Dmytri Kleiner, Manifesto telecomunista

Liberamente scaricabile presso telekommunisten.net, The Telekommunist Manifesto è un tentativo di riformulare il Manifesto del partito comunista  per l’età della rete.

Chi lavora in rete – ha sostenuto Kevin Kelly – adotta modi di produzione sociali e paritari, al di là dello stato e del mercato, che sembrano approssimarsi al socialismo. Dmytri Kleiner, sviluppatore e attivista, trasforma quest’intuizione diffusa in un programma politico ed economico complessivo.

Il sistema capitalistico corrisponde a un’architettura di rete di tipo client-server, il telecomunismo di Klein a un modello peer-to-peer, da estendere dal mondo delle macchine a quello degli uomini.  Nel primo caso ci sono gerarchie, privilegi e recinti, nel secondo auto-organizzazione e uguaglianza.

Internet è una rete aperta, decentralizzata e distribuita. Non è un giardino murato. Ben prima che si parlasse di Web, Usenet offriva una rete paritaria di server, senza un’amministrazione centrale, su cui gli utenti pubblicavano e  discutevano i propri contenuti, filtrando localmente la visualizzazione di quelli altrui. La novità del  Web 2.0 non è dunque l’user generated content, ma una condivisione sottoposta a forme di controllo centralizzato da parte di aziende private.

I sistemi peer to peer, proprio perché distribuiti, sono più efficienti di quelli centralizzati: mentre You Tube o Facebook richiedono enormi data center e grandi quantità di banda, a un nodo in una rete p2p basta un computer e una connessione internet commerciale. Sono più longevi, perché la loro sopravvivenza dipende esclusivamente dalla persistenza dell’interesse di chi vi partecipa, sono più resistenti alla censura, perché diffondono i loro contenuti in un modo simile a quello in cui l’antichità lasciava circolare i suoi manoscritti, e garantiscono maggiore privacy perché privi di un database centrale di utenti.

Il valore di servizi come Facebook non sta né nel loro software, né nei loro server, ma nei contenuti che vi caricano, gratuitamente, gli utenti: deriva dunque dalla recinzione e dalla privatizzazione di oggetti prodotti in comune, in modo da  controllarli e sfruttarli unilateralmente.

Secondo Klein, l’economia materiale ridurrà ai propri termini quella immateriale finché il modo di lavorare sperimentato in rete rimarrà confinato alla rete.  Il software libero, con la licenza GPL, usa il copyright – che pur affonda la sue radici nella censura  e nello sfruttamento  – per garantire che quanto è prodotto con mezzi di produzione comuni rimanga comune. I mezzi di produzione di uno scrittore di programmi, immateriali, sono altri programmi altrettanto immateriali, e facilmente collettivizzabili, perché non rivaliSi può fare lo stesso con mezzi di produzione materiali e rivali? 

Kleiner propone un sistema plurale di cooperative – le comuni di ventura – che acquistano e posseggono i mezzi di produzione affittandoli ai soci, coprono le spese tramite obbligazioni, e ridistribuiscono gli utili a tutti i propri membri, i quali sono ammessi alla società solo se offrono un contributo non patrimoniale, ma lavorativo. L’amministrazione comune di ciascuna cooperativa si limita alla gestione delle obbligazioni e degli affitti.

A dispetto dei suoi toni, il progetto del Manifesto è riformista: le comuni di ventura, a meno che non decidano di federarsi, stanno sul mercato come qualsiasi altra azienda basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, con un’unica, rilevante differenza: al loro interno non ospitano rapporti di lavoro subordinato.

In questa prospettiva, secondo Kleiner, le licenze Creative Commons sono “revisioniste” perché non rendono veramente comuni le opere dell’ingegno, ma si limitano a offrire ai produttori, indipendentemente dal loro modo di  organizzare il lavoro, una serie di recinti modulati in base alle loro esigenze. Il suo Manifesto è dunque soggetto a una nuova licenza, il copyfarleft – copyleft estremo che prevede una richiesta di remunerazione esclusivamente per gli usi commerciali da parte di aziende che sfruttano il lavoro subordinato.

Le licenze Creative Commons, però, non solo sono di più facile applicazione rispetto al copyfarleft, ma proprio per la loro gradualità e modularità, aiutano gli autori a emanciparsi dagli oligopolisti del copyright e a prendere coscienza della natura comunitaria degli oggetti culturali. In questo senso offrono una piattaforma il cui sviluppo spetta agli utenti, piuttosto che un  prodotto da prendere o lasciare.  Lo stesso Kleiner, per quanto parli il linguaggio del socialismo del XIX secolo, propone un progetto riformista e modulare, che potrebbe addirittura apparire come uno sviluppo del primo comma dell‘articolo 45 della costituzione italiana. Riprodurre, in questo contesto, il conflitto fra massimalismo e riformismo rischia  di ridursi a un‘inutile ripetizione della storia.

