Jaron Lanier, You are not a Gadget

Mechanic of Cloud and Guardian of Hills IIJaron Lanier è un programmatore e un musicista. Il suo testo (*) – tradotto anche in italiano – parla degli esiti della rivoluzione telematica, in una prospettiva critica e non contemplativa come la metafisica di alcuni filosofi professionisti, che s’ispirano alla digitalizzazione per ridurre la realtà a “documentalità” come condizione di possibilità dell’anima, o, all’opposto, a un’“infosfera” popolata d’inforgs.

Nel Fedro Platone, da utente del testo scritto, s’interroga molto più sul “come” che sul “che cosa”, riflettendo sulle possibilità e sui limiti della scrittura e dei media non interattivi in generale. Socrate non discute con un tecnico della comunicazione, com’è Fedro, per stabilire se l’anima ci sia o no – ne parla solo in un mito – ma per capire la relazione fra le tecnologie della parola e l’ambiente culturale che esse contribuiscono a creare. È sociologia della comunicazione? Certamente. Ma è anche filosofia come critica e prassi teorica, come riflessione che s’interroga sui suoi strumenti, anziché cristallizzarli in un’esposizione metafisica. Solo una lettura superficiale può rappresentare Platone come un mero detrattore della scrittura a favore dell’interiorità segreta di un’anima non documentabile.

1. Smanettando con la filosofia

Se adottiamo la prospettiva di Lanier le metafisiche che affrontano la digitalizzazione in modo contemplativo non sono soltanto oziose: sono pericolose.

Costruiamo estensioni per il vostro essere, come occhi e orecchi remoti (web-cam e telefoni cellulari) e memorie espanse (la massa di minuzie che si può cercare online). Esse diventano le strutture con cui vi connettete al mondo e agli altri. Queste strutture, a loro volta, possono cambiare il modo in cui concepite voi stessi e il mondo. Smanettiamo con la vostra filosofia manipolando direttamente la vostra esperienza cognitiva, non indirettamente, tramite l’argomentazione. Basta un minuscolo gruppo di ingegneri per creare una tecnologia in grado di dar forma, a incredibile velocità, a tutto il futuro dell’esperienza umana. Perciò sviluppatori e utenti dovrebbero fare le discussioni fondamentali sulla relazione umana con la tecnologia prima di progettare tali manipolazioni (You are not a Gadget, cap. I).

Il software non è un dato: è una costruzione, una visione del mondo, che incide su di noi – proprio come la poesia criticata da Platone nella Repubblica – al di qua del ragionamento. E, come la poesia, è soggetto ai vincoli della tradizione, o, più specificamente, del lock-in che “trasforma i pensieri in fatti“. Gli umanisti conoscono bene questo fenomeno: è la sedimentazione di idee, costumi e istituzioni che rende tanto potenti e costrittive la culture umane – è l’eticità di Hegel, la convenzione e la prescrizione di Burke, il sistema di tutele che rende così difficile uscire di minorità nello scritto sull’Illuminismo di Kant. Il medesimo fenomeno,  però, trasferito al software, rischia di trovarli disarmati e proni a una contemplazione servile dell’esistente, a meno che non appartengano alla particolarissima categoria dei digital humanists. Lanier suggerisce di essere scettici sugli strumenti che usiamo: ma lo scetticismo – per non ridursi a tecnofobia – richiede una conoscenza tecnica di cui non sempre i contemplativi si curano. Lo stesso concetto di digital humanities – quando viene distinto dalle scienze umane – presuppone che gli strumenti e le interfacce del conoscere siano oggetto di specializzazione molto esclusiva e non interesse di una scienza semplicemente umana.

 2. You are a gadget, indeed

Dal punto di vista applicativo, la differenza fra il sito di una rete sociale e il web come esisteva prima che le reti sociali venissero introdotte è questione di piccoli dettagli. Sul proprio sito web si poteva sempre creare una lista di link ai propri amici e spedire messaggi di posta elettronica a una cerchia per annunciare quanto ci stava a cuore. Tutto quello che offrono i servizi di reti sociali è un pungolo a usare il web in un modo particolare, secondo una filosofia particolare (You are not a Gadget, cap. III).

