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Agorà o museo? Una proposta di legge per l’accesso aperto

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1. Scienza aperta: non solo una questione di soldi Particolare della Scuola d'Atene di Raffaello

La proposta di legge del deputato Luigi Gallo del Movimento 5 Stelle affronta un problema tanto importante quanto, in Italia, trascurato e travisato: l’accesso di tutti noi alle pubblicazioni scientifiche.

Che siano leggibili solo a pagamento è uno scandalo ingiustificato e persistente. Gli autori scientifici, infatti, non ricevono un compenso dalle riviste di settore per quanto vi scrivono; e non lo ricevono i colleghi che, con i loro pareri, selezionano i testi meritevoli di essere pubblicati. Non sono gli editori a pagare il loro stipendio e a finanziare la loro ricerca, bensì le tasse e le imposte degli studenti e dei contribuenti italiani, i quali, però, devono pagare di nuovo gli editori o tramite il denaro pubblico speso dalle biblioteche per gli abbonamenti, o direttamente di tasca loro per accedere ai risultati di quanto è stato prodotto con i loro soldi. Non è solo e in primo luogo una questione economica: la liberazione della ricerca dal segreto, perché le sue tesi siano pubblicamente sperimentabili, dimostrabili e discutibili, è un aspetto essenziale della rivoluzione scientifica moderna. Come potremmo, per esempio, essere ragionevolmente certi dell’efficacia e della sicurezza di un vaccino se i risultati della sua sperimentazione e i dibattiti sul loro significato fossero accessibili solo a pochissimi?1

Il testo scientifico – si potrebbe obiettare – anche quando non viene stampato su carta, ma diffuso on-line, richiede pur sempre la mediazione di un servizio editoriale. Perché la sua remunerazione dovrebbe essere scandalosa? E perché mai le biblioteche, se i prezzi di abbonamento sono troppo alti, non abbandonano gli editori più esosi per rivolgersi a concorrenti più convenienti? O, ancora, perché i ricercatori non si lasciano alle spalle le multinazionali dell’editoria per pubblicare i loro articoli sui server che molte università ed enti di ricerca, italiani e europei, rendono disponibili, usando al meglio quanto – in Italia e in Europa – esiste già?

George Monbiot, in un recentissimo articolo su The Guardian, ricorda che metà della ricerca mondiale viene pubblicata da cinque concentrazioni editoriali – nessuna delle quali italiana – vale a dire Reed Elsevier, Springer, Taylor & Francis, Wiley-Blackwell e l’American Chemical Society, la cui posizione dominante2 rende loro possibile imporre alle biblioteche prezzi di abbonamento altissimi, mentre i lettori che non ne sono utenti possono consultare singoli articoli on line solo pagando cifre sproporzionate. Un malato di cancro che volesse compiere scelte informate sulle proprie alternative terapeutiche finirebbe per dover sborsare parecchie migliaia di euro. Un ricercatore di un paese povero o di un’istituzione sottofinanziata, in un mondo di scienza chiusa, semplicemente non potrebbe fare il suo lavoro.

L’università statale di Milano ha una sua piattaforma di riviste che possono essere lette gratuitamente da tutti il cui costo ammonta a 6000 euro l’anno. Un’università di dimensioni paragonabili, quella di Padova, pagherà invece l’accesso quinquennale dei suoi docenti e studenti alle riviste in formato elettronico edite dall’oligopolista Elsevier con 7.386.312 euro, a cui va aggiunto un 4% di IVA.3 Non a caso, i grandi consorzi bibliotecari di alcuni paesi europei, in Germania, Francia e Svezia, spalleggiati dalle conferenze dei rettori locali, stanno cambiando orientamento: gli editori scientifici commerciali vanno trattati come fornitori di servizi per una comunità scientifica che desidera mettere le sue opere a disposizione di tutti, senza imporre costi ai lettori.4 Se questi servizi sono offerti a prezzi troppo alti, conviene smettere di negoziare con loro per pubblicare ad accesso aperto altrimenti, altrove.

Ribellarsi così in Italia era e rimane difficile, e non solo per timidezze non del tutto spiegabili,5 ma per l’effetto combinato delle norme sul diritto d’autore e del sistema di valutazione della ricerca imposto dallo stato, tramite un’agenzia di nomina governativa, l’ANVUR. Le scienze fisiche, mediche, matematiche e tecnologiche6 vengono infatti valutate tramite algoritmi fondati sul numero di citazioni ricevute dai loro articoli. Il loro conteggio, oggetto di una disciplina recente detta bibliometria, avviene sulla base di due banche dati chiuse e proprietarie delle quali la prima, Scopus, appartiene, in conflitto di interessi, all’editore oligopolista Elsevier, e la seconda, Clarivate Analytics, più nota col suo nome originario, ISI,7 a un fondo d’investimento speculativo asiatico. L’uso di queste banche dati è stato ed è all’origine della spirale dei prezzi dei periodici che ancora affligge le nostre biblioteche: le riviste in esse incluse sono infatti troppo importanti per la carriera dei ricercatori perché si possa rinunciare ad acquistarle. Anche se questo sistema, fuori d’Italia, è sempre più spesso in discussione, le nostre università e i nostri enti di ricerca, sottomessi alla bibliometria di stato, non hanno la forza di farlo.8 E gli autori loro dipendenti non hanno per lo più la capacità – e talvolta neanche la consapevolezza – di negoziare con gli editori per evitare di ceder loro, e gratis, la totalità dei propri diritti, a scapito di tutti noi – lettori, ricercatori, pazienti, studenti, cittadini.

2. La legge del 2013 e i suoi limiti 9

Non volendo o non potendo sciogliere i due vincoli che incatenano la maggioranza dei ricercatori agli oligopoli editoriali – la valutazione di stato e il copyright – i commi 2, 3 e 4 dell’art. 4 della legge 112/2013 percorrono una via obliqua, quella della tutela degli articoli scientifici in quanto beni culturali.10 Questa strada, anche se, cinque anni fa, poteva apparire obbligata, espone i testi scientifici al rischio di essere rappresentati come oggetti da museo, da visitare e conservare, e non come discorsi di persone impegnate in una conversazione ancora in corso, da leggere, 11 discutere, criticare, rielaborare e collegare.

La norma obbliga i “soggetti pubblici preposti all’erogazione o alla gestione dei finanziamenti della ricerca scientifica” a promuovere l’open access ai risultati della ricerca finanziata almeno al 50% con fondi pubblici, o favorendo la pubblicazione degli articoli che li documentano in riviste che pubblicano ad accesso aperto, o tramite la ripubblicazione senza fini di lucro in archivi elettronici istituzionali o disciplinari, entro 18 mesi dall’uscita per le aree scientifiche, tecniche e mediche, e 24 per le scienze umane e sociali.

