Brunella Casalini: dei rifiuti e della cura

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Machine Vision
Deborah Lupton, Machine Vision
CC-BY 4.0

L’ultimo libro della collana Methexis, proposto da Brunella Casalini, si intitola Waste land: dall’incuria dell’homo faber alla cura dell’homo reflectus mira a superare l’ignoranza tramite la cura dei rifiuti.

A distanza di un anno dalla sua pubblicazione, il testo è stato presentato presso la Società italiana di Sociologia della vita quotidiana e ampliato con una riflessione ulteriore, disponibile qui.

Prendersi cura, si domanda l’autrice, può ridursi a porgere una cannuccia di plastica a un paziente costretto a letto, o richiede di ampliare la prospettiva per chiedere da dove viene quella plastica e che ne sarà – e come ci influenzerà – quando diventerà un rifiuto?

Nel sistema capitalistico, l’estensione della cura oltre l’ambito privato è ostacolata tramite un’ignoranza coltivata affinché ci si disinteressi di ciò che accade a monte e a valle della produzione: alla dequalificazione del lavoro corrisponde una sottrazione della conoscenza su come funzionano, non funzionano o potrebbero diversamente funzionare le cose, a favore di tecnocrati che trattano gli stessi soggetti morali come esternalità. In questo senso diventar consapevoli della cultura dello scarto è molto più di una questione di carità cristiana.

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Lettera aperta: “Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università”

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No AIContro l’università è in corso una guerra, ma solo una delle due parti è armata: le grandi aziende tecnologiche del complesso militare-industriale statunitense hanno colonizzato le università, per sostituire la finalità originaria dell’istruzione pubblica con gli obiettivi aziendali. Con le piattaforme per l’istruzione, mirano a estrarre valore dai dati degli studenti e a creare “una conduttura di futuri utenti” dei loro prodotti: “Ottieni quella fedeltà molto presto, e potenzialmente per tutta la vita”. La priorità “educativa” è per le aziende “la dipendenza degli adolescenti” dai loro servizi e prodotti. Grazie ai chatbot, la dipendenza è ottenuta per mezzo della dequalificazione: utenti divenuti incapaci di scrivere da soli, anche ai livelli più elementari, saranno ostaggi di sistemi informatici proprietari, dai quali, per quanto scadenti, dipenderanno.

Sistemi del genere sono inutili e dannosi, nelle università, se non come oggetto di studio. Se anche funzionassero, del resto, a chi mai verrebbe in mente di andare in palestra a guardare una macchina che sollevi pesi al suo posto?

Nei giovani, l’uso dei chatbot preclude l’apprendimento e abitua a omologarsi, a non pensare, a recepire pensieri già formulati da altri. È un addestramento alla “resa cognitiva”, all’adozione dell’output di un chatbot senza verifica e anche nei casi in cui contrasti con le proprie intuizioni o i propri ragionamenti. Chi non sia in grado di pensare non sarà in grado di valutare criticamente, di rivendicare diritti, di opporsi al potere, quale che sia. Ai cittadini si addicono il pensiero e l’uso pubblico della ragione. Ai sudditi, la resa cognitiva.

Un chabot è utile a chi lo produca, oltre che a fini di sorveglianza (se qualcosa di intimo restasse ancora celato al complesso militare-industriale, le aziende scommettono che lo confideremo all’app che promette di farci parlare con Gesù) anche a fini di manipolazione e controllo: uno strumento che ci suggerisca cosa scrivere ci suggerisce, al tempo stesso, cosa pensare. Per i sudditi eventualmente riottosi, l’accesso ai beni necessari alla sopravvivenza sarà legato alla disciplina.

Le università sono complici quando agiscono come broker edtech, promuovendo prodotti che dequalificano e disabilitano studenti e ricercatori e li intrappolano in infrastrutture proprietarie, e come megafoni aziendali, propagando narrazioni che proteggono il modello di business delle grandi aziende tecnologiche (malgrado il profluvio di linee guida ossessivamente dedicate all’etica, non c’è un modo etico di distruggere l’università).

Nelle università già ben addestrate a competere per finanziamenti privati e ad impegnarsi in ricerche delle quali i finanziatori privati dettino l’inquadramento, i risultati e financo il tono, molti si sono affrettati ad abbracciare “una pedagogia dell’inevitabile” e “una serie di strumenti i cui principali casi d’uso – polizia predittiva, targeting militare, pubblicità e pornografia – sono in profonda contraddizione con i valori che sostengono di difendere”.

Ma c’è anche chi, di fronte al male della banalità, reagisce.

Olivia Guest, Iris van Rooij, Barbara Müller e Marcela Suárez, scienziate e docenti universitarie dei Paesi Bassi, sono state promotrici e prime firmatarie, il 27 giugno 2025, di una lettera aperta ai loro Atenei, Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università*, che, con Maria Chiara Pievatolo e Antonio E. Porreca, abbiamo tradotto di seguito.

Alle università dei Paesi Bassi, alle Università olandesi di Scienze applicate e ai rispettivi Consigli di Amministrazione,

Con questa lettera, prendiamo una posizione di principio contro la proliferazione delle cosiddette tecnologie di “intelligenza artificiale” nelle università. In quanto membri di un’istituzione educativa, non possiamo tollerare l’uso acritico dell’IA da parte di studenti, professori, ricercatori o dirigenti. Chiediamo inoltre di riconsiderare tutti i rapporti finanziari diretti tra le università olandesi e le aziende di IA. Introdurre le tecnologie di IA senza restrizioni conduce a violare lo spirito della legge europea sull’IA. Mina i nostri valori pedagogici fondamentali e i principi dell’integrità scientifica. Ci impedisce di rispettare i nostri principi di indipendenza e trasparenza. E, cosa più preoccupante, è stato dimostrato che l’uso dell’IA ostacola l’apprendimento e disabilita il pensiero critico.

