Cinquanta sfumature di giallo: le società scientifiche ai tempi della valutazione di stato

Quella che segue è una lettera che ho inviato alla mailing list interna della Società Italiana di Filosofia Politica, in seno al dibattito per l’elezione del nuovo presidente. Il testo non tratta propriamente di persone, ma si interroga sulla funzione delle società scientifiche ai tempi della valutazione di stato. Proprio per questo, fin dall’inizio, non conteneva nomi; e proprio per questo ho deciso di renderla pubblica così come è stata scritta, eliminando il poco che sarebbe risultato incomprensibile perché riferito al dibattito interno e correggendo un paio di errori di battitura.

Cari colleghi,

ho a suo tempo imparato che i voti della SIFP non sono da prendere sul serio, dopo che questa vecchia proposta, che era stata approvata dall’assemblea all’unanimità, è stata semplicemente messa da parte dalla giunta con la motivazione il ministero stava facendo qualcosa – un qualcosa che non mi risultava affatto, né è effettivamente risultato in futuro.

Mi limito quindi a dire che non posso sostenere nessuno dei due candidati, a dispetto della loro ineccepibile carriera accademica. La mia carriera è invece ministerialmente eccepibile sia perché boicotto le riviste di fascia A – che sono tali perché incluse in una lista stilata da autorità di indiretta nomina amministrativa, spesso pure in conflitto di interessi – e non voglio piegarmi all’idea che il contenitore di un testo determini il valore del suo contenuto, sia perché non sono stata gran che nemmeno come commissaria ASN, avendo avuto la sfortuna di essere sorteggiata mentre credevo di essere sotto soglia a causa dei miei boicottaggi.

Però non posso fare a meno di comunicarvi il mio disagio di fronte alla commistione, negli argomenti sulla candidabilità di questa o di quello, di generici appelli al loro valore scientifico e alla loro esperienza istituzionale. Qui, fra questa e quello, c’è in verità una piccola differenza: la prima è stata nominata da un’autorità governativa che procede secondo il Führerprinzip, e che non solo per me è profondamente incostituzionale, e il secondo è stato parte di un organo elettivo ora quasi esautorato. Cito dall’articolo di cui sopra:

Carla Barbati ha parlato del ruolo delle società scientifiche nelle procedure valutative. La Presidente del CUN ha evidenziato che fino ad oggi è l’ANVUR che seleziona i componenti delle comunità scientifiche legittimati a effettuare valutazioni sia nell’ambito dei GEV sia in quello del Gruppo Libri e Riviste. La prof.ssa Barbati ha raccontato di come l’ANVUR rifiuti di considerare l’elettività di queste cariche da parte della comunità scientifica un modello decisionale virtuoso. Ha concluso sostenendo che se le società scientifiche non riescono a far sentire la propria voce e a reclamare un ruolo, il vuoto viene colmato dalle decisioni dell’ANVUR.

Non mi sembra di aver mai sentito il secondo – mi corregga se sbaglio – prendere una qualche posizione pubblica netta sulla valutazione di stato.

Come sicuramente saprete, l’ANVUR parla con chi vuole e dialoga con le società scientifiche solo per suo concessione. Nel caso della SIFP, più che un dialogo si è avuta spesso un’identità: la penultima presidente era membro del cosiddetto GEV, l’attuale presidente si è sempre professato neutrale – e quindi ininfluente – e ora una dei candidati ha coordinato il GEV. Le stesse persone che facevano parte del GEV, data l’esiguità dei docenti della nostra disciplina, sono state spesso anche parte delle commissioni ASN. Per non parlare della loro presenza negli organi delle riviste di classe A, per la quale rinvio allo studio che avevo fatto a suo tempo con Brunella Casalini. È “pluralismo”, questo, o, piuttosto, in un’epoca di ferocissimi tagli alla finanze e alle libertà accademiche, non è un “si salvi chi può”, nell’illusione che il “particulare” possa restare a galla mentre l’universale cola a picco?

Come commissaria ASN, cercando, nei limiti del possibile, di leggere i titoli presentati, mi sono resa conto che gli effetti di questo “pluralismo” sono i seguenti: una volta che è noto dove un candidato ha studiato è possibile prevedere non solo che cosa scriverà, ma anche come lo scriverà. Se si dovesse prendere alla lettera il requisito dell’originalità non si dovrebbe abilitare quasi nessuno. E, naturalmente, è assai più facile essere idonei all’abilitazione, almeno in termini di volume di pubblicazioni., se si è benedetti dall’appartenenza a uno dei gruppi i cui caposcuola praticano una scienza ministeriale, avendo fatto una scelta diversa da quella del sociologo Pier Paolo Giglioli e fanno pubblicare su riviste di classe A. Incidentalmente, il sistema di valorizzare il contenitore a scapito del contenuto – a proposito di “internazionalizzazione” – isolerà sempre più l’Italia in Europa e nel mondo. Qui racconto quello che ho sentito con i miei orecchi a Berlino, essendo invitata alla conferenza come rappresentante dell’AISA.

