Category Archives: Filosofia

Il Fedone di Platone

tetradrakmatonNei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: “Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno”. L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. “Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”, ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università.

Non occorre essere teologi  per comprendere l’importanza di questo richiamo al Fedone in un discorso che è stato molto più citato che compreso.  Chi volesse misurarsi coll’opera di Platone può approfittare dell’ipertesto costruito sull’originale greco per l’uso degli studenti di Scienze politiche dell’università di Pisa,  ora a disposizione di tutti qui.

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Tomáš Sedláček: l’economia del bene e del male

Book coverUn sabato fatto per l’uomo

Alla fine di ogni settennio concederai la remissione. Questa è la regola della remissione: ogni creditore rimetterà ciò che verrà prestato al suo prossimo; non costringerà al pagamento né il suo prossimo né il suo fratello poiché è stata proclamata remissione in onore del Signore (Deuteronomio, 15:1-2 ).

La prescrizione ebraica della shemittà, restringendo a sette anni l’orizzonte del sistema finanziario, teneva a freno la crescita. Ma, grazie a questa scadenza obbligata, la società della shemittà non si sarebbe gettata nell’avventura speculativa di una bolla immobiliare fondata sui mutui inaffidabili di una classe media impoverita e non avrebbe mai attraversato una crisi come quella del 2007 .

Oggi la maggioranza degli economisti disdegnerebbe il confronto fra prescrizioni etiche o religiose e “realtà” scientifiche. La loro disciplina, tuttavia, prima di rendersi indipendente, stava all’interno della filosofia senza rappresentarsi come “una scienza matematico-allocativa, che considera le cosiddette ‘scienze morbide‘ con un disprezzo derivato da arroganza positivistica”.1  Il libro di Tomáš Sedláček, L’economia del bene e del male, merita di essere letto da chi desidera capire se nella rappresentazione degli economisti non si nascondano assunzioni  etiche e filosofiche  meritevoli  di essere discusse.

Il Creatore del racconto biblico non si riposa il settimo giorno per essere più efficiente il resto della settimana, ma perché lo scopo della sua opera è il godimento del creato e non l’attività del creare (pp. 88 ss.). L’otium sabbatico non è una vacanza vuota nel processo indefinito dell’accrescimento dell’utile, ma un atto di libertà, precluso alle società che ubbidiscono all’imperativo della crescita economica.   Perché  diamo per scontato che la crescita sia un bene? 2

La religione dell’economia

Gli scienziati economici offrono visioni del mondo e servizi profetici sotto forma di previsioni macroeconomiche,  rimodellano la società con ricette per contrastare la crisi e promuovere la crescita, indicano la via della prosperità (pp. 237 ss.) e ci chiedono “sacrifici“. Il loro linguaggio religioso non è accidentale.

Sedláček dedica un’ampia parte del suo testo a mostrare quanto pensiero economico si integri nelle religioni e nei miti. Il nesso mandevilliano fra vizi privati e benessere pubblico, che sta alle origini dell’emancipazione dell’economia dalla filosofia, era noto anche a Tommaso D’Aquino (multae utilitates impedirentur si omnia peccata districte prohiberentur). Questi, però, lo fondava sull’evidenza della provvidenza,  cioè di un governo divino sul mondo. Anche la convinzione che il mercato si regoli da sé con una mano invisibile è una fede, sebbene non articolata filosoficamente in una Summa Theologiae  (pp. 159 ss).  Solo una fede,  infatti,  può farci chiudere gli occhi sulla miriade di regole che avviluppano anche i mercati più “liberi”.

Il sogno del Faraone (Genesi 41:17-24), interpretato da Giuseppe, si può leggere come un’allegoria della teoria del ciclo economico.  Giuseppe impedisce che il suo presagio si avveri suggerendo al monarca una politica di bilancio anticiclica di stile keynesiano.

