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Foto di Gerd Altmann

Illegalità dei sistemi di intelligenza artificiale, fino a prova contraria: è la proposta di Frank Pasquale e Gianclaudio Malgieri, fondata sull’evidenza delle violazioni dei diritti individuali che hanno luogo quando i sistemi di intelligenza artificiale sono utilizzati per ottenere classificazioni o produrre decisioni che hanno effetti rilevanti sulle vite delle persone. I modelli di IA ad alto rischio incorporati oggi in prodotti e servizi dovrebbero essere disciplinati entro un sistema di “illegalità di default”: fino a prova contraria, tali sistemi dovrebbero essere considerati illegali. Prima di immettere sul mercato un prodotto o un servizio che incorpori sistemi di IA ad alto rischio, le aziende avrebbero l’obbligo di dimostrare che la loro tecnologia non è discriminatoria, non è manipolatoria, non è iniqua, non è inaccurata e non è illegittima nelle sue basi giuridiche e nei suoi scopi.
La proposta di Pasquale e Malgieri di inquadrare i sistemi di IA entro un regime di “illegalità di default” si fonda sulla priorità dei diritti individuali specificamente protetti dalla legge su un generico principio di innovazione, che è spesso la maschera dietro la quale i grandi soggetti economici rivendicano la tutela dei loro concreti interessi.

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Poster of the movie Sometimes They Come Back

All’inizio di ottobre si è diffusa la notizia che l’ANVUR, l’agenzia governativa nella quale si accentra la valutazione amministrativa della ricerca italiana, aveva formalmente sottoscritto l’Agreement on Reforming Research Assessment. Come la dichiarazione DORA e il Leiden Manifesto for Research Metrics, questo accordo include fra i suoi punti principali l’emancipazione della valutazione da analitiche commerciali quantitative quali il fattore d’impatto, l’indice H e le classifiche di università ed enti di ricerca, così da concentrare l’attenzione sulla qualità e sulla diversità della ricerca.
Desta dunque stupore che il bando PRIN PNRR 2022 del 14 settembre 2022 richieda dati bibliometrici – obbligatori per fisica, ingegneria e scienze biologiche, e solo se disponibili per scienze umane e sociali – a chi presenta un progetto di ricerca candidandosi come principal investigator, come se ci fosse l’intenzione di usare la bibliometria, e per di più in un modo improprio e ormai ampiamente criticato, per valutare gli individui. Questa volta, però, la responsabilità non è dell’ANVUR, bensì del ministero dell’università e della ricerca, il cui margine di arbitrio è stato straordinariamente esteso da un decreto del governo Draghi.

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La publicité est la sauvegarde du peuple

Daniela Tafani, studiosa di filosofia politica e morale, entra a far parte della redazione del Bollettino telematico di filosofia politica proponendo alla revisione paritaria aperta l’articolo Il palladio dei diritti del popolo. La libertà di stampa come contropotere in Kant e negli scritti rivoluzionari.

Quando Kant scriveva che la libertà della penna è l’unico palladio dei diritti del popolo non stava – come potrebbe pensare un lettore europeo o americano poco attento alla costituzione materiale che oggi si trova a subire – facendo retorica. Stava riecheggiando non solo il motto della medaglia dei venditori ambulanti di giornali (colporteurs) all’inizio della Rivoluzione francese, ma anche un’ampia letteratura repubblicana che rappresentava la libertà della stampa come un diritto a salvaguardia degli altri diritti, perfino contro il potere costituito.

La posizione di Kant, fondata sul carattere strutturalmente pubblico della giustificazione morale, era già chiara prima della rivoluzione francese quando, nel saggio sull’Illuminismo, scrive che ogni essere umano ha la vocazione a pensare da sé, contro il ministro Zedlitz che invece la riconosceva a pochi. E il suo senso politico diventa ancora più accentuato quando, nel 1793, la libertà della penna, che è libertà spirituale dell’autore invece che mera libertà economica dell’editore, funge da spartiacque fra un regime che contiene leggi ingiuste a cui si può ancora por rimedio tramite il dibattito pubblico e un regime basato sulla mera forza contro il quale è invece lecito fare la rivoluzione.

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Simbolo dell'anarchia

Il fisico Francesco Scotognella propone alla revisione paritaria aperta l’articolo “L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio“.
La comunità scientifica si è molto ampliata rispetto al passato, ma per distribuirsi “in fazioni trasversali polverizzate in piccole scuole spesso in competizione tra loro”. Le scuole meglio connesse e più finanziate sviluppano delle autorità, che riempiono le sale più grandi ai congressi e le cui pubblicazioni, teorie e modelli godono della massima considerazione. E però qualsiasi scienziato, a condizione che rispetti i protocolli di comunicazione della comunità disciplinare, può arrischiarsi a fare la parte del parresiasta fino al punto di scalzare l’autorità, ancorché in tempi non brevissimi.
Questa evoluzione è possibile esclusivamente perché nel lungo termine i parresiasti non rimangono soli: fin dall’inizio la loro sfida non è un conflitto fra individui, bensì un appello al mutuo appoggio della comunità scientifica, perché altri controllino le loro proposte in maniera indipendente, ripetendo o proponendo esperimenti cruciali. In questo senso – sostiene Scotognella – la comunità scientifica è anarchica, perché l’avanzamento del sapere ha luogo non per la forza di una gerarchia, che anzi lo trattiene, ma in virtù di una forma di mutuo soccorso simile a quello teorizzato dall’anarchico e scienziato naturale Pëtr Kropotkin.

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Breaking barriers

Ecco il testo del discorso pronunciato il 9 luglio 2021 da tre portavoce degli allievi della classe di Lettere della Scuola Normale Superiore di Pisa durante la cerimonia di consegna del loro diploma. La stampa ne ha enfatizzato la denuncia della disparità di genere, a cui è più facile dare una parvenza di risposta o con una politica di quote o con l’impossibilità legale di applicarla – come se prendere le studiose sul serio fosse così difficile da non riuscire a dar loro spazio se non per costrizione amministrativa. Ma questa denuncia è a conclusione di un argomento più difficile, che riguarda, oltre il caso particolare, ancorché estremo, della Normale di Pisa, l’università italiana nel suo complesso.

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