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Humboldt e l’idea di università: invito alla revisione paritaria aperta

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Bust of Wilhelm von Humboldt, by Bertel Thorvaldsen, 1808L’ università disegnata da Wilhelm von Humboldt all’inizio del XIX secolo, con la sua unione di didattica e ricerca per il superamento del sapere cristallizzato dei manuali scolastici, è qualcosa che molti pensano di conoscere già. Non tutti, però, hanno letto il testo classico di cui il Bollettino telematico di filosofia politica propone alla revisione paritaria aperta una nuova traduzione sotto licenza Creative Commons by-sa. La versione di Pia Di Fidio, curata da Fulvio Tessitore e stampata  ben 47 anni fa, è, infatti, ad accesso chiuso – pur essendo parzialmente visibile qui.

L’organizzazione interna ed esterna degli istituti scientifici superiori a Berlino  è un frammento inedito scritto nel 1809-10 che fu fatto circolare  informalmente e venne riscoperto in archivio solo alla fine del XIX secolo da parte dello storico Bruno Gebhardt. Oggi, a dispetto della sua influenza, non avrebbe meritato il rango di  “pubblicazione scientifica” per la valutazione di stato della ricerca italiana.

Il documento ufficiale di fondazione dell’università di Berlino fu il più ministeriale Antrag auf Errichtung der Universität Berlin, indirizzato a Federico Guglielmo III. Questa proposta non menziona né la solitudine e libertà dell’istituzione universitaria, né l’unione di ricerca e didattica: più pedestremente, suggerisce di rendere l’università finanziariamente indipendente dal potere esecutivo tramite la concessione di beni demaniali e la contribuzione della cittadinanza. Non è però pedestre l’idea di unificare le varie istituzioni e accademie berlinesi in una nuova università – in un momento di gravissima crisi che aveva costretto lo stato prussiano, sconfitto a Jena e ad Auerstädt, all’umiliante pace di Tilsit.

Edite o no, le idee di Humboldt erano nell’aria. La contemporanea Madame de Staël, nel XVIII capitolo del suo De l’Allemagne, metteva in relazione il genio filosofico dei tedeschi proprio con l’indipendenza della loro università e la libertà di pensiero conferita dalla distanza dei suoi studiosi dalla carriera politica e dalla formazione professionale.

Nell’Europa del processo di Bologna, con la sua burocrazia, i suoi controlli e il suo linguaggio economicistico, queste idee sono rappresentate ora come le armi della reazione di un’élite di privilegiati, ora come un mito di resistenza per chi non si piega a ridurre l’istruzione superiore a mero addestramento professionale. Quale delle due letture è la più pertinente? E che cosa le rende così ostili e reciprocamente impermeabili?

Non risponderemo, qui, a queste domande. Lo faremo separatamente, per non imporre un’interpretazione pregiudiziale  ai revisori che vogliono commentare questa versione, la quale, senza nulla togliere alla traduzione del 1970 di cui si riconosce debitrice, ha un unico pregio ulteriore: quello di essere aperta e dunque migliorabile e aggiornabile.

Per un sommario ma essenziale inquadramento storico e filosofico merita, tuttavia, di essere letto un articolo recente di Volker Gerhardt, che si conclude così:

La sua idea presupponeva un distacco deciso dalla concezione francese della scuola superiore professionale e realizzava, del progetto di Kant, solo quanto egli aveva sperato per la facoltà filosofica – tuttavia tramite l’inclusione delle discipline professionalizzanti. Queste si dovevano praticare nello spirito della ricerca e dell’auto-educazione del singolo, e precisamente in un modo tale che anche gli studenti potessero prender parte all’apprendimento e all’indagine. Dai professori ci si aspettava che, in “solitudine e libertà”, dessero un esempio di indipendenza individuale. L'”autonomia”, così, non era solo un ideale per la costituzione dell’istituzione, ma anche una massima per tutti i membri dell’università.

La rifondazione concepita da Humboldt ebbe un successo scientifico esemplare, anche perché riuscì a integrare le scienze sperimentali emergenti e a realizzare forme di cooperazione con l’accademia e altri collaboratori scientifici. Assurse a modello per la rifondazione delle università non solo in Germania, ma in tutto il mondo.

A questo la cosiddetta riforma di Bologna ha posto definitivamente fine.

Wilhelm von Humboldt, L’organizzazione interna ed esterna degli istituti scientifici superiori a Berlino

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Alessia Bicocchi, Il senso umano del lavoro

Foto di Adriano OlivettiAlessia Bicocchi ha recentemente depositato nell’archivio Marini L’incontro tra Adriano Olivetti e Franco Ferrarotti: il senso umano del lavoro, dedicato a un’esperienza aziendale e umana che oggi suona eterodossa, il cui seme era però già presente nelle parole con cui il padre Camillo Olivetti affidò al giovane Adriano la riorganizzazione della sua fabbrica: “tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione dei nuovi metodi perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia£.