La profezia di Giuseppe si è autofalsificata perché è stata presa sul serio e prevenuta. Nessuno – neanche un profeta –  può conoscere il futuro (pp. 64-65). Anche l’economia, in quanto scienza sociale, è riflessiva come i sogni del Faraone.  I ricercatori sono parte del loro laboratorio. I loro atti cognitivi influenzano i soggetti che sono, a un tempo, il loro oggetto: la realtà effettuale delle cose è, a un tempo, la loro immaginazione. Per questo le scienze sociali ospitano sia previsioni che si autofalsificano,  sia  profezie che si autoavverano. Gli antichi, che in luogo degli economisti usavano gli oracoli, sapevano bene che delle profezie cattive possono realizzarsi perché qualcuno gli ha prestato fede, e che delle profezie buone, come quelle di Giuseppe o di Giona  (p. 307)  non si avverano proprio perché qualcuno le ha prese sul serio e ha adottato delle contromisure.

All’immaginazione appartiene anche il nostro medium comune, la moneta, il cui valore si fonda su una fede condivisa, un’astrazione sociale, un contratto non scritto (p. 81). Questa fede è diventata così potente che oggi la moneta aggiunge alle sue funzioni classiche – unità di conto, mezzo di scambio, riserva di valore – anche quella di stimolare, indirizzare o rallentare il sistema economico nel suo complesso (p. 84). Il mezzo è diventato il fine.

L’economia appare così forte perché si ritiene in grado di descrivere e prevedere l’andamento della società senza compitarlo nel linguaggio riflessivo e valutativo dell’etica, della filosofia e della teologia:

  1. il nesso di Bernard Mandeville fra i vizi privati e il benessere pubblico  permette di rappresentare la società come un sistema che funziona senza bisogno di una guida morale e di studiarla in una prospettiva amorale, simile a quella dello scienziato della natura (p. 66, pp.184 ss.);
  2. come una scienza  naturale, l’economia  si vanta di leggere il libro della società in un linguaggio matematico.

I sistemi formali, però,  usati acriticamente,  non sono nient’altro che miti sofisticati.

L’uomo prescientifico non si preoccupava dell’evidenza scientifica; perciò non si doveva vergognare dei suoi articoli di fede (o pregiudizi, come diremmo oggi) e poteva professarli liberamente. Oggi sono nascosti in assiomi che sono postulati  (e non professati con “io credo in…”) indimostrati; gran parte della fede scientifica, tuttavia, è perfino anteriore alla menzione di tali assiomi ed è più profonda, così profonda che non si nota nemmeno (p. 179).

Homines oeconomici

L’assioma dell’economia è l’astrazione dell’homo oeconomicus come massimizzatore egoista di utilità. A partire da questo assioma si costruisce un modello avalutativo della società che, espresso in linguaggio matematico, fonda l’autorità dell’economia in quanto scienza descrittiva,   più forte delle prescrizioni della religione, dell’etica o della filosofia. Ma in che modo si definisce l’utilità?

Se la definiamo come ciò che deriva da beni commerciabili, riusciamo a spiegare solo una parte del nostro comportamento sociale.  Se invece la definiamo in modo ampio, affermando che ciascuno la massimizza facendo quello che vuole perché ognuno fa quello che vuole, otteniamo una tautologia, non falsificabile ma del tutto vuota. Qualsiasi comportamento, infatti, da quello del capitalista più avido a quello del martire più disinteressato, diventa allo stesso modo esito di una massimizzazione egoistica di utilità (pp. 223 ss).

L’orgoglio degli economisti, il fatto che il modello dell’homo economicus includa tutte le possibilità e dunque sia in grado di spiegare tutto,  in realtà dovrebbe essere la nostra vergogna più grande.  Se possiamo spiegare tutto con un termine o principio del quale non conosciamo il significato, dobbiamo allora chiedere che cosa in effetti stiamo spiegando (p. 226).