In qualità di studiosi, e in particolare di docenti universitari, abbiamo la responsabilità di dare un’istruzione ai nostri studenti, non di mettere il timbro a lauree senza relazione con capacità di livello universitario. Il nostro dovere di educatori è di coltivare il pensiero critico e l’onestà intellettuale, e il nostro ruolo non è quello di accettare l’alternativa tra la sorveglianza e la promozione della truffa, né quello di considerare normale che i nostri studenti o i ricercatori che supervisioniamo evitino il pensiero approfondito. Nelle università ci si impegna a fondo con ciò che si studia. L’obiettivo della formazione universitaria non è risolvere i problemi nel modo più efficiente e rapido possibile, ma sviluppare le capacità per identificare e affrontare problemi nuovi, che non sono mai stati risolti prima. Ci aspettiamo che agli studenti siano dati lo spazio e il tempo per formarsi opinioni proprie, profondamente ponderate, ispirate dalle nostre competenze e coltivate dai nostri spazi educativi. Questi spazi devono essere protetti dalla pubblicità aziendale, e i nostri finanziamenti non devono essere spesi in modo improprio per società a scopo di lucro, che offrono ben poco in cambio e dequalificano attivamente i nostri studenti. Persino il termine stesso “Intelligenza Artificiale” (che da un punto di vista scientifico si riferisce a un campo di studio accademico) è ampiamente abusato, con una mancanza di chiarezza concettuale che viene sfruttata per promuovere interessi aziendali e minare le discussioni scientifiche. È nostro compito demistificare e mettere in discussione l’“IA” nel nostro insegnamento, nella nostra ricerca e nel nostro impegno con la società.

Dobbiamo proteggere e coltivare l’ecosistema della conoscenza umana. I modelli di IA possono imitare l’aspetto del lavoro accademico, ma (per loro stessa natura) non hanno nulla a che fare con la verità: il risultato è un diluvio di “informazioni” non verificate ma che suonano convincenti. Nel migliore dei casi, l’output è accidentalmente vero, ma in genere privo di citazioni, avulso dal ragionamento umano e dalla rete di saperi di cui si impadronisce. Nel peggiore dei casi, è presentato con sicurezza ma sbagliato. Entrambi gli esiti sono pericolosi per l’ecosistema.

Le tecnologie di “IA” presentate in modo esagerato e sopravvalutate, come i chatbot, i grandi modelli del linguaggio e i prodotti correlati, non sono che questo: prodotti che l’industria tecnologica, proprio come le industrie del tabacco e del petrolio, spinge sul mercato per profitto e in contraddizione con i valori della sostenibilità ecologica, della dignità umana, della tutela pedagogica, della privacy, dell’integrità scientifica e della democrazia. Questi prodotti di “IA” danneggiano materialmente e psicologicamente la capacità dei nostri studenti di scrivere e pensare con la propria testa, perché esistono invece a beneficio degli investitori e delle aziende multinazionali. Come strategia di marketing per introdurre tali strumenti in classe, le aziende sostengono falsamente che gli studenti siano pigri o incapaci di scrivere. Condanniamo tali affermazioni e riaffermiamo la capacità d’azione degli studenti contro il controllo aziendale.

Ci siamo già trovati in questa situazione con il tabacco, il petrolio e molte altre industrie dannose che non si curano dei nostri interessi e che sono indifferenti al progresso dei nostri studenti nello studio e all’integrità dei nostri processi scientifici.

Vi invitiamo a:

  • Opporvi all’introduzione dell’IA nei nostri sistemi software, da Microsoft a OpenAI ad Apple. Non è nel nostro interesse lasciare che i nostri processi siano corrotti e cedere i nostri dati affinché vengano utilizzati per addestrare modelli che per noi non solo sono inutili, ma anche dannosi.
  • Proibire l’uso dell’IA in classe per i lavori degli studenti, proprio come vietiamo i servizi di scrittura di tesi su commissione e altre forme di plagio. Gli studenti devono essere protetti dalla dequalificazione e devono essere riconosciuti loro lo spazio e il tempo per svolgere i loro lavori da sé.
  • Smettere di normalizzare la propaganda sull’IA e le menzogne prevalenti nella sua presentazione aziendale. Queste tecnologie non hanno le capacità pubblicizzate e la loro adozione espone studenti e studiosi al rischio di violare i principi etici, legali, accademici e scientifici di affidabilità, sostenibilità e sicurezza.
  • Rafforzare la nostra libertà accademica, in quanto personale universitario, per far rispettare questi principi e criteri nelle nostra didattica e nella nostra ricerca, nonché nei sistemi informatici che siamo obbligati a utilizzare nell’ambito del nostro lavoro. In quanto studiosi, abbiamo diritto ai nostri spazi.
  • Sostenere il pensiero critico sull’IA e promuovere un approccio critico alla tecnologia su solide basi scientifiche. Il dibattito scientifico deve essere libero dai conflitti di interesse causati dai finanziamenti aziendali dell’industria, e la resistenza ragionata deve sempre essere sempre possibile.

Cordialmente,

*La versione originale della lettera aperta può essere letta e sottoscritta qui.

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Sulla nuova edizione della traduzione italiana di “The Public and its Problems” di John Dewey

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John DeweyLa casa editrice Società Aperta si è impegnata negli ultimi anni in un’impresa meritevole: rimettere a disposizione del pubblico italiano testi classici da tempo fuori commercio che continuano a far parte del dibattito contemporaneo e che sono oggetto di riscoperte capaci di aprire nuovi campi d’indagine. Un esempio è The Public and its Problems di John Dewey, l’opera con cui nel 1927 il filosofo rispose a Public Opinion (1922) e The Phantom Public (1925) di Walter Lippmann. Proprio per l’importanza cruciale del testo, la riproposizione di questo volume poteva rappresentare un’occasione preziosa per aggiornare la ricezione di Dewey in Italia; un’occasione che, tuttavia, è stata almeno in parte mancata.

L’editore ha scelto di ristampare una vecchia traduzione (Nuova Italia, 1971). In una nuova edizione di un classico sarebbe auspicabile un ripensamento filologico a partire dal titolo, che nella vecchia traduzione italiana è Comunità e potere. In un’ottica di ricerca futura sarebbe preferibile che il titolo originale fosse reso più fedelmente come Il pubblico e i suoi problemi. Questo titolo è, infatti, cruciale per comprendere la natura dinamica del “pubblico” deweyano. Per Dewey, infatti, il pubblico non è una comunità pre-esistente o un’identità fissa, ma un’emergenza funzionale:

Il pubblico consiste di tutte quelle persone che sono affette (affected) dalle conseguenze indirette delle transazioni a tal punto che si ritiene necessario che di tali conseguenze ci si prenda cura sistematicamente (tr. mia).

Riconoscere gli effetti indiretti delle transazioni, ovvero i problemi, le questioni, che affliggono un pubblico, è il requisito necessario perché esso possa arrivare a costituirsi. Un compito che Dewey riteneva complesso a causa del passaggio dalle piccole comunità locali alla Great Society, segnata dalla crescita di infrastrutture invisibili e globali.

