Il Cratilo di Platone

tetradrakmatonLa guida ipertestuale alla lettura del Cratilo di Platone composta per gli studenti della facoltà di Scienze politiche dell’università di Pisa è ora visibile a tutti qui.

L’ipertesto ha tratto vantaggio dall’Introduzione alla linguistica generale del professor Manuel Barbera dell’università di Torino il quale ha scelto di rendere il suo corso disponibile ad accesso aperto. Questa decisione, ancora poco comune, mi ha permesso di illustrare il senso interdisciplinare di un dialogo platonico importante non soltanto per la storia della filosofia, senza costringermi a re-inventare la ruota.

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Lo Ione di Platone

Che rapporto c’è fra la tecnica e le discipline umanistiche? Sono scienze o sono retorica? Questo problema si può affrontare anche con gli strumenti della filosofia antica e delle sue interpretazioni, per esempio a partire dal dialogo platonico Ione.

L’ipertesto sullo Ione, scritto per aiutare gli studenti dell’università di Pisa a leggere Platone anche senza sapere il greco,  è a disposizione di tutti qui.

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Una questione di potere: la discussione scientifica nel Protagora

Relief from Sarcophagus of a Philosopher Chi stabilisce le regole della discussione scientifica? Chi ha titolo a criticarle?

Nel Protagora Socrate si scontra con una scuola umanistica e retorica che ha uno stile di discussione molto diverso dal suo. Perfino la sua strategia consueta – dichiararsi sconfitto per mutare inavvertitamente le norme implicite della competizione retorica – appare inefficace. Quando Socrate gli chiede di soccorrere la sua smemoratezza con un dialogo che consenta l’interazione critica, invece di diffondersi in lunghi monologhi o macrologie,  Protagora gli risponde così:

Socrate, già con molti ho fatto gare di discorsi e se mi fossi comportato come tu mi domandi, discutendo come mi chiedeva il mio contraddittore, non sarei apparso migliore di nessuno, né il nome di Protagora si sarebbe diffuso fra i Greci (335a).

Se si può imporre un discorso dominante solo invadendo retoricamente lo spazio limitato dell’attenzione collettiva, chi acconsente a discutere accetta di cedere terreno alla concorrenza, facendosi perdente.

Socrate, non condividendo né lo scopo né le regole del dibattito, si alza per andarsene. Non è, questo, un gesto semplice: se la ricerca è la tua professione  sei sempre dentro uno spazio di discussione le cui regole ti possono essere aliene. Da cittadino di una democrazia diretta in cui chiunque era immediatamente esposto alla politica, Socrate ne fece le spese: così rischia di pagare, anche solo in termini di carriera, chi sfida i paradigmi dominanti,  le leggi non scritte dell’accademia o,  nei paesi autoritari, i regolamenti scritti dal governo.

Socrate, però, è un rivoluzionario proprio perché sa che non ha senso aver paura. Il suo accenno di congedo rende esplicita una discussione sulle regole da cui sono ricavabili almeno tre “filosofie” delle comunità scientifiche.

1. Il relativismo accademico

Callia, ammiratore e ospite di Protagora, cerca di trattenere Socrate. Non ci può essere una competizione senza competitori che consentano almeno sul competere stesso: ma che fare se gli interlocutori professano metodi talmente diversi da rendere la discussione impossibile? Secondo Callia, ciascuno ha il diritto di usare  la propria misura. Non esiste, dunque, discussione che risolva il conflitto – o, meglio, il dissenso viene  superato solo dalla potenza di un discorso dominante nel fatto.  Avremo, dunque, gruppi disciplinari separati, chiusi nei propri paradigmi, che cercano di prevalere l’uno sull’altro con le armi, extrascientifiche, dell’invasione retorica dello spazio pubblico.

2.  L’etica dell’adattamento

Anche Alcibiade vede la discussione esclusivamente come una competizione.  La macrologia di Protagora serve a intorpidire le menti e a eludere le possibili obiezioni; il dialegesthai di Socrate – sostenuto da un’ironica professione di smemoratezza –  a sventare il suo espediente. Chi vuol discutere deve stare alle regole delle diverse specialità dell’arte della discussione.  Socrate non può sfidare Protagora sulla macrologia, proprio come Protagora non può sfidare Socrate sulla dialettica: ma se il sofista vuole competere con il suo interlocutore dopo che questo si è dichiarato sconfitto nella macrologia,  deve sottostare alle regole della sua specialità agonistica d’elezione. Vincere nella discussione significa sapersi adattare alle norme del gioco, senza discuterle. Questa, di fatto,  è l’etica della maggior parte dei ricercatori: le regole della discussione sono un dato ambientale, a cui ci si adatta per il proprio successo personale, indifferenti al loro effetto sul complesso del sistema. Che l’etica dell’adattamento sia rappresentata da un politico spregiudicato come Alcibiade non è solo un paradosso platonico.