La vuotezza dell’economia si rende evidente nella sua pretesa di giudicare su tutte le discipline dello scibile in virtù del suo rango di superscienza. In questo modo si ricade nelle difficoltà illustrate dal Carmide di Platone. Com’è possibile governare i medici nella cura dei malati, gli insegnanti nel loro insegnamento,  o i fisici nella loro ricerca,  senza sapere nulla di medicina, di pedagogia o di fisica?  Questa arroganza dottrinaria si sente giustificata quando il superscienziato  è convinto di conoscere il segreto di ciò che determina ogni comportamento umano e ritiene erroneamente che questo lo esima dal conoscere e riconoscere le nozioni, le ragioni e le procedure di tutte le altre discipline.

La limitatezza dell’economia si mostra, invece, nella sua adesione alla via della crescita, cioè dell’indefinito aumento dell’offerta per una domanda assunta come indefinitamente differenziata e crescente. In questo modo si scarta la possibilità, variamente teorizzata da Platone, da Aristotele e dagli stoici, della moderazione della domanda  (pp. 221-222)  e dell’otium come libertà dal bisogno.

Gli esseri umani sono spesso avidi e indigenti:  è dunque facile rappresentarli in competizione in un mondo dominato dalla scarsità. Ma, quando deve fare i conti con una condizione di abbondanza, assoluta o relativa, il  modello economico perde la sua presa sulla realtà. Per riguadagnarla deve piegare il mondo alla sua dottrina,  imponendo condizioni di scarsità e di indigenza artificiali, in nome di una crescita fine a se stessa –  per farci passare la vita in occupazioni che odiamo allo scopo di acquistare cose di cui non abbiamo veramente bisogno  (pp. 240 ss). Mentre in passato ci  indebitavamo per povertà di cose, oggi lo facciamo per una  povertà di spirito (pp. 226-228) a cui contribuisce, riflessivamente, il dominio dottrinario dell’homo oeconomicus.

L’ortodossia economica non è in grado di concepire esseri umani che facciano scelte indipendenti da avidità e bisogno: su di noi  deve dunque assumere il peggio, rischiando di ottenere il peggio.  La prospettiva del progresso economico contiene una promessa di prosperità: ma l’economia sa farci progredire solo rendendoci poveri.

Come è già stato osservato, Economics of Good and Evil non offre nessuna ricetta economica per uscire dalla povertà indotta dal nostro uso oracolare della scienza economica. Quanto però per l’economista è un limite, può essere per il filosofo un pregio: non possono essere gli oracoli a dirci chi siamo – dobbiamo imparare a farlo da noi.


(1) Tomas Sedlacek, Economics of Good and Evil. The Quest for Economic Meaning from Gilgamesh to Wall Street,  Oxford, Oxford U.P., 2011, p. 4. I riferimenti nel corpo del testo sono tutti basati sulla versione inglese. Le traduzioni sono mie.

(2)  Vaclav Hàvel, che aveva scelto Tomáš Sedláček come suo consigliere economico, propone  questa domanda nella prefazione al volume  (p. IX).  Sedláček spiega il senso di questa domanda così:

Allo stesso modo in cui la regina Elisabetta nel 2008 chiese agli economisti perché non erano riusciti a prevedere la crisi economica in arrivo, Václav Havel, reagendo alla crisi, si interrogò sul significato della crescita:  “Perché tutto deve crescere costantemente? Perché l’industria, la manifattura e la produzione devono crescere? Perché le città devono crescere in tutte le direzioni finché non rimane neanche un pezzetto di paesaggio,  neanche un filo d’erba?” Come ricorda Havel stesso,  anch’egli, nel corso dei suoi più di cinque anni di prigionia sotto il regime comunista, doveva lavorare di continuo,  ma nella stragrande maggioranza dei casi era un lavoro completamente insensato – un “lavoro per il lavoro”. La crescita economica ha sempre un significato, o è solo crescita fine a se stessa? (p. 231)

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Il Carmide di Platone

L’ipertesto dedicata al Carmide di Platone, composto per l’uso degli studenti dell’ateneo pisano, è a disposizione di tutti qui.

Il Carmide è  – canonicamente – un dialogo aporetico. Ma almeno dei suoi paradossi – quello di una superscienza che pretende di governare tutte le altre discipline pur non conoscendo nulla dell’oggetto di ciascuna – lo rende permanentemente affascinante e, in questo momento, di attualità cronistica.

