Disintossichiamoci. Sapere per il futuro.

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Trionfo della morte: particolareUna lettera aperta al presidente del consiglio professor Giuseppe Conte, al ministro dell’università e della ricerca professor Gaetano Manfredi e alla ministra dell’istruzione onorevole Lucia Azzolina

Stiamo vivendo una situazione senza precedenti almeno dal secondo dopoguerra, che mette a rischio non solo la nostra salute personale ma anche l’assetto economico, giuridico e culturale della nostra forma di vita. Difficile, nella tragica emergenza di persone che muoiono e di ospedali che scoppiano, ragionare a mente lucida sulle cause, affrontare i mille problemi di ogni giorno e soprattutto tentare pronostici sul futuro, che appare incerto e minaccioso. Ma è proprio questa esperienza inaudita che ci spinge a tornare con forza sulle questioni sollevate dall’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro, ormai forte del consenso di circa 1400 firmatari,1 che tra le diverse azioni in programma vede l’organizzazione di un controvertice in occasione della 2020 EHEA Ministerial Conference, snodo del programmatico monitoraggio del Processo di Bologna, prevista per il 23-25 giugno a Roma e rinviata al 18-20 novembre a causa dell’emergenza sanitaria.

In queste settimane l’insostenibilità delle politiche europee di stampo neoliberale si è imposta in maniera drammatica. Decenni di tagli finanziari, privatizzazioni rapaci, attacchi convergenti ai beni comuni hanno reso ancora più difficili le ore che stiamo vivendo. Solo sforzi mai visti del personale sanitario hanno limitato i danni di un miope, sistematico e capillare definanziamento della sanità pubblica, parallelo a quello di altri settori altrettanto vitali per lo sviluppo civile e democratico del Paese: istruzione, università e ricerca. Si pensi solo alla carenza di medici dovuta alla scelta di imporre (e a quanto pare di conservare) il numero chiuso a medicina, invece di adeguare il numero dei docenti a un’esigenza evidentemente cruciale. Oggi più che mai serve un drastico mutamento di rotta.

“Niente sarà più come prima”, ripetono tante voci in questi giorni, con una formula ormai triturata dalla grande macchina del senso comune. Ma tutto dipenderà dalla direzione in cui ci muoveremo. Se non avremo la forza di aprire subito una fase radicalmente nuova, mettendo in discussione i dogmi, le strategie e le narrazioni egemoni del nostro tempo, i danni di una politica che assoggetta la conoscenza all’economia rischiano di diventare irreversibili. Con un paradosso solo apparente, la trasformazione della conoscenza in asset produttivo, nel quadro dell’«economia più competitiva e dinamica al mondo» (così la strategia di Lisbona, poi Europe 2020), ha finito infatti per svilire la conoscenza stessa, asservita a logiche concorrenziali e all’unica razionalità riconosciuta come tale: il mercato. Lo attesta la convergenza tra vertici accademici e industriali (determinante in Europa il peso della European Roundtable of Industrialists, ma esemplari da noi i vari protocolli d’intesa Crui-Confindustria, Cnr-Confindustria ecc.) e più in generale un assetto ideologico che ha distrutto le logiche interne ai vari saperi, l’uso pubblico della ragione che è proprio della scienza e l’idea stessa di comunità di pari, legittimando una «alleanza oligarchica tra scienza e ricchezza» (Rancière 2005) che spezza il patto fiduciario tra cittadini e conoscenza. È questo patto che oggi dobbiamo ricostruire. Ne va della tenuta democratica di un intero Paese, minacciata non solo dalle cosiddette democrazie illiberali ma anche da forme più subdole e capillari di erosione dei diritti e di controllo della conoscenza, nel quadro del cosiddetto capitalismo della sorveglianza.