Come sapete trovo controproducente chiedere che questa o quella rivista sia assunta nella lista, se non per provocazione allo scopo di discuterne poi nella sede appropriata, che non è quella amministrativa, quando si dovrebbe contestare il principio stesso della lista: le virtù amministrative del contenitore non si trasmettono, infatti, alle eventuali virtù scientifiche del contenuto e l’unica “collocazione editoriale” scientificamente rilevante è quella che permette l’accessibilità dei testi sia in lettura sia in scrittura. Andare dall’ANVUR o dal suo genitore, il MIUR, col cappello in mano a chiedere mercé significa legittimare, tramite il riconoscimento del principio delle liste con i suoi effetti oligopolistici e oligarchici,  una valutazione di stato intrinsecamente dispotica e retrograda.

Le società scientifiche, rinate in età moderna per scopi diversi da quelli ora prevalenti, sono attualmente ridotte a poco più di un sindacato per la rivendicazione degli interessi di discipline – o di alcuni dei docenti che le professano – i cui confini sono amministrativamente definiti. Qual è il colore di questo sindacato? A me sembra che non si vada oltre un certo numero di sfumature di giallo.

Per questo, al momento, non sentendomi rappresentata da nessuno neppure per quel minimo sindacale che dovrebbe essere la difesa dei miei diritti costituzionali, nessuno posso sostenere.

Buon anno, buona notte e buona fortuna.

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Valutazione di stato e libertà della ricerca: una riflessione filosofico-giuridica

Particolare della Scuola di Atene di RaffaelloLa revisione paritaria (peer review) è una parte importante della procedura che conduce alla pubblicazione di un articolo in una rivista scientifica tradizionale, costruita e pensata per la tecnologia della stampa. A due o più studiosi di campi disciplinarmente pertinenti, selezionati discrezionalmente dalla redazione della rivista e protetti dall’anonimato, viene chiesto di pronunciarsi ex ante sulla pubblicabilità di un articolo. Quanto i revisori scartano non vede la luce; e, analogamente, rimangono nell’ombra i loro pareri e la loro eventuale conversazione con gli autori, che ha luogo solo per interposta persona. La revisione paritaria aperta ed ex post consente invece di rendere pubblica l’intera discussione e di riconoscere il merito dei revisori, i quali, come gli autori, rinunciano all’anonimato.
In questo spirito, il Bollettino telematico di filosofia politica propone due articoli:

Il primo testo critica la tesi esposta da Andrea Bonaccorsi nel recente La valutazione possibile. Teoria e pratica nel mondo della ricerca, Il Mulino, 2015, condensabile nella seguente affermazione: la valutazione è espressione degli imperativi istituzionali della scienza così come teorizzati da R.K. Merton. Per Roberto Caso, l’autore legge l’opera mertoniana in modo distorto e parziale e trascura la dimensione giuridica del rapporto tra norme formali poste dallo Stato nel processo valutativo e regole informali della scienza: è difficile trasformare quanto in Merton era l’ethos condiviso di una comunità scientifica autonoma in norme di diritto amministrativo senza alterarne profondamente la natura.  Infatti, il disegno della valutazione che Bonaccorsi rappresenta  come democratico, dialogico, condiviso e trasparente collide frontalmente con la prassi italiana dell’ANVUR, motore immobile di orrori giuridici nonché di un gigantesco contenzioso che consegna la vera e ultima valutazione ai giudici.

Il secondo testo si interroga sulle radici filosofiche di questi orrori. Per distinguere la riflessione della ragione teoretica e pratica dagli elementi empirici, prende le mosse da una concessione: fa finta  che il sistema di valutazione teorizzato da Bonaccorsi sia una fotografia – mertonianamente – fedele del modo in cui la comunità scientifica valuta se stessa. Ma, perfino con questa assunzione, la sua costruzione ha come esito un sistema di valutazione praticamente dispotico e teoreticamente retrogrado. Il sistema è dispotico perché trasforma un ethos informale e storico in una norma di diritto amministrativo fissa, che cessa di essere oggetto di scelta da parte della comunità scientifica; ed è retrogrado perché, stabilendo questa norma, cristallizza, come nel castello incantato della Bella addormentata nel bosco, l’evoluzione in un fermo-immagine non più superabile senza ulteriori interventi amministrativi. A questo argomento principale si aggiungono alcune parti accessorie: la prima si occupa della questione, proposta da Bonaccorsi, della verificabilità empirica di alcune tesi dei suoi critici; la seconda prende in esame un campione di citazioni addotte dall’autore a sostegno di alcuni passaggi argomentativi importanti.

