quanti dipendono dall’informazione e dalla comunicazione da parte di chi possiede i mezzi di comunicazione primari e di chi produce le forme culturali di base.22

Per ottenere una simile indipendenza, però, non basta un’economia. Nel caso del software libero il suo stesso successo ha reso poroso il fronte che divide la proprietà intellettuale dai commons del sapere, ma per lo più in modo diverso da quanto scriveva Yochai Benkler nel 2006.23 Le aziende, come temuto da Michael Hagner per la ricerca in generale, hanno infatti elaborato strategie di incorporazione per imbrigliare i suoi processi di produzione comunitari e per mercificarne il prodotto. Strategie simili, costruite per esempio sul commercio di metadati anche a proposito di oggetti che sono o potranno diventare gratuitamente accessibili, sono in corso di applicaziione anche su testi e dati scientifici.

La licenza CC-by si limita a spostare lo sfruttamento privato del lavoro gratuito e finanziato da denaro pubblico dai testi ai metadati e alle opere derivate.  Gli studiosi indotti ad adottarla rischiano di continuare a lavorare gratis, o peggio, perché altri, in un ambiente legale sempre più favorevole a mediatori, sfruttatori e rentier, continuino a trarne privato profitto.

Occorre espandere lo spazio dei beni comuni dell’informazione così da includervi nuove risorse intellettuali, sia tramite piattaforme di pubblicazione bibliotecarie e universitarie, sia tramite licenze “generose” nel senso forte del termine. Quelle assimilabili alla GPL, proprio perché, a differenza del copyright, non producono rendite e sanno propagarsi fuori dal circuito dello scambio,24 rimangono le più adatte a questo scopo. Tutti possono usare, migliorare e accrescere secondo i propri interessi il materiale da esse protetto, ma solo a condizione che il suo sviluppo, se pubblicato, rimanga pubblico come ciò da cui hanno attinto.

Esiste, ormai, molta letteratura sulla mercificazione della ricerca: ma ogni volta che aggiungiamo alla licenza CC-by la clausola share alike  facciamo qualcosa di più. Contribuiamo, cioè, alla de-mercificazione del sapere25 – compito, questo, che un’università liberale dovrebbe assumere, se non come un obiettivo,26 almeno come un oggetto di discussione.27

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Università: quello che siamo, quello che vogliamo

Bozzetto per la copertina del volume Ossi di seppia di Eugenio Montale Einaudi TorinoL’appello Disintossichiamoci- sapere per il futuro denunciava il paradosso della fine – nella “società della conoscenza” – di un mondo dedicato alle cose della conoscenza. Una valutazione dispotica e retrograda, attuata attraverso un’agenzia governativa, e la managerializzazione dell’istruzione superiore mettono a rischio, si diceva, il senso e il ruolo del sapere per la società.  Contro questa deriva, si richiamavano i principi che stanno a tutela del diritto di tutta la società ad avere un sapere, un insegnamento, una ricerca liberi, secondo il dettato costituzionale: a tutela, cioè, del tessuto stesso di cui è fatta una democrazia.

La crisi sanitaria intervenuta dopo la diffusione del nostro appello ha messo sotto gli occhi di tutti gli esiti letali del sistema che denunciavamo: la ricerca sulla SARS e sulla potenzialità pandemiche dei coronavirus. che avrebbe potuto approssimarci a un vaccino contro il Covid-19, è stata trascurata semplicemente perché non più redditizia in termini visibilità e impatto. Proprio mentre l’emergenza sta inducendo i ricercatori a condividere liberamente on-line i loro studi, e le dispute pubbliche fra virologi ed epidemiologi indicano che la comunità scientifica, in una situazione ippocratica, è qualcosa di più di un algoritmo bibliometrico, in Italia si sta manifestando il rischio di ridurre a dato, oggetto di “schedatura” e di sorveglianza, un’altra comunità preliminare alla comunità scientifica: quella didattica composta dagli studenti e dai docenti. Siamo quindi in un momento cruciale di passaggio. La transizione a una didattica stabilmente blended, un modello ibrido che comprende insieme e simultaneamente insegnamento in presenza e a distanza, è quanto da settimane vari senati accademici del nostro paese stanno in vario modo formalizzando.

Nell’emergenza, comprensibilmente, la didattica è stata sostituita dalla teledidattica, a cui tutti si sono generosamente prestati e di cui già molti docenti universitari facevano uso come strumento di sostegno per gli studenti-lavoratori. Ciò, però, non implica affatto che essa sia la chiave che rende l’università accessibile. In un momento di gravissima crisi in cui non possiamo più permetterci di lasciare le sue risorse intellettuali inespresse, l’esigenza – com’è stato notato – sarebbe di rendere l’università non virtuale, bensì gratuita. Ma, a quanto pare, ancora una volta la scelta del ministro e dei vertici dell’accademia – Crui in testa – propende non per un’università libera, forte e aperta, bensì per un’università chiusa, sorvegliata ed evanescente.

Invece di investire nel reclutamento dei docenti, nell’edilizia universitaria e nell’allestimento di residenze per studenti, si offre ai molti giovani che non potranno permettersi trasferimenti e spostamenti una didattica dello schermo standardizzata e depotenziata, che espone tutti gli studenti e i loro docenti a sorveglianza. Si chiede infatti al docente di insegnare in un “blended learning environment”, cioè in un’aula predisposta per la registrazione e/o lo streaming delle sue lezioni in presenza. La lezione si trasforma in un modulo riutilizzabile, fungibile, computabile. Si è arrivati a consigliare ai professori universitari di usare «parole chiave in maiuscolo» per un uso efficace delle slide», «periodi brevi, evitando quindi la narrazione prolissa», «elenchi puntati, per mettere in risalto dei concetti o chiarire argomenti complessi»; e ancora: «evitare di inserire riferimenti all’insegnamento», «evitare riferimenti temporali», «evitare di riferirsi alla numerazione delle lezioni (es. questa è la seconda parte dell’incontro)». Così, si dice esplicitamente, «le registrazioni possono essere riutilizzate per insegnamenti/corsi differenti»; si possono «riutilizzare i moduli didattici anche con un ordinamento differente»: unità di apprendimento «auto consistenti e indipendenti», ogni mattoncino «di durata compresa tra i 10 minuti e i 20 minuti max», ricombinabili secondo le esigenze del caso.1. Gli studenti in presenza potranno certo ancora interagire col docente a fine lezione: gli studenti dello schermo o in assenza dovranno invece accontentarsi di pillole preconfezionate, recitate da un docente che, una volta alienato il suo prodotto, non ha neppure bisogno di continuare a esistere.