I termini della Raccomandazione europea 2012/417/UE del 17 luglio 2012, in conformità alla prassi internazionale, erano invece rispettivamente di 6 e di 12 mesi. In Italia, il legislatore, per motivi poco chiari, li ha raddoppiati per le discipline umane e sociali e addirittura triplicati per le altre scienze. Molto appropriatamente il disegno di legge Gallo accorcia questi termini, riconducendoli alle scadenze europee.

Il dettato “obbligatorio e programmatico” della norma non tocca il copyright vigente e non si rivolge ai ricercatori, bensì alle istituzioni che li finanziano. Queste ultime devono elaborare propri regolamenti e affrontare – nel silenzio della legge – complicati negoziati con gli editori. Per quanto gli oneri di un accesso aperto così concepito spettino alle istituzioni, ne fanno le spese anche i ricercatori, non solo perché la complessità amministrativa ricade indirettamente su di loro, ma soprattutto perché, a dispetto di ogni retorica sul diritto d’autore, nel gioco asimmetrico fra istituzioni ed editori gli autori hanno – come nell’età dei privilegio librario – un ruolo esclusivamente passivo.

Una delle più diffuse giustificazioni del diritto d’autore si fonda sul riconoscimento della creatività individuale: il mio contributo alla cultura umana merita di essere compensato socialmente con l’attribuzione di un monopolio temporaneo sul suo sfruttamento economico. La legge del 2013, però, sembra assimilare gli autori scientifici ai defunti le cui opere sono raccolte e conservate nei musei e sono sfruttate da terzi almeno fino a settant’anni dalla loro morte. In effetti la differenza fra i vivi e morti è ben poca in un sistema che riduce i ricercatori a meccanici addetti alla ricerca, i cui testi, fuori dal loro controllo, regalati agli oligopolisti dell’editoria commerciale, vengono valutati, indipendentemente dal loro contenuto, sulla base di (meta)dati proprietari e di algoritmi di stato.

3. Il disegno di legge Gallo

Luigi Gallo cerca meritoriamente di modificare una regolamentazione che, già dopo cinque anni, appare inadeguata. Ci si deve però chiedere se non sarebbe preferibile ricominciare da capo, invece che affaticarsi a raddrizzare la disciplina obliqua e timorosa risalente al 2013. La sua lettera, infatti, non imbalsama solo gli autori, ma anche la forma delle loro opere, parlando esclusivamente di riviste e di articoli, come se queste forme di pubblicazione, fiorite nell’età della stampa, fossero l’espressione essenziale della scienza. Il disegno di legge Gallo, appropriatamente, aggiunge agli articoli anche “l’eventuale materiale audio e video” ad essi allegato. La rivoluzione digitale però – dagli ultimi decenni del secolo scorso – sta moltiplicando i generi letterari con i quali un ricercatore può esprimersi, tanto che è possibile immaginare un mondo senza più riviste né articoli, o con riviste e articoli alterati al punto di risultare quasi irriconoscibili.12 La legge del 2013, anche se emendata, rischia di rimanere involontariamente retrograda.

Similmente retrograda può apparire la menzione delle due vie all’open access, quella “verde” del deposito di articoli originariamente usciti in riviste ad accesso chiuso in archivi accessibili a tutti e quella “aurea” delle riviste nativamente ad accesso aperto. Il movimento per l’accesso aperto, infatti, aveva pensato queste due vie come espedienti per aprire la scienza in un momento in cui, proprio come nella tarda età della stampa, il medium privilegiato della comunicazione scientifica era ancora l’articolo su rivista.13 Non sarà sempre necessariamente così: gli archivi aperti, per esempio, potrebbero diventare il luogo della prima pubblicazione, o lasciando il compito della selezione, segnalazione e revisione a overlay journal che operano su oggetti già pubblicati, o contenendo essi stessi dei moduli per discuterli, criticarli e valutarli, o qualcos’altro ancora che non riusciamo a immaginare.14 In una simile situazione, una norma che menzionasse testi, audio e video senza ulteriori specificazioni sarebbe meno esposta all’obsolescenza.

Un simile mancanza di generalità e astrattezza si ravvisa, in particolare, nel comma 2-ter del disegno di legge Gallo, che riguarda i testi pubblicati in riviste nativamente ad accesso aperto:

2-ter. È nullo il contratto di edizione se l’editore della pubblicazione realizzata secondo le modalità di cui al comma 2, lettera a), ha ceduto il diritto di sfruttamento a terzi. Il contratto di edizione è altresì nullo se uno o più autori della pubblicazione realizzata secondo le modalità di cui al comma 2, lettera b), hanno ceduto il diritto di sfruttamento esclusivo.

La preoccupazione che ha probabilmente ispirato l’estensore è che editore e autore siano esposti alla tentazione di “richiudere” i testi usciti in riviste ad accesso aperto cedendone i diritti di sfruttamento a terzi. La loro libertà contrattuale, perciò, viene limitata: questa clausola, però, oltre a introdurre una disparità di trattamento a favore di coloro che, pubblicando nativamente ad accesso chiuso, seguono la via “verde” dell’auto-archiviazione, può essere facilmente elusa, per esempio con la cessione al primo editore di un diritto esclusivo di pubblicazione, e non di sfruttamento, modulabile a suo arbitrio. Una simile modifica, se diventasse legge, rischierebbe di essere peggiorativa rispetto alla pur discutibile disciplina esistente: gli editori potrebbero, infatti, rendere gli articoli accessibili solo temporaneamente, a scopi pubblicitari, per poi far pagare i lettori come e più delle riviste ad accesso chiuso.

4. Per i vivi, non per i morti: la proposta dell’AISA

La letteratura scientifica è tenuta prigioniera da due catene: il privilegio editoriale e la valutazione di stato. Una legge che voglia promuovere la scienza aperta senza cercare di spezzarle rischia di essere poco efficace se non addirittura controproducente.

L’Associazione italiana per la promozione della scienza aperta suggerisce di sciogliere la catena del privilegio editoriale per favorire l’autore, che oggi, nel gioco della comunicazione scientifica, è la parte più debole, emancipando l’uso pubblico dei suoi testi. Come già fatto in Germania, nei Paesi Bassi e in Francia,15 basterebbe aggiungere un articolo alla legge sul diritto d’autore per assicurare a chi fa ricerca con un almeno parziale finanziamento pubblico il diritto di ripubblicare gratuitamente i suoi testi, immediatamente se il suo editore è ad accesso aperto o dopo un periodo di tempo non superiore a un anno se è ad accesso chiuso. In questo modo i ricercatori potrebbero mettere le loro opere a disposizione di tutti, tramite la rete degli archivi aperti istituzionali e disciplinari, spontaneamente o su invito degli enti d’appartenenza, senza le complicazioni burocratiche e negoziali della disciplina attuale.