In futuro, la densità del testo deweyano beneficerebbe di una revisione sistematica della traduzione che ne emendasse alcuni refusi e sviste. Per fare solo qualche esempio, a pagina 90 “physical agencies” è tradotto con “organismi materiali” invece che con “agenti” o “dispositivi fisici”; a pagina 103 the “score of pages” è restituito con le “ventine di pagine”; alle pagine 93 e 116 manca un pezzo di traduzione; a pagina 138, leggiamo “disperazione” laddove l’originale recita scattering at large (dispersione); a pagina 120 troviamo, come a pagina 93 e 116, frammenti sintatticamente incomprensibili: “I simboli a loro volta, dipendono, dalla comunicazione delle idee, e la si prendono in considerazione e si trasmettono i possono trasmettersi dall’uno all’altro…”. Una cura editoriale più attenta, per un testo adottato in ambito accademico, permetterebbe di restituire piena leggibilità a passaggi complessi, valorizzando il rigore del pensiero originale dell’autore.

La prefazione di Valerio Fabbrizi offre un ottimo punto di partenza per orientare il lettore, scegliendo di far dialogare Dewey con Habermas e Rawls e adottando un approccio consolidato. Anche in questo caso, però, si sarebbe potuto cogliere l’occasione per aggiornare il confronto con la produzione letteraria più recente che l’opera ha continuato a stimolare all’interno della comunità scientifica internazionale.

Il prefatore, per esempio, osserva correttamente che Dewey risponde alla visione che oggi definiremmo “neoliberale” di Lippmann (p. II). Qui un’integrazione preziosa sarebbe stata il riferimento all’oggi imprescindibile ricerca genealogica compiuta da Barbara Stiegler in “Il faut s’adapter”. Sur un nouvel impératif politique (2019)1, un’opera tradotta in italiano appena due anni fa. Con il suo lavoro Stiegler ha dimostrato che la disputa Dewey-Lippmann non era una lite sulle procedure, ma uno scontro tra l’adattamento forzato al mercato e la democrazia come indagine collettiva. È una tensione che si prolunga negli anni Trenta: mentre Dewey teorizza una pianificazione democratica, Lippmann si orienta definitivamente in senso neoliberale con The Good Society (1938), l’opera al centro del Colloque Walter Lippmann di Parigi a cui parteciparono anche Hayek e Mises.

Privilegiare il rapporto con Habermas e Rawls, con una chiave di lettura volta a sottolineare soprattutto le continuità e affinità, d’altra parte, ad avviso di chi scrive, rischia di ridurre la riflessione di Dewey a una questione di “procedure democratiche” – sebbene il prefatore stesso sottolinei anche la “dimensione sostanziale della democrazia” deweyana (p. VIII) –, tradendo i punti di distanza più significativi tra questi autori e Dewey. Sia Habermas che Rawls ragionano come se fosse possibile definire in via aprioristica i confini tra pubblico e privato, cosa che Dewey mette in discussione in modo radicale. Laddove, poi, Habermas e Rawls pensano al pubblico come a una realtà unica e unitaria, per Dewey si deve parlare di una molteplicità di pubblici, il cui problema principale va al di là del modo in cui è classicamente posto il tema della rappresentanza. Questi pubblici non sono necessariamente animati da una visione comprensiva della vita, ma nascono da specifiche issues che, nella grande società, sono rappresentate da sfide alla salute, all’ambiente o relative ad altre specifiche questioni sollevate dall’innovazione tecnico-scientifica, che le istituzioni dovrebbero recepire e a cui dovrebbero dare risposta.

Se Habermas cerca un proceduralismo universale e astratto, Dewey adotta una logica sperimentale e situata, che ricorda lo staying with the trouble di Donna Haraway2. Questa postura è stata raccolta e sviluppata da una parte degli Science and Technology Studies. Per autori come Latour3, Marres4 o Monnin5, in particolare, la forza di Dewey sta nel descrivere come i pubblici emergano attorno a problemi concreti. Pur criticando le conclusioni di Lippmann, Dewey riprende e sviluppa in una direzione democratica l’idea che sia necessario abbandonare la concezione classica della democrazia, per concentrarsi piuttosto sulla mobilitazione dei pubblici intorno a problemi concreti. La distinzione deweyana tra fatti e valori non anticipa tanto quella habermasiana tra fatti e norme, quanto i matters of concern latouriani: quegli oggetti di preoccupazione che, una volta riconosciuti, trasformano gli individui in un pubblico attivo.

L’ontologia relazionale di Dewey abbandona il presupposto atomico dell’azione tipico del liberalismo classico. L’individuo è un essere che si realizza attraverso le associazioni e che è, intrinsecamente, “costituito da associazioni” (a partire da quelle cellulari, p. 147). Si tratta di una visione che anticipa l’idea dell’individuo come olobionte sostenuta dalla biologa Lynn Margulis: un organismo definito da simbiosi e relazioni6. Questa prospettiva permette di interpretare l’autonomia individuale non come indipendenza assoluta, ma come il risultato di una complessa rete di relazioni. Come suggerito da molta letteratura femminista contemporanea — e in particolare da Judith Butler — l’idea del soggetto sovrano rischia di occultare la svalutazione della cura e di nascondere il fatto che “non si nasce individui”7: nessuno può sottrarsi a una originaria e costitutiva condizione di dipendenza. Riconoscere questa relazionalità è, per Dewey, il primo passo per comprendere la natura associata che sta a fondamento del pubblico.

Tale ontologia relazionale ha bisogno della comunicazione e, in un’epoca caratterizzata da rapidi mutamenti tecnologici e scientifici, di una comunicazione che traduca, anche grazie all’arte e alla forza di simboli adeguati, conoscenze specialistiche in un linguaggio comprensibile dall’opinione pubblica. Questa preoccupazione di Dewey lo avvicinava alle sperimentazioni visive di Otto Neurath, l’inventore degli ISOTYPE (International System of Typographic Picture Education)8. Entrambi condividevano l’idea che la democrazia non potesse ridursi al solo momento del voto, ma richiedesse una profonda democratizzazione della conoscenza. Tale obiettivo appare tanto più urgente se legato al progetto di una pianificazione democratica, concepita da Dewey e Neurath come una terza via necessaria, capace di distinguersi sia dal centralismo totalitario e statalista sia dalle soluzioni neoliberali.