Lo studente dello schermo può essere inoltre oggetto di un controllo in tempo reale, tramite un monitoraggio all’insegna del cosiddetto “learning analytics”, che consente, utilizzando grandi basi di dati, di analizzare i «risultati di apprendimento», «identificare gli studenti a rischio di insuccesso» e persino «predire il successo accademico degli studenti stessi» 2. Lo studente dello schermo non è riconosciuto come una persona da formare, ma come un “risultato atteso” (l’equivalenza è tendenziosamente stabilita: «corso di studio orientato verso lo studente ovvero orientato verso il risultato (output)» – Tuning Project 2014). Chi si iscrive a un corso di laurea, secondo una precisa definizione Crui, «costituisce […] a tutti gli effetti quello che potrebbe essere definito un ‘semilavorato pregiato in ingresso’, e lo studente che si laurea costituisce appunto l’output (il prodotto/risultato complessivo)» (CAF Crui 2012).

Questa spersonalizzazione dell’insegnamento, che strumentalizza lo studente e “proletarizza il sapere” (Stiegler), viene confezionata come allo stesso tempo ineludibile e auspicabile sulla base di diverse strategie retoriche. Il gioco principale muove intorno alla categoria equivoca di “inclusione”: studenti-lavoratori, pendolari, persone con disabilità, che, grazie alla tecnologia, verrebbero magicamente “inclusi”, seppure consegnati al chiuso delle loro case e stanze, della famiglia di origine, del luogo di origine – cristallizzati nella loro classe sociale –, tanto ci penserà poi il “merito” a mettere in moto il cosiddetto ascensore sociale.

L’altra categoria ricca di seduzioni ed equivoci è l’Open, dove ne va dell’ingresso nella grande prateria dell’expanding education: quel pilastro della entrepreneurial education che va sotto il nome di MOOC (Massive Open Online Courses). Come è stato chiarito nel seminario promosso da Federica Weblearning e Fondazione Crui il 28.05.2020, open non significa tanto “accessibile”, ma più ancora «Open significa misurabile, mostrabile, comparabile, significa in una misura… avere la tendenza a potere migliorare il prodotto della formazione ed è questa una linea importantissima dell’innovazione con questo nuovo oggetto MOOC». Come si dice altrove, «l’accesso libero e immediato ai contenuti didattici opera, infatti, come fondamentale criterio di benchmarking e valutazione della qualità» (Crui 2018, Piano Nazionale Università digitale MOOC: sfide e opportunità). È su questo piano che l’università delle piattaforme definisce la sua fisionomia. Ancora, si insiste molto sul carattere “pubblico” di alcune piattaforme e sul non lasciare ai grandi player privati il mercato MOOC e i milioni di utenti che ad esso si affacceranno piegati dal diktat del lifelong learning. Ma il punto è intendersi su cosa oggi significa “pubblico”. Se il pubblico si presenta e si muove secondo le stesse logiche di profitto e concorrenza del privato ed è privatisticamente gestito, allora anche nel pubblico non vi è più spazio per un “uso pubblico della ragione”. È proprio questo il problema con cui siamo chiamati a confrontarci.

Quasi superfluo aggiungere che tra i motivi di attrazione del nuovo paradigma compare anche la possibilità di fare finalmente, grazie alla raccolta dati e alle registrazioni, una valutazione “oggettiva” della didattica come auspicato da qualcuno nel corso dell’audizione del Ministro Manfredi alla VII Commissione della Camera il 9/4/20. D’altro lato, già anni fa si osservava che «uno dei freni all’innovazione è la mancanza di un riconoscimento e di valutazione concreta della didattica. In nessuna fase della carriera di un docente la didattica viene valutata. È auspicabile che il legislatore e gli atenei trovino il modo di ovviare a questa situazione» (cfr. CRUI 2018. Piano Nazionale Università Digitale).

Nel caso sciagurato di una nuova emergenza sanitaria, nessuno certamente si opporrebbe a un insegnamento a distanza dalle proprie abitazioni o studi, gestito autonomamente nelle forme ritenute più adeguate da ciascuno, come accaduto nei mesi scorsi. La rinuncia forzata a buona parte di quel “sapere tacito” che passa attraverso il commercio fisico con le persone avrebbe in questo caso una giustificazione. Altra cosa sarebbe invece approfittare dell’emergenza per sottomettere la didattica a una normalizzazione basata su standardizzazione, spersonalizzazione, mercificazione e sorveglianza automatica.

Il 27 marzo scorso, nella lettera aperta al Presidente del Consiglio e ai Ministri Manfredi e Azzolina, già mettevamo in guardia dal rischio che una prassi accolta con generosità nell’emergenza divenisse strumento di finalità del tutto estrinseche; dalla possibilità che essa potesse diventare un doppio canale che scavasse ulteriormente il solco delle diseguaglianze sociali; dall’errore di affidarsi a sistemi proprietari in mano a multinazionali come Google e Microsoft e a datacenter esteri, come scelto dalla stragrande maggioranza degli atenei, i quali hanno ignorato servizi pubblici  senza scopo di lucro sviluppati in Italia, come quelli del GARR, in favore di accordi con multinazionali private che traggono profitto da manipolazione e sorveglianza. A distanza di poco tempo queste preoccupazioni meritano di essere ribadite, perché gli equivoci sono stati tutt’altro che chiariti.

Il docente, se il quadro legislativo resta stabile, dispone di tutti gli strumenti per sottrarre il suo insegnamento al rischio di essere normalizzato, mercificato e sorvegliato. Anzi, lo spazio che si apre in questo modo ci consente di mettere in discussione con più forza e precisione proprio il sistema attuale, contro il quale si impegnava il nostro Appello. Le telecamere in aula configurano una videosorveglianza sul posto di lavoro vietata dalla legge.3 Sulle nostre lezioni c’è un diritto d’autore che può essere ceduto all’ateneo solo con nostro consenso; tale diritto ha inoltre una componente morale inalienabile che protegge la paternità e l’integrità dell’opera, che è possibile far valere se la lezione viene anonimizzata e ridotta in pillole. Senza la nostra specifica autorizzazione, cui non siamo obbligati, nulla consente di mettere online o riutilizzare una nostra registrazione. Su questi e altri punti si può attestare un’azione di contrasto molto puntuale e concreta, che merita di essere perseguita in tutti i casi in cui si sospetta che la teledidattica e la didattica blended non siano meri ausili alla didattica  e che il loro materiale non sia destinato al libero spazio dei beni comuni, bensì al forziere di quelli privati, in violazione della libertà dell’insegnamento dei docenti e dell’uguale diritto allo studio degli studenti.

È infatti nell’interesse di tutti che l’università, da serva e virtuale, ritorni libera ed effettuale, per offrire al paese l’intelletto necessario per uscire dalla crisi.