Oggi, in un mondo che sta rivelando la sua drammatica fragilità, si levano forti le voci per un’inversione radicale delle strategie economiche, fuori dalla stretta delle politiche di bilancio europee e per un nuovo welfare universalistico, con un investimento pubblico che garantisca la tenuta del sistema, a vantaggio del bene comune. Non mancano però vari segnali preoccupanti, che l’emergenza in corso rende ancora più evidenti:

1. Nell’orizzonte autoreferenziale del governo dell’università, lascia sgomenti l’ottusa cecità con cui si manda avanti un’impresa controversa e dispendiosa come la nuova Vqr: scelta sensata solo per chi crede fideisticamente alla valutazione come a «un valore in sé», o, ancor peggio, si adegua alla superfetazione di un ordinamento amministrativo (così in una recente intervista il presidente dell’Anvur) che viola sistematicamente sia la libertà dell’arte, della scienza e dell’insegnamento, sia la riserva di legge prevista dall’articolo 33 della Costituzione, per cui appunto, con buona pace della responsabilità e della sua etica, fiat justitia etsi pereat mundus.

2. In questi giorni preoccupa anche l’opportunismo – e a tratti il cinismo – con cui vertici istituzionali e portatori di interessi prendono posizione sulla didattica a distanza, che docenti di ogni ordine e grado stanno praticando con straordinaria generosità, dedizione e competenza, nel tentativo di garantire agli studenti il diritto al sapere sancito dalla Costituzione. Il rischio è che una prassi imposta da ragioni di forza maggiore venga giudicata con ingenuo entusiasmo o, peggio, trasformata in una sorta di sperimentazione forzata, dietro la quale traspaiono finalità del tutto estrinseche ai diritti degli studenti e alle funzioni didattiche dei docenti. Da un lato l’acritica celebrazione di pratiche e tecnologie «innovative», dall’altro l’ennesima valorizzazione in termini economici di beni comuni come la scienza e l’istruzione. È facile prevedere, infatti, che la didattica a distanza possa diventare il nuovo business di quelle corporation tecnocratiche che sono ormai le nostre università, magari con un doppio canale che scaverà ulteriormente il solco delle diseguaglianze sociali: da un lato lezioni in presenza riservate a studenti privilegiati, in grado di pagarsi un corso fuori sede, dall’altro corsi online destinati a studenti confinati dietro uno schermo, che pagano ugualmente le tasse ma che non gravano su strutture e costi di gestione, con tutti i limiti di un apprendimento di bassa qualità evidenziati anche a livello internazionale. Ancora una volta, peraltro, i costi dell’operazione verrebbero scaricati soprattutto sul personale universitario, costretto a improvvisare competenze e a svolgere mansioni che comportano un notevole aggravio in termini di tempo lavorativo, come tanti docenti stanno sperimentando in questi giorni. Se insomma le risorse tecnologiche vanno accolte con sguardo laico e flessibilità operativa, senza alcuna chiusura pregiudiziale, è ovvio che la teledidattica, utilissima in condizioni di emergenza, non potrà né dovrà sostituire l’insegnamento basato sull’interazione faccia a faccia e l’idea stessa di universitas in quanto luogo fisico e umano, luogo politico di incontro, dialogo e anche conflitto, dove soggetti in carne e ossa non si limitano a trasferire competenze ma mettono a confronto idee, modelli di sapere e visioni del mondo.