Coerentemente con il valore attribuito alla comunicazione, d’altra parte, il progetto deweyano invita a riscoprire la dimensione dell’ascolto. Si tratta di un tema centrale nella teoria democratica odierna, spesso trascurato dalle prospettive deliberative fino a tempi recenti più concentrate sulla voice (la presa di parola) che sul recepimento delle istanze portate nel dibattito9. Per Dewey, valorizzare l’ascolto significa riconoscere che la comunicazione non è un semplice passaggio di informazioni, ma un processo di partecipazione condivisa che richiede attenzione e cura per il punto di vista altrui, per le condizioni che rendono possibile sintonizzarsi con l’altro.

In conclusione, la riproposizione di questo testo ci ricorda che la democrazia richiede una cura costante affinché segni e simboli aiutino a pensare criticamente e comprendere il presente. In questo spirito la comunità scientifica dovrebbe continuare a interagire con questo classico, affinché la “Great Society” possa davvero trasformarsi in quella “Great Community” auspicata dall’autore di The Public and its Problems.


  1. B. Stiegler, Bisogna adattarsi. Un nuovo imperativo politico, tr. it. di B. Magni, Carbonio, Milano 2023.↩︎
  2. D. Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, tr. it. di C. Durastanti e C. Ciccone, Nero Edizioni, Roma 2019.↩︎
  3. B. Latour, Dingpolitik. Come rendere le cose pubbliche, tr. it. di E. Piaggesi e G. Romano, postmedia, Milano 2011.↩︎
  4. N. Marres, “The Issues Deserve More Credit: Pragmatist Contributions to the Study of Public Involvement in Controversy”, in Social Studies of Science, 37(5), 2007, pp. 759-780 ed Ead., Material Participation: Technology, Environment and Everyday Publics, Palgrave Macmillan, London 2012.↩︎
  5. A. Monnin, Héritage et fermeture. Pour une écologie du démantèlement, Divergences, Paris 2021.↩︎
  6. L. Margulis e D. Sagan, Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica, a cura di A. Balzano, Mimesis, Milano 2026.↩︎
  7.  J. Butler, La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico, tr. it. di F. Zappino, Nottetempo, Roma 2020, p. 61.↩︎
  8. O. Neurath, Linguaggio internazionale per immagini. Le prime regole dell’ISOTYPE con immagini ISOTYPE, Mimesis, Milano 2018.↩︎
  9. Si veda, tra gli altri: J. McNamara, “Listening for Healthy Democracy”, in D. L. Worthington e G. D. Bodie, a cura di, The Handbook of Listening, Wiley-Blackwell, Oxford 2020, pp. 385-395.↩︎
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La scienza aperta in Italia: una periferia senza centro?

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I would prefer not toPaola Galimberti ha caricato su Zenodo l’articolo Open Science in assenza di un coordinamento pubblico. Appunti da un’esperienza istituzionale in un contesto di lunga transizione. Il suo contributo riferisce della supplenza dell’Università Statale di Milano per la creazione di un’infrastruttura amministrativa e di pubblicazione di dati e testi, in luogo di governi che si sono per lo più limitati a dichiarazioni verbali e a piani ‘azione senza finanziamenti.

“Quale ruolo può ancora svolgere lo Stato” – si chiede Paola Galimberti – “nella governance della conoscenza, senza ridurre la scienza ad attività ministeriale?”

La scienza cosiddetta aperta – o, almeno, la sua retorica – è sembrata una soluzione alla delegittimazione della ricerca istituzionale contemporanea: “crisi di trasparenza, di riproducibilità, di accesso, di fiducia pubblica”. Ma, almeno in Italia, una cosa è fare dichiarazioni, un’altra scalfire interessi e poteri sedimentati per sostenere infrastrutture nazionali condivise, politiche di finanziamento stabili, sistemi informativi e di monitoraggio aperti. E prima di concludere che l’immobilità del sistema è dovuta solo a povertà di denaro, bisogna considerare quanto se ne è versato e se ne continua a versare agli oligopolisti dell’editoria commerciale.

In questa prospettiva, la supplenza periferica non è una soluzione, bensì la manifestazione di una debolezza politica. Questa debolezza, al centro, è accresciuta dalla valutazione di stato, che, obbligando i sottomessi a dipendere da editori e banche-dati private, infligge al sistema pubblico una crescente asimmetria di potere informativo; in periferia, dalla circostanza che le iniziative dal basso – quali la produzione e l’uso di dati esclusivamente aperti, o l’investimento di piattaforme di pubblicazione per riviste ad accesso aperto basate su software libero – non possono, come tali, cambiare l’intero sistema. D’altra parte, anche nelle gerarchie accademiche locali si possono trovare sia alcuni Marco Aurelio, sia non pochi Commodo.

Quando però, osserva Paola Galimberti, si è trattato di recepire un nuovo invito europeo, quello a rendere la ricerca “sicura”, il governo italiano si è affrettato a battere i tacchi. Come mai? Solo perché gli strumenti dello stato, per il loro carattere coercitivo e generale si addicono di più alla militarizzazione della ricerca che alla sua liberazione, o per qualche altro motivo specificamente italiano?

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Misura responsabilmente. COARA, la riforma della valutazione della ricerca e l’Unione Elusiva

Affiche - L'Alcool est un Poison

Un ministro francese convocò alcuni dei commercianti più stimati, per chiedere loro suggerimenti sul modo in cui poter sollevare le sorti del commercio, come se intendesse scegliere l’avviso migliore. Dopo che uno ebbe suggerito questo e l’altro quel rimedio, un vecchio commerciante, che fino ad allora era rimasto in silenzio, prese a dire: costruite buone strade, battete buona moneta, accordate uno diritto snello in materia di cambio e così via; quanto al resto, ‘lasciateci fare!’ Questa sarebbe la risposta che dovrebbe dare la facoltà di filosofia, se il governo le chiedesse quali dottrine deve imporre agli studiosi: solo di non impedire il progresso delle idee e delle scienze.1

1. Il ritorno della qualità

COARA è una coalizione composta promiscuamente da università, enti di ricerca, associazioni scientifiche e agenzie di valutazione che si è formata in seguito all’Agreement on Reforming Research Assessment (ARRA), reso pubblico nel luglio 2022. La coalizione comporterebbe un reciproco impegno a superare o integrare la valutazione amministrativa della ricerca, che è bibliometrica e quantitiva, e a riconoscere la sua qualità e varietà tramite la revisione fra pari.