Federico Bertoni, Davide Borrelli, Maria Chiara Pievatolo, Valeria Pinto

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Dissonanze: Giuseppe Valditara e la valutazione dell’università e della ricerca

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MusicistiIl Circolo universitario “Giorgio Errera” ha messo a disposizione di tutti un testo che il senatore Valditara, capo dipartimento per la formazione superiore e la ricerca presso il MIUR, aveva inviato ai rettori per chiedere loro osservazioni e suggerimenti. Il documento, nato come corrispondenza di un funzionario con un’associazione privata di funzionari governativi de facto, è un atto di uso della ragione soltanto privato. Chi desidera discuterlo pubblicamente dovrà essere consapevole che, anche in questo caso, il suo uso pubblico della ragione potrebbe rimanere unilaterale.

1. Ricercatori da competizione

I sistemi di valutazione rappresentano uno strumento indispensabile per il Decisore politico, sia per il governo del sistema sia per la corretta allocazione delle risorse, sia, infine, per la competizione sulla platea internazionale.

Reso in termini meno impersonali questo preambolo informa che il “decisore politico” governa il sistema dell’università e della ricerca, finanzia i suoi vari rami – ”risorse scarse vanno attribuite premiando chi le usa in modo virtuoso” – e persegue la competizione internazionale, impiegando la valutazione della ricerca per attuare tali scopi.

La valutazione della ricerca è dunque valutazione di stato, in primo luogo in quanto strumento al servizio del governo per i suoi scopi amministrativi e gestionali, e in secondo luogo in quanto processo estrinseco alla ricerca stessa tanto da essere deputato a organi specifici. A questa valutazione di stato corrisponde una scienza di stato il cui fine è “la competizione”.

In verità la premessa del documento annovera fra i fini anche i “soddisfacenti risultati in termini di qualità della ricerca e della didattica”. Ma se chiediamo: “soddisfacenti per chi?” “soddisfacenti secondo quali criteri?” ci rendiamo conto che la misura pubblica della soddisfazione è principalmente l’attitudine alla competizione. Secondo Valditara, gli effetti benefici della valutazione di stato della ricerca come si è svolta finora in Italia sono stati infatti i seguenti:

  • una maggiore conoscenza del sistema;
  • il fatto che “la ricerca scientifica italiana risulta in posizione elevata nei Ranking internazionali”;
  • il risanamento dei bilanci delle università “con fra l’altro una spesa per il personale che è nella pressoché totalità dei casi inferiore all’80% in rapporto all’FFO”.

I dati grezzi su cui si è basata la valutazione di stato non sono liberamente disponibili: agli italiani sono arrivate classifiche basate su dati e responsi prevalentemente riservati, comprendenti opere ad accesso chiuso temporaneamente ospitate da archivi neri, indici citazionali ricavati da banche dati estere, oligopolistiche e proprietarie come Clarivate Analytics e Scopus; ai ricercatori sono pervenuti giudizi immotivati di anonimi funzionari d’indiretta nomina governativa, per accedere ai cui atti è stato necessario ricorrere alla giustizia amministrativa. La maggior conoscenza del sistema, se mai c’è stata, è rimasta nei forzieri dell’amministrazione, inaccessibile ai cittadini in generale, e ai ricercatori indipendenti in particolare.

Quanto alle classifiche internazionali – quali delle molte? – la posizione italiana è pressoché invariata negli ultimi due decenni: nelle serie storiche di Scimago, per esempio, che cominciano nel 1996 per estendersi fino ai nostri giorni, l’Italia oscilla costantemente fra il settimo e l’ottavo posto.

Il “risanamento” dei bilanci delle università italiane, infine, non è certo dovuto alla valutazione di stato, ma a una politica di drastici tagli e blocchi delle assunzioni destinata a persistere: il documento Valditara, infatti, tratta la “scarsità delle risorse” non come l’effetto di una decisione politica a cui egli stesso ha contribuito, bensì come una condizione naturale.

Resta, dunque, la competizione: ma in che senso e a quale scopo? Nel documento si parla di “competizione sulla platea internazionale”, subito prima di menzionare, genericamente, i “ranking”; si dice che la valutazione di stato ha stimolato “la competizione identificando i cosiddetti ‘inattivi’”,1 che la farraginosità e incoerenza della normativa attuale rende “non competitiva” la ricaduta della ricerca sulla società, vale a dire la “competitività e sviluppo da essa derivati”, e che però non si dovrebbero “pretendere gli eccessi di competitività della ricerca e dirigismo di oltreoceano”.

Per Adam Smith la competizione sul mercato non era fine a se stessa, ma serviva a mantenere i prezzi sotto controllo, evitandone la massimizzazione a danno degli acquirenti che sarebbe seguita al monopolio.2 Il documento Valditara sembra invece usarla in un senso generico, orientandola su criteri differenti e senza preoccuparsi di indicarne i fini. Il professore “inattivo” sarebbe incentivato a scrivere qualcosa, distogliendosi dall’eventuale lucrosa libera professione che assorbe il suo tempo, in virtù della gara indetta dalla valutazione di stato; la prevalenza nella competizione internazionale viene misurata da indeterminate classifiche che vengono assunte come autorevoli; la ricerca, ricadendo sulla società, la rende “competitiva”.3

Per che cosa si competa, un bollino da parte della valutazione di stato italiana, un avanzamento in classifiche internazionali stilate da intraprese commerciali private in base a dati e criteri discutibili,4 la preponderanza militare o la supremazia commerciale, e se la competitività sia effettivamente in grado di produrre ricercatori la cui specialità non si riduca all’abilità di soverchiare gli altri, sembra indifferente: la competizione, movente universale del genere umano, è in se stessa uno scopo. “Guerra è sempre”. Quanto per il padre dell’economia politica contemporanea era solo un mezzo da applicarsi in un mercato di oggetti fungibili5 qui diventa un fine non bisognoso di giustificazione. Con un’evoluzione familiare ai lettori di Weber,6 mezzi e fini si sono invertiti: dobbiamo – pur senza eccessi transatlantici – essere competitivi anche se non sappiamo perché.

2. L’autonomia è eteronomia

Il documento di Valditara – già relatore della cosiddetta legge Gelmini – è stato apprezzato per le sue critiche all’ANVUR, l’ente “inquisitorio e burocratico” attualmente preposto alla valutazione di stato, e alla sua “dittatura dell’algoritmo”, pur instaurata su un sistema come quello italiano, che avrebbe una “scarsa attitudine alla valutazione dei risultati” e una “scarsa attenzione al merito”, secondo il principio “ti do poco, pretendo poco e non ti controllo”.