3. D’altra parte, gli improvvidi entusiasmi (o gli occhiuti calcoli) sulla didattica a distanza nascondono il fatto che molti di questi insegnamenti, salvo eccezioni  e iniziative volontarie, sono affidati a sistemi proprietari in mano a multinazionali come Google e Microsoft e a datacenter esteri, con una leggerezza forse giustificabile per l’urgenza ma comunque preoccupante, non solo perché la funzione didattica, come quella giudiziaria, maneggia dati sensibili, ma soprattutto perché chi possiede i nostri dati e costruisce il nostro ambiente di lavoro ha anche il potere di determinare le nostre scelte (si veda, a proposito di oligopolisti ben meno potenti di Google e Microsoft, un’analisi di SPARC, Scholarly Publishing and Academic Resources Coalition, 2019). È una questione cruciale che investe tutto il mondo della scienza e della ricerca. Si dice che la valutazione di Stato sia un modo per giustificare la spesa pubblica agli occhi del contribuente, come se il contribuente avesse bisogno di inaffidabili e oscure classifiche basate su costosi dati proprietari in mano a oligopolisti dell’editoria in conflitto di interessi (Scopus di Elsevier) o a fondi di investimento e banche d’affari (Clarivate Analytics, meglio nota come ISI). Perfino l’autoritaria Cina ha preso atto che la valutazione di Stato, fondata sul Journal Impact Factor smerciato dall’ex ISI, favoriva gli interessi di ricerca del mondo anglosassone e rallentava la diffusione del sapere in tempi in cui la sua pubblicità è più urgente che mai. Nel frattempo, per l’emergenza Covid-19, si moltiplicano gli appelli a rendere la letteratura scientifica accessibile (si veda solo la dichiarazione della International Coalition of Library Consortia, firmata, in Italia, dal professor Stefano Ruffo, coordinatore della Commissione Biblioteche della CRUI).2

È questa dunque l’occasione per riflettere sulla sanità di un modello di «pubblicazione» mercantile che privatizza i nostri testi, rendendone la lettura sproporzionatamente costosa, e sull’ipocrisia di aprirli solo in occasione di epidemie che colpiscono anche la parte ricca del mondo. La via costituzionale per pagare il nostro debito verso il contribuente è infatti molto semplice: non togliere, ma dare più libertà ai ricercatori; e dunque rendere accessibile a tutti il nostro lavoro. In Senato, presso la commissione 7, è arenata una proposta di legge firmata dal deputato Gallo che riconosce agli autori scientifici italiani, sia pure con alcuni limiti, il diritto, paragonabile a quello già goduto dai ricercatori francesi, tedeschi, belgi e olandesi, di mettere gratuitamente a disposizione del pubblico il loro lavoro anche edito, trascorso un periodo di tempo non superiore a un anno.

Alla luce di tutto questo, in forza del consenso ricevuto da tanti colleghi, come promotori dell’appello Disintossichiamoci. Sapere per il futuro rivolgiamo queste richieste al presidente Conte, al ministro Manfredi e a tutti i vertici istituzionali del comparto università e ricerca:

  1. Sospendere immediatamente – come si sta facendo in Francia e in Gran Bretagna per gli analoghi esercizi –  la procedura della Vqr, con il proposito di farne oggetto, a tempo debito, di un dibattito pubblico ormai indispensabile. Continuare, nelle condizioni attuali, con tanti atenei chiusi, il personale isolato e anche le amministrazioni ormai dislocate in telelavoro, comporterebbe infatti un dispendio organizzativo insensato e un insostenibile aggravio per docenti, tecnici e funzionari, impegnati su tutti i fronti per garantire il funzionamento dell’università.
  2. Considerare la didattica a distanza un’opzione del tutto eccezionale per far fronte all’emergenza in corso, che si potrà sfruttare per migliorare la qualità dell’insegnamento ma senza forzature o frettolose fughe in avanti. In questi giorni molti interventi su giornali, blog o riviste online testimoniano un grande interesse per la questione, che non dovrà essere affrontata con le soluzioni opache e verticistiche a cui purtroppo ci siamo abituati ma con un coinvolgimento ampio e partecipato di tutta la comunità universitaria, vista nella sua complessità, eterogeneità e compresenza di prospettive diverse, che devono essere raccolte e valorizzate. Sottolineare certi rischi non significa rifiutare con piglio apocalittico l’innovazione tecnologica ma subordinarla alle priorità inderogabili della didattica: dunque utilizzarla con profitto, sensibilità e intelligenza ma in forma rigorosamente sussidiaria rispetto all’insegnamento in presenza, che deve rimanere la norma e non diventare un privilegio.
  3. Allineare l’Italia alle pratiche di scienza aperta già presenti in Europa e nei principali Paesi europei, e dunque nell’immediato:
    1. Approvare senza ulteriori indugi la proposta di legge Gallo, a dispetto dei suoi limiti, con il proposito di estenderla alle monografie finanziate con fondi pubblici e di riconoscere all’autore la libertà di sottoporre il testo a licenze copyleft.
    2. Promuovere e finanziare lo sviluppo di piattaforme teledidattiche basate su software libero, sullo sviluppo di competenze informatiche locali e sulla custodia attenta dei dati di studenti e docenti.

