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Ciò che non siamo: una conversazione sulle riviste scientifiche

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Bozzetto per la copertina del volume Ossi di seppia di Eugenio Montale Einaudi Torino L’articolo di Marcello Vitali-Rosati Qu’est-ce qu’une revue scientifique? Et…qu’est-ce qu’elle devrait être?, in un ambiente più libero di quello italiano e forse anche con interlocutori migliori, si interroga sulla necessità e sulla funzione delle riviste scientifiche nell’ambiente digitale.

Secondo un modello che soltanto eufemisticamente possiamo chiamare ingenuo i ricercatori prima ricercano, poi scrivono e, concluso il loro lavoro, passano il cosiddetto prodotto della ricerca alle riviste, le quali hanno, in primo luogo, il compito di valutarlo scientificamente e di dargli una forma degna e, in secondo luogo, quello di diffonderlo.  Così, finalmente, si ottengono delle “pubblicazioni”. I ricercatori, è noto, se non pubblicano muoiono.

Chiunque, però, abbia una familiarità anche remota con la cosiddetta pubblicazione scientifica sa che:

  1. le riviste non si occupano affatto della valutazione e raramente dell’editing – lavori, questi, svolti graziosamente e gratuitamente da redattori e revisori di solito stipendiati, se lo sono, dalle università e non dagli editori;
  2. le riviste tradizionali non sono vocate a diffondere i testi, ma a prenderli in ostaggio, limitandone la circolazione: quanto nel mondo della stampa era un passaggio tecnologicamente ed economicamente obbligato ora è divenuto un ostacolo che non viene scavalcato solo grazie al feticismo della collocazione editoriale.

Come mai questo modello economico aberrante, nel quale chi lavora paga il datore di lavoro per l’onore di esserne sfruttato e trattenuto lontano dal pubblico, continua a sopravvivere? Se gli accademici fossero battitori liberi, smettere di mandare articoli alle riviste o – ancor meglio, smettere di scrivere articoli per comporre piuttosto ipertesti sezionabili, commentabili e linkabili – non apparirebbe eroicamente anticonformista, ma semplicemente razionale.

Allo stato, però, a causa di sistemi di valutazione della ricerca fondati sulla lettura delle testate delle riviste in cui gli articoli sono privatizzati,

è preferibile pubblicare un articolo stupido e inutile in una rivista che nessuno legge, ma dal nome noto, piuttosto che un testo intelligente e che sarà  letto da molti ricercatori, ma in un blog privo di valore simbolico.

Le prima età moderna, tuttavia, non ha inventato le riviste per questo. Le ha inventate per la comunicazione scientifica, cioè per formare comunità  in grado di conversare e di cooperare nella ricerca. La causa dell’aberrazione attuale è l’attaccamento a una soluzione ormai tecnologicamente ed economicamente inadeguata a rispondere al problema per il quale era stata pensata. Per uscirne occorrerebbe risalire, a ritroso, dall’atto alla potenza per riflettere sugli scopi originali delle riviste, e cioè:

  1. costruire comunità, cioè spazi organizzati tramite la comunicazione;
  2. mettere la conversazione al centro, cioè creare zone di dialogo: la diffusione è un compito ormai banale, ma la discussione attenta dei testi lo è sempre meno;
  3. creare modelli di semi-stabilizzazione della conoscenza.

Queste tre fasi sono distinguibili soltanto analiticamente, perché sono reciprocamente interconnesse in un processo che chi prendesse sul serio il lavoro della ricerca dovrebbe considerare. Le tecnologie digitali – e in particolare il web semantico – consentono di costruire strumenti di indicizzazione e di ricerca che si estendono al di sopra e al di là dei singoli siti, aprendo spazi di discussione e comunicazione decentralizzati, nei quali risulta manifesto che fare ricerca – discutere, connettere, rivedere – è molto più che “pubblicare”.