L’introduzione dell’ANVUR avrebbe condotto dalla passata “autonomia irresponsabile” a una “autonomia controllata” ipernormata e deresponsabilizzante, che ha irrigidito, appesantito e distorto i processi, alimentando comportamenti opportunistici e rinchiudendo la ricerca entro perimetri disciplinari impermeabili. Il passo successivo dovrà essere un’”autonomia responsabile”, a cui dovrà corrispondere:

una valutazione non solo prescrittiva, ma con una prevalenza di indicazione di buone pratiche, fatta di poche prescrizioni, che abbia nella flessibilità il suo scopo e nella certezza del premio e della sanzione il suo strumento forte di induzione al risultato positivo, con regole ed indicazioni legate alle diversità delle singole Aree scientifiche e dei singoli Territori in cui la formazione e ricerca incidono e si sviluppano, che tenga conto anche delle variabili legate alle differenti situazioni e modalità di espressione della scienza e di produttività e redditività immediata o dilazionata nel tempo della stessa.

Per autonomia di solito s’intende la capacità di darsi leggi proprie e d’imporsene il rispetto. Chi, infatti, non riesce a seguire le norme che si è dato da sé, perché deviato da forze esterne, cessa di essere autonomo per diventare eteronomo. Nella prosa ministeriale l’autonomia cosiddetta irresponsabile designa però uno stato di violazione della norma amministrativa che limita la spesa per il personale all’80% del finanziamento ordinario, l’autonomia cosiddetta controllata è la sottomissione dell’università a un regime “iper-normato e iper-controllato”, e l’autonomia cosiddetta responsabile sembra una specie di sintesi dialettica nella quale vigeranno norme più flessibili e variamente adattate a discipline e territori, del cui rispetto però gli enti saranno chiamati a rispondere. In nessuno di questi tre casi le università operano secondo leggi proprie: la loro condizione può essere detta autonoma solo se la parola “autonomia” viene intesa come sinonimo di una “sregolatezza” disciplinabile solo tramite l’imposizione di norme esterne. Ma se le regole a cui le università sono soggette nei loro tre tipi di “autonomia” sono esterne, la loro condizione propriamente non è di autonomia, bensì di eteronomia.

Anche nella cosiddetta autonomia responsabile la “certezza del premio e della sanzione” è possibile solo in presenza di norme esterne non del tutto flessibili né esclusivamente indicative, bensì con un nucleo imperativo e rigido, in modo tale che non vi siano margini d’arbitrio nel riconoscimento di castighi e regalie. Coerentemente, nel progetto ministeriale di autonomia eteronoma, l’unica differenza fra il regime del controllo e quello della responsabilità potrà dunque essere nel grado e non nella specie: la ricerca pubblica rimarrà soggetta alla valutazione di stato, ma verrà sottoposta a una quantità minore di regole, eventualmente adattate su base disciplinare e territoriale.

3. Il ministero dell’amore

Valditara riconosce che la valutazione di stato, indifferentemente imposta da governi di destra e di centro-sinistra,7 ha danneggiato la ricerca italiana, sottoponendola a norme che hanno ben poco a che vedere con la scienza.8 Allo stesso tempo, però, il suo documento assume che la qualità della ricerca non possa essere apprezzata informalmente dalle comunità degli studiosi, ma vada determinata da un’autorità esterna e secondo scopi diversi dall’avanzamento del sapere, quali il perseguimento di un’indeterminata competitività. Forse la sua autonomia eteronoma soggetta a un morbido e duro regime di premi e di castighi è molto più l’espressione di una dissonanza cognitiva che un consapevole espediente propagandistico.

Valditara ha contribuito a disegnare un’università nella quale i tre principi della riforma humboldtiana sono applicati a rovescio: nel sistema della valutazione di stato chi fa ricerca non è più solo, perché “iper-normato e iper-controllato” e non è più libero, perché la bibliometria lo condiziona a scegliere argomenti alla moda,9 o comunque prediletti nelle riviste delle liste sanzionate dal governo, e, soprattutto, non può essere più cooperativo, perché – immerso in una competizione bandita e giudicata da autorità amministrative e commerciali esterni – non può più sentirsi impegnato assieme agli altri per uno scopo comune in un comune spazio di discussione e di esperienza. In cambio, però, alle università italiane viene riconosciuto proprio quanto Humboldt negava loro, vale a dire un margine di discrezionalità amministrativa nelle assunzioni di professori e ricercatori.

Se, nel documento ministeriale, sostituiamo al termine “autonomia” l’espressione “discrezionalità amministrativa in materia di reclutamento” otteniamo un argomento più coerente di quello esposto dalla sua lettera: una discrezionalità irresponsabile aveva trasformato le università in stipendifici, una discrezionalità controllata ha costretto le loro amministrazioni in una gabbia burocratica, una discrezionalità responsabile lascerebbe un margine di libertà maggiore, per poi chiamare le istituzioni a rispondere non sui processi, bensì sui loro esiti. In questo impianto teorico non si può pretendere di più: il principio della competitività induce a guardare con sospetto l’autovalutazione intrinseca alla ricerca stessa, compiuta in seno a una comunità scientifica vigile e aperta, e proprio per questo consapevole che l’intento di elaborare teorie scientifiche solide non è affatto identico a quello di prevalere sugli altri.

4. Il capro espiatorio

Come prendere le distanze da una valutazione istituita con la cooperazione della propria parte politica e della cui natura dispotica e retrograda si è forse interiormente consapevoli, senza però mettere in discussione la valutazione di stato in generale?

Il documento Valditara emancipa l’Anvur, autorità amministrativa di nomina governativa i cui criteri e parametri sono oggetto di decreti ministeriali, dalla sua dipendenza dal potere esecutivo, per attribuirle la responsabilità delle “distorsioni” e dei “costi materiali e umani” dovuti alla valutazione di stato: dalla moltiplicazione di articoli inutili finalizzati esclusivamente a superare soglie quantitative, alla predisposizione di indici di riviste che recintano campi disciplinari artificiosi e sterili, all’impiego di algoritmi aleatori e spesso incomprensibili che solo accidentalmente dicono qualcosa della qualità della ricerca, fino all’enorme spreco di tempo inflitto da un coacervo di adempimenti designati in forma di acronimi. Se la valutazione di stato, anziché limitarsi, ex post, agli esiti o ai prodotti, ha insistito con invadenza sui processi, la colpa è dell’Anvur e del modo in cui è stata intesa e costruita.

L’Agenzia, per una serie di errori concettuali, in parte dovuti appunto ad una declinazione Regolamentare molto articolata e complessa rispetto alla legge istitutiva (DPR 1 febbraio 2010 n 76) ed in parte a comportamenti opportunistici atti a scaricare su un soggetto tecnico e non politico le decisioni sgradevoli di premialità e sanzione, si è trasformata nel tempo in un ente inquisitorio e burocratico sempre più legato alla valutazione dei processi (valutazione ex ante ed in itinere) piuttosto che a quella dei prodotti (valutazione ex post).