Convinti della bontà di queste istanze, ribadiamo con forza la nostra idea di un’università pubblica, aperta e plurale, di una scienza libera fondata sull’uso pubblico della ragione e di una società che garantisca pienamente, di diritto e di fatto, il rispetto degli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione.

I promotori dell’appello:
Valeria Pinto
Davide Borrelli
Maria Chiara Pievatolo
Federico Bertoni

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Luca Michelini, Il nazional-fascismo economico del giovane Franco Modigliani

Copertina libroLa collana ad accesso aperto Methexis si è arricchita di un nuovo volume edito da Firenze University Press, scritto da Luca Michelini: Il nazional-fascismo economico del giovane Franco Modigliani.

Il volume ricostruisce per la prima volta il profilo intellettuale del giovane Franco Modigliani. La sua adesione alle teorie economiche e politiche del fascismo è connessa a riflessioni d’avanguardia su argomenti centrali del dibattito teorico: il pensiero di Keynes, le cause e i rimedi alla Grande Crisi del 1929, le ragioni teoriche e storiche del nazionalismo economico, l’autarchia fascista. Modigliani, che aveva abbracciato la teoria del razzismo spirituale, è però colto di sorpresa dalla promulgazione delle leggi antiebraiche del 1938. Emigrato negli USA, l’economista, accantonata la cornice ideologica fascista e nazionalista, continua a coltivare lo studio della pianificazione e del pensiero di Keynes, del quale offrirà un’interpretazione destinata ad avere fortuna mondiale fino ai giorni nostri.

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“In difesa dell’autonomia della ricerca e della didattica”

Serment du Jeu de Paume - DavidPiù di 2700 ricercatori francesi stanno presentando una candidatura collettiva alla presidenza della locale autorità di valutazione della ricerca pubblica (HCERES) allo scopo di “riappropriarsi del controllo e del senso del proprio lavoro”, nella convinzione che la valutazione della ricerca non spetti all’uso privato di un’autorità amministrativa particolare, bensì all’uso pubblico della ragione  come si svolge, collettivamente, nella comunità degli studiosi nel suo insieme.
Ecco la traduzione italiana della versione francese del loro manifesto Candidature collective à la présidence du HCERES., ora ripubblicata anche su Roars.

È eufemistico affermare che le riforme del nostro sistema di ricerca compiute, in nome dell’eccellenza, nel corso degli ultimi quindici anni non hanno avuto gli effetti attesi. Pur ambendo a rafforzare la potenza scientifica della Francia, hanno  solo – secondo l’indicatore scelto dai riformatori stessi – fatto calare il numero delle pubblicazioni francesi in rapporto a quelle mondiali. Non c’è da stupirsene: le statistiche che stimano gli effetti degli interventi pubblici mostrano che la quantità delle pubblicazioni scientifiche è proporzionale agli investimenti nella ricerca, ma è praticamente insensibile alle riforme strutturali. Eppure, in questi quindici anni, l’impegno finanziario si è concentrato sull’istituzione di una nicchia fiscale, il Credito d’Imposta per la Ricerca, pensata per aggirare il divieto europeo di aiuti pubblici diretti alle imprese. La stima del suo impatto sulla ricerca da parte di  France Stratégie è senza appello: il suo effetto-leva sugli investimenti privati è… negativo.

