Brunella Casalini, Il femminismo e le sfide del neoliberismo

Logo If pressLa collana ad accesso aperto Methexis si è arricchita di un nuovo volume edito da IF Press, Il femminismo e le sfide del neoliberismo. Postfemminismo, sessismo, politiche della cura.

Siamo oggi testimoni  di una nuova vita culturale del femminismo. C’è tuttavia ben poco da rallegrarsi, e ciò per diverse ragioni.

Da un lato, infatti, il riemergere dei movimenti femministi è un segno tangibile delle violenze epistemiche, concrete e ordinarie che le donne ancora vivono quotidianamente; del peso che gli effetti delle politiche di austerità sortiscono soprattutto sulle loro vite; dell’anti-femminismo dichiarato e aggressivo che anima battaglie come quella contro la cosiddetta “ideologia gender”; della misoginia palese contenuta nei siti dedicati alla riscoperta e alla valorizzazione della “mascolinità” (in cui le femministe vengono eloquentemente definite feminazi); o del sessismo che, periodicamente, si scatena sui social network, soprattutto nei confronti delle esponenti della politica parlamentare e istituzionale.

Dall’altro lato, nel discorso politico contemporaneo si assiste alla diffusione di idee e posizioni in cui il femminismo si mescola e contamina con ordini discorsivi che lo trasformano in un’ombra di se stesso, nel suo “doppio inquietante” o, meglio, forse, nei suoi “doppi inquietanti”. Che si tratti del cosiddetto trickle down corporate feminism, di cui sono fautrici donne di successo come Sheryl Sandberg e Anne- Marie Slaughter; o che si tratti invece del post-femminismo, di un femminismo “complice”, come sostiene Nancy Fraser, o forse meglio “sposato” o “adottato” dal neoliberismo, come suggerisce invece Angela McRobbie, è certo che le idee e le teorie femministe sono chiamate a misurarsi con la complessità del presente. Non solo per resistere alle strumentalizzazioni o alle sfide del neoliberismo, ma anche per rispondere a una crisi economica, politica, sociale, ambientale che appare come il frutto avvelenato di una modernità costituitasi sulla rimozione della vulnerabilità e dell’interdipendenza sociale. E sulle quali paradigmaticamente continuano a insistere, e a persistere, le teorie femministe contemporanee, alle quali questo libro è dedicato.

Brunella Casalini, Il femminismo e le sfide del neoliberismo. Postfemminismo, sessismo, politiche della cura

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AboutGender

E’ nata una nuova rivista on-line: si chiama AboutGender, è diretta da Emanuela Abbatecola e potrebbe essere una conferma che c’è qualcosa di “femminista” nell’open access. Tre sue caratteristiche sono da rimarcare:

  •  la revisione paritaria nella forma che, negli usi attuali, tutela di più l’autore, ovvero quella del doppio cieco;
  •  il reclutamento di valutatori anche al di fuori della cerchia ristretta del comitato scientifico e di redazione, con la richiesta di collaborazioni aperte sulla base delle specifiche competenze scientifiche e dei particolari interessi di ricerca del potenziale valutatore;
  •  l’accesso aperto.

La rivista ha scelto convenzioni e pratiche la cui condivisione potrebbe migliorare la qualità della ricerca italiana nell’ambito delle scienze umane e sociali, e aumentarne la diffusione e l’impatto. Invece di stilare discutibili liste di riviste e di editori che rischiano di uccidere ogni sperimentazione nel settore delle pubblicazioni in rete, l’ANVUR e i vari Gev dovrebbero incoraggiate e premiare progetti scientifici come questo.

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L’accesso aperto è femminista

Katsushika Hokusai, Feminine WaveE’ possibile produrre un argomento femminista in favore dell’accesso aperto? In What is Feminist About Open Access?: A Relational Approach to Copyright in the Academy (“feminist@law” 1, 2011), Carys J. Craig, Joseh F. Turcotte e Rosemary Coombe sostengono che la critica del copyright promossa dal movimento per l’open access presenta numerosi punti di convergenza con la teoria del diritto e la filosofia politica femminista.

Il movimento per l’open access, in particolare, potrebbe trarre vantaggio dalla concezione relazionale dei diritti e dell’autonomia sulla quale da tempo lavorano le teoriche femministe (v., da ultimo, l’importante e imponente lavoro di Jennifer Nedelsky, Law’s Relations, Oxford University 2011, pp. 542). La teoria tradizionale del diritto d’autore è fondata sull’individualismo possessivo: essa incoraggia l’autore a concepire il proprio lavoro intellettuale alla stregua di una proprietà come le altre, che può dunque essere venduta e sfruttata come una merce e da cui è lecito trarre profitto. In questa visione, l’autore è concepito come un individuo isolato che pensa e scrive in una sorta di vuoto pneumatico rispetto alle idee prodotte da altri: è proprietario assoluto della sua opera in quanto essa è originale e unica. Questa visione dell’autore, secondo Craig, Turcotte e Coombe, è superata:  l’autore, inteso nel senso appena descritto, è “morto” e l’opera è piuttosto da considerarsi un “tessuto di citazioni” – come ha sostenuto Roland Barthes (cfr. ivi, p. 9).

L’autore, come il sé, può essere ormai pensato solo all’interno di una rete relazionale. L’individuo è autonomo – come sostengono le teoriche femministe contemporanee – solo se collocato in un sistema di interdipendenze che sostiene le sue capacità di agire e pensare autonomamente. Uno degli obiettivi dell’approccio relazionale femminista è, infatti, distinguere tra relazioni che minacciano l’autonomia e le relazioni che la salvaguardano e la incoraggiano. In questa visione, i diritti non servono più a proteggere e isolare l’individuo dall’invasione della collettività; sono piuttosto uno strumento fondamentale per strutturare le relazioni per avere  garanzie che impediscano la loro sempre possibile degenerazione in relazioni di potere e di dominio.

Il diritto d’autore, dunque, andrebbe riscritto e ripensato in senso relazionale alla luce delle potenzialità che Internet offre di stimolare i processi creativi aumentando lo spazio delle comunicazioni, delle informazioni, delle interazioni e degli scambi. La recinzione dei commons digitali è un ostacolo alla creatività e uno strumento di potere ed è, certamente, tanto più assurda e ingiustificabile quando i prodotti intellettuali presenti in rete ad accesso proprietario sono frutto di ricerche prodotte con finanziamenti pubblici e sono pubblicate su riviste il cui obiettivo principale dovrebbe essere la disseminazione della conoscenza in vista della crescita del bene comune.

Se le leggi sulla proprietà intellettuale sono state originariamente pensate per stimolare la produttività e incentivare gli autori, oggi esse sembrano soprattutto favorire il potere di grandi imperi editoriali, costruiti sullo sfruttamento di un mondo accademico che sembra ostinarsi a remare contro se stesso e, ancor di più, contro gli interessi della ricerca.

Più fiducioso circa la possibilità di un’appropriazione e declinazione in senso rivoluzionario delle tecnologie di origine patriarcale, il femminismo della c.d. terza ondata può puntare alla creazione di sinergie con il movimento per l’accesso aperto. Non sarà, tuttavia, facile neanche a questa nuova alleanza sconfiggere le strutture economiche e di potere che mantengono l’attuale sistema proprietario delle pubblicazioni. Certamente, non lo sarà nel panorama italiano dove gli studi di genere e la teoria femminista ancora faticano persino ad ottenere uno spazio disciplinare autonomo.

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