Nelle leggi 1/2009 e 240/2010 di riforma del sistema universitario e della ricerca, l’allora Governo in carica, aveva chiaramente indicato che un sistema di valutazione del prodotto era lo scopo dell’intero sistema di analisi della formazione e ricerca scientifica e della competitività e sviluppo da esse derivanti. Un OdG dell’allora sen. G. Valditara (relatore per il Governo della L 240/10) identificava, come si è anticipato, proprio nella valutazione di prodotto (ex post) il significato di tutto il sistema di valutazione.

Anche chi condivide, da tempi non sospetti, buona parte delle critiche di Valditara all’Anvur può però chiedersi se questo ordinamento inquisitorio dipenda soltanto dal particolare modo in cui si è costruita e usata l ’agenzia, e non sia invece l’esito difficilmente evitabile di una valutazione di stato fondata su criteri esterni  alla ricerca stessa, da determinare e imporre amministrativamente .

L’Anvur, a differenza del Consiglio Universitario Nazionale, non solo non viene eletta dalla comunità dei ricercatori, ma chi è al vertice della sua piramide, nominato dal governo, nomina a sua volta i valutatori disciplinari che popolano i suoi gradini inferiori, sulla base di un Führerprinzip che discende via via dall’apice fino all’ultimo dei referee anonimi da trenta euro al colpo. E in tutta la sequenza il rapporto dei nominati con l’autorevolezza scientifica, o almeno con la competenza nel campo della valutazione o con l’assenza di conflitti d’interessi, è soltanto accidentale, come scriveva, in tempi non sospetti, il sociologo Pier Paolo Giglioli nella sua lettera di rifiuto all’Anvur. Anche la divisione delle riviste in fasce gerarchiche e disciplinarmente segregate non è frutto di un abuso dell’agenzia, bensì di decisione politica imposta da decreti ministeriali: una decisione politica pensata per valutare non dei processi, bensì dei “prodotti della ricerca” – i testi – avulsi dai loro contesti di discussione e sottoposti a computi numerici variamente oscuri e contestabili .

L’ erezione dell’Anvur a – poco innocente – capro espiatorio è una mossa felice. Ha infatti indotto alcuni rettori a difenderla pubblicamente in quanto autorità indipendente in grado di produrre una “verifica affidabile, priva di logiche di arbitrarietà locali”,10 e a dar dunque involontariamente conferma a una rappresentazione altrimenti discutibile.

Valditara, includendo fra gli esiti della valutazione di stato la “deresponsabilizzazione completa del singolo e del sistema”, ha toccato un nervo scoperto. Uno studioso maggiorenne dovrebbe capire da sé se un testo è scientifico o no; e, a maggior ragione, un rettore legittimato da un’elezione libera e da un dibattito pre-elettorale franco e leale non dovrebbe aver bisogno di bollini governativi per giustificare scelte presumibilmente già discusse e apprezzate dalla maggioranza che ha votato a suo favore.

5. Un cerchio da quadrare

Alcune delle proposte di riforma del documento Valditara comportano solo un trasferimento di funzioni: di per sé, far passare la competenza sull’accreditamento dei corsi di studio e sulla definizione delle soglie per l’abilitazione scientifica nazionale dall’Anvur al Miur non cambia granché se è il padre a farsi ministro della medesima dittatura dell’algoritmo prima delegata al figlio. Altre, invece, meritano di essere classificate analiticamente, non tanto per i loro dettagli tecnici, quanto perché possono essere lette come ispirate a premesse teoriche diverse e contrastanti.

La tabella che segue contiene esclusivamente citazioni letterali del documento, in modo da ridurre la mediazione interpretativa esclusivamente a quella compiuta da selezione e tassonomia.

A B
“Occorre rivedere le modalità di composizione del comitato direttivo dell’Anvur. A questo riguardo si dovrebbe passare ad una agenzia di valutazione del sistema universitario con un CdA strategico che imposti (in accordo con il Decisore politico) le regole e gli indirizzi di gestione e che sostituisca l’attuale CD (in cui componenti diventano di fatto esclusivamente dediti alla valutazione del sistema di cui hanno fatto parte). Il CdA invece dovrebbe avere anche compiti di riflessione sul sistema di valutazione. A questo si dovrebbe aggiungere una componente Tecnico-Amministrativa che dovrebbe essere gestita da un Direttore Generale competente e che dovrebbe sviluppare le modalità di attuazione del controllo e di verifica.” “Riconoscimento dell’esclusiva competenza sulla valutazione dei singoli docenti e ricercatori e del personale accademico alle istituzioni universitarie e agli enti di ricerca, nel rispetto dell’autonomia didattica, scientifica e organizzativa riconosciuta dalla Costituzione.”
“Valutazione della ricerca dei dipartimenti in base a tutta la produzione scientifica, fatta in modo automatico (vedi ANPRePS)” Riconoscimento “dell’esclusiva competenza del docente sulla valutazione degli apprendimenti e dei comportamenti del singolo studente, quale espressione irrinunciabile e qualificante della professionalità e della libertà di insegnamento”.
“Si dovrebbero, inoltre, riformare gli organismi di consulenza sulla ricerca come il CNGR (ed il mai attivato CEPR) e di conseguenza modificare il sistema di valutazione dei progetti di ricerca (PRIN, PON ecc) anche al fine di costituire un coordinamento (Cabina di Regia) dell’allocazione delle risorse per la ricerca scientifica (vedi allegato)” “Si dovrebbe attivare l’Anagrafe dei Professori, Ricercatori e Prodotti Scientifici (ANPRePS prevista dalla legge 1/2009 e basata sulla consultazione pubblica svolta su tutti i docenti e ricercatori nel 2013-14) che con un unico strumento consentirebbe in automatico di avere tutti i dati di tutti i docenti e della loro produzione scientifica.”
“Revisione e depotenziamento degli strumenti valutativi basati su esclusivi indicatori numerici” “Introduzione di strumenti di semplificazione volti a una significativa riduzione degli adempimenti amministrativi a cui sono soggetti i professori e ricercatori .“
“Una rivista dotata di comitato scientifico internazionale è già idonea ad accreditare le pubblicazioni ospitate.” “Si deve eliminare la distinzione fra fasce di riviste.”
“Si dovrebbe imporre a tutti i docenti e ricercatori l’iscrizione obbligatoria alla banca dati dei valutatori REPRISE al fine di avere costantemente a disposizione per le varie finzioni tutti gli attori del sistema e di avvicinare tutti al sistema valutazione della ricerca.” “L’attuale sistema dei PRIN non garantisce l’imparzialità della valutazione che deve essere trasparente, fatta cioè da valutatori che siano conoscibili ed eventualmente ricusabili e che non si limitino a discrezionali giudizi sintetici senza una motivazione puntuale, coerente e chiara.”
“Un sistema di governo/coordinamento centrale del sistema ricerca dovrebbe, senza pretendere gli eccessi di competitività della ricerca e dirigismo di oltreoceano, adattare al modello italiano il modello EU, in cui la politica di governo ha da un lato la visione complessiva delle risorse finanziarie e umane disponibili e dall’altro ha il diritto e il dovere di assegnare risorse in funzione delle esigenze del sistema Paese. A titolo di esempio con una percentuale rilevante (tra il 70 e l’80%) alla ricerca strategica, che risponda alle esigenze del Paese, alle sue capacità, alle sue potenzialità e alle sue sfide sociali;” “lasciando la restante percentuale a bandi competitivi legati alla ricerca di base (curiosity driven) dalla quale, come detto, provengono le così dette grandi innovazioni ed avanzamenti scientifici e sociali.”