Mentre la legge tedesca riguarda solo gli articoli, la proposta dell’Aisa include anche i libri, che spesso, soprattutto nelle scienze umane e sociali, sono finanziati interamente dal pubblico; e però, come spiegato sopra, potrebbe essere resa più generica, coinvolgendo anche audio e video di carattere scientifico.

Art. 42-bis (L. 22 aprile 1941, n. 633, Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio)

1. L’autore di un’opera scientifica che sia il risultato di una ricerca interamente o parzialmente finanziata con fondi pubblici, come un articolo, una monografia o un capitolo di un libro, ha il diritto di riprodurre, distribuire e mettere a disposizione gratuita del pubblico la propria opera nel momento in cui l’editore l’abbia messa a disposizione gratuita del pubblico o dopo un ragionevole periodo di tempo, comunque non superiore a un anno, dalla prima pubblicazione. L’autore rimane titolare di tale diritto anche qualora abbia ceduto in via esclusiva i diritti di utilizzazione economica sulla propria opera all’editore o al curatore. L’autore nell’esercizio del diritto indica gli estremi della prima edizione, specificando il nome dell’editore.

2. Le disposizioni del primo comma sono di ordine pubblico e ogni clausola contrattuale che limiti il diritto dell’autore è nulla.

Per l’Aisa il diritto d’autore deve tornare a essere in primo luogo il diritto dell’autore: il cosiddetto “copyright editoriale” è un diritto soltanto derivato che diventa un privilegio da superare quando non è più al servizio della comunità scientifica allargata e delle sue esigenza di pubblicità. La libertà delle arti e delle scienze e del loro insegnamento, tutelata dall’articolo 33 della costituzione italiana, non può essere subordinata a interessi meramente amministrativi e commerciali.

A differenza che nel disegno di legge Gallo, il limite posto alla libertà contrattuale non è a garanzia di una politica, ma di un diritto costituzionalmente riconosciuto. Come può il sapere essere libero se gli studiosi sono incatenati al privilegio editoriale?

Nella proposta dell’AISA lo spazio delle arti, delle scienze e dell’insegnamento non è il museo della legge del 2013 bensì un’agorà in cui persone ancora vive insegnano, imparano, dimostrano, discutono, si criticano e si valutano da pari a pari,16 diffondendo “lo spirito di una stima razionale del proprio valore e della vocazione di ogni essere umano a pensare da sé” (I. Kant, AK VIII, 36) Molti – studenti, insegnanti, inventori, appassionati, imprenditori, pazienti e medici di base – hanno un interesse immediato per questo o quel risultato della ricerca: ma a tutti quanti rifiutano di ridursi a ingranaggi di una macchina dallo scopo oscuro preme partecipare, come possono e vogliono, all’esercizio d’indagine. In questo senso, la libertà dei ricercatori è la libertà di tutti noi: e in questo senso, per i vivi e non per i morti, per l’agorà e non per il museo, merita di essere riconosciuta e difesa dal parlamento italiano.

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Integrità della ricerca: i numeri, gli uomini e la scienza

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Questo testo rielabora l’introduzione al convegno Scienza aperta e integrità della ricerca (Milano, 9-10 novembre 2017). Fino a che punto possiamo parlare di integrità della ricerca senza interrogarci, pregiudizialmente, sulla sua libertà? Gli interventi del convegno, ora disponibili qui, hanno offerto qualche tentativo di risposta.

1. R.K. Merton: una questione di pubblicità Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp

Poco più di sessant’anni fa Robert K. Merton poteva permettersi di scrivere che le frodi vere e proprie – quali le truffe e le falsificazioni dei dati – erano relativamente rare nel mondo della scienza perché “personal honesty is supported by the public and testable character of science”.1 L’ethos della comunità scientifica dava infatti forma a un sistema di autocontrollo diffuso, basato sull’equilibrio dei due valori divergenti del riconoscimento dell’originalità e del servizio disinteressato alla verità, che consisteva nell’esposizione di tutte le pretese teoriche, sperimentali e no, all’uso pubblico della ragione. Questa garanzia procedurale, in grado di trascendere i singoli e la loro eventuale onestà, è conseguenza di un’innovazione della rivoluzione scientifica moderna: la pubblicità della ricerca,2 sia pure negli ambienti circoscritti delle accademie3 ed entro i limiti economici, giuridici e tecnologici propri della stampa.efn

Per cogliere la differenza, che è del tutto evidente, tra la magia rinascimentale e la scienza moderna, è necessario riflettere, non solo sui contenuti e sui metodi, ma sulle immagini del sapere e sulle immagini del sapiente. Nel nostro mondo sono certo presenti molti segreti, e in esso vivono molti teorici e pratici degli arcana imperii. Ci sono anche moltissime e spesso non «oneste» dissimulazioni. Anche nella storia della scienza sono stati presenti dei dissimulatori. Va tuttavia sottolineato che, dopo la prima rivoluzione scientifica, nella letteratura scientifica e nella letteratura sulla scienza non esiste né potrà più esistere – a differenza di quanto è largamente accaduto e accade nel mondo della politica – un elogio o una valutazione positiva della dissimulazione. Dissimulare, non rendere pubbliche le proprie opinioni vuol dire solo truffare o tradire. Gli scienziati, in quanto costituiscono una comunità, possono essere costretti alla segretezza, ma devono, appunto, essere costretti. Quando una tale costrizione si verifica, variamente protestano o addirittura, come anche in questo secolo è avvenuto, si ribellano a essa con decisione. La particella di nell’espressione linguistica «leggi di Keplero» non indica affatto una proprietà: serve solo a perpetuare la memoria di un grande personaggio. La segretezza, per la scienza e all’interno della scienza, è diventata un disvalore. 4

2. Dalla sociologia della scienza alla bibliometria

Sessant’anni dopo pare più difficile credere che la scienza sappia auto-correggersi in virtù del suo carattere pubblico e comprovabile.

Today, there are compelling reasons to doubt that science as a whole is self-correcting. We are not the first to recognise this problem. Scientists have proposed open-data, open access, post-publication peer review, meta-studies and efforts to reproduce landmark studies as practices to help compensate for the high error rates in modern science. Beneficial as these corrective measures might be, perverse incentives on individuals and institutions remain the root problem.5

La stessa apposizione di un marchio di scientificità a quanto è uscito su riviste in seguito a revisione paritaria anonima sembra affetta, oltre che da ipercompetizione, da un difetto di trasparenza, come se la “pubblicazione” non fosse più il medium della pubblicità e dimostrabilità della scienza descritta da Merton, e anzi – così suggeriscono i curatori di Retraction Watch – fosse proprio il culto dell’articolo pubblicato a render difficile, o vana, la discussione pubblica e la condivisione dei dati.