Entrambi i contributi sono ispirati dalla prospettiva ideale e critica della scienza aperta, che è già in grado di orientare, perfino con gli strumenti attualmente esistenti, un sistema di valutazione più conforme al principio costituzionale della libertà  delle arti, delle scienze e del loro insegnamento.

Le istruzioni per chi desidera partecipare alla revisione paritaria aperta si trovano qui.

È ora possibile commentare entrambi gli articoli anche su SJScience.org, qui e qui.

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Classificazione delle riviste: un breve confronto fra l’ANVUR e la Directory of Open Access Journals

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La Cassazione a Sezioni Unite, con una recentissima sentenza (Cass., sez. un., 28 febbraio 2017, n. 5058), analizzata su “Roars“, a conferma di quanto già stabilito dal Consiglio di Stato, indica con chiarezza qual è il vizio giuridico delle classificazioni ANVUR:

la mancata predeterminazione di criteri ex ante da porre a fondamento delle determinazioni dell’amministrazione.

In altre parole, le decisioni classificatorie dell’ANVUR in merito alle riviste, a dispetto dell’importanza che hanno per la valutazione della ricerca e l’accesso all’abilitazione scientifica nazionale, sono, eufemisticamente, arbitrarie. Per essere più chiari – si tratta pur sempre di deliberazioni amministrative in uno stato che vorrebbe essere di diritto – possiamo anche dire: le decisioni classificatorie dell’ANVUR sono, francamente,  dispotiche.

Immagine: bilancia della giustiziaIl DOAJ, da parte sua, pur non essendo un indice stilato da un’autorità amministrativa e non danneggiando chi preferisce percorrere altre strade, predetermina i suoi criteri ex ante. Qui, per esempio, uno dei redattori italiani del DOAJ li spiega in modo chiaro e dettagliato. Anche se non si tratta di un giudizio, chi fa domanda d’inclusione sa con quale metro la sua rivista verrà misurata.

Il DOAJ è debole, perché tiene in mano solo una bilancia mentre l’ANVUR è armata della spada del potere amministrativo. Chi ha l’onore di contribuirvi come redattore volontario sa che, per quanto i criteri siano stati affinati nel tempo, non potranno mai interamente catturare, nel bene e nel male, le molte cose in cielo e in terra che non riusciamo a sognare con  la nostra filosofia. Ma proprio questo è il suo pregio: il suo tentativo di costruire e di argomentare collettivamente una catalogazione di una parte del mondo della comunicazione scientifica non può diventare dispotico. A sostenerlo, infatti, c’è la debolezza di una bilancia e non la forza di una spada che fatica, a quanto pare, a contenersi  nei limiti del diritto.

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Le statue di Dedalo: le riviste di filosofia politica italiane di serie A

Roars ha puntualmente segnalato l’ancipite vicenda delle nuove liste di riviste last minute per l’abilitazione scientifica nazionale. E’ cambiato qualcosa fra le riviste di filosofia politica italiane di serie A, di cui avevamo già avuto modo di discutere? A quanto pare, la sola novità è data da Filosofia politica, che, scomparsa dalla lista precedente, è ora ritornata in tutta la sua gloria.  Per il resto, rimane saldo quanto avevamo già scritto a suo tempo.

Quanto a noi, in questo movimento di  statue di Dedalo,  conserviamo il nostro marchio di scientificità,  sia per l’area 14 sia per l’area 11.

L’Anvur ha spiegato che lo scopo delle nuove liste è correggere gli errori. Però la lista dell’area 14 continua a negare la scientificità sia all’Archiv für Rechts- und Sozialphilosophie sia alle Hegel Studien.  Dobbiamo dunque concludere che per l’Anvur, persistentemente, studiare  Kant, Hobbes e Tocqueville è segno d’eccellenza scientifica nella filosofia politica, mentre ragionare su Hegel o pubblicare su un’importante rivista di filosofia sociale e del diritto tedesca e internazionale è meno fruttuoso della suinicultura.

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