 

I brani della colonna B, separatamente presi, disegnano un sistema per lo più compatibile con l’articolo 33 della Costituzione, che riconosce l’autonomia della didattica e della ricerca e riduce il carico amministrativo gravante sugli studiosi, ma preoccupandosi di assicurare una legalità e trasparenza dei processi assente nel regime della valutazione anonima e degli archivi inaccessibili: perfino l’ANPRePS potrebbe essere uno strumento per questo scopo, se venisse finalmente attivata, col ricongiungimento di quanto già esiste, e fosse aperta al pubblico.

I brani della colonna A, parte del medesimo documento, disegnano un sistema della ricerca concepito come un’impresa di capitalismo di stato al servizio di scopi determinati di volta in volta dal governo, sottoposto a metodi di valutazione automatici e controllato da un consiglio d’amministrazione. Il fine, qui, è la soluzione di problemi esterni alla ricerca, individuati dal “decisore politico” e non l’edificazione di nuove prospettive e cornici concettuali o la definizione di nuovi e vecchi oggetti di conoscenza.11 Questa tecnologia di stato,12 che concede alla ricerca di base uno spazio ridotto, non superiore al 30% del finanziamento complessivo, cerca la sua legittimazione nelle politiche europee della conoscenza e ne condivide i limiti.13 Essa, inoltre, essendo al servizio di utilità definite dal governo, è esposta al rischio di delegittimare sia se stessa sia lo stato,14 proprio perché la sua valutazione è affidata a un consiglio d’amministrazione le cui mire sono in primo luogo politico-economiche mentre l’interesse per il sapere è trattato come una “curiosità” da confinarsi in un ristretto recinto.

Il documento Valditara è dissonante perché non si ispira esclusivamente all’ideale della scienza di stato (A), bensì contiene anche significativi riconoscimenti (B) di un modello più antico, fondato sull’autonomia della ricerca. Ma proprio questa sua incoerenza – non si sa se dovuta a dissimulazione propagandistica o a un principio di palinodia – lo rende politicamente interessante e meritevole di essere preso sul serio.15

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Cinquanta sfumature di giallo: le società scientifiche ai tempi della valutazione di stato

Quella che segue è una lettera che ho inviato alla mailing list interna della Società Italiana di Filosofia Politica, in seno al dibattito per l’elezione del nuovo presidente. Il testo non tratta propriamente di persone, ma si interroga sulla funzione delle società scientifiche ai tempi della valutazione di stato. Proprio per questo, fin dall’inizio, non conteneva nomi; e proprio per questo ho deciso di renderla pubblica così come è stata scritta, eliminando il poco che sarebbe risultato incomprensibile perché riferito al dibattito interno e correggendo un paio di errori di battitura.

Cari colleghi,

ho a suo tempo imparato che i voti della SIFP non sono da prendere sul serio, dopo che questa vecchia proposta, che era stata approvata dall’assemblea all’unanimità, è stata semplicemente messa da parte dalla giunta con la motivazione il ministero stava facendo qualcosa – un qualcosa che non mi risultava affatto, né è effettivamente risultato in futuro.

Mi limito quindi a dire che non posso sostenere nessuno dei due candidati, a dispetto della loro ineccepibile carriera accademica. La mia carriera è invece ministerialmente eccepibile sia perché boicotto le riviste di fascia A – che sono tali perché incluse in una lista stilata da autorità di indiretta nomina amministrativa, spesso pure in conflitto di interessi – e non voglio piegarmi all’idea che il contenitore di un testo determini il valore del suo contenuto, sia perché non sono stata gran che nemmeno come commissaria ASN, avendo avuto la sfortuna di essere sorteggiata mentre credevo di essere sotto soglia a causa dei miei boicottaggi.

Però non posso fare a meno di comunicarvi il mio disagio di fronte alla commistione, negli argomenti sulla candidabilità di questa o di quello, di generici appelli al loro valore scientifico e alla loro esperienza istituzionale. Qui, fra questa e quello, c’è in verità una piccola differenza: la prima è stata nominata da un’autorità governativa che procede secondo il Führerprinzip, e che non solo per me è profondamente incostituzionale, e il secondo è stato parte di un organo elettivo ora quasi esautorato. Cito dall’articolo di cui sopra:

Carla Barbati ha parlato del ruolo delle società scientifiche nelle procedure valutative. La Presidente del CUN ha evidenziato che fino ad oggi è l’ANVUR che seleziona i componenti delle comunità scientifiche legittimati a effettuare valutazioni sia nell’ambito dei GEV sia in quello del Gruppo Libri e Riviste. La prof.ssa Barbati ha raccontato di come l’ANVUR rifiuti di considerare l’elettività di queste cariche da parte della comunità scientifica un modello decisionale virtuoso. Ha concluso sostenendo che se le società scientifiche non riescono a far sentire la propria voce e a reclamare un ruolo, il vuoto viene colmato dalle decisioni dell’ANVUR.

Non mi sembra di aver mai sentito il secondo – mi corregga se sbaglio – prendere una qualche posizione pubblica netta sulla valutazione di stato.

Come sicuramente saprete, l’ANVUR parla con chi vuole e dialoga con le società scientifiche solo per suo concessione. Nel caso della SIFP, più che un dialogo si è avuta spesso un’identità: la penultima presidente era membro del cosiddetto GEV, l’attuale presidente si è sempre professato neutrale – e quindi ininfluente – e ora una dei candidati ha coordinato il GEV. Le stesse persone che facevano parte del GEV, data l’esiguità dei docenti della nostra disciplina, sono state spesso anche parte delle commissioni ASN. Per non parlare della loro presenza negli organi delle riviste di classe A, per la quale rinvio allo studio che avevo fatto a suo tempo con Brunella Casalini. È “pluralismo”, questo, o, piuttosto, in un’epoca di ferocissimi tagli alla finanze e alle libertà accademiche, un “si salvi chi può”, nell’illusione che il “particulare” possa restare a galla mentre l’universale cola a picco?