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Originalità e insularità: una discussione platonica

Hassan TowerIn “Why Plato wrote”: the insularity of Platonic studies (Center for Hellenic Studies Research Bulletin, Harvard 2012) Andrea Capra discute un libro di Danielle S. Allen, Why Plato Wrote, edito nel 2010, ad accesso chiuso, da una multinazionale dell’editoria scientifica. Il suo articolo merita la lettura perché aiuta a capire in che acqua nuotano gli accademici.

D.S. Allen è una studiosa nota e influente le cui tesi – secondo Capra –  sono interessanti ma non nuove.  Platone scrive per cambiare la vita di chi lo legge, tant’è vero che si trovano tracce della sua lingua in discorsi del IV secolo; non fa politica attiva, ma è una sorta di attivista culturale. Le fonti dell’autrice, che la inducono a dichiararsi originale, sono tutte recenti e di lingua inglese. Ella sembra ignorare, fra gli altri, autori antichi come Dicearco, e platonisti contemporanei come Gaiser e Cerri – il primo oscurato dall’associazione alla scuola di Tübingen, il secondo dall’italianità.  C’è, dunque, “un’insularità crescente negli studi platonici, specialmente fra gli studiosi di lingua inglese,  [per la quale] opere estremamente utili e valide sono ignorate solo perché non sono nella lingua o della scuola giusta”?

Mettendo per iscritto i suoi logoi, Platone, per così dire, condusse alla filosofia (proetrepsato) una quantità innumerevole di persone; d’altra parte, però, indusse qualcuno a far filosofia in modo superficiale (Dicearco, PHerc. 1021, Col. I 11-17, ed. Dorandi).

Platone, sociologo della comunicazione e retore filosofico, non era isolato. Perché gli umanisti di oggi si sentono tali, in un mondo la cui tecnologia è andata ben oltre le triremi e il manoscritto?

Come osserva Barbara Graziosi nel suo commento, la contesa non riguarda la completezza bibliografica – non si possono leggere tutti i libri – ma l’interpretazione platonica. Secondo Capra, vedere Platone come un “think-tank activist” e non come un politico della filosofia, che lavora per la filosofia e non per altri è parzialmente corretto ma superficiale. Questa superficialità si fonda a sua volta su una conoscenza superficiale, “insulare”, della letteratura secondaria. Chi scrive in inglese può permettersi di rappresentarsi come originale per un pubblico che non legge l’italiano o il tedesco o riduce gli autori all’etichetta della loro scuola.

La rete rende ancor più evidente che il mondo della cultura è infinito o indefinito, e che proprio in questo consiste la sua vitalità. Chi ne è consapevole evita di proclamarsi originale per non esporsi a facili confutazioni. È, d’altra parte, normale che idee simili si presentino negli ambiti più diversi e per le esigenze più svariate. Per esempio Mario Biagioli ha scritto, nel 2011, che solo F.Kawohl e M.Kretschmer, in un articolo del 2009, si sono resi conto dell’inconsistenza del concetto di proprietà intellettuale in Fichte, ignorando quanto avevo pubblicato nel 2010 e addirittura nel 2006.  Non c’è, in casi come questi, malafede: frequentiamo cerchie intellettuali che s’intersecano solo occasionalmente.  

Però, in un mondo accademico che si comporta ancora come se credesse nell’originalità romantica, può esserci un interesse inconfessato all’insularità.  Se, contro il cosmopolitismo dell’uso pubblico della ragione, si recinta la cerchia delle opinioni rilevanti, escludendo chi non parla le lingue giuste, non conosce le persone giuste, non pubblica nelle riviste giuste, diventa possibile rivendicare la propria originalità senza timore di essere contraddetti, perché si è trasformato un infinito al di là del senso in un finito che si attribuisce senso da sé:  il mondo delle idee non sta più in un luogo al di sopra del cielo ma nella piccola comunità umana a cui noi stessi apparteniamo. Questo è lo spirito dell’accademia dei morti viventi, che, in nome di una burocratica patente d’eccellenza, limita da sé la vita del pensiero: ubi solitudinem faciunt, novitatem appellant. Non è però quello di Platone, per il quale la ricerca non era fatta di etichette, ma – nel mondo al di sotto del cielo, in cui trascorriamo tutti noi – d’indigenza, di spossessamento e di confutazione, in un continuo cominciare da capo.