3. La burocrazia

Il sofista Ippia, che contrappone la comunità scientifica,  naturale e aristocratica,  a quella politica, convenzionale e costretta dalla legge, suggerisce una soluzione contraddittoria: far entrare la convenzione nel mondo dei migliori, con l’elezione di un presidente che regoli il dibattito, controllando i tempi degli interventi.  Socrate si oppone. Gabriele Giannantoni riassume il suo argomento così:

Socrate respinge questa idea con l’argomento che un personaggio del genere, non potendo essere certo inferiore ai contendenti (perché non sarebbe all’altezza del compito), né loro pari (perché sarebbe inutile), dovrebbe essere superiore: ma chi è più “sapiente” di Protagora o a lui superiore? In realtà un arbitro non ha senso in una libera e comune indagine  (p. 66, corsivo mio),

Il modello di Ippia prefigura i sistemi contemporanei di istituzionalizzazione burocratica del potere accademico, con dei vertici eletti all’interno della comunità o nominati dall’esterno. Socrate, che aveva contestato Protagora sulle regole della discussione, si comporta in questo caso come se le norme non contassero nulla. Qui, infatti, tratta come decisiva l’eccellenza impossibile del presidente – come se tutto si riducesse a una questione di governo degli uomini, e non di governo delle leggi.

Le regole della discussione toccano una questione pregiudiziale di metodo. Non sono un dato esterno alla ricerca, ma una sua parte:  per questo sono di competenza dei ricercatori e devono essere esposte alla confutazione, come ogni – provvisoria – verità scientifica. Non rendersene conto e considerarle intoccabili significa trasformare se stessi in arrivisti, politicanti e burocrati – cioè in ricercatori soltanto accidentali.

Il Novecento ha accusato Platone di totalitarismo, per aver trattato il governo delle leggi come un ripiego. Ma quando il testo platonico teorizza, come nel Protagora, una sorta di governo degli uomini, lo fa con una consapevolezza articolata.

Socrate sa benissimo che rinunciare alla burocrazia significa lasciare uno spazio enorme alla retorica, del quale egli stesso approfitta per rubare la scena a Protagora in una macrologia capziosa:  il suo interlocutore, infatti, si è reso vulnerabile alla sua stessa arma, avendo negato che le regole della discussione sono una questione scientificamente pertinente.

L’ideale dell’uso pubblico della ragione non si specchia necessariamente nella sfera pubblica della nostra esperienza quotidiana. Se, però, l’alternativa è la burocratizzazione autoritaria della ricerca e della sua comunicazione, la libertà rimane un rischio meritevole di essere affrontato.

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Antoine Blanchard, Il buon ricercatore

Il ricercatore buono pubblica; il ricercatore cattivo pure.

Sorbonne

La bibliometria è l’insieme dei metodi e delle tecniche quantitative – di natura matematico-statistica – ausiliarie alla gestione delle biblioteche e di tutte le organizzazioni che trattano grandi quantità d’informazione.  Può essere usata per razionalizzare gli acquisti librari – con risorse limitate il bibliotecario deve selezionare quanto è più probabile gli venga chiesto dagli utenti – o, meno umilmente, per valutare la ricerca. Ben si capisce che i bibliotecari debbano considerare grandi quantità di testi senza poterli leggere tutti; meno chiaro, però, è perché la nostra ricerca andrebbe valutata senza leggere quello che scriviamo.

La Francia, che ha già affrontato l’esperienza della valutazione della ricerca, è un termine di confronto utile. In particolare, l’articolo Qu’est-ce qu’un bon chercheur?, pubblicato nel blog di Antoine Blanchard La science, la cité, è un buon punto di partenza, con la sua questione solo apparentemente semplice: che s’intende per “buon ricercatore”?

0. Prima della bibliometria il buon ricercatore era uno riconosciuto come tale dai suoi pari. Perché questa definizione rimanesse credibile, però, occorrerebbero pari perfettamente informati sulla ricerca di tutti gli altri, il cui giudizio non fosse influenzabile da altre considerazioni – dall’antipatia personale alle questioni concorsuali. Quanto era forse vagamente praticabile entro piccole comunità di conoscenza non lo può più essere in un mondo in cui la ricerca è iperspecializzata e l’informazione sovrabbondante. La rete – è vero – può costruire reputazioni e offrire strumenti efficienti per il fact-checking. Però, specialmente se la ricerca è innovativa, questa specie di chiara fama arriva, come la nottola di Minerva, soltanto sul far del crepuscolo, dunque troppo tardi per chi desidera valutarci di buon’ora, quando le carriere accademiche muovono i primi passi.