Come commissaria ASN, cercando, nei limiti del possibile, di leggere i titoli presentati, mi sono resa conto che gli effetti di questo “pluralismo” sono i seguenti: una volta che è noto dove un candidato ha studiato è possibile prevedere non solo che cosa scriverà, ma anche come lo scriverà. Se si dovesse prendere alla lettera il requisito dell’originalità non si dovrebbe abilitare quasi nessuno. E, naturalmente, è assai più facile essere idonei all’abilitazione, almeno in termini di volume di pubblicazioni., se si è benedetti dall’appartenenza a uno dei gruppi i cui caposcuola praticano una scienza ministeriale, avendo fatto una scelta diversa da quella del sociologo Pier Paolo Giglioli e fanno pubblicare su riviste di classe A. Incidentalmente, il sistema di valorizzare il contenitore a scapito del contenuto – a proposito di “internazionalizzazione” – isolerà sempre più l’Italia in Europa e nel mondo. Qui racconto quello che ho sentito con i miei orecchi a Berlino, essendo invitata alla conferenza come rappresentante dell’AISA.

Come sapete trovo controproducente chiedere che questa o quella rivista sia assunta nella lista, se non per provocazione allo scopo di discuterne poi nella sede appropriata – che non è quella amministrativa -, quando si dovrebbe contestare il principio stesso della lista: le virtù amministrative del contenitore non si trasmettono, infatti, alle eventuali virtù scientifiche del contenuto e l’unica “collocazione editoriale” scientificamente rilevante è quella che permette l’accessibilità dei testi sia in lettura sia in scrittura. Andare dall’ANVUR o dal suo genitore, il MIUR, col cappello in mano a chiedere mercé significa legittimare, tramite il riconoscimento del principio delle liste con i suoi effetti oligopolistici e oligarchici,  una valutazione di stato intrinsecamente dispotica e retrograda.

Le società scientifiche, rinate in età moderna per scopi diversi da quelli ora prevalenti, sono attualmente ridotte a poco più di un sindacato per la rivendicazione degli interessi di discipline – o di alcuni dei docenti che le professano – i cui confini sono amministrativamente definiti. Qual è il colore di questo sindacato? A me sembra che non si vada oltre un certo numero di sfumature di giallo.

Per questo, al momento, non sentendomi rappresentata da nessuno neppure per quel minimo sindacale che dovrebbe essere la difesa dei miei diritti costituzionali, nessuno posso sostenere.

Buon anno, buona notte e buona fortuna.

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Una scienza senza qualità

DOI

1. Quantità e qualità: un confronto impossibile?

Enrico Mauro, in un articolo recente, critica così la valutazione quantitativa della ricerca ispirata ai princìpi del new public management :

Come parlare di qualità senza ridurla a quantità, senza numerizzarla per poterla quindi comparare e classificare? Come, in altri termini, evitare il paradosso di pesare «l’imponderabile della qualità»? La risposta di Jankélévitch appare tanto truistica da una data prospettiva quanto inconcepibile dalla prospettiva opposta: «la qualità si spiega con la qualità, si giustifica qualitativamente, così come l’amore immotivato che, girando nel cerchio della sua tautologia incondizionale, rifiuta di rendere conto e di rispondere Poiché ai Perché»1

 Je ne sais quoiProprio questo non so che, scrive Mauro, contraddistingue il lavoro del ricercatore in quanto “percorre l’inesplorato [e] non può garantire risultati decisivi, tanto meno su temi e in tempi e forme decisi a tavolino”. 2

Il funzionario che valuta la ricerca per via amministrativa adotta però criteri generali e dall’apparenza oggettiva, sia perché non può avere competenze specifiche su ciascuno degli oggetti da valutare, sia perché non può confrontarsi radicalmente con l’individualità essendo, in virtù della sua stessa funzione,3 animato da passioni ben diverse dall’amore immotivato. Può, anzi, addurre buone ragioni per rappresentare una simile tesi come mistica, elitistica ed esposta ad abusi, in quanto programmaticamente incapace di spiegarsi ai non iniziati: “molti sono i portatori di ferula, pochi gli estatici”.4

La bibliometria, vale a dire un più o meno sofisticato computo delle citazioni e delle pubblicazioni, è per il funzionario un controllo di qualità molto più chiaro ed efficace. Non è forse vero che le citazioni sono la moneta della scienza, con la quale i ricercatori riconoscono e pagano il loro debito verso le opere altrui?

L’efficienza complessiva di un simile controllo di qualità consentirà anche di minimizzare l’entità dei suoi fallimenti sia verso il basso, quando, operando come incentivo perverso, si presta a manipolazioni e frodi5 sia verso l’alto, quando induce a disconoscere il valore di contributi rilevanti ma con indici bibliometrici non particolarmente notevoli.6 A chi li contesta, il funzionario risponde ammettendo che esistono, ma che il loro numero è talmente esiguo da renderli irrilevanti: si tratta, in altri termini, di casi d’importanza meramente “aneddotica”.

2. Dalla parte della quantità

I. L’argomento dell’irrilevanza, quando è volto a minimizzare i fallimenti verso il basso dei metodi numerici di valutazione della ricerca, assume  una forma simile a questa:

…trovo piuttosto inutili la maggior parte delle argomentazioni sulla possibilità di manipolazione di informazioni bibliometriche quali il fattore d’impatto. La scienza stessa è manipolabile. Ci sono numerosi esempi di false scoperte o di comportamenti scorretti da parte degli scienziati. Ma la questione davvero interessante non è perché questo accade, ma come mai accada così raramente e così da essere quasi immancabilmente scoperto e punito.7

Sessantun’anni fa il sociologo della scienza Robert K. Merton sosteneva qualcosa di simile, ma con uno spirito diverso e in un mondo che ancora non conosceva l‘Institute for Scientific information, con il suo database proprietario e il suo fattore d’impatto, né l’uso della bibliometria per la valutazione della ricerca, di stato e no. In ogni caso, senza dilungarsi in considerazioni retrospettive, il primo lato dell’argomento dell’irrilevanza può essere riassunto così: la bibliometria, di stato e no, fotografa un sistema editoriale trasparente e competitivo di controllo della qualità che riduce al minimo le manipolazioni e gli abusi.