L’articolo riassume la dottrina alla base di quest’esperienza – non dobbiamo chiederci quanto, ma che cosa vale il lavoro – tramite gli scritti di uno dei collaboratori dell’imprenditore d’Ivrea, il sociologo Franco Ferrarotti.

Perché l’ANVUR è ancora in vita?

Luigi XIV Il 9 giugno 2017 si è tenuto, presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Bicocca di Milano, un convegno intitolato “Università e valutazione”. Moderava la prof.ssa Loredana Garlati, concludeva la prof.ssa Margherita Ramajoli.

Durante il convegno è stato presentato l’Osservatorio sull’Università, un sito che contiene materiale giuridico sull’università italiana (giurisprudenza, normativa, dottrina, prassi).

Al convegno sono intervenuti sociologi, economisti e giuristi.

La maggior parte dei relatori erano professori di diritto amministrativo, tra questi la Presidente del CUN, prof.ssa Carla Barbati.

Tra i tanti interventi, solo quelli della prof.ssa Cristina Messa, Rettore della Bicocca, e della prof.ssa Patrizia Marzaro dell’Università di Padova erano connotati da toni positivi nei confronti dell’ANVUR e delle sue procedure. Per il resto sono piovute critiche, anche molto pesanti, nei confronti delle procedure dell’agenzia (VQR, classificazione delle riviste, AVA).

Il convegno si è aperto con le due presentazioni del sociologo Roberto Moscati e dell’economista Alberto Baccini. Quest’ultimo ha criticato – le sue slide sono reperibili qui – gli argomenti usati per giustificare l’adozione di sistemi di valutazione massiva della ricerca del tipo VQR, mostrando in particolare, anche con riferimento al caso italiano, che non esistono evidenze che i benefici di quelle attività siano superiori ai loro costi.

Dopo le relazioni di taglio introduttivo si sono succeduti altri interventi.

Carla Barbati ha parlato del ruolo delle società scientifiche nelle procedure valutative. La Presidente del CUN ha evidenziato che fino ad oggi è l’ANVUR che seleziona i componenti delle comunità scientifiche legittimati a effettuare valutazioni sia nell’ambito dei GEV sia in quello del Gruppo Libri e Riviste. La prof.ssa Barbati ha raccontato di come l’ANVUR rifiuti di considerare l’elettività di queste cariche da parte della comunità scientifica un modello decisionale virtuoso. Ha concluso sostenendo che se le società scientifiche non riescono a far sentire la propria voce e a reclamare un ruolo, il vuoto viene colmato dalle decisioni dell’ANVUR.

L’intervento più duro è stato quello di Roberto Cavallo Perin. Ha sostenuto che il modo con il quale l’ANVUR individua i decisori delle procedure valutative e le norme che disciplinano le procedure valutative (in particolare, indicatori e parametri) viola due principi fondamentali dell’ordinamento: quello in base al quale il giudice deve essere precostituito (e non investito ex post del potere di giudicare) e quello dell’irretroattività delle norme (non si possono giudicare comportamenti del passato con norme emanate ex post). Il prof. Cavallo Perin ha raccontato di aver sostenuto pubblicamente questi argomenti davanti all’ANVUR e di non aver ricevuto risposte. Ha perciò rimarcato che un’istituzione pubblica ha il dovere di rispondere e giustificare le proprie decisioni e ha affermato che la ragione di così gravi e palesi violazioni di principi fondamentali risiede nell’obiettivo di ridurre la comunità scientifica al conformismo e sottoporre gli accademici al controllo politico.

Aldo Sandulli, intervenendo a titolo personale e non come componente del Gruppo di lavoro riviste e libri scientifici dell’ANVUR, ha criticato l’ultimo regolamento ANVUR di classificazione delle riviste, facendo riferimento alla giurisprudenza amministrativa che ha demolito alcune classificazioni di singole riviste (si trattava della negazione da parte dell’ANVUR della collocazione in fascia A) e auspicando che si vada verso un sistema di un’unica lista che, in base a criteri rigorosi, individui le riviste scientifiche rinunciando all’idea della classifica per fasce (A, B).

Alfredo Marra ha criticato la normativa su cui si regge la procedura AVA definendola un “gioco di scatole cinesi” in cui non sono chiari i confini tra competenze dell’ANVUR e competenze del MIUR.