Secondo un articolo offerto alla revisione paritaria aperta da Francesca Di Donato, che è fra i redattori dell’accordo, per riconoscere la qualità occorrerebbe riaffermare, al modo di Kant, l’autonomia della comunità scientifica. Kant assegnava la ricerca di base alla facoltà di filosofia e trattava la valutazione come intrinseca alla ricerca stessa, se per ricerca si intende “l’esercizio di un metodo che consiste nel sottoporre a critica qualsiasi dottrina, e come tale è presupposto essenziale di ogni conoscenza”. Una valutazione di questo tipo, però, non può svolgersi senza “libere comunità di pari che imparano dai propri errori e si correggono costantemente a vicenda.” Perciò, conclude Francesca Di Donato, per riportare la qualità nella ricerca “non basta cambiare il modo in cui si valuta”: occorre sviluppare un principio dell’accordo ARRA (pp. 3, 5, 6, 9) – quello di coinvolgere la comunità scientifica, incoraggiandola a “controllare collettivamente le infrastrutture necessarie per il successo della riforma.”

Vale però la pena ricordare che i quattro impegni fondamentali dell’accordo ARRA, riassunti qui a fianco, riguardano il come si valuta. Il coinvolgimento della comunità scientifica è fra gli impegni di sostegno ed è spesso formulato in modo da far pensare che questa possa offrire suggerimenti, di nuovo, sul come si valuta, dando per scontato chi valuta, e dunque la sua legittimazione e la sua assenza di conflitto di interessi. Come recita, per esempio, la spiegazione del punto 6.1 (in traduzione italiana a p. 17, corsivo aggiunto) “questo impegno garantirà che le autorità nazionali / regionali / organizzative e le agenzie di valutazione rivedano e, se necessario, sviluppino criteri per la valutazione delle unità e delle istituzioni di ricerca, in conformità con i Principi”.

2. Valutatori e valutati

L’origine dell’ Agreement on Reforming Research Assessment su cui si basa COARA ha poco a che vedere con Kant. È infatti esito di un’iniziativa che non nasce fra gli studiosi, bensì nella Commissione, con il sostegno del Consiglio dell’Unione Europea, quando la pandemia di Covid-19 mostrò anche ai più conservatori che una valutazione della ricerca basata sulla quantità di pubblicazioni e citazioni non garantisce, come tale, né accessibilità né qualità alla scienza.

Sebbene gli organi dell’Unione Europea abbiano fondato la loro iniziativa su numerosi studi, sia indipendenti sia su commissione, il loro intervento non ha preso di mira le infrastrutture, bensì la qualità della ricerca.

Per riconoscere la qualità di un’opera – ha ammesso l’Unione Europea – bisogna leggerla e comprenderla: per questo una valutazione che la prenda sul serio deve mettere in primo piano la revisione fra pari, compiuta dagli studiosi stessi, e usare la bibliometria in modo “responsabile”. E però il difetto della bibliometria – la pretesa di valutare la ricerca solo quantitativamente, senza leggerla e senza capirla – diventa una virtù, quando la valutazione, strappata alle comunità degli studiosi, è affidata ad agenzie governative centralizzate. La revisione fra pari – si dice – non può essere usata come arma di valutazione di massa perché non è scalabile. La bibliometria invece lo è, proprio perché esonera dalla lettura e dalla comprensione.

Come possiamo dunque sperare di eliminare o ridimensionare l’uso valutativo della bibliometria senza ridimensionare o eliminare le agenzie amministrative centralizzate – quali l’ANVUR italiana e l’ANECA spagnola – a cui il governo ha conferito il compito della valutazione di massa?

COARA, che pure non ammette gli editori scientifici commerciali per il loro evidente conflitto di interessi, non si è posta questo problema: non solo le agenzie statali di valutazione ne possono fare parte, ma possono addirittura sedere nel suo consiglio direttivo. Semplice distrazione o consapevole ambiguità?

Come riferisce Francesca Di Donato il secondo impegno di ARRA richiede che la ricerca sia valutata tramite la lettura e la discussione delle opere dei ricercatori. La revisione fra pari è dunque fondamentale, come parte di un dibattito scientifico pubblico che dovrebbe essere esso stesso oggetto di ricerca, allo scopo di “tenere il meccanismo efficiente e vitale”. Inoltre, il terzo impegno patrocina una “misurazione responsabile”, che prenda congedo “dagli usi inappropriati di indicatori come il fattore d’impatto delle riviste e l’indice H”.

A chi è destinata la ricerca sul dibattito scientifico? Alla riflessione della comunità scientifica o ai valutatori amministrativi per sperimentazioni behavioristiche in corpore vili? Come racconta Melinda Baldwin, negli USA la revisione paritaria chiusa in doppio cieco divenne marchio di scientificità per motivi politici: l’esibizione della procedura permise di sfuggire allo scrutinio del Congresso sui finanziamenti pubblici alla ricerca. Questo arrocco – nella veste di una versione procedurale dell’ipse dixit – non è stato privo di conseguenze, e non solo in termini di conformismo.2 Ma una cosa è un’autocritica della comunità scientifica sul proprio uso pubblico e privato della ragione, un’altra è che funzionari o studiosi-funzionari ne facciano un impiego amministrativo, coinvolgendo, o no, i ricercatori semplici.

3. “Negazionismo bibliometrico”

A chiarire la posizione di COARA, o, almeno, di chi la guida, ha aiutato la recente accusa di “negazionismo bibliometrico”, a cui Luciana Balboa, Elizabeth Gadd, Eva Mendez, Janne Pölönen, Karen Stroobants, Erzsebet Toth Cithra e l’intero consiglio direttivo di COARA si sono affrettati a rispondere cosi:

Usare solo la scientometria per valutazioni a livelli di granularità più bassi, cioè per la valutazione degli individui, che comprende scopi importanti quali l’assegnazione di riconoscimenti (finanziamenti, posti di lavoro), è altamente problematico. In casi come questi si dovrebbe preferire la revisione paritaria.

Tuttavia

l’uso della scientometria a livelli di aggregazione superiori, come quello nazionale o universitario, e per forme di valutazione meno importanti come la conoscenza scientifica, è molto meno problematico (anche se ancora imperfetto).

La loro risposta mostra anche la consapevolezza della difficoltà di tener confinata la bibliometria a livelli superiori. Un ricercatore che si trova a lavorare in un’istituzione valutata e finanziata con criteri quantitativi sarà spinto a orientarsi bibliometricamente, a dispetto di tutti gli impegni a farne un uso responsabile.