1. Il buon ricercatore è uno che pubblica molto. Il criterio, discriminante nel mondo della stampa, non lo più oggi. Inoltre, nei settori disciplinari in cui si usano articoli a firma collettiva, per chi è in alto nella gerarchia accademica è talvolta molto facile “pubblicare” lavori fatti e scritti interamente da altri.

2. La bibliometria nel suo uso scientometrico suggerisce che il buon ricercatore sia uno che è molto citato: la moneta della scienza, però, può rimanere libera da pratiche speculative solo se il suo conteggio non viene usato a scopi valutativi. E, in ogni caso, sono molto citate sia le grandi scoperte sia i celebri errori.  Né è decisivo selezionare un database composto da citanti eletti e presunti competenti senza ereditare i pregiudizi con cui è stato formato e – spesso inconsapevolmente – anche gli interessi commerciali  che l’ispirano.

3. Con più sofisticatezza, tramite l’indice h, possiamo combinare le due definizioni precedenti: il buon ricercatore è uno che pubblica molto ed è molto citato. Questo criterio fa ingiustizia ad autori di genio, come Wittgenstein, che, pur avendo pubblicato pochissimo, sono molto citati. Però. per un fenomeno noto ai sociologi come effetto San Matteo, è più facile ricevere la sessantesima citazione se si è citati 59 volte, che ottenere l’undicesima se si è citati 10. Se pesiamo ciascuna citazione di un testo con una frazione 1/n, ove n è il numero d’ordine della citazione, otterremo che la prima citazione vale 1 e le altre via via decrescendo con l’aumentare del denominatore. Se calcoliamo il valore di un articolo sommando gli 1/n delle sue citazioni otterremo una serie armonica divergente: il valore delle citazioni cresce sempre più lentamente, ma la loro somma aumenta con continuità, rendendo le cifre ottenute per i vari ricercatori comunque comparabili. Un simile calcolo, che tiene conto dell’effetto San Matteo,  mostra – controintuitivamente – che il ricercatore con 10 lavori citati 10 volte “vale” di più di quello con tre opere citate 60 volte. Se i due ipotetici ricercatori fossero scienziati umani e sociali, il primo profilo corrisponderebbe a quello di un fondista della ricerca, il secondo a quello di un velocista o di una academic star. Nelle gare di atletica, i velocisti sono più popolari dei fondisti: ma questo è un motivo sufficiente a farci credere che siano anche migliori e indurci a finanziare gli uni ma non gli altri?

4. L’ultima ipotesi, post-bibliometrica, è la più elusiva: il buon ricercatore è uno che non fa come gli altri. Quando guardiamo alla storia della scienza questa definizione si applica ottimamente ai grandi innovatori. Senza il senno del poi, però, ci lascia in imbarazzo, perché non si può ridurre a una formula scientometrica: anche il tentativo di misurare lo spirito innovativo contando i premi Nobel si compie pur sempre ex post.

Platone, nel Politico, scriveva che, in una situazione ideale, quando ci siano politici dotati di scienza, è preferibile un governo senza leggi. La legge è come un essere umano ignorante e ostinato il quale non permette che si trasgrediscano i suoi ordini e non accetta che gli si facciano domande, neppure se a qualcuno è venuta in mente una cosa nuova e migliore rispetto al suo logos (294c). La legge è un prodotto del sapere umano, che però sembra pretendere di valere per sempre, anche se il nostro sapere, in quanto storico e finito, non può mai intendere se stesso come definitivo. Nel mondo politico, dove la scienza è quasi sempre assente, le leggi sono invece indispensabili, pur nella loro grossolanità. La critica di Platone alle regole, applicata alla politica, sembra filotirannica ed elusiva; ma, applicata alla scienza, s’adatta perfettamente alla definizione post-bibliometrica di Blanchard e al suo esito: un appello per il pluralismo e la diversità della ricerca.

Sgradevolmente, però, se non c’è un algoritmo per distinguere l’innovatore dal pazzo, una società che desideri davvero finanziare la ricerca deve rassegnarsi al rischio di buttare via i soldi o, più elegantemente, di fare scommesse che possono risultare vincenti o perdenti. Una ricerca senza libertà, soggetta a una norma preconfezionata – sia essa il razzismo dei totalitarismi del Novecento o l’estensione pedissequa del modello aziendale alle università – è destinata a perdere se stessa nella sua capacità d’innovazione e di critica. Nell’ordine degli uomini, ottimi argomenti militano a favore del governo delle leggi; nell’ordine delle idee imporre regole di valutazione rigide è semplicemente fascismo.

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