Fabrizio Fracchia ha criticato le procedure valutative che usano le opinioni degli studenti per distribuire premi e punizioni. Ha fatto riferimento agli incentivi distorti che l’uso improprio delle opinioni degli studenti trasmettono ai professori (ad es. aumento dei voti in cambio di buone valutazioni degli studenti) e alla circostanza che gli studenti sono portati a valutare lo stile e non hanno gli strumenti per valutare il profilo delle competenze.
La valutazione degli studenti può essere utile, ma deve tenere in considerazione l’asimmetria informativa; può essere solo uno degli elementi in base al quale valutare i docenti, senza alcun meccanicismo, insieme a una serie ulteriore di fattori e consentendo comunque partecipazione e soprattutto contraddittorio, inducendo preferibilmente interventi correttivi. Il prof. Fracchia ha concluso sostenendo che sarebbe meglio investire nella formazione dei docenti le risorse che oggi si profondono nel complesso apparato di premi e punizioni. In altri termini, occorrebbe muovere verso una policy del tutto differente: migliorare la didattica non attraverso premi e punizioni, ma per mezzo della formazione dei formatori (i docenti).

Come mai a fronte di un tale volume di fuoco argomentativo (che va ad aggiungersi alle critiche che sul piano giuridico si sono accumulate negli anni), del mostruoso contenzioso amministrativo in materia di ASN e classificazione delle riviste (e prossimamente, com’è facile prevedere, di VQR, AVA e ludi dipartimentali), dell’asfissiante carico burocratico rovesciato sulle università, dell’incessante mortificazione della libertà accademica, della sfacciata violazione dei principi di pubblicità e trasparenza dell’azione amministrativa, dell’azzeramento dell’autonomia degli atenei accompagnato da stucchevoli e oltraggiosi richiami ai principi sanciti dall’art. 33 della Costituzione, dell’enorme conflitto d’interessi che contraddistingue gli “anvuriani”, di giorno acconciati da funzionari statali e di notte (tra)vestiti da scienziati intenti a discettare di bibliometria o scientometria su riviste di settore, come mai, dopo tutto questo deprimente e grottesco spettacolo, l’ANVUR è ancora in vita? Siamo sicuri che la premessa che accompagna molti discorsi sul tema – la valutazione di Stato è necessaria – sia corretta?

Pierpaolo Ciccarelli, Laicismo e persecuzione

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Il Bollettino telematico di filosofia politica propone alla revisione paritaria aperta l’articolo di Pierpaolo Ciccarelli, Laicismo e persecuzione. Abbozzo di una fenomenologia dello «spazio assiologico».

Ne anticipiamo, qui, la conclusione.

Se veramente, dunque, ci sta a cuore l’assolutezza dei valori, e non quella della forza, non c’è altro modo che salvaguardare laicamente lo spazio assiologico. Una volta, infatti, che questa sia stato limitato o annientato, all’espressione discorsiva dei valori rimarrà soltanto un’alternativa: o quella, nobile ma necessariamente relativizzante, del loro studio teorico e storico, oppure quella, ignobile eppure sempre più in voga quando si sollevano i problemi etici, dell’uso strumentale del discorso a fini propagandistici.

Chi desidera conoscere e discutere l’argomentazione dell’autore trova una versione commentabile  del testo qui.

Le istruzioni per partecipare alla revisione paritaria aperta si leggono, come sempre, qui.

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Ciò che non siamo: una conversazione sulle riviste scientifiche

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Bozzetto per la copertina del volume Ossi di seppia di Eugenio Montale Einaudi Torino L’articolo di Marcello Vitali-Rosati Qu’est-ce qu’une revue scientifique? Et…qu’est-ce qu’elle devrait être?, in un ambiente più libero di quello italiano e forse anche con interlocutori migliori, si interroga sulla necessità e sulla funzione delle riviste scientifiche nell’ambiente digitale.

Secondo un modello che soltanto eufemisticamente possiamo chiamare ingenuo i ricercatori prima ricercano, poi scrivono e, concluso il loro lavoro, passano il cosiddetto prodotto della ricerca alle riviste, le quali hanno, in primo luogo, il compito di valutarlo scientificamente e di dargli una forma degna e, in secondo luogo, quello di diffonderlo.  Così, finalmente, si ottengono delle “pubblicazioni”. I ricercatori, è noto, se non pubblicano muoiono.

Chiunque, però, abbia una familiarità anche remota con la cosiddetta pubblicazione scientifica sa che:

  1. le riviste non si occupano affatto della valutazione e raramente dell’editing – lavori, questi, svolti graziosamente e gratuitamente da redattori e revisori di solito stipendiati, se lo sono, dalle università e non dagli editori;
  2. le riviste tradizionali non sono vocate a diffondere i testi, ma a prenderli in ostaggio, limitandone la circolazione: quanto nel mondo della stampa era un passaggio tecnologicamente ed economicamente obbligato ora è divenuto un ostacolo che non viene scavalcato solo grazie al feticismo della collocazione editoriale.