L’articolo di Marcello Vitali-Rosati, sebbene il suo tema non sia nuovo, mette in luce con chiarezza quanto una valutazione della ricerca incentrata sui prodotti invece che sui processi impedisce, anche quando pretende di esserne un distillato: la formazione di comunità di conoscenza  che sanno valutare la propria ricerca facendola. A noi resta soltanto da chiederci se la distopica alleanza di Big Business e Big Government, con i suoi interessi di lucro e di potere, si adoperi per disgregare le comunità e impedire le conversazioni che hanno edificato la scienza moderna per imperizia, per caso o per deliberato progetto. 

Testo segnalato da Elena Giglia

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“Il peso del corpo sulla bilancia della giustizia”

Immagine: copertina del libroLa nostra collana Methexis si è arricchita di un nuovo libro ad accesso aperto, curato da Brunella Casalini e reso disponibile dall’archivio “Giuliano Marini”.

Non è storicamente vero che basti concepirsi come soggetti disincarnati e astratti perché i corpi divengano ugualmente leggeri. I corpi di alcuni, rimangono, infatti, irrimediabilmente pesanti, in quanto non corrispondono, o non si vogliono far corrispondere, al modello assunto come normale. Ecco, per esempio, quanto scriveva Giovanni Gentile nel 1934 (La donna nella coscienza moderna)

«La donna non desidera più i diritti per cui lottava [. ..] (si torna) alla sana concezione della donna che è donna e non è uomo, col suo limite e quindi col suo valore […]. Parlare di spirito non libera la donna dalla sua naturale sessualità, ma ve la incatena […]. Perché l’elevazione di questo (lo spirito) non potrà mai influire su quello (il corpo), che resterà sempre lo stesso con la materialità greve e massiccia che la donna trascinerà seco per tutta la vita come il suo destino. Nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui.

I saggi raccolti in questo volume, presentati da una lunga introduzione della curatrice,  parlano di questo peso – di una materialità molto difficile da affrontare con coerenza sia che la si intenda come dato di fatto giustificatore di discriminazione, sia che la si voglia far oggetto di una effettiva ricognizione filosofica e politica.

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Classificazione delle riviste: un breve confronto fra l’ANVUR e la Directory of Open Access Journals

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La Cassazione a Sezioni Unite, con una recentissima sentenza (Cass., sez. un., 28 febbraio 2017, n. 5058), analizzata su “Roars“, a conferma di quanto già stabilito dal Consiglio di Stato, indica con chiarezza qual è il vizio giuridico delle classificazioni ANVUR:

la mancata predeterminazione di criteri ex ante da porre a fondamento delle determinazioni dell’amministrazione.

In altre parole, le decisioni classificatorie dell’ANVUR in merito alle riviste, a dispetto dell’importanza che hanno per la valutazione della ricerca e l’accesso all’abilitazione scientifica nazionale, sono, eufemisticamente, arbitrarie. Per essere più chiari – si tratta pur sempre di deliberazioni amministrative in uno stato che vorrebbe essere di diritto – possiamo anche dire: le decisioni classificatorie dell’ANVUR sono, francamente,  dispotiche.

Immagine: bilancia della giustiziaIl DOAJ, da parte sua, pur non essendo un indice stilato da un’autorità amministrativa e non danneggiando chi preferisce percorrere altre strade, predetermina i suoi criteri ex ante. Qui, per esempio, uno dei redattori italiani del DOAJ li spiega in modo chiaro e dettagliato. Anche se non si tratta di un giudizio, chi fa domanda d’inclusione sa con quale metro la sua rivista verrà misurata.

Il DOAJ è debole, perché tiene in mano solo una bilancia mentre l’ANVUR è armata della spada del potere amministrativo. Chi ha l’onore di contribuirvi come redattore volontario sa che, per quanto i criteri siano stati affinati nel tempo, non potranno mai interamente catturare, nel bene e nel male, le molte cose in cielo e in terra che non riusciamo a sognare con  la nostra filosofia. Ma proprio questo è il suo pregio: il suo tentativo di costruire e di argomentare collettivamente una catalogazione di una parte del mondo della comunicazione scientifica non può diventare dispotico. A sostenerlo, infatti, c’è la debolezza di una bilancia e non la forza di una spada che fatica, a quanto pare, a contenersi  nei limiti del diritto.