Danielle Allen, che pubblica ad accesso chiuso,  si dice solita iniziare ormai le sue ricerche esclusivamente da fonti on-line, quindi – secondo lei – prevalentemente in inglese. Non possiamo ridurre questa giustificazione a una scusa, senza prima chiederci quanti studiosi sanno essere consapevoli dell‘infrastruttura in cui circola la loro ricerca e se ne assumono la responsabilità.

 

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L’accademia dei morti viventi, parte seconda: il fantasma dell’autore

[Segue da Parte prima: la revisione paritaria]

The Museum SyndicateLa peer to peer review della prima parte del testo di K. Fitzpatrick può funzionare solo se l’interesse principale del ricercatore è l‘avanzamento della comunità di conoscenza, prima che del suo proprio. Solo se l’autore si mette in discussione non tanto nella teoria, ma in primo luogo nella pratica.

L’architettura della rete favorisce la condivisione e l’interconnessione dell’informazione piuttosto che la proprietà individuale dei testi. La nuova tecnologia si è radicata, come a suo tempo la stampa, e ha provocato un dibattito, assai simile a quello della fine del XVIII secolo, sul senso e sulla metamorfosi della comunità intellettuale.

L’individualità dell’autore non è, di per sé, un esito necessario della stampa. Perfino la capostipite delle riviste scientifiche, le Philosophical Transactions of the Royal Society, nacque come una silloge compilata da un curatore, Henry Oldenburg. La stampa, in ogni caso, si prestava a costruire  una relazione isomorfica fra autore e libro. E ad essa si collegarono dei processi sociali che condussero alla nascita dell’autore, in una cultura che si orientava secondo l’ideale di un individuo autonomo, creatore e governatore di se stesso, proprietario. Lo scrittore, però,  non ha mai operato nel vuoto: è sempre stato parte di una conversazione più ampia, che ora la rete rende più estesa e più facile. Gli umanisti, in realtà, non temono la perdita della comunità, che continua in rete con altri mezzi, bensì quella dell’individualità.

Nella teoria, da Barthes in poi, l’autore pare defunto almeno dagli anni ’60 del secolo scorso: ridurre il testo al lavoro di un individuo, alle sue intenzioni e ai suoi interessi, significa chiudere il suo significato e negare la vita spirituale del lettore. Ma quanto è ormai quasi banale per noi come critici culturali, lo è anche per noi come scrittori? Se l’autore è felicemente deceduto, perché continuiamo a valutare le carriere accademiche sulla base del suo fantasma? Secondo Foucault, sebbene l’autore si riduca a una funzione del testo, rimane intatta la rete di potere che produce autorità. L’ipertestualità, che decentra l’autore, frammenta il testo e attiva il lettore, è stata salutata come una manifestazione digitale delle teorie post-strutturaliste: ma nei fatti restiamo a metà strada, né vivi né morti, in un mondo di media orrnai post-accademici – o. forse, accademici, ma nel senso più antico e più filosofico del termine.

Il blog, primo genere letterario digitale di successo, ha la possibilità di inserire commenti e link e di produrre nuove versioni di un post già reso pubblico – cosa sconcertante, in un mondo abituato a licenziare i libri per le stampe e a vedere nella loro immutabilità un segno di autorità.

Il testo licenziato per le stampe si presta a essere trattato come un prodotto, in una metafora fordista, che alla fine induce a contare le pubblicazioni o le citazioni in luogo di giudicarne la qualità. La scrittura non è più un processo di scoperta, esplorazione e comunicazione, ma un’accumulazione di prodotti, che possono essere computati solo quando sono finiti. Un blog, di contro, trascende la rigidità testuale, perché trova lettori solo se viene aggiornato, cioè cambia – in un presente continuo che prima della rete era possibile solo per il discorso orale. Questo tipo di scrittura – che è lo scrivere nell’anima del Fedro – sposta il nostro lavoro dal prodotto al processo, e dal singolo alla comunità.