Come mai questo modello economico aberrante, nel quale chi lavora paga il datore di lavoro per l’onore di esserne sfruttato e trattenuto lontano dal pubblico, continua a sopravvivere? Se gli accademici fossero battitori liberi, smettere di mandare articoli alle riviste o – ancor meglio, smettere di scrivere articoli per comporre piuttosto ipertesti sezionabili, commentabili e linkabili – non apparirebbe eroicamente anticonformista, ma semplicemente razionale.

Allo stato, però, a causa di sistemi di valutazione della ricerca fondati sulla lettura delle testate delle riviste in cui gli articoli sono privatizzati,

è preferibile pubblicare un articolo stupido e inutile in una rivista che nessuno legge, ma dal nome noto, piuttosto che un testo intelligente e che sarà  letto da molti ricercatori, ma in un blog privo di valore simbolico.

Le prima età moderna, tuttavia, non ha inventato le riviste per questo. Le ha inventate per la comunicazione scientifica, cioè per formare comunità  in grado di conversare e di cooperare nella ricerca. La causa dell’aberrazione attuale è l’attaccamento a una soluzione ormai tecnologicamente ed economicamente inadeguata a rispondere al problema per il quale era stata pensata. Per uscirne occorrerebbe risalire, a ritroso, dall’atto alla potenza per riflettere sugli scopi originali delle riviste, e cioè:

  1. costruire comunità, cioè spazi organizzati tramite la comunicazione;
  2. mettere la conversazione al centro, cioè creare zone di dialogo: la diffusione è un compito ormai banale, ma la discussione attenta dei testi lo è sempre meno;
  3. creare modelli di semi-stabilizzazione della conoscenza.

Queste tre fasi sono distinguibili soltanto analiticamente, perché sono reciprocamente interconnesse in un processo che chi prendesse sul serio il lavoro della ricerca dovrebbe considerare. Le tecnologie digitali – e in particolare il web semantico – consentono di costruire strumenti di indicizzazione e di ricerca che si estendono al di sopra e al di là dei singoli siti, aprendo spazi di discussione e comunicazione decentralizzati, nei quali risulta manifesto che fare ricerca – discutere, connettere, rivedere – è molto più che “pubblicare”.

L’articolo di Marcello Vitali-Rosati, sebbene il suo tema non sia nuovo, mette in luce con chiarezza quanto una valutazione della ricerca incentrata sui prodotti invece che sui processi impedisce, anche quando pretende di esserne un distillato: la formazione di comunità di conoscenza  che sanno valutare la propria ricerca facendola. A noi resta soltanto da chiederci se la distopica alleanza di Big Business e Big Government, con i suoi interessi di lucro e di potere, si adoperi per disgregare le comunità e impedire le conversazioni che hanno edificato la scienza moderna per imperizia, per caso o per deliberato progetto. 

Testo segnalato da Elena Giglia

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“Il peso del corpo sulla bilancia della giustizia”

Immagine: copertina del libroLa nostra collana Methexis si è arricchita di un nuovo libro ad accesso aperto, curato da Brunella Casalini e reso disponibile dall’archivio “Giuliano Marini”.

Non è storicamente vero che basti concepirsi come soggetti disincarnati e astratti perché i corpi divengano ugualmente leggeri. I corpi di alcuni, rimangono, infatti, irrimediabilmente pesanti, in quanto non corrispondono, o non si vogliono far corrispondere, al modello assunto come normale. Ecco, per esempio, quanto scriveva Giovanni Gentile nel 1934 (La donna nella coscienza moderna)

«La donna non desidera più i diritti per cui lottava [. ..] (si torna) alla sana concezione della donna che è donna e non è uomo, col suo limite e quindi col suo valore […]. Parlare di spirito non libera la donna dalla sua naturale sessualità, ma ve la incatena […]. Perché l’elevazione di questo (lo spirito) non potrà mai influire su quello (il corpo), che resterà sempre lo stesso con la materialità greve e massiccia che la donna trascinerà seco per tutta la vita come il suo destino. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui.

I saggi raccolti in questo volume, presentati da una lunga introduzione della curatrice,  parlano di questo peso – di una materialità molto difficile da affrontare con coerenza sia che la si intenda come dato di fatto giustificatore di discriminazione, sia che la si voglia far oggetto di una effettiva ricognizione filosofica e politica.

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