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Un nuovo ospite: il Wiki Italia Open access

Logo Aisa Da qualche giorno il wiki del “Bollettino telematico di filosofia politica” ha un nuovo, graditissimo ospite: il wiki dedicato all’open access in Italia, che per molto tempo ha girato su un server CASPUR successivamente passato al Cineca.

Il wiki si trova ora all’indirizzo

http://wikimedia.sp.unipi.it/index.php/OA_Italia.

Tutti i dettagli sono visibili sul sito dell’AISA, nella notizia scritta da Paola Gargiulo.

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Doaj: il piacer d’essere in lista

DOAJ SealSiamo felici di annunciare che il “Bollettino telematico di filosofia politica” non solo continua a essere incluso nella Directory of Open Access Journals, ma è anche fra le riviste insignite del DOAJ Seal.

La lista offerta dal DOAJ non è un indice stilato da un’autorità governativa, che impone con la spada il suo modello d’eccellenza; è l’esito della selezione di un gruppo di redattori,  che controllano, per quanto sta nelle loro competenze e possibilità, la conformità di chi lo chiede agli ideali della scienza aperta, senza nulla pretendere da chi sceglie di percorrere altre strade. Per questo, appunto, ci piace farne parte.

In questa occasione, il nostro comitato scientifico si è arricchito di un nome nuovo: quello del giurista trentino Roberto Caso, la cui competenza e il cui impegno per la scienza aperta si intendono da sé, senza bisogno di sigillo.

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Jacopo Foggi, Reddito minimo e piena occupazione. Note sull’idea dei “piani di lavoro garantito” e di “occupazione di ultima istanza”

Men Inside General Electric Motor 1928Questo articolo, ora disponibile sull’Archivio Marini, è un versione rielaborata di un testo già pubblicato qui. È stato oggetto di una revisione che, nata anonima, alla fine, proficuamente, non lo è stata, perché l’autore ha avuto una conversazione diretta col revisore. Ci siamo potuti permettere questo strumento eterodosso perché qui pubblichiamo per render pubblico e non per fornire pedigree accademici amministrativamente definiti.

La proposta dei piani di lavoro garantito, di cui Jacopo Foggi analizza pregi e difetti, invita a riflettere su quanti beni e servizi potremmo avere in più se, invece di far restare molte persone inoperose per effetto delle dinamiche di mercato, trovassimo, in quanto comunità politica, il modo per offrire ai disoccupati, elasticamente e anticiclicamente, delle occupazioni di ultima istanza su base individuale, volontaria, incondizionata. Questo progetto

parte dall’idea che una gran quantità di disoccupazione involontaria, fatta di persone che, a causa di mancanza strutturale di posti di lavoro, non riescono a trovare lavoro neanche abbassando le proprie pretese ben al di sotto del reddito medio prevalente, e che vi siano al contempo una gran quantità di bisogni sociali che non riescono a trovare una risposta efficace nell’ambito del mercato.

Lo stato, dunque, avrebbe

il compito di offrire un lavoro a tutte le persone disposte a lavorare al salario minimo stabilito.    L’obiettivo è duplice fin dall’inizio: ottenere la piena occupazione creando nuovi posti di lavoro, e di stabilire un pavimento vero ed efficace alla dispersione dei salari verso il basso, cioè alla presenza di posti di lavoro che danno stipendi inferiori alla soglia di povertà.

Lo stato, in questo modo, induce il mercato a comportarsi come se il lavoro avesse un valore non negoziabile e aiuta chi ripone la propria dignità a ritrovarla. Questi, del resto, sono gli strumenti dell’economista. A chi studia filosofia rimane da chiedersi se davvero la propria dignità e il proprio senso si ritrovino ancora, com’era per i protestanti che costruirono questa gabbia,  in un mercato, ancorché corretto, e in un lavoro, ancorché inventato.

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