Resta il fatto che una dipendenza eccessiva da una scientometria pur responsabile può comunque avere un impatto negativo, per trascinamento, sull’ecosistema della valutazione della ricerca. Un uso legittimo della bibliometria per comprendere l’attività a livello di paese può velocemente estendersi ai criteri di promozione, se, a livelli di aggregazione superiori, si associa alla valutazione bibliometrica un riconoscimento troppo grande.

La risposta rende chiaro che COARA non intende eliminare le armi di valutazione di massa e le agenzie statali che ne fanno uso, bensì solo limitarne il danno. Quanto all’effetto trascinamento (trickle-down) la soluzione – si dice – può essere il principio 9 del Leiden Manifesto for the responsible use of bibliometrics, il quale suggerisce di adottare “un insieme di indicatori” invece che “uno solo”, in modo da render difficili la manipolazione (gaming) e la trasformazione dell’indicatore in obiettivo.

Se non ci accontentiamo di soluzioni “soluzioniste”, dobbiamo però ricordare che è così facile manipolare il sistema perché gli indicatori bibliometrici sono connessi solo ortogonalmente alla qualità della ricerca, anche se sono indispensabili alle burocrazie valutatrici centralizzate, munite o meno di programmi per computer, perché incapaci di leggere e comprendere la scienza non solo come è scritta, ma anche com’è fatta. I ricercatori non sono necessariamente più truffaldini del resto della popolazione: semplicemente, sono esposti alla tentazione di truccare il sistema per amor di carriera o di mera sopravvivenza accademica proprio perché sottomessi a criteri di valutazione che non afferrano la sostanza della scienza. La prima manipolazione del sistema, in altre parole, è il sistema stesso.3

E il sistema è anche, letteralmente, un sistema di sottomissione: chi guida COARA si è sentito in dovere di rispondere a critici che non parlano come ricercatori che si rivolgono a colleghi, ma con i toni del padrone, o del consulente del padrone, che vede gli studiosi come risorse il cui uso va ottimizzato.

Nel ventunesimo secolo, patrocinare una valutazione della ricerca basata sulla revisione paritaria invece che su metodi scientometrici appare obsoleto e controproducente. Da decenni si va perseguendo una costante innovazione tecnologica trainata dalla necessità di ottimizzare risorse limitate quali gli scienziati. La ricerca scientometrica conduce a soluzioni più efficienti ed economiche per valutare la ricerca e soddisfare le esigenze degli utenti.4

Anche se COARA, come pare, mira solo alla riduzione del danno, l’ammissione delle agenzie di valutazione non solo alla coalizione ma al suo stesso consiglio direttivo mette a rischio pure questo modesto obiettivo: le agenzie di valutazione di massa, avendo bisogno di armi di valutazione di massa, portano con sé un enorme conflitto di interessi, che può condurre – come mostra il caso italiano5 – l’intrapresa al fallimento.

4. Qualità e libertà

La valutazione fra pari, anche in COARA, è legata, come discussione idealmente libera e accessibile, alle pratiche della scienza aperta – pratiche che numerose istituzioni politiche si sono date la pena di definire e raccomandare. In un ambiente addomesticato dalla valutazione amministrativa questi interventi inducono a trattare l’open science come uno dei tanti adempimenti richiesti agli addetti alla ricerca, spesso pensati senza neppure una particolare lungimiranza.

Per esempio, nel 2015 la Commissione europea rappresentava la scienza aperta (p. 33) così: “L’ Open Science è un cambiamento tanto importante e dirompente quanto l’e-commerce per la vendita al dettaglio”. Era già, allora, chiaro che il cosiddetto platform capitalism stava esponendo il web pubblico a privatizzazione, monopolio e sfruttamento: nel 2010 lo stesso inventore del web, Tim Berners-Lee, aveva già lanciato il suo allarme. Ma la Commissione europea inseriva spensieratamente nell’ecosistema della scienza aperta (p.39) piattaforme proprietarie come Academia.edu o Mendeley, acquistata da Elsevier nel 2013.

Oggi è diventato facile criticare la scienza di stato, quando viene stabilita per decreto oltreoceano. Ma non si tratta di qualcosa di nuovo, spuntato nottetempo come un fungo: anche se riducessimo a periferica la valutazione di stato italiana, non possiamo trattare come tale l’interferenza dell’Unione Europea nelle modalità e nelle valutazioni della scienza – a dispetto di un Kant molto invocato e poco letto.

La rivoluzione scientifica moderna, dal canto suo, non nacque da prescrizioni di monarchi e di despoti illuminati. Secondo Paul David, l’idea della scienza come bene comune, basata sulla collaborazione e finanziata da mecenati aristocratici, si radica in un mondo pre-capitalistico e assai meno burocratico. Se vogliamo allentare la morsa della burocrazia che priva la ricerca di qualità, non possiamo concepire l’apertura come un compito amministrativo. Infatti, l’obiettivo non è quello di devolvere risorse in pubblicazioni a pagamento per i profitti o le rendite private,6 ma di mantenere o ricreare le condizioni che consentono alle comunità scientifiche di curarsi della qualità del loro lavoro attraverso la collaborazione e la critica libera.

5. Qualità: una definizione sfuggente

Secondo Wilhelm von Humboldt, la cui riforma universitaria è stata per lo più smantellata dall’Unione Europea tramite il cosiddetto processo di Bologna, è “caratteristica degli istituti scientifici superiori continuare a trattare la scienza come un problema ancora non del tutto risolto e perciò rimanere sempre alla ricerca”. Anche per questo – non solo perché non sappiamo concepire un criterio universale di verità – la definizione di qualità è così elusiva.

Nel linguaggio aziendale la qualità consiste in parametri rigorosamente definiti a cui si devono adeguare prodotti e processi. La qualità della ricerca, però, non essendo riducibile a standard amministrativamente accertabili, può essere meglio indagata a partire da un testo eccentrico: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig.

Nel libro l’alter ego di Pirsig a Bozeman, Fedro, prova in primo luogo a trattare la qualità non come una questione teoretica, bensì pragmatica. Il docente abolisce i voti e chiede agli studenti di valutare i loro compiti da sé, giorno per giorno. Alla fine scopre che gli studenti tendono all’imitazione reciproca e dell’insegnante. Non è una sorpresa: se ci si affida alla pratica senza nessuna riflessione teoretica si otterrà soltanto una moda, i cui capricci sono imitabili ma irriducibili a concetto.