II. Quando invece l’argomento dell’irrilevanza affronta i fallimenti verso l’alto, il funzionario lo svolgerà così: la bibliometria può essere inadeguata a individuare i ricercatori veramente rivoluzionari, ma non è disegnata per questo, bensì per valutare, nel breve termine, i medi e i mediocri, inducendoli a un’operosità a cui altrimenti  sarebbero alieni.  Nel lungo termine le idee rivoluzionarie dei Giordano Bruno o dei Galileo Galilei si affermeranno indipendentemente dai giudizi dell’autorità. E se i Bruno e i Galileo fossero vivi oggi, ai tempi della valutazione di stato, avrebbero la consolazione di rimanere nel grado più basso della carriera accademica senza finire al rogo o essere costretti all’abiura.

Quando la scienza è prodotta su scala industriale, occorre essere industriali anche nel controllo di qualità. Se il metodo di controllo assicura un buon livello medio della produzione complessiva, i falsi positivi che saranno scartati e sostituiti e i falsi negativi che verranno riconosciuti solo nel lungo termine sono compresi in un margine d’errore del tutto accettabile entro un sistema generalmente efficiente.

3. Pezzi unici

Chi non desidera invischiarsi nel paradosso del sorite,8 deve resistere alla tentazione di rispondere elencando l’ormai ricca letteratura dedicata alle distorsioni prodotte dalla bibliometria.  Quanti casi di falsi positivi e di falsi negativi si dovrebbero indicare perché i funzionari riconoscano che le distorsioni apportate da un uso inappropriato della bibliometria non sono mera “aneddotica”? Sempre uno in più…

Vale la pena tentare una strategia di risposta diversa, che non si basi su molti casi, ma ne adduca uno soltanto a modello. Il caso selezionato a questo fine è quello di una semplice informazione enciclopedica sottoposta al controllo permanente di una forma di revisione paritaria aperta e comunitaria.

Gli articoli delle riviste pubblicate dall’editore commerciale Franco Angeli sono dotati di un DOI (Digital Object Identifier) che, sul suo sito, è illustrato così.

Il DOI è il codice a barre della proprietà intellettuale: per saperne di più, clicca qui e qui.

Chi legge questa definizione è indotto a pensare che il sistema del DOI sia un succedaneo digitale del vecchio registro della Stationers’ Company, che elencava le esclusive di stampa di ciascun libro riconosciute ai suoi membri. Il sito ISO, però, ne dà una definizione ben diversa: il DOI è un’infrastruttura per l’identificazione persistente e univoca di oggetti di qualsiasi tipo. Ed è vero – afferma il  DOI Handbook –  che il sistema del DOI si concentra sull’amministrazione di entità a cui è connesso l’interesse della “proprietà” intellettuale, ma nulla vieta di chiedere e ottenere un DOI per qualsiasi altro oggetto che stia a cuore a una comunità di utenti.

L’editore italiano non sta facendo consapevolmente disinformazione. La sua definizione, riportata anche sulla Wikipedia italiana prima che venisse corretta,  è infatti tratta dalle pagine di mEDRA, l’agenzia europea di registrazione del DOI. Le voci corrispondenti della Wikipedia francese, tedesca, inglese e spagnola, non usando mEDRA come fonte, non cadono invece nell’equivoco.

Per correggere l’inesattezza presente nella Wikipedia italiana non è stato  necessario fare una ricerca originale: è stato sufficiente risalire da mEDRA al sito ISO e a quello della fondazione internazionale a cui fanno capo tutte le agenzie di registrazione del DOI. Ma, fuori dal controllo comunitario di Wikipedia, una definizione fuorviante continua a essere presente sul sito mEDRA e, a cascata, sul sito di un  frequentato editore scientifico commerciale e  anche nelle menti di tutti i ricercatori che distrattamente la leggono. Un pezzo difettoso, anche se scartato dove è stato possibile farlo, ha prodotto e continua a produrre una disinformazione estesa e durevole.

E non è solo e in primo luogo un problema di Wikipedia: il caso Wakefield, con i suoi morti evitabili, ha mostrato che anche il controllo di qualità delle riviste di alto impatto è soggetto a fallimenti i cui effetti sono estesi e durevoli.

Non importa, cioè, quante centinaia o migliaia di pagine di Wikipedia contengano informazioni accurate: la pagina sul DOI, finché non è stata corretta, dava, sul Digital object identifier, una definizione fuorviante che ha contribuito a diffondere degli errori persistenti. Né importa che The Lancet, dopo 12 anni, abbia ritirato l’articolo di Wakefield sul nesso fra vaccino MPR e autismo. La stessa reputazione di The Lancet, anzi, ha contribuito alla diffusione e alla persistenza di una teoria fin dall’inizio poco fondata.9

Gli utenti avvertiti di Wikipedia sanno che nessuna delle sue voci è definitiva e tutte sono continuamente soggette a revisione, che anzi, almeno in linea di principio, potrebbero essi stessi modificarle. I lettori di The Lancet sono invece indotti a credere che l’altissimo fattore d’impatto della rivista edita da Elsevier trasferisca l’eccellenza dal contenitore al contenuto, cioè dalla rivista agli articoli che pubblica: mentre la voce di Wikipedia è per definizione parte di un processo su cui non è ancora stata detta l’ultima parola, gli articoli di The Lancet, in un sistema di valutazione basato sulla bibliometria, non sono l’inizio, bensì il compimento di un procedura altamente selettiva.

Quanti fallimenti occorre addurre per dimostrare che non si tratta più di  “aneddotica”? Uno, o, meglio, uno per volta: le teorie scientifiche – così come le voci enciclopediche – non sono oggetti fungibili. La voce fuorviante di Wikipedia sul DOI non può essere rimpiazzata da una delle sue molte voci accurate di argomento botanico: occorre che qualcuno, artigianalmente, si dia la pena di consultare le fonti pertinenti, di inserire la correzione e di offrirne una giustificazione che convinca gli altri wikipediani. I processi enciclopedici – e a maggior ragione quelli scientifici – sono molto diversi dalla produzione di massa di oggetti intercambiabili, per la quale si può dire che il controllo di qualità funziona ottimamente se un prodotto su 10.000 risulta difettoso e obbliga a risarcire un solo cliente insoddisfatto su 10.000. Qui abbiamo a che fare con pezzi unici, che possono essere valutati solo caso per caso e ai cui difetti non può essere posto rimedio, come faremmo con un pezzo fallato uscito da una catena di montaggio, rimpiazzandolo con un altro pezzo identico.

Non c’è dunque nulla di mistico nel “non so che”. In effetti sappiamo benissimo che cos’è, ma solo di volta in volta, artigianalmente, e non una volta per tutte, in massa. Questa, in un guscio di noce, è la discrasia10 che rende difficile immaginare un sistema di valutazione della ricerca che sia adeguato alle dimensioni industriali della scienza e, allo stesso tempo, in grado di rendere giustizia all’individualità di ciascuna attività di ricerca – compresa quella solo compilativa alla base della correzione di poche righe in una voce di Wikipedia.

 

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