logo btfp Bollettino telematico di filosofia politica

Online Journal of Political Philosophy

Una riflessione conclusiva

Nell’Europa del processo di Bologna, le idee di Humboldt sull'università sono state rappresentate ora come le armi della reazione di un’élite di privilegiati, ora come un appello alla resistenza per chi non si piega a ridurre l’istruzione superiore ad addestramento professionale. Questo ipertesto, che è solo la parte didattica di un progetto più ampio, non può approfondire questa polemica. Chi, tuttavia, cerca di spiegare Humboldt non può evitare di fare i conti con il suo mito.

Il complesso di cambiamenti di cui Berlino rappresenta il simbolo formò un modello di università potente e importante, il cui giudizio è tuttavia complicato dal "mito di Humboldt". Il culto di Humboldt alla fine del XIX secolo sottolineò gli ideali disinteressati di Bildung ed erudizione in quanto reazione a tendenze contemporanee come la specializzazione della conoscenza, l'espansione dell'immatricolazione oltre le élite colte del passato e l'intrusione di pressioni professionali e utilitarie. Il culto ebbe un ruolo simile nella Germania occidentale degli anni '50 e '60 del Novecento, in reazione all'affermarsi dell'università di massa (In Gran Bretagna e in America gli scritti di Newman svolgevano la medesima funzione critico-nostalgica), e come parte della ricerca post-hitleriana di un passato, riutilizzabile, di valori culturali senza macchia. L'aristocratico prussiano divenne perfino un improbabile eroe della Repubblica Democratica Tedesca. Fu il regime comunista a ribattezzare, nel 1949, l'ex università Federico Guglielmo di Berlino col nome di Wilhelm von Humboldt e del suo fratello, lo scienziato Alexander. Humboldt ottenne una collocazione positiva nella storiografia ufficiale marxista perché il regime della Germania Est cercava di presentare se stesso come erede delle forze nazionaliste e progressive dell'età della riforma. La borghesia era stata il veicolo di queste forze e il concetto humboldtiano di umanesimo era stato un valore universale col potenziale di emancipare il popolo intero. L'ideale, necessariamente limitato nella sua applicazione sotto il dominio assolutistico e borghese, era realizzato con il socialismo. E l'argomento che il neoumanesimo non era affatto progressivo, bensì al servizio dello stato prussiano neofeudale nonché l'indicazione che la retorica utopica di Humboldt e Fichte non ebbe mai molta relazione con la realtà pratica delle carriere e delle qualificazioni furono lasciati agli iconoclasti della Germania Ovest. 66

Il frammento di Humboldt è un progetto filosofico inedito, e come tale meriterebbe di essere preso sul serio: chi temesse di farlo perché gli associa ora i professori tedeschi conservatori del primo e del terzo quarto del Novecento, ora i docenti della Germania Ovest che volevano rifarsi una verginità, ora i notabili comunisti della Germania Est rimarrebbe vittima di una approssimativa teoria sociologica della conoscenza, per la quale qualsiasi argomento è valido o almeno meritevole di discussione non per quello che dice, ma per chi lo dice. Anche il mito del mito di Humboldt, in altre parole, può essere intellettualmente paralizzante.

Al di là del mito del mito, le questioni filosofiche intrinseche al progetto sono riassumibili in tre interrogativi:

  1. Chi siamo noi che ci facciamo domande? Qual è il nostro senso? E chi deve rispondere alla nostra domanda sul senso: noi stessi o altri?

  2. Queste domande sono solo rovelli individuali, o vale la pena che la società vi investa risorse anche se non ne trae nessuna utilità economica? O, più ampiamente; vale la pena interrogarsi sul senso del nostro essere sociali, o dobbiamo trattare la società non come un costrutto da discutere, ma come un dato da accettare così com'è e da studiare con strumenti che mimano quelli delle scienze naturali?

  3. Infine, in che modo le istituzioni sociali esistenti possono sostenere e contenere la facoltà di fare domande - e dunque di essere esse stesse messe in discussione?

Per confrontarsi con simili domande bisogna innanzitutto credere che la discussione non possa aver fine perché "la verità" - come la scienza - non è un prodotto ma un processo, cioè "non è qualcosa di bello e fatto, ma ii suo perpetuo farsi, non è una cosa ma un pensiero". 67 E proprio questa convinzione è alla base di quella filosofia in senso non disciplinare il cui spirito sarebbe dovuto aleggiare nell'università riformata del progetto humboldtiano.



[ 66 ] R.D. Anderson, op. cit., ch. 2, trad. mia.

[ 67 ] Questa è la formula delle libera ricerca e della libera discussione come espressa da un altro liberale etico, Benedetto Croce, in Liberalismo e liberismo (1927). Il testo crociano prosegue con "e anzi è il pensiero stesso" che qui è stato tagliato perché non è indispensabile essere idealisti per discutere di idee così da evitare di essere schiavi di qualche economista defunto.

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Wilhelm von Humboldt: un frammento di università by Maria Chiara Pievatolo is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.
Based on a work at http://btfp.sp.unipi.it/dida/humboldt