Paradossalmente, questo è anche il peccato originale della valutazione bibliometrica della ricerca: perché cercare l’inafferrabile e non scalabile qualità quando si può facilmente calcolare, tramite le citazioni, quanto va di moda?

Il metodo scientifico, per Pirsig, è il modo in cui esseri razionali ma finiti selezionano una singola (e forse provvisoria) verità tra molte ipotesi, pur senza essere in grado di afferrare la Verità in generale. E nell’uso di questo metodo – che è diverso dall’annotazione amministrativa dell’impatto di qualcosa che non ci si cura di capire – si manifesta, di volta in volta e provvisoriamente, la qualità. Per cogliere il senso di questo processo, però, bisogna farne parte, cioè essere ricercatori e non burocrati che, più o meno “responsabilmente”, registrano l’“impatto” di qualcosa che rimane loro oscuro. Questa tesi non va interpretata come una mistica della ricerca: semplicemente, quando adottiamo criteri “statici” di qualità per valutazioni puntuali quali concorsi e assunzioni, dobbiamo essere consapevoli che non sono in grado di render giustizia all’intero processo, che non è statico ma dinamico.7

Pertanto, come Kant sostenne nel Conflitto delle facoltà, ridurre le università a istituzioni ministeriali sottomesse a criteri di verità interamente estrinseci e amministrativamente applicati, mette a repentaglio la credibilità stessa della scienza. La credibilità scientifica, infatti, non dipende dall’adesione a parametri bensì dalla libertà della critica pubblica, proprio perché si forma entro un processo non terminato e non terminabile. Questa libertà degli studiosi, che è condizione della scienza, non consiste in una facoltà di dare ordini, bensì nella possibilità di mettere in discussione anche gli studiosi-funzionari al servizio dell’amministrazione – criteri amministrativi di valutazione compresi. Perciò

alla domanda “chi valuta?” Kant risponde: la comunità scientifica, perché solo studiosi possono giudicare altri studiosi. Se questo giudizio venisse alterato da ragioni esterne alla sua propria ragione, cioè la ricerca della verità, la scienza non sarebbe più tale.

6. L’Unione Elusiva

Per Kant l’economia interna dell’università richiede, in primo luogo, la libertà. I politici, da parte loro, dovrebbero occuparsi delle infrastrutture della ricerca e non del modo in cui i ricercatori la fanno. Caesar non est supra grammaticos.

Molti tecnocrati europei, quando si tratta di appellarsi ai “nostri valori”, amano o amavano presentarsi, a proposito o a sproposito, come kantiani. Ma l’accordo ARRA e COARA non possono dirsi tali se non propagandisticamente.

  1. La Commissione europea scopre, sia pure in grave ritardo, che la valutazione quantitativa della ricerca produce quantità e non qualità.
  2. Per risolvere il problema promuove una coalizione lasca di università, istituzioni di ricerca, società di studi e agenzie di valutazione, anche centralizzate, con lo scopo di riformare la valutazione della ricerca, come se il dominio della bibliometria e il danno alla qualità della ricerca fosse esito esclusivo di iniziative venute dai ricercatori, che vanno incoraggiati ad autocorreggersi.

Un politico kantiano avrebbe fatto esattamente l’opposto.

  1. In primo luogo, avrebbe lasciato la valutazione della ricerca ai ricercatori.
  2. In secondo luogo, avrebbe indagato sulle eventuali condizioni infrastrutturali – le buone strade, la buona moneta, lo snello diritto di cambio della citazione in epigrafe – che un’azione politica avrebbe potuto migliorare. E non avrebbe fatto fatica a scoprire che la bibliometria, come arma di valutazione di massa, è indispensabile dove la valutazione è amministrativa e centralizzata – come in Italia con l’ANVUR e in Spagna con l’ANECA. E avrebbe usato la sua autorità legislativa per eliminare o ridurre al minimo questo tipo di valutazione. “Quanto al resto, lasciateci fare!”

L’iniziativa politica europea si è invece concentrata, soluzionisticamente, sul come si valuta non solo senza chiedersi chi valuta, ma anche dando per scontata la legittimità delle agenzie di valutazione statali e soprattutto che queste, ammesso e non concesso che siano indipendenti, possano seriamente impegnarsi a minimizzare o abolire le armi – bibliometriche – di valutazione di massa e quindi a ridimensionare o abolire se stesse. Così il peccato originale della sovrapposizione di potere amministrativo e ricerca continua ad affliggere COARA, senza che l’UE, in veste di Unione Elusiva, abbia il cervello e il cuore di redimerlo.8


  1. I. Kant, Il conflitto delle facoltà, AK VII, 19-20 n2, traduzione di Domenico Venturelli (Brescia : Morcelliana, 1994), con qualche modifica. ↩︎
  2. Ha, infatti, reso facile sostenere che qualsiasi pretesa è “scientifica” perché pubblicata su una rivista a revisione paritaria (Adam Marcus, Ivan Oransky. “The Scientific Literature Can’t Save You Now”. In: The Atlantic (2025) https://www.theatlantic.com/science/archive/2025/02/rfk-kennedy-vaccines-scientific-literature/681681/ ↩︎
  3. “Rather than serving as a scientific certification process, administrative evaluation functions as a mechanism for ascribing value to research outputs and contributions based on criteria established by administrative or policy authorities”: Alberto Baccini, COARA will not save science from the tyranny of administrative evaluation, https://arxiv.org/abs/2408.05587v3, 2025, §6. ↩︎
  4. Giovanni Abramo, The forced battle between peer-review and scientometric research assessment: Why the CoARA initiative is unsound, 2024. ↩︎
  5. Come mostra, per quanto concerne l’Anvur, la distanza fra gli impegni sottoscritti e quelli programmati. ↩︎
  6. Come nei conservativi accordi trasformativi, finiti un vicolo cieco. ↩︎
  7. Per esempio la discussione fra matematici può essere documentata da pubblicazioni che in passato erano riviste e ora, come mostra il caso Perel’man, un archivio istituzionale ad accesso aperto. ↩︎
  8. Anche perché i suoi consulenti più rispettati, ancorché non eletti (The Future of European Competitivenss: A competitiveness strategy for Europe (Part A) 2024), deplorando che poche università europee raggiungano “top levels of excellence” (eccellenza misurata, a dispetto di COARA, sulla base del volume di pubblicazioni in “top academic journals”, p. 24) e pesando il valore della ricerca pubblica in base alla sua capacità di privatizzarsi in brevetti (p.25), trattano i ricercatori come risorse da spremere per estrarne “innovazione” (p.24) senza mai chiedersi se a renderli conformisti non sia proprio la servitù amministrativa a cui sono sottomessi. ↩︎
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Italia: le occasioni perdute della scienza aperta

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L'occasione L’articolo che Paola Galimberti offre alla revisione paritaria aperta parla di occasioni perdute, vale a dire di alluvioni di parole a cui raramente sono seguiti fatti.