Le riorganizzazioni dell’università e della ricerca hanno inoltre effetti sistemici profondi, osservabili però solo se non si considera la computazione bibliometrica, bensì la creazione e la trasmissione di sapere. Le riforme strutturali hanno condotto a un declino della qualità e dei requisiti di qualità della produzione scientifica, di cui i molteplici casi di frode sono solo la parte più visibile. Questa crisi istituzionale del mondo della ricerca è tanto più drammatica in quanto sopraggiunge in una fase di crisi sociale, climatica e democratica risolvibile solo tramite un’opera di produzione, trasmissione,  critica e  conservazione della conoscenza.

Poiché si fonda sull’orizzonte comune della ricerca della verità, la scienza presuppone l’autonomia di studiosi, ricercatori e docenti universitari rispetto ai poteri da cui il suo esercizio dipende, siano essi politici, economici o religiosi. Questa libertà accademica non deve essere pensata come un’assenza d’impedimento, bensì come una libertà positiva, da garantirsi con mezzi efficaci. Il suo risveglio deve cominciare con una riaffermazione delle condizioni pratiche di questa autonomia.

La prima condizione è finanziaria: per incoraggiare inventività e creatività, è indispensabile dotare la ricerca  di finanziamenti ripetuti nel tempo, rompendo perciò con la modellazione burocratica della scienza tramite bandi per progetti di ricerca a breve termine, che favoriscono conformismo  e  ricerche incrementali.

La seconda condizione riguarda un’altra risorsa preliminare alla ricerca: il tempo. Per conservare la biodiversità necessaria a un ecosistema di ricerca fiorente, occorre garantire istituzionalmente la possibilità di fare ricerca in tempi lunghi. Una selezione spenceriana promossa dall’alto, fatta di frammentazione e contrattualizzazione generale delle condizioni di lavoro, uccide questa diversità e fa perdurare la crisi qualitativa. La soluzione consiste in un reclutamento di qualità che offra posizioni permanenti, condizione per attirare ricercatori giovani e personale tecnico, così da arricchire costantemente il sistema di idee e aspirazioni nuove.

La terza condizione è ridurre la divisione del lavoro scientifico, vale a dire rigettare la separazione – che ha costituito una burocrazia rigidamente definita – fra responsabili amministrativi che detengono il potere e ricercatori e docenti universitari espropriati e ridotti a meri esecutori. È essenziale sottoporre a revisione le strutture di valutazione accumulate l’una sull’altra in quindici anni  e quantificare i loro costi operativi per liberare risorse tramite la soppressione di stratificazioni inutili o addirittura dannose.

Nella prassi, da secoli, i requisiti di qualità e originalità delle opere scientifiche sono garantiti dalla norma della controversia collegiale (la disputatio dei classici), vale a dire dalla discussione libera e in contraddittorio entro la comunità dei pari. Questo principio di gratificazione sociale fondato sul riconoscimento del valore intellettuale delle opere è irriducibile ad una “valutazione” amministrativa che riposi su un sistema di regole quantitative esterne, determinate dagli interessi degli investitori: ogni metrica normativa smette rapidamente di essere una mera misura per diventare essa stessa l’obiettivo da raggiungere.  Qualsiasi commissione di supervisione, di reclutamento o di promozione deve quindi essere obbligata a fondare le sue deliberazioni sulla lettura delle opere e non su una valutazione quantitativa. Perché queste deliberazioni siano fattibili e credibili, il numero di opere da sottoporre a esame va drasticamente limitato.

Infine, l’autonomia del mondo della ricerca ha bisogno di ristabilire criteri di valutazione scientifica rigorosi, che tengano conto delle specificità contemporanee. È urgente restituire il controllo delle riviste scientifiche alla comunità dei ricercatori e spodestare l’oligopolio editoriale su cui le attuali discipline di valutazione trovano fondamento tecnico ed economico.