Stiamo vivendo una gravissima crisi economica strutturale, dovuta al fatto che intere società – capitalistiche e gerarchiche – hanno perso il senso della responsabilità e del rischio. Per i molti abituati a lavorare sotto padrone e a pagare le conseguenze di decisioni a cui non hanno partecipato, il telecomunismo potrebbe essere un esperimento allo stesso tempo liberatorio e responsabilizzante.

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Clay Shirky, Internet e il collegio invisibile

Come Internet sta cambiando il nostro modo di pensare?

Fra le 172 risposte presentate da Edge, Clay Shirky ne propone una particolarmente interessante per i ricercatori di professione.

Internet, scrive Shirky, ha aumentato straordinariamente la capacità espressiva dell’umanità. Ma che una risorsa divenga abbondante, da scarsa che era, è una sfortuna, almeno per chi su quella scarsità fondava il suo potere economico e sociale. Nel 1500 bastava saper leggere e scrivere per guadagnarsi da vivere: nei secoli successivi l’alfabetizzazione, proprio mentre diventava sempre più importante per la società, perse gradualmente il suo valore professionale. Qualcosa di simile accade ora per la capacità editoriale; mentre nel XX secolo rivolgersi al pubblico era un privilegio che dava influenza, denaro e prestigio, oggi lo può fare chiunque sia in rete.

Il primo esito evidente è un mondo de-professionalizzato, in cui sono in crisi tutti i modelli consolidati di valutazione della qualità. Questo è solamente un male, agli occhi dei più conservatori. Attraverso le rivoluzioni mediatiche dell’ultimo millennio il libro, nato come pezzo unico e opera d’arte, diventa prodotto industriale di massa, per finire come qualcosa che può comporre chiunque sappia usare un computer e collegarsi in rete.

Una società in cui chiunque abbia accesso alla sfera pubblica e in cui la partecipazione amatoriale – per dilettantismo, per amore – di massa sia qualcosa di scontato, può essere imprevedibilmente diversa dal mondo gerarchico di produttori attivi e consumatori passivi a cui erano abituate le generazioni precedenti. Quando venne inventata la stampa a caratteri mobili, fu usata dapprima al servizio della religione costituita, riproducendo Bibbie e indulgenze: nessuno avrebbe immaginato che nel giro di pochi decenni sarebbe stata determinante per il successo della Riforma di Lutero.

L’esperienza delle rivoluzioni mediatiche del passato può però darci una prospettiva su qualche futuro possibile.

Nella prima metà del Seicento, non c’era, in principio, una gran differenza fra chimici e alchimisti: entrambi indagavano sui misteri della materia in laboratori di storte e alambicchi. La cerchia attorno a Robert Boyle.- il cosiddetto invisible college che fu il germe della Royal Society — abbracciò il principio di credere solo a quanto dimostrato e di sottoporre i suoi membri a reciproco esame. Questo principio li indusse alla pubblicità, alla chiarificazione e alla condivisione dei risultati e delle procedure: gli alchimisti, che lavoravano da soli, mantenevano il segreto e tramandavano il loro sapere da maestro ad allievo o lo divulgavano in modo oscuro, furono soppiantati nel giro di un paio di decenni. Gli adepti del collegio invisibile divennero scienziati non semplicemente perché usavano la stampa, ma perché la usavano per sostenere e diffondere una cultura di comunicazione, trasparenza e discussione libera.

La rete può essere un invisible college sia nel senso di una scuola media invisibile – un luogo di divulgazione, narcisismo ossessivo e socializzazione vuota – sia in quello di un”università invisibile in cui si fa ricerca, si condividono risultati e ci si sottopone a un libero esame reciproco al di là dalle gerarchie delle accademie visibili. Sta a noi, conclude Shirky, decidere quale delle due opzioni sarà prevalente.

Kant, scrivendo di filosofia della storia, osservava che non è difficile fare previsioni sul futuro se il profeta ha il potere di influenzare i fatti con le sue parole e le sue azioni. Umberto Eco, che, pur non disdegnando di approfittare del lavoro gratuito altrui su Wikipedia, pubblica ad accesso chiuso perché crede nell’insostituibilità dei filtri dell’editoria e dell’accademia, contribuisce col suo comportamento a creare il tipo di Internet che critica – la scuola media invisibile. I fisici delle alte energie, che mettono immediatamente a disposizione di tutti anche i loro risultati più controversi e li discutono in pubblico contribuiscono alla rete come università invisibile. Per Eco la fisica è una disciplina talmente esoterica da aver paradigmaticamente bisogno di un sistema di pubblicazione altrettanto esoterico: l’esperienza dei fisici, però, dimostra che perfino questo esempio non è del tutto appropriato.

In questo momento, ci sono collegi invisibili che riescono a riproporsi con successo nel passaggio dal mondo esclusivo della stampa a quello più aperto della rete, e altri – specialmente nel settore delle scienze umane – che non ci provano nemmeno, o lo fanno con esasperante lentezza. Una simile scelta però, se vogliamo prendere sul serio l’analogia proposta da Shirky, non è priva di conseguenze: chi, nel corso di una rivoluzione mediatica “democratizzante”, si comporta come gli alchimisti si espone al rischio di fare la loro fine.