Mentre la stampa rendeva i testi discreti e separati nel tempo e nello spazio, e dilazionava la loro interconnessione, la rete sfuma le frontiere dei testi, e mette in imbarazzo gli umanisti, abituati a un individualismo feroce sia nella produzione sia nella valutazione della ricerca, e conseguentemente terrorizzati dalla possibilità che le loro preziose idee vengano “rubate” prima che l’editore vi apponga un marchio di denominazione di origine controllata. In realtà, inserire il testo come oggetto in evoluzione entro una conversazione in rete gli offre una pubblicità che lo protegge dalla copia, e arricchisce il testo stesso, aprendolo alla vita, senza negare necessariamente il lavoro di chi lo ha scritto.

Ma come possono i nostri testi rimanere unici, discreti, originali, in un ambiente in cui perfino la lettura di una pagina web richiede un’operazione di copia? Il concetto di autore moderno riposa sul presupposto che il suo testo sia finito, compiuto, perfectum e originale, come so fosse stato partorito armato dalla sua mente. Tutto ciò che è preso da altri testi, se non è chiaramente delimitato, è un plagio. Ci sono però state epoche in cui la cultura progrediva per piccole addizioni, e si preferiva la compilazione e il commentario all’opera “originale”, insostenibile perché idiosincratica.  Quando le barriere si affievoliscono e i testi diventano aperti, come nel Medioevo, il valore aggiunto di un nuovo contributo si trasferisce nella creatività combinatoria dei curatori. Dobbiamo soltanto imparare di nuovo ad apprezzarlo e a ritrovarlo  nei libri tradizionali, traendo profitto dalla multimodalità offerta dalle tecnologie digitali.

Un simile spostamento mette in discussione anche la cosiddetta “proprietà” intellettuale.  La costituzione americana giustifica questo istituto come incentivo per la creatività degli autori; nel corso del XX secolo, però, è stata usata prevalentemente dalle aziende di mediazione editoriale, che oggi non possono più giustificare il loro ruolo con i costi di produzione dell’età della stampa. I ricercatori, in particolare, abituati ad essere compensati con posizioni accademiche, sono nella posizione più appropriata per capire che possono guadagnare di più liberando i loro testi che lasciandoli chiudere in recinti editoriali. La “proprietà” intellettuale – come mostra il successo delle licenze Creative Commons –  non è la condizione indispensabile per il riconoscimento del lavoro delle scrittore: gli umanisti avrebbero tutto l’interesse a trattare se stessi come un pubblico ricorsivo, che assume la responsabilità delle condizioni della sua propria sopravvivenza.

Dobbiamo pensare meno ai prodotti completi e più ai testi in elaborazione; meno all’autorità individuale e più alla collaborazione; meno all’originalità e più al remix; meno alla proprietà e più alla condivisione.”

[Continua: Parte terza. I testi]

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Ricercatori di successo

Grazie a Rangle mi è lecito segnalare i risultati di una ricerca ad accesso semiaperto.

Secondo Daniele Fanelli, ricercatore dell’Institute for the Study of Science, Technology and Innovation (ISSTI) presso l’Università di Edinburgh, un modo per verificare l’obiettività con cui i risultati della ricerca vengono prodotti e proposti è quello di selezionare i lavori in cui l’obiettivo è la verifica di un’ipotesi e scoprire in quanti casi gli autori concludono che l’ipotesi si rivela corretta (o no). Proporre un’ipotesi ed indagarne la “bontà” è una pratica consolidata nel mondo della ricerca scientifica, lo fanno in maniera propria e spesso i matematici (non starò qua a discutere i problemi di Hilbert) ed è abbastanza comprensibile che la tendenza generale sia quella di pubblicare studi in cui l’ipotesi si dimostra fondata, comprensibile ma fino ad un certo punto perché la pubblicazione di risultati che non corrispondono alle aspettative è altrettanto cruciale per il progresso della conoscenza scientifica.