Per metter mano a queste riforme, ci candidiamo alla presidenza dell’istituzione incaricata di definire le norme e le procedure che regolano, organizzano e determinano la produzione scientifica: l’HCERES. La nostra candidatura collettiva mira a far rivivere i principi fondativi di autonomia e responsabilità degli scienziati. Non ci può essere un’amministrazione separata con un “presidente” che sovrintenda a queste procedure: è l’insieme della comunità degli studiosi che deve presiedere alla valutazione qualitativa della sua produzione.

Senza autonomia della ricerca non c’è futuro.

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SIFP: una società di studi o un sindacato di professori?

Rendo pubblica qui una parte di una mia lettera aperta al futuro presidente, in quanto candidato unico, della Società Italiana di Filosofia Politica, perché credo che sollevi questioni non particolari. La vertenza di cui si era discusso qui è stata risolta selezionando un presidente terzo e una giunta  con la peculiarità che, nel momento in cui scrivo,  tutte le candidature sono uniche. Per l’uso del lettore estraneo alla SIFP aggiungo che colui a cui scrivo è una persona che stimo e che la lettera non è intesa come una polemica con lui.

La modalità con cui si è giunti a una candidatura presidenziale unica e alle candidature altrettanto uniche dei componenti della giunta, nella quale, come nella conclusione di una guerra di successione dinastica, viene implicitamente celebrato il matrimonio fra le Elisabette di York e gli Enrichi Tudor del momento, mi lasciano perplessa: ci deve essere stata una discussione da qualche parte, ma certamente non pubblica e certamente non aperta a tutti.
Però, in un momento in cui la carriera accademica vede accentuata l’accidentalità che, non da oggi, la caratterizza, chiedere che la SIFP sia una società di studi e non una società di professori, chiedere, cioè, che diventi o ridiventi democratica se mai lo è stata significherebbe sia rendere giustizia ai molti studiosi che, accidentalmente, non sono professori, sia permettere che modi diversi di rappresentare il suo senso e il suo ruolo siano pubblicamente discussi e liberamente votati. Come mai c’era e continua a esserci il timore di lasciare alle persone la libertà di voto e di coscienza se – così ho sentito dire – chi accidentalmente non è professore vota comunque secondo le indicazioni del capo cordata?
È stato anche sostenuto che discutere è inutile perché siamo tutti d’accordo nel reclamare maggiore autonomia alla disciplina. Ma anche questo, secondo me, manca di rispetto sia a coloro che si sottomettono con piacere alla valutazione di stato della ricerca o addirittura vi collaborano, sia a coloro che invece cercano di criticarla teoreticamente e praticamente, e per ragioni più serie di quella particolaristica di ottenere per le proprie riviste preferite una sanzione governativa. Non è storicamente inevitabile che le società scientifiche siano sindacati gialli in cui alcuni professori accidentalmente ordinari perseguono, nel rapporto col padrone di turno, il potere servile ispirato esclusivamente al proprio “particulare” senza preoccuparsi di nient’altro.
La Società Italiana di Filosofia Teoretica, per presentare l’esempio di una disciplina affine, ha saputo comportarsi in modo ben diverso; ed esiste un Coordinamento di Riviste di Filosofia che, sia pure con alcune defezioni, è riuscito a porre alcune importanti questioni di principio.
Sulla base di queste considerazioni, essendo convinta che sia possibile creare comunità scientifiche più vigili e aperte di quella che nominalmente raccoglie gli studiosi di filosofia politica, ho deciso di votare per te esclusivamente per stima personale, ma di non votare per nessuno dei candidati del pacchetto della giunta: le modalità con cui sono stati designati, infatti, fanno temere che la SIFP continui a rimanere una società di professori, invece di essere o di ridiventare una società di studi.

 

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