ResearchBlogging.orgThe OPERA Collaboraton: (2011). Measurement of the neutrino velocity with the OPERA detector in the CNGS beam Arxiv arXiv: 1109.4897v1

David, P. (2008). The Historical Origins of ‘Open Science’: An Essay on Patronage, Reputation and Common Agency Contracting in the Scientific Revolution Capitalism and Society, 3 (2) DOI: 10.2202/1932-0213.1040

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“Scienza & politica” ad accesso aperto

La rivista “Scienza & Politica”, diretta da Pierangelo Schiera, è ora disponibile ad accesso aperto presso questo indirizzo, che offre anche un archivio completo dei numeri passati a partire dal 1989. Nel mondo dell”università italiana si tratta di una scelta lungimirante e coraggiosa, che merita riconoscimento.

Che cos’è la filosofia

Ecco una risposta che arriva dagli antipodi, tramite il blog di John Wilkins:

filosofia è quello che si fa quando i fatti non assicurano una soluzione.

Wilkins usa tutta la ricchezza di riferimenti che ci si può aspettare da una disciplina con una bibliografia millenaria. Ma la finezza della definizione sta nel suo carattere elementare: se chiedo come funziona un motore a combustione interna, uno scienziato risponderà con una spiegazione basata sulle leggi e sui fatti della natura. Se chiedo, però, che cosa vuol dire “spiegazione” e che cosa s’intende per fatti della natura, faccio filosofia. Cioè propongo domande che non hanno risposte, o ne hanno troppe, o hanno conseguenze talmente impopolari che pochi sono disposti a svilupparle fino in fondo.

In questo senso la filosofia è prima delle scienze, e alla loro origine, perché la fa chiunque compia ragionamenti sui ragionamenti, e anche dopo le scienze, perché continua a porre domande anche quando gli scienziati hanno offerto le loro risposte disciplinari.  E in questo senso il sapere della filosofia o è interdisciplinare e diffuso – nelle piazze e nella rete – oppure non è.

Filosofici non sono i testi accademici ad accesso chiuso che non escono dai dipartimenti di filosofia. Filosofici sono i collegamenti o link che ci fanno andare da un nodo all’altro, a cercare inutilmente un senso al tutto. Filosofica è la ricerca che trascende la regola acquisita.  Filosofico è il giudizio dei morti.

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Marco Calamari, Lampi di Cassandra: l’altro Steve

L’articolo, pubblicato oggi su “Punto informatico”, è apparentemente dedicato alla differenza fra i due fondatori della Apple: lo Steve Jobs di cui parlano tutti, e l’altro, Wozniak, che ha lasciato l’azienda nel 1985, dopo aver creato i primi due veri personal computer, Apple I e Apple II. Mentre a Wozniak si devono i pochissimi momenti di apertura del software e del firmware Apple,

Jobs si è anche coperto del “fango” di aver scientemente concepito solo prodotti chiusi e di averli protetti con ogni arma fisica e legale possibile ed immaginabile, contribuendo non poco all’attuale pietoso e grave stato dell’informatica di consumo, e quindi della Rete stessa.

Chi si avvicina all’informatica da utente potrebbe considerare tutto questo di interesse soltanto tecnico. Ma noi studiosi, quando così ci convinciamo che i nostri contenuti siamo tanto importanti da rendere irrilevante, “tecnica”, la loro prigionia in sistemi di valutazione e di pubblicazione informaticamente chiusi e umanamente oligarchici, rinunciamo al potere individualmente minimo ma collettivamente enorme di costruire porzioni del mondo delle idee – e infine del mondo stesso – tramite l’uso pubblico della ragione. E questa rinuncia è tanto più colpevole quanto più ricordiamo e ammiriamo i costruttori di gabbie e ignoriamo chi lavora per aprirle, anche a prezzo di una minor fama entro la prigione. Marco Calamari, ingegnere, riesce a illustrarlo con filosofica chiarezza.

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Antonella De Robbio, Silvia Giacomazzi, Dati aperti con LODe

In questo articolo in italiano, pubblicato su Bibliotime, Antonella De Robbio e Silvia Giacomazzi ci raccontano che cosa sono gli Open Data e in particolare i dati bibliografici aperti, dati che, affermano le autrici, si trovano a metà tra due territori: da una parte, l’ambito della trasparenza amministrativa e delle forme di cittadinanza attiva che la prima rende possibile (Open Government Data), e dall’altra il cosiddetto Open Access inteso in senso ampio: l’accesso libero e gratuito ai risultati e ai dati scientifici (Open Science).

Le autrici ci danno così una definizione completa di dati bibliografici aperti, considerando sia gli aspetti giuridici che consentono un reale uso e riuso dell’informazione, sia i requisiti tecnici (Linked Data) che ne permettono l’interoperabilità e la contestualizzazione, spiegando anche perché oggi i tempi siano finalmente maturi per una convergenza tra il movimento Open Access e la comunità del Web semantico (ora Linked Data).