A parole ci sono stati molti impegni declaratori, alcuni dei quali precoci come l’adesione del 2004 alla dichiarazione di Berlino sotto il patrocinio della Crui, altri tardi e parziali, come l’anomala legge del 2013 sull’accesso aperto e un piano nazionale per la scienza aperta privo di finanziamenti e infrastrutture di sostegno.

Quando poi si sono avuti strumenti come gli archivi IRIS, sono mancate politiche istituzionali e di formazione sistematiche e coerenti. In più la valutazione di stato della ricerca  dal 2012 impone un sistema basato sul publish or perish e sulla collocazione editoriale – sistema  che la firma di COARA da parte dell’ANVUR non ha, nella sostanza, cambiato.

È possibile render pubblica la scienza in modo non commerciale con il Diamond Open Access. Iniziative di questo tipo fioriscono anche in Italia, ma dal basso, grazie al volontariato di docenti, istituzioni e university press: in alto pochissimi, a differenza che all’estero, si sognano di sostenerle e valorizzarle. L’unico accesso aperto promosso dall’alto è quello costosissimo dei cosiddetti accordi trasformativi, la cui natura conservativa è ormai ampiamente dimostrata.

Paola Galimberti conclude, ancorché provvisoriamente, che

La pratica della scienza aperta richiede tempo e competenze specifiche, scelte consapevoli e supporto adeguato. Se i ricercatori non riescono a vedere il vantaggio di questa gestione onerosa (ad esempio in termini di riconoscimento), se le istituzioni non mettono loro a disposizione competenze e strumenti, è difficile che ci si applichino e vi aderiscano.

Nel nostro Paese le molte premesse per uno sviluppo normalizzato della scienza aperta ci sono state e ci sono ancora. Si tratta solo di implementarle in maniera consapevole, e il National chapter di COARA potrebbe forse essere un primo passo.

Dopo vent’anni, però, dovremmo chiederci se la questione della scienza aperta italiana sia riducibile a  un problema amministrativo che istituzioni e funzionari più consapevoli e illuminati saprebbero risolvere, e considerare l’ipotesi che il suo seme non abbia attecchito semplicemente perché fin dall’inizio è stato piantato solo un simulacro di pietra da esibire in eventi cerimoniali e declaratori. Come mai l’unico accesso aperto normalizzato è quello, programmaticmente conservatore, di contratti “trasformativi” solo in senso ironico? Come mai istituzioni che per la scienza aperta non sono andate molto oltre le dichiarazioni hanno invece collaborato con zelo a una riforma del sistema che ha condotto a una compressione selettiva e cumulativa degli atenei italiani, a una crescente e insopportabile precarizzazione e gerarchizzazione dei ruoli accademici e a una valutazione di stato centralizzata e ferocemente bibliometrica – a dispetto dell’articolo 33 della costituzione?

La presenza di iniziative che nascono dal basso, da pochi studiosi e istituzioni, mostra che, perfino sotto una valutazione di stato pervasiva e autoritaria, chi è strutturato nell’università italiana e vuole fare scienza aperta la fa, pur su scala artigianale e rinunciando a ciò che normalmente passa per potere e prestigio. Galileo Galilei seppe cogliere l’occasione che la stampa gli offriva per pubblicare il suo Sidereus Nuncius senza bisogno, e anzi contro, il Sant’Uffizio. E già alla fine dell’ultimo decennio del secolo scorso il World Wide Web, il software libero e le licenze Creative Commons offrivano l’occasione di aprire la scienza a chi avesse voluto fare uso pubblico della ragione: e ci fu chi fu capace di coglierla, senza bisogno di corsi di formazione ad hoc.

La via amministrativa alla scienza aperta con le sue dichiarazioni, pianificazioni, incentivazioni e monitoraggi sembra una scorciatoia inevitabile in un’università burocratizzata come quella, prima che neoliberale, moderna. E lo è: ma porta da tutt’altra parte. Gli amministratori suddividono arbitrariamente la ricerca in elementi discreti: “prodotti”, dati, pubblicazioni, sedi editoriali, impatti calcolabili in termini di citazioni su riviste o anche su media sociali. E a questi elementi associano castighi e premi, necessariamente rivolti a “masse uniformi e obbligate”. La scienza (aperta), invece, è difficile da tradurre in adempimenti, perché, avendo a che fare con problemi ancora non del tutto risolti, non solo è metodo e processo, bensì metodo e processo esposti essi stessi alla discussione. La comunità scientifica, quando l’interesse è quello della scienza, può permettersi di essere anarchica. Al matematico russo Grigori Perelman, per far riconoscere un avanzamento di grande importanza,  bastò l’ArXiv e una comunità scientifica attenta.

Wilhelm von Humboldt, in un frammento incompiuto e per molti decenni abbandonato in un archivio, si era chiesto come fosse possibile inserire l’anarchia dei problemi ancora non del tutto risolti negli istituti di studi superiori, e aveva disegnato un progetto minimalista, isolato e fragile in un mondo che, dopo la Restaurazione, sarebbe divenuto molto diverso da quello immaginato dai riformatori prussiani. Le strutture italiane attuali, altrimenti impiegatizie, riposano su un sistema iperburocratizzato di premi e castighi, che difficilmente può ospitare gli spazi negativi della discussione della scienza (aperta) – anche se la relativa retorica rimane utile per una patina di legittimazione in continuità col passato. Perché mai convertirsi davvero alla scienza (aperta)? Perché mai tentare un simile salto nel vuoto? Perché allevare ricercatori amministrativamente e spiritualmente liberi dalle catene bibliometriche e dalla valutazione di stato, e dunque in grado di rifiutarsi di privatizzare il loro lavoro in brevetti, o di asservire perfino la ricerca di base a scopi commerciali1 o militari?

Come l’Occasione di Machiavelli, anche i ricercatori italiani tengono il piè sopra una rota: ma la loro non è la ruota del kairos bensì quella in cui certi piccoli animali domestici vengono fatti esercitare da chi li ha messi in gabbia: non porta da nessuna parte ma conforta, trasferendo ad altri il compito di stabilire il senso di tutto il loro girare.

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