Quando Tim-Berners Lee inventò il web,  progettò, pensandolo per la comunità del Cern, un’architettura aperta e minimalista, che riuscì a guadagnare, solo perché si fondava su una buona idea, una partecipazione e una cooperazione spontanea. I media sociali proprietari mercificano questa spontaneità, incoraggiando le persone a creare presenze standardizzate in modo da poterle classificare più facilmente nei propri database. Chi accetta di sottomettersi ai modelli riduttivi dei media sociali – il loro confinamento della gente in bolle, con i cacciatori di relazioni su Facebook e i carrieristi su Linkedin – accetta di ridurre se stesso, di limitarsi secondo stereotipi pensati da altri, e per fini diversi – e spesso opposti – ai suoi. Il denaro, in rete, serve in primo luogo a pagare la pubblicità (You are not a Gadget, cap. IV): questo significa che l’interesse più forte e prevalente nella società digitale non è la socialità, o l’arte, o la scienza, ma la manipolazione.

Lanier interpreta  il test di Turing alla rovescia, suggerendo di pensarlo non come esame empirico di umanità  per la macchina. ma come test di meccanicità per l’essere umano. Lo supererebbe, in questa prospettiva, non la macchina che si comporta in modo “umano” bensì l’uomo che, avendo accettato la riduzione a gadget, si comporta in modo meccanico – cosa, questa, non infrequente nel mondo dei media sociali.

3. Noosfera: dalla quantità alla qualità?

I frammenti della fatica umana che hanno inondato l’internet sono percepiti da qualcuno come componenti di una mente ad alveare, o noosfera.  Si usano termini come questi per descrivere una cosa concepita come una nuova superintelligenza che sta emergendo globalmente sulla rete. Alcuni, come Larry Page, uno dei fondatori di Google, si aspettano che internet a un certo punto diventerà viva, mentre altri, come lo storico della scienza George Dyson, pensano che potrebbe già esserlo. Derivati popolari come “blogosfera”  sono divenuti luoghi comuni.

Un’idea di moda nei circoli tecnici è che la quantità non solo si trasforma in qualità quando raggiunge una misura estrema, ma che lo fa secondo principi che noi capiamo già. Alcuni dei miei colleghi pensano che un milione o forse un miliardo di insulti frammentari produrrà alla fine una sapienza superiore a quella di qualsiasi saggio ben ponderato, a condizione che sofisticati algoritmi statistici segreti ricombinino i frammenti. Io non sono d’accordo. Viene in mente un modo di dire dell’informatica dei primordi: garbage in, garbage out (You are not a Gadget, cap. III).

La rete può pensare al nostro posto, grazie alla mera massa dei dati, delle connessioni e della potenza di calcolo? Quando dobbiamo spiegare un fenomeno dobbiamo trattarlo come deterministico: questa è scienza. Credere, però, che dalla mole digitalizzata dei dati, delle spiegazioni, delle connessioni e delle confutazioni scaturisca una coscienza cosmica significa passare dalla scienza allo scientismo.

Tuttavia, vedere la coscienza come qualcosa di misterioso, che non può ridursi a illusione perché tale riflessione presuppone pur sempre la coscienza stessa, non è tanto infondato quanto sostenere che l’anima senza l’informazione è, a sua volta, nulla? Fra queste due visioni del mondo che si confrontano teoreticamente in uno scontro indecidibile c’è però una differenza pratica. Credere in un’informazione che torreggia su di noi induce a un atteggiamento contemplativo; credere nell’autonomia della ragione – e già Kant sapeva bene che non vi si può coerentemente accedere tramite un algoritmo, ma solo tramite una vocazione – induce a un atteggiamento critico. La noosfera, in questa prospettiva, è semplicemente il mondo della cultura, con tutte le sue strutture, le sue sedimentazioni, i suoi lock-in, i suoi dati chiusi o aperti, le sue reti semantiche e no, e i suoi pregiudizi: ipostatizzarla significa scegliere di trattarla come un dato anziché come un costrutto.