Siamo convinti che sarebbe più facile correggere la letteratura scientifica se il nostro sistema di riconoscimento accademico non trattasse l’articolo pubblicato come un oggetto così sacro. È comprensibile che scienziati consapevoli che il loro futuro dipende dalle loro pubblicazioni siano riluttanti a macchiare la loro lista con ritrattazioni. Dobbiamo sostituire tali incentivi con ricompense per la condivisione di dati aperti, la revisione paritaria ex post e altre attività che riflettano il modo in cui desideriamo funzioni la scienza – incoraggiando chi si impegna onestamente sia a produrre i migliori risultati sia a correggere gli errori propri e altrui.6

3. Sociologia della scienza o teoria sociologica della conoscenza?

Da dove vengono gli “incentivi perversi” e l’”abuso dei sistemi di misura quantitativi” denunciati da Edwards e Roy, e non soltanto da loro? La prima indiziata sembra la sociologia della scienza: proprio perché la scienza dispone, o disponeva, di un sistema di comunicazione che era, almeno nell’età della stampa, relativamente pubblico e dimostrabile, in cui le citazioni con le quali gli studiosi richiamano le opere altrui sarebbero – o sarebbero state – una sorta di moneta, il loro computo può apparire una scorciatoia per valutare la ricerca senza dover, a propria volta, fare ricerca.

È – mertonianamente – legittimo trarre dalla sociologia della scienza delle regolarità da impiegare come norme di qualità scientifica?

La sociologia dell’ethos scientifico di R.K. Merton, sebbene spesso letta come un’idealizzazione, voleva essere la descrizione di una serie di norme informali che ispira(va?)no le comunità scientifiche europee sviluppatesi nell’età moderna.7 Non voleva, però, essere una teoria sociologica della conoscenza: una teoria, cioè, che non si limita a descrivere le norme riconosciute da una comunità scientifica, ma si pretende in grado di identificare le condizioni sociali della conoscenza valida. Una cosa, infatti, è indagare sull’ethos di una comunità scientifica storicamente configurata; un’altra, e ben diversa, è sostenere che le norme sociali informali che hanno accompagnato una sua particolare costruzione storica siano i criteri di validità della scienza in generale.

Chi usa la bibliometria per la valutazione della ricerca cade esattamente nell’equivoco contro cui Merton ammoniva: se, da sociologo della scienza, ho constatato empiricamente che le citazioni sono, o sono state, la moneta della scienza, allora posso valutare la ricerca semplicemente contandole, senza avere le competenze per comprenderle e discuterle. Il risultato di questa generalizzazione attraente ma fallace sarà che i ricercatori verranno indotti a scrivere non per diffondere le loro ricerche e offrirle alla discussione, ma per farsi citare.8 Le riviste su cui si calcolano questi punteggi, da mezzi che erano, si trasformeranno in fini, e diventeranno appetibili, a dispetto del loro pubblico di nicchia, agli oligopoli commerciali privati. Come sapeva lo stesso Merton, la riflessività delle scienze sociali le rende esse stesse esposte al paradosso essenziale dell’azione sociale. E proprio per questo anche le scienze sociali hanno il loro principio di indeterminazione, la legge di Goodhart:

When a measure becomes a target, it ceases to be a good measure.

4. Matematica e misantropia

I modelli matematici sono semplificazioni basate su una selezione di quanto, nella complessità del mondo, si ritiene rilevante: i loro punti ciechi riflettono i giudizi e i pregiudizi di chi li ha disegnati e di chi ne trae profitto.9 Se poi questi modelli fanno uso di dati vicari, che dovrebbero rappresentare una realtà più complicata e meno facilmente misurabile, non è sorprendente che il loro stesso successo li costringa nella legge di Goodhart.10

Questa gouvernance par les nombres può certo essere parte di quella trasformazione dell’università in un’azienda capitalistica di stato di cui era già consapevole Max Weber nel primo quarto del secolo scorso. Il meccanicismo burocratico, però, non promuove di per sé l’efficienza, soprattutto in un ambito difficile da meccanizzare perché vocato all’innovazione.11 Il perseguimento dell’”oggettività” di modelli e algoritmi, di giudizi spersonalizzati, aggregati e normalizzati, si basa su qualcosa di molto diverso – qualcosa che Platone, forse, avrebbe chiamato misologia.

Il carattere pubblico e dimostrabile della scienza ne facilita l’integrità, a condizione che ci siano persone disposte a parlare in pubblico, cioè a continuare la conversazione, come il Socrate del Fedone, anche a rischio di essere confutati o di diventare invisi a chi – monarca, popolo o tecnocrate – ha in mano il potere. Come il misantropo diffida della capacità delle persone di tendere all’onestà, così il misologo diffida della capacità dei ragionamenti di approssimarsi alla verità. La sua sfiducia, nel testo platonico, deriva da una sopravvalutazione delle proprie capacità e conoscenze, la quale gli fa credere di poter estrapolare un giudizio universale dal pochissimo che gli capita di aver esperito.12

Il misologo antico trovava il suo mestiere nella retorica, cioè nel discorso finalizzato a convincere utilmente e non a cercare inutilmente. Il misologo e misantropo contemporaneo, invece, ha pace nella quantificazione offertagli dai modelli matematici: se i giudizi dei singoli sono soggettivi, la loro aggregazione bibliometrica è invece, come per magia, oggettiva.

Come ha suggerito Giuseppe Longo, pensare che gli invarianti matematici siano l’essenza segreta degli oggetti della nostra esperienza è una forma di misticismo – forse molto più pitagorico che platonico.13 L’esoterismo dei dati chiusi e degli algoritmi moralmente indiscussi e indiscutibili di governance della società si confronta felicemente con la gerarchia di matematici ed acusmatici e con gli imbarazzanti segreti dell’antica setta di Crotone. Se poi la mistica numerica non viene solo insegnata e praticata per l’uso di adepti volontari, ma è imposta da un’autorità amministrativa centrale, il suo esito non sarà soltanto distorsivo: sarà inevitabilmente dispotico.

5. Deus ex machina: un’etica per la ricerca?

Come uscire da una crisi ormai avvertita perfino nelle sedi di qualche rivista Elsevier? Sarebbe sufficiente “attivare azioni di tipo culturale e di dissuasione, come codici etici e campagne di opinione che scoraggino comportamenti opportunistici”?14

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ricordare che la valutazione della ricerca è un esperimento di ingegneria sociale fondato sulla diffidenza – misantropica e misologica – nella capacità delle comunità scientifiche di valutarsi da sé. Algoritmi, modelli, incentivi e castighi sono stati annunciati e introdotti proprio per controllare e indirizzare meccanicamente ricercatori altrimenti “autoreferenziali”, pigri e nepotisti: ricercatori della cui etica, e quindi della cui libertà, si doveva diffidare. Introdurre sanzioni e premi per indurli a massimizzare la loro utilità producendo lavoro amministrativamente controllabile, si è pensato, li avrebbe regolati assai meglio della loro – abusiva – libertà. Se è così, però, dobbiamo chiederci se ricalare in scena l’etica come un deus ex machina non sia la confessione di un fallimento – o di un successo che sconta il paradosso essenziale dell’azione sociale.