Il rischio è che “vi sia  un processo patologico che si insinua nel corpo della ricerca scientifica, una tendenza ad interpretare i risultati negativi come insuccessi e si eviti di proporli privilegiando la pubblicazione di lavori più utili ai fini della carriera e della ricerca di fondi.” Le ricerche di Fanelli usano un database privato e accessibile solo a pagamento, gli Essential Science Indicators di Thomson-Reuters, che comprende però le testate dove pubblicano – grazie a un marketing pervasivo e costante nel tempo – i ricercatori “di successo”. Ebbene:

la percentuale di articoli che riportano un risultato positivo cresce in media del 6% ogni anno, si parte con il 70.2% del 1990-91 e si arriva all’85.9% del 2007 con un picco dell’88.6% nel 2005; i risultati sono molto differenti per differenti discipline, sia per la frequenza media di risultati positivi che per la rapidità di crescita del fenomeno, le scienze fisiche (in particolare le scienze dello spazio) sono le più “virtuose”, le scienze sociali tendono a comunicare quasi solo casi “positivi” e lo stesso accade per le discipline “applicate” rispetto a quelle “pure”; gli autori che lavorano nei paesi asiatici (in particolare in Giappone) riportano risultati positivi più di quelli che lavorano negli Stati Uniti, a loro volta “più positivi” degli europei (in particolare di chi lavora nel Regno Unito).

Queste statistiche sembrano suggerire la progressiva prevalenza di un modello di ricerca individualistico-imprenditoriale che valorizza esclusivamente l’affermazione di sé e della propria idea sul mondo che si dovrebbe interrogare.

Un modello simile si ritrova, applicato alla retorica, nel Gorgia di Platone. La bussola del mondo antico era la politica e non l’economia: la funzione della retorica era dunque paragonabile a quella svolta oggi dal marketing, e cioè convincere la gente nei luoghi in cui è più utile per acquistare potere. La retorica si fondava sulla competitività: riuscire a ottenere ragione era essenziale; farsi confutare significava perdere la faccia; cercare di confutare qualcun altro equivaleva ad attaccarlo. 

Platone impose un’idea di scienza diversa. Nel Gorgia, Socrate interrompe la conversazione col sofista per chiedergli  se in generale pensa che la confutazione sia o no utile a liberarci dagli errori. Gorgia è costretto a una risposta obbligata: neppure il più competitivo dei ricercatori potrebbe mantenere il suo onore professionale dichiarando che in astratto dell’accuratezza scientifica non gli importa nulla perché gli interessa solo aver ragione anche quando ha torto.

Per riconoscere il valore dell’insuccesso dobbiamo intendere la ricerca non come competizione, bensì come collaborazione, secondo un interesse che supera quello strettamente personale. Chi confuta i miei argomenti “di ferro e diamante” fa un favore non solo alla scienza, ma anche a me come scienziato. I miei oppositori, anche se sostenessero tesi falsificate, sono indispensabili nel cammino della ricerca.

Il Socrate del Gorgia conduce sistematicamente i suoi interlocutori in situazioni che impongono loro di rispondere nel modo da lui desiderato, con un’abilità retorica paragonabile e superiore a quella dei sofisti. Fra il loro sapere e la scienza socratica c’è, in realtà, soltanto una differenza: il riconoscimento del valore della confutazione, del risultata negativo, dell’insuccesso. La ricerca non è l’arte di avere ragione: è un metodo per rendersi conto dei propri torti. Dimenticarsene significa esporre i sistemi di pubblicazione e di valutazione al rischio di selezionare ottimi retori, prima e piuttosto che ricercatori di valore. 

 ResearchBlogging.orgFanelli D (2010). “Positive” results increase down the Hierarchy of the Sciences. PloS one, 5 (4) PMID: 20383332

 

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