 4. Maoismo digitale

Il maoismo digitale non rifiuta ogni gerarchia. Ricompensa, invece, in maniera preponderante un’unica gerarchia prediletta, quella dei metadati digitali [digital metaness], nella quale un pastone [mashup] è più importante delle fonti che sono state ridotte in poltiglia. Un blog di blog è più celebrato di un mero blog. Se avete catturato una nicchia molto alta nell’aggregazione dell’espressione umana – per esempio nel modo in cui Google ha fatto con la ricerca –  riuscite a diventare potentissimi. Lo stesso vale per l’operatore di un hedge fund.  Nella nuvola, meta equivale a potere (You are not a Gadget, cap. IV)..

Metaforicamente: la Bibbia è un testo meraviglioso frutto della collaborazione fra generazioni e autori per lo più anonimi. Ma una cosa è apprezzarla come prodotto della sedimentazione culturale, finestra sull’umanità e – per chi è credente – espressione indiretta di Dio. Un’altra è trattarla, fanaticamente, come la parola diretta di Dio, consegnando, così, un potere grande e incontrollabile a chi svolge il ruolo dell’aggregatore che ordina, accoglie ed espunge contributi secondo il suo arbitrio (You are not a Gadget, cap. III). Questa seconda posizione – usare un prodotto collettivo come un oracolo, enfatizzare la massa e la sua eventuale violenza rispetto al singolo  – è ciò che Lanier chiama maoismo digitale.

5. Il valore del lavoro intellettuale

Un effetto della cosiddetta cultura libera è che potrebbe infine costringere chiunque vuole sopravvivere sulla base di un’attività intellettuale (diversa dal badare alla nuvola) a entrare in una qualche specie di fortezza giuridica o politica  – o diventare favoriti di un ricco mecenate – per essere protetti dalla rapacità della mente ad alveare. In realtà “libero” significa che artisti, musicisti, scrittori e registi saranno costretti ad ammantare se stessi in istituzioni indigeste (You are not a Gadget, cap. IV)..

Questa tesi non può essere ridotta a un attacco al Web 2.0:, perché tocca un problema più ampio: in che modo le società fanno i conti con la loro “anima”?  In che modo riconoscono il lavoro dell’intelligenza?

Prima della stampa l’attività dell’intelletto era un privilegio che compensava se stesso, ed era per lo più scontato che il suo prodotto fosse comune. Gli autori poveri di mezzi dovevano rassegnarsi a dipendere dal mecenatismo. L’invenzione della stampa non decretò la loro indipendenza, ma il potere di nuovi mediatori, gli editori, dapprima, più intensamente, con il regime del privilegio librario e poi, più moderatamente, con un copyright, che però divenne sempre più sbilanciato a favore dei distributori.  La pubblicazione scientifica mainstream, garantendo ricche rendite da oligopolio a pochi latifondisti del sapere che privatizzano quanto ricevono a titolo gratuito, è il caso limite di questa tendenza. La mente ad alveare non ha inventato nulla: il comunismo della conoscenza e il tentativo di sfruttarlo per trarne profitto o per manipolare le coscienze  accompagnano tutta la storia della cultura umana. Il Web 2.0 con i suoi signori delle nuvole e i suoi servi della gleba digitali che li omaggiano di pezzi stereotipati di se stessi ne sono solo la manifestazione più recente.

La soluzione di Lanier – ispirata al progetto Xanadu – si adegua al presupposto che un bene comune e gratuito sia privo di valore. Con queste premesse l’anima può riottenere la sua dignità solo diventando di nuovo privata e monetizzabile. Anche se i costi di transazione di un sistema centralizzato di micropagamenti che permettesse l’accesso ma non la copia risultassero superiori alle remunerazioni degli autori, l’efficienza del mercato dovrebbe essere sacrificata alla sua pedagogia. L’unica alternativa a questo capitalismo inefficiente sarebbe il socialismo, che però è soltanto – esorcisticamente? – evocato, sebbene la critica di Lanier al Web 2.0 sia tecnicamente consonante con quella di Dmytri Kleiner, telecomunista.

6. Oltre il lock-in?

Molto prima che venisse inventato il Web 2.0, il sistema della pubblicazione e della valutazione scientifica ha sperimentato un oligopolio basato sull’alienazione del lavoro intellettuale a favore di un’oligarchia di multinazionali dell’editoria scientifica.  Si era riusciti a far credere che il valore dei testi non dipendesse dai loro contenuti, bensì dalla loro distribuzione e aggregazione bibliometrica. Questo sistema è simile al Web 2.0 perché monetizza quanto offerto gratuitamente, a favore di pochissimi signori delle nuvole. I suoi testi, però, oltre ad essere recintati in bolle di dati proprietari e chiusi, sono accessibili solo  a caro prezzo.

Il movimento per l’accesso aperto ha reagito all’oligopolio  impegnandosi perché tutti possano leggere i testi senza pagare il pedaggio ai signori delle nuvole. Nello spirito di Lanier, avremmo potuto esigere che gli  autori e i revisori degli articoli scientifici fossero remunerati per il proprio lavoro in proporzione ai profitti degli editori. Ma non lo abbiamo fatto. Non lo abbiamo fatto perché non siamo prigionieri del lock-in che sembra incantare Lanier: per noi il valore dell’attività dell’intelletto non è monetario, né, in generale, la moneta è la misura ultima di tutti i valori. Esistono e sono esistite società libere da questo pregiudizio: gli stessi mecenati che, nella prima età moderna, finanziarono la rivoluzione scientifica vivevano in un mondo in cui era il denaro – e non l’attività dell’intelletto – a doversi giustificare, trasferendosi su valori ulteriori.

Chi sente la monetarizzazione del valore come un lock-in culturale si rende conto che il potere dei signori delle nuvole non riposa sulla svalutazione dell’attività dell’intelletto, ma sulla nostra incapacità ideologica di riaffermare il valore gratuito – la grazia – del nostro lavoro e di farlo riconoscere alla società con forme di remunerazione alternative al monopolio – dal crowdfunding, a una politica fiscale adeguata, alla promozione della cooperazione -, e sulla nostra difficoltà tecnica a esaminare criticamente gli strumenti che usiamo e la filosofia che incorporano.

Se vogliamo una repubblica del sapere senza recinzioni, ma popolata da cittadini e non da gadget, Lanier merita risposte che non si limitino a una difesa d’ufficio del Web 2.0. Da umanista, ne propongo alla discussione due, fra loro connesse:

1. Tecnicamente, occorre tornare dall’enfasi sull’user generated content all’user generated interface. I contenitori – dagli editori tradizionali ai media sociali proprietari – non sono indifferenti, soprattutto quando ci impongono una filosofia e una visione del mondo, che può andare dal culto del copyright alla riduzione a gadget. Questo significa – per gli umanisti e in generale per chi usa la rete per fare ricerca – prendere o riprendere in mano il codice, e chiedere agli sviluppatori che ci aiutino a uscire di minorità. Non possono esistere contenuti liberi se non sono liberi, preliminarmente, i loro contenitori.

2. Filosoficamente, occorre collegare la questione dell’uso pubblico della ragione a quella del grado di controllo che a ciascuno deve essere riconosciuto nel proprio rapporto col pubblico. La cultura, con le sue strutture. ma anche con i suoi pregiudizi, è oggetto di responsabilità – e irresponsabilità – collettiva. I media sociali proprietari – come i monopoli tradizionali basati sul copyright – non possono sostituire le comunità di conoscenza senza togliere al “tempo libero” della ricerca e della vita la sua libertà. Bisogna lavorare perché queste idee diventino tanto banali quanto da noi  lo è, almeno formalmente, il principio della libertà d’espressione

(*) Il libro, anche se si trova facilmente in rete,  è ad accesso chiuso; è stato tuttavia segnalato perché merita di essere aperto e discusso. I brani citati sono stati tradotti da me e non vengono dalla versione italiana commercializzata ad accesso altrettanto chiuso da un editore potente a cui non desidero fare pubblicità.

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Roberto Gatti, Il popolo tra realtà politica e finzione ideologica

E’ on-line sul nostro sito dedicato alla revisione paritaria aperta un articolo proposto da Roberto Gatti, dal titolo Il popolo tra realtà politica e finzione ideologica.

Il senso del nostro esperimento è spiegato qui. Le indicazioni per i commentatori sono consultabili a partire da questo indirizzo.

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Archivio Marini: acquisizioni recenti

Gennaro Cosentino, La nozione di egemonia
 
Stiamo lavorando per accrescere e migliorare le funzionalità dell’archivio Marini. In ogni caso, per essere tempestivamente aggiornati è sufficiente approfittare dei feed Atom o Rss già disponibili in home page.
 
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Il marchio di scientificità

E’ appena uscita la lista delle riviste che, secondo l’Anvur, meritano di fregiarsene.  Per l’uso dei nostri autori: siamo stati inclusi anche noi, sia nell’area 14 (scienze politiche e sociali), sia nell’area 11 (scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche).

Dobbiamo festeggiare? Temo proprio di no. Rimane in piedi una questione di principio che Immanuel Kant, rivolgendosi a un despota, spiegava così:

Il monarca reca detrimento alla sua stessa maestà se si immischia in queste cose ritenendo che gli scritti nei quali i suoi sudditi mettono in chiaro le loro idee siano passibili di controllo da parte del governo: sia ch’egli faccia ciò invocando il proprio intervento autocratico ed esponendosi al rimprovero: Caesar non est supra grammaticos; sia, e a maggior ragione, se egli abbassa il suo potere supremo tanto da sostenere il dispotismo spirituale di qualche tiranno del suo stato, contro tutti gli altri suoi sudditi (AK VIII, 40).

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Le riviste di filosofia politica italiane di serie A

Humpty DumptyPer tutti quelli che – a giudicare dai nostri log – passano di qui a cercarle: sono state da poco rese pubbliche dall’Anvur, sia pure con un ritardo difficilmente spiegabile. Rinviamo chi fosse incuriosito da questo e altri enigmi alle dieci domande di Roars.

Questa lista, che dovrebbe servire per l’abilitazione scientifica nazionale, segue di pochi mesi un’altra lista, per l’uso della valutazione della ricerca, che già avevamo analizzato su queste pagine.

E’ interessante verificare se, per quanto concerne le riviste italiane incluse in serie A, la classificazione è rimasta invariata. Il confronto che segue considera solo le riviste del settore concorsuale di filosofia politica. Fra parentesi, è riportata la loro posizione nella classifica VQR;  in grassetto l’unica rivista ad accesso aperto.

Filosofia e Questioni Pubbliche (fascia B)
Iride (fascia B)
La Società degli Individui (fascia B)
Notizie di Politeia (fascia C)
Politica & Società (fascia A)
Quaderni di scienza politica (fascia B)
Ragion Pratica (fascia B)
Teoria politica (fascia B)

Filosofia politica, che era in serie A, è addirittura sparita dalla lista. E’ invece rimasta in serie A la giovanissima Politica & Società, di cui avevamo già avuto modo di parlare. Una rivista è stata promossa in A dalla serie C.

Queste variazioni dimostrano una cosa sola: che le classificazioni d’eccellenza delle riviste sono assai mobili e hanno un margine d’arbitrio evidente. Naturalmente, in questo momento, non sono in grado di dire se questa mia considerazione sia scientifica o no: che cosa sia scientifico, in Italia, lo decide il governo. (*)

Le liste dell’Anvur,  in quanto emanazione d’autorità, fanno torto alla libertà dell’uso pubblico della ragione che dovrebbe essere riconosciuta ai ricercatori di professione come a tutti gli altri e, mettendo retroattivamente  il passato sul trono, a ogni forma di disseminazione del sapere e di sperimentazione editoriale futura. Discutere di che cosa avrebbero dovuto includere e che cosa no o di quanto siano migliorate o peggiorate rispetto ai pronunciamenti di pochi mesi fa significa semplicemente accettare di essere degradati da cittadini a sudditi.

(*) V. il penultimo commento a questo articolo.

Aggiornamento

Perché il link al sito dell’Anvur non funziona più? Perché ora la lista è questa, in virtù di un’operazione, che ha rimesso “Filosofia politica” al suo posto. Le classifiche sono mobili – mobili come le statue di Dedalo.

 

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L’università e le sue crisi: una riflessione storica

1. Universitas magistrorum et scholarium

UniversitasMentre molte ricette d’“eccellenza” per l’università si pretendono senza tempo, l’articolo di Jean-Luc De Meulemeester, economista, pubblicato recentemente su “Pyramides”, invita a pensare in una prospettiva storica ampia, disciplinarmente inconsueta.

Alle sue origini, nel Medioevo, l’università – come Universitas Magistrorum et Scholarium – era una corporazione dedicata all’insegnamento superiore (studium). Poteva organizzarsi come la Sorbona, con un legame lasco con la Chiesa e dei professori liberi di lasciare la cattedra o di astenersi dal lavoro che controllavano studenti giovani e poveri; oppure come Bologna, di origini laiche, con studenti più adulti e ricchi che governavano professori legati al loro posto. In ogni caso, sia che i docenti fossero stipendiati dalla Chiesa, come a Parigi, o dal Comune, come si finì per fare a Bologna, l’universitas non solo godeva della libertà dell’ambiente urbano, ma – dotata di un proprio sigillo – decideva sul reclutamento dei professori, aveva personalità giuridica e autonomia amministrativa e giurisdizionale interna. Così, in un mondo prevalentemente gerarchico, gli universitari riuscivano a far esperienza di relazioni orizzontali.

L’università medioevale produceva medici, teologi e giuristi. Era dunque professionalizzante, relativamente indipendente dai poteri politici ed ecclesiastici in virtù del suo diritto particolare, ma – in quanto monopolista dello studium – conservatrice e poco vocata alla ricerca. La ricerca era per lo più nascosta, o perché finanziata da privati per i loro interessi, o perché patrimonio di corporazione o perché – come nel caso dell’alchimia – proibita dalla Chiesa. A partire dal XV secolo l’affermazione dello Stato moderno, che mal tollerava i diritti particolari, spense l’autonomia dell’università, riducendola a centro di formazione professionale al suo servizio.

2. L’età moderna: la scienza aperta e la prima crisi dell’università

La scienza aperta basata sulla verifica e sulla discussione pubblica e finanziata senza scopo di lucro da mecenati privati o dallo stato s’impose prevalentemente fuori dalle università, tramite le accademie e le riviste. I finanziatori, dopo l’esplosione rinascimentale delle ricerca, non erano più in grado di valutare da sé che cosa fosse valido e che cosa no: le riviste e le accademie offrivano alla società – con la loro revisione paritaria e con la loro capacità di costruire una reputazione pubblica – criteri di giudizio più efficaci di quelli nascosti nel chiuso della ricerca segreta.

La fonte principale di De Meulemeester è il lavoro di Paul A. David, che esplora il nesso fra le strutture istituzionali e gli incentivi alla perseguimento della conoscenza pura. Quando la ricerca è proprietaria e segreta, ne traggono vantaggio solo alcuni; quando è libera e aperta, aumenta il patrimonio di conoscenza della società e la possibilità collettiva di applicarla in modo produttivo. Da un punto di vista funzionale, una ricerca pubblica aiuta a convalidare più rapidamente i risultati teorici, riduce i doppioni, facilita le indagini complementari e beneficia l’indagine altrui. Nella prima età moderna, in Europa, il passaggio alla scienza aperta appare in contrasto con la finzione dell’homo oeconomicus e del suo interesse a massimizzare l’utile proprio e a trascurare quello sociale: merita, dunque, di essere spiegato.

Questa transizione, storicamente eccezionale, è frutto di una convergenza della diffusione della stampa, della complessità del nuovo linguaggio matematico, della pluralità dei centri di potere religioso e civile con la pratica pre-capitalistica del mecenatismo, a fini utilitari o ornamentali. Quando il linguaggio del sapere diventa complesso, i mecenati desiderosi di selezionare beneficiati che diano loro prestigio traggono vantaggio da un sistema di validazione collettiva, e analogamente gli scienziati si costruiscono – grazie alle accademie e alle loro reti di conoscenze – una reputazione pubblica, che li rende interessanti per i potenziali finanziatori. Nella seconda metà del