Gli opportunisti fanno esattamente quello per cui sono stati addestrati: se il sistema di incentivi vigente ha insegnato loro che le citazioni e la pubblicazione in certe riviste sono più importanti del contenuto dei testi perché mai non dovrebbero cercare di massimizzare le citazioni e di produrre articoli commercialmente – ma non scientificamente – attraenti, adattandosi, da bravi homines oeconomici, al sistema che gli è stato imposto? Per fair play? Come ha scritto Barry Schwartz:

when you rely on incentives, you undermine virtues. Then when you discover that you actually need people who want to do the right thing, those people don’t exist because you’ve crushed anyone’s desire to do the right thing.

Richiamare in servizio l’etica dopo averla sostituita con un sistema di incentivazione di tipo meccanico non è soltanto difficile: è anche incoerente. Come sapeva Kant, non possiamo parlare di etica – o di diritto – senza postulare la libertà come sua condizione di possibilità. Per essere più che girarrosti caricati dalla molla degli incentivi, dovremmo condividere “lo spirito di una stima razionale del nostro valore e della vocazione di ogni essere umano a pensare da sé“. Ma questa condivisione, di nuovo, può aver luogo solo con la libertà dell’uso pubblico della ragione, cioè di rivolgerci a tutti parlando come studiosi, di scrivere per farci leggere e perfino criticare e non per piazzare testi inaccessibili in riviste bibliometricamente importanti o in piattaforme proprietarie che monetizzano il nostro narcisismo.

Una simile pubblicità, liberandoci dal Caesar supra grammaticos, non punterebbe su un sistema di incentivi e sanzioni amministrative fatalmente esposto al paradosso e all’abuso – cioè al dispotismo dall’alto e all’opportunismo da basso – ma ci chiederebbe di uscire di minorità per valutarci da noi: si tratta solo di capire se, nell’età dell’internet centralizzata 15 e del capitalismo delle piattaforme,16 e nel paese della valutazione di stato, siamo ancora in grado di farlo o è ormai troppo tardi.

  1. R.K. Merton, “Priorities in Scientific Discovery: A Chapter in the Sociology of Science”, American Sociological Review, Vol. 22, No. 6 (Dec., 1957), p. 651.
  2. Non bisogna dimenticare che la scienza moderna è riuscita a diventare pubblica e comprovabile prima che la revisione paritaria anonima diventasse una pratica canonica della pubblicazione scientifica – ancorché fin dall’inizio controversa.
  3. Paul A. David, The historical origins of ‘open science‘, 2007.
  4. Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, II.5.
  5. Mark A. Edwards, Siddhartha Roy, “Science is broken. Perverse incentives and the misuse of quantitative metrics have undermined the integrity of scientific research“, Aeon, 2016, corsivo mio; la versione integrale dell’articolo “Academic Research in the 21st Century: Maintaining Scientific Integrity in a Climate of Perverse Incentives and Hypercompetition” si trova in Environ Eng Sci. 2017 Jan 1; 34(1): 51–61; doi: 10.1089/ees.2016.0223.↩
  6. Ivan Oransky, Adam Marcus, “Two Cheers for the Retraction Boom,” The New Atlantis, 49, Spring/Summer 2016, pp. 41–45, trad. mia.
  7. Robert K. Merton, The Normative Structure of Science, 1942, I, trad.it. qui.
  8. V. per esempio Mario Biagioli, “Watch Out for Cheats in Citation Game”, Nature, 2016; Alberto Baccini, Collaborazionisti o resistenti. L’accademia al tempo della valutazione della ricerca, “Roars”, 2016, V.↩
  9. Kathy O’Neil, Weapons of math destruction: how big data increases inequality and threatens democracy, Crown Publishers, New York, I. Per esempio, quando U.S. News & World Report cominciò a classificare le università americane, costruì un modello che, per essere vendibile, doveva confermare il primato di celebrità come Harvard, Stanford, Princeton e Yale: e ciò si poteva fare solo escludendo dalle variabili da considerare il costo delle tasse e delle rette degli studenti. Il risultato fu che le università furono indotte a aumentare gli investimenti – e dunque le tasse studentesche – per adeguarsi ai criteri selezionati dai classificatori, a danno della maggioranza dei cittadini americani. Includere i costi – come mostra l’esperimento di Roars con il Politecnico di Bari – avrebbe prodotto classifiche diverse e orientate a diversi utenti.
  10. Come scrive Kathy O’Neil, “when you create a model from proxies, it is far simpler for people to game it. This is because proxies are easier to manipulate than the complicated reality they represent.”
  11. A meno di non voler ammettere che i sistemi di valutazione della ricerca di tipo amministrativo non mirano al progresso del sapere, ma alla sua stasi.
  12. La casualità della carriera accademica espone qualsiasi ricercatore a giudizi che possono apparirgli – e anche essere – insensati, inaccurati e idiosincratici.
  13. Platone, infatti, critica l’ontologia numerica pitagorica in Fedone 96c-97d, indicando le difficoltà che seguirebbero al trattare i numeri come essenze degli oggetti dell’esperienza, invece che come forme che si applicano ad essi. Non è infatti sufficiente credere che il “mondo vero” sia quello delle idee per concludere che l’esperienza si esaurisca nei modelli in cui la formalizziamo: non a caso Socrate, nel Fedone, dopo l’ultima formale dimostrazione dell’immortalità dell’anima, avverte la necessità di sostenerla con un mito.
  14. A. Bonaccorsi, “La valutazione della ricerca produce effetti indesiderati?” in Angelo Turco (a cura di), Culture della valutazione, Roma, Carocci, 2016, p. 39.
  15. Come scrive J.C. Guèdon in Open access – toward the internet of the mind, 2015 (trad. mia): “Internet, nei suoi primi anni, esaltava le interazioni fra gli utenti e cercava di ridurre al minimo la relazioni di potere. Le discussioni contemporanee sulla neutralità della rete riecheggiano quelle scelte iniziali. Era anche la bella età della netiquette spontaneamente seguita da netizen scrupolosi. Il sistema di comunicazione della scienza, come lnternet, mette spontaneamente la sua intelligenza al margine, nelle menti degli scienziati, e ne lascia poca nel sistema stesso. Purtroppo il tipo di accesso aperto proposto da Elsevier e dai suoi simili, pur declamando in apparenza il vocabolario dell’apertura e della condivisione, si fonda su una visione delle reti nella quale il controllo si trova nella rete di comunicazione e comincia a interferire con l’attività stessa della scienza. Per esempio, se l’obiettivo autentico è il perfezionamento della comunicazione fra ricercatori è impossibile giustificare la presenza di embarghi.”
  16. Per un approfondimento sul rischio che un accesso aperto imposto amministrativamente, con l’accordo degli editori commerciali, finisca per essere una forma di socialismo dei ricchi al servizio di oligopoli e oligarchie si veda per esempio Michael Hagner, “Open access, data capitalism and academic publishing, Swiss Medical Weekly, 2018, DOI: https://doi.org/10.4414/smw.2018.14600
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Un altro dono per Wikisource

wikisourceCome promesso, la nuova traduzione del frammento di Wilhelm von Humboldt dedicato all’università è stata donata a Wikisource. Dovendo scegliere fra fare uso pubblico della ragione e rivolgermi ai lettori, o ottenere medagliette dai funzionari governativi incaricati, in Italia, della valutazione di stato, ho preferito parlare con i primi, per i quali il mio lavoro può avere un senso culturale e non meramente classificatorio.

Faccio questa scelta consapevole delle sue conseguenze, che sono in sostanza l’annullamento di un potere accademico comunque servile, perché fondato sulla sottomissione. In questo caso il ripetitivo argomento che così rifiuterei di farmi valutare è particolarmente fuori luogo: Wikipedia è letta da tutti e può essere apertamente valutata da tutti, anche in modo molto severo.  La valutazione di stato, condotta da funzionari nominati, è invece – proprio come l’alchimia – sistematicamente segreta, 

Chi ha tentato di giustificare la valutazione di stato italiana ha sostenuto che i funzionari di nomina governativa si limitano a fotografare la prassi delle comunità scientifiche esistenti. Ma ciò significa che ogni volta che ci si adegua ai criteri imposti dall’ANVUR, lagnandosi in privato e inchinandosi in pubblico, si contribuisce a forgiare la propria catena, partecipando alla perpetuazione di un sistema fissato, in realtà, per  via amministrativa. Per questo sarebbe auspicabile che le scelte eterodosse, invece di essere solo  individuali e dunque testimoniali, diventassero collettive e dunque politiche.

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Wilhelm von Humboldt: un frammento di università

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Brett Jordan, Central library of the Humboldt University of Berlin Dopo la traduzione ad accesso aperto del celebre frammento di Wilhelm von Humboldt dedicato all’università, rendiamo ora disponibile un ipertesto che lo spiega passo passo. Lo scopo del lavoro, pensato per gli studenti dell’università di Pisa ma allo stesso tempo parte di un progetto più ampio, è qualcosa di più umile dell’originalità: aiutare chi non è particolarmente familiare con la filosofia classica tedesca a leggere uno scritto la cui raffinatezza e complessità è stata più oscurata che rischiarata dal suo mito. La presenza di una traduzione sotto licenza Creative Commons pubblicata in modo da essere commentabile capoverso per  capoverso facilita di molto questo compito

Il progetto di Humboldt  è filosofico in un senso non disciplinare, senza essere un saggio di  filosofia. Può, anzi, interessare chiunque, oggi, faccia ricerca: prima di trattare i princìpi di solitudine e libertà come relitti di un’università elitaria e autoreferenziale converrebbe forse spendere del tempo a riflettere sul loro significato e a chiedersi se vale ancora la pena discuterli e negoziarli, o se invece dobbiamo semplicemente occuparci, attivamente e soprattutto passivamente, di efficienza organizzativa.

Maria Chiara Pievatolo Wilhelm von Humboldt: un frammento di università

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Giuliano Marini traduttore dei “Lineamenti di filosofia del diritto” di Hegel

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Giuliano Marini con C.A.CiampiLineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio (1821) è l’opera che Hegel dedicò alla parte della propria filosofia che egli chiamava anche il ‘sistema dello spirito oggettivo’, un’opera che in Italia ha trovato lunga e meritata fortuna. A trent’anni dall’uscita, e a dodici dalla scomparsa di Giuliano Marini, l’importante studioso pisano che la ritradusse per la Biblioteca Universale Laterza, le eredi e l’editore hanno deciso di metterne a disposizione del pubblico (sotto licenza Creative Commons) la versione digitale. Si tratta di una scelta che va salutata con un sentimento di profonda gratitudine, perché restituisce al dominio pubblico uno dei classici imprescindibili per la formazione filosofica moderna, un’opera ancora oggi letta e citatissima. Per averne una conferma basti ricordare che, come ebbe a scrivere lo stesso Marini nella Premessa del traduttore alla prima edizione, si tratta dell’unica parte del sistema che, assieme alla Scienza della Logica (1812, 1816), Hegel “sentì il bisogno di sviluppare in volume separato”, e l’unica opera data alle stampe nell’intero periodo berlinese (p. XII).

In Italia, la centralità dei Lineamenti per gli studi filosofici e filosofico-giuridici fu chiara immediatamente: la Filosofia del diritto fu tra i primissimi testi hegeliani a trovare una traduzione nella nostra lingua, che in principio venne predisposta da Antonio Torchiarulo e apparve nel 1848. Alla traduzione del Torchiarulo nel 1863 fece seguito una successiva traduzione di Alessandro Novelli, e infine di Francesco Messineo, la quale, licenziata alla fine del 1912, uscì nell’anno successivo per la ‘crociana’ Biblioteca Universale Laterza e fu poi variamente riedita fino al 1979. Quando Giuliano Marini si accinse al difficile compito di fornire al lettore italiano una nuova traduzione di questa fondamentale opera hegeliana, quello di Messineo appariva già un lavoro molto invecchiato, per le varie ragioni che Marini stesso spiegò nella sua Premessa (p. XXI). Alla fine degli anni settanta lo studioso italiano aveva davanti a sé un testo bisognoso di una revisione radicale, tanto per ragioni legate alla naturale evoluzione della lingua, quanto per motivi più sostanziali, dovuti al tecnicismo del linguaggio di Hegel, la cui comprensione, nel frattempo, aveva avuto un affinamento ragguardevole, grazie anche al risveglio degli studi hegeliani tra gli anni sessanta e gli anni settanta. E tale complesso semantico attendeva di essere reso con nuove parole nelle lingue differenti dal tedesco; tutte ragioni, queste, che sconsigliavano di rimettere le mani sul testo del 1912 e che invece suggerivano un impegno ex novo.

La nuova traduzione di Marini avrà due edizioni: la prima, del 1987, che vide la luce dopo un decennio di duro lavoro, alla fine del quale – come scrisse Claudio Cesa, maestro di studi hegeliani in Italia, “non c’era parola che Marini non avesse scrupolosamente soppesato”, con la “precisa consapevolezza che bisognasse restituire il significato autentico dei testi”. Essa ebbe cinque ‘riedizioni’, l’ultima delle quali nel 1996; successivamente, Marini accettò di darne una Nuova edizione riveduta, quella che l’archivio “Giuliano Marini” ripropone in versione digitale. Rispetto alla prima, la seconda edizione variava, oltre che per “alcune modifiche,… quasi tutte di carattere formale” (p.VI), soprattutto per il fatto di essere stata accresciuta dalle Aggiunte (Zusätze) di Eduard Gans, ovvero i brani che questi – amico e discepolo di Hegel – aveva tratto dalle Lezioni di filosofia del diritto tenute dal filosofo quasi ininterrottamente nel periodo berlinese, fino al semestre invernale 1824/25. Seguendo gli appunti manoscritti di H. Hotho e di K. J. v. Griesheim, Gans aveva inserito questo materiale spurio nelle proprie edizioni della Filosofia del diritto (1833, 1840), predisposte per la raccolta completa degli scritti hegeliani curata da Karl Hegel, figlio del filosofo. In tal modo, Gans finì col costruire la versione definitiva della Rechtsphilosophie, ripresa poi nelle varie edizioni ottocentesche e novecentesche, e giunta quindi ai giorni nostri. Qui è inutile intrattenersi sulle ragioni per le quali Marini aveva scelto di non tradurre le Aggiunte nella prima, per poi invece inserirle nella nuova edizione del 1999 – egli stesso ce ne dà notizia nella Avvertenza alla seconda edizione (p. V) -; le Aggiunte furono tradotte da Barbara Henry, arricchendo il già consistente volume laterziano e fornendo al lettore contemporaneo, per completezza e rigore filologico, un’opera assolutamente paragonabile (se non perfino in anticipo sui tempi) a quella delle traduzioni nelle altre lingue europee.

A questo proposito c’è da sottolineare che, quando sul calare degli anni settanta Giuliano Marini iniziò il suo lavoro di traduzione, e ancora nel momento in cui quest’ultima apparve in libreria, il quadro sinottico della Filosofia del diritto in lingue diverse dall’originale era quantomai ristretto (anche su questo punto si veda la sopracitata Premessa, pp. XIX ss). Per quel che riguarda l’italiano si è già ampiamente detto; si deve aggiungere soltanto che nel 1996 – quindi circa un decennio dopo quella di Marini – sarebbe apparsa l’ulteriore versione di Bompiani, a cura di Vincenzo Cicero, cui lo stesso Marini fece cenno nell’Avvertenza del 1999 (p. VIII) -. Lasciando da parte l’italiano e spostandoci all’estero, prima del 1987 il traduttore poteva contare soltanto su pochi solidi esempi: in primo luogo l’importante precedente di Thomas Malcom Knox, che nel 1952 (e nel 1967 in seconda edizione) della Rechtsphilosophie aveva approntato un’ottima traduzione in lingua inglese per Oxford University Press, tuttora in commercio e ancora ampiamente utilizzata; c’era poi la traduzione francese del grande studioso del diritto naturale moderno Robert Derathé (Vrin, 1975), e infine c’era l’edizione in spagnolo di Juan Luis Vernal (Editorial Sudamericana, 1975). Sono queste le versioni che Marini aveva tenuto in considerazione, tutti lavori che certamente avevano dato un nuovo smalto al testo hegeliano tradotto rispetto alle versioni della prima metà del secolo – quella di Samuel Waters Dyde (London: George Bell & Sons, riedita nel 2005 da Abbot), addirittura del 1896, e quella di André Kaan (Gallimard, 1940), soprattutto – ma che rispetto a quella di Marini ancora risentono dei canoni precedenti, i quali alla fedeltà letterale preferivano la chiarezza del dettato, sì da farne per molti versi “più una parafrasi e un’interpretazione che una traduzione” (p. XIX). Solamente più tardi sarebbero arrivate, per le rispettive lingue, le versioni di Hugh Barr Nisbet (Cambridge University Press, 1991) e da ultimo di Alan White (Hackett, 2002) e, quasi in contemporanea, le versioni di Jean François Kervégan (Presses Universitaires de France, 1998) e di Jean-Louis Vieillard-Baron (Flammarion, 1999).

Sulla specificità dell’approccio di Marini all’opera di traduzione, e sull’atteggiamento ermeneutico che esso implicava ci sarebbe molto da scrivere – e non mancheranno certamente le occasioni per tornare a farlo. Certo è che un tale metodo dette il meglio di sé proprio con Hegel, restituendo un contributo che nei fatti non aveva pari, e non solo in Italia, se non risalendo a miliari esempi del genere, come la traduzione della grande Enciclopedia da parte di Benedetto Croce, “dalla quale data (1907) – Marini scriveva – può farsi incominciare la storia delle traduzioni italiane di Hegel” (p. XX); oppure quella della Fenomenologia dello spirito di Enrico De Negri (1933-36) o della Scienza della Logica di Arturo Moni (1925). Del resto, era proprio su questa linea che lo studioso pisano intendeva collocarsi, come ancora ci teneva a ribadire nel 1999 (p. VII); a ciò aggiungerei qualche battuta sullo stile, esemplare per l’aver rispettato il periodare “rigoroso e coinciso” del filosofo, e al contempo direttamente impegnato alla comprensione del testo, e senza inutili artifici. Per tutte queste ragioni, oggi possiamo senz’altro dire che, nelle modalità in cui Marini ha affrontato la pagina hegeliana, sopravvive lo spirito di una operazione ermeneutica, se non la lettera, da lui esplicitamente respinta come metodo per la traduzione, a beneficio del metodo del ‘calco’ (p. VII, pp. XX-XXII).

Rispetto agli anni, cronologicamente neppure così lontani, nei quali veniva proposta la nuova versione italiana dei Lineamenti il panorama filosofico del nostro paese è molto cambiato. Se lo Hegel di Marini, soprattutto nel periodo in cui cadeva la prima edizione, per molti versi si trovava ancora all’interno della Hegel-Renaissance che aveva indirizzato la Hegel-Forschung a partire dagli anni sessanta del secolo passato (del 1961 è l’uscita del primo volume della rivista “Hegel-Studien”, e l’anno successivo viene fondata la Internationale Hegel-Vereinigung, due imprese nate sotto l’attenta direzione di H.-G. Gadamer), già nel primo decennio del nuovo secolo questa spinta andava decisamente esaurendosi. Attualmente, il panorama filosofico internazionale si muove all’insegna di interessi diversi, spesso agli antipodi rispetto a ciò che fu definito ‘idealismo’. In aggiunta, va ricordato che l’opera di Marini – e non solo quella di traduttore – si muoveva in una prospettiva vicina allo storicismo, nella sua versione post-crociana soprattutto, mentre la filosofia italiana attuale (e quella politica in particolare) vive per lo più di contenuti d’importazione, prevalentemente anglosassone e in misura minore francese. E qui non si vuol dire che tutto ciò sia un male o un bene, ma semmai sottolineare il mutato segno dei tempi. Nondimeno, crediamo che lo Hegel filosofo politico e del diritto che s’impone attraverso la sapiente mediazione di Giuliano Marini, proprio grazie a questa distanza, al lettore di oggi sembra mostrare il suo volto più schietto; ciò anzitutto per merito di quella scelta di fedeltà al testo, conservata anche di fronte ai suoi momenti più spigolosi e criptici.

Credo si possa concludere che, più che a uno Hegel attuale, Marini mirò a uno Hegel autentico, pur nella piena consapevolezza della problematicità che nel nostro tempo un obiettivo di questo tipo finiva per conservare. Soprattutto, egli intendeva marcare la distanza che separava lo Hegel storico (cioè quello cui possiamo tentare di accedere attraverso il faticoso confronto diretto con gli scritti) dall’hegelismo a noi più o meno vicino. E proprio lui che, ispirandosi a una celebre formula di Enrico De Negri, tra i suoi maestri di elezione, si era sempre definito un “hegelista non hegeliano”,  del pensiero hegeliano ci ha consegnato un a lezione che ha resistito benissimo al tempo, proprio per via della dichiarata indisponibilità a confinarla in una presa di posizione ‘ personale’. Tuttavia, Marini non fu mai un asettico mediatore del linguaggio: egli contribuì direttamente agli studi hegeliani col volume (edito in prima edizione da Bibliopolis nel 1978, e in seconda edizione accresciuta nel 1990 da Morano) Libertà soggettiva e libertà oggettiva nella ‘Filosofia del diritto’ hegeliana, una raccolta di saggi che traevano spunto, accompagnavano e per certi versi approfondivano la traduzione dei Lineamenti. È in questi studi – dall’inconfondibile stile esegetico – che emerge soprattutto la specificità del suo accostamento a Hegel. Il lettore che ancora volesse gettarci lo sguardo potrebbe facilmente constatare come l’ispirazione personale di quel ‘professore pisano’ fosse rinsaldata dalla consapevolezza di muoversi entro una consolidata tradizione nazionale, questa volta influenzata non tanto dal crocianesimo, quanto dai filosofi del diritto. Per farsene un’idea basterà rileggere alcune delle molte pagine dedicate alla società civile, o al concetto di libertà soggettiva: esse si muovono tutte all’interno di un quadro generale volto alla riappropriazione del valore e dell’autonomia del diritto dei giuristi,  dopo la sua generale svalutazione avvenuta nella prima metà del secolo appena trascorso. E in quegli anni, forse più di tutti gli altri, il filosofo di Stoccarda era considerato il grande detrattore di quel diritto, colui il quale aveva finito per sacrificarlo in favore della politica e dello stato. In una tale riabilitazione del rapporto di Hegel col diritto possiamo rintracciare una comunanza d’intendi con una ben precisa linea interpretativa, che in Italia era stata aperta da Norberto Bobbio, di cui Marini rimase sempre un estimatore, anche quando più tardi tra loro emerse una dissonanza di vedute (che però non sconfinò mai in polemica) sugli esiti istituzionali del cosmopolitismo kantiano. Oggi credo si possa serenamente riconoscere che, per molti versi, lo Hegel filosofo politico di Marini fu uno Hegel ‘ bobbiano’, anche se le sue ragioni filosofiche battevano sui motivi teologici alla radice della dialettica, mentre quelle del pensatore torinese su una visione sostanzialmente illuministica, poi esemplificata nella nota formula della “crisi e compimento del diritto naturale”; ma il valore fondamentale del diritto, anche per la vita politica, fu per entrambi un faro.

Rileggere la traduzione di Marini è perciò un esercizio utilissimo, non solo per mettere a fuoco i motivi dominanti di una stagione culturale che, se non altro per ragioni biografiche, abbiamo alle spalle, ma anche come testimonianza di un insegnamento che è importante non vada perduto. Attraverso un solidissimo ancoraggio ai testi, egli riusciva a spingersi in profondità nella comprensione del suo autore, restituendone la complessità del pensiero non solo nella pagina scritta, ma anche a lezione, dove la traduzione della Filosofia del diritto venne impiegata per anni, a beneficio di intere generazioni di studenti. Protagonisti come Marini ci mancano; essi sono stati tra il meglio che nel secondo dopoguerra l’Università italiana, oggi scossa da profondi mutamenti, è riuscita a darci.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel,  Lineamenti di filosofia del diritto. Diritto naturale e scienza dello stato in compendio con le Aggiunte di Eduard Gans

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Pierpaolo Ciccarelli, Hobbes schmittiano o Schmitt hobbesiano? – Invito alla revisione paritaria aperta

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The frontispiece of the book Leviathan by Thomas Hobbes; engraving by Abraham BosseL’interpretazione di Thomas Hobbes come il fondatore del liberalismo, in quanto teorico del superamento politico di uno stato di natura dominato dalla disposizione alla guerra, ha ricevuto, nel pensiero di Leo Strauss, due sensi differenti:

1. in una prospettiva di filosofia della storia, ripartire dalla sua fondazione hobbesiana aiuta a recuperare, con una mossa rivoluzionaria in senso astronomico, quella base naturale che il liberalismo con il suo artificio culturale aveva sistematicamente obliato;

2. senza la speranza “rivoluzionaria” della filosofia della storia tornare a Hobbes significa invece condividerne i presupposti, e quindi in ultima analisi accettare il superamento della natura e contribuire a quell’oblio culturale di cui si accusa il liberalismo e dal quale ci si vorrebbe distanziare criticamente.

L’articolo proposto da Pierpaolo Ciccarelli alla revisione paritaria aperta vuol mostrare, con un’analisi testuale raffinata, che la transizione fra questi due sensi ha luogo in un medesimo testo, lo scritto giovanile  apparso nel 1932 con il titolo Note a Carl Schmitt, «Il concetto del politico» (Anmerkungen zu Carl Schmitt, Der Begriff des Politischen) nel quale, un trentennio dopo, lo stesso Leo Strauss ravvisò il momento di un cambio d’orientamento.

Chi volesse cimentarsi in un compito reso più difficile dall’impossibilità di linkare e annotare in rete i testi di Leo Strauss e Carl Schmitt, morti da tempo ma soggetti a un diritto d’autore la cui scadenza supera ormai di molto i limiti della loro esistenza fisica, può seguire le indicazioni esposte qui.

Pierpaolo Ciccarelli, Hobbes schmittiano o Schmitt hobbesiano?
Sul «cambio di orientamento» nelle «Note a Carl Schmitt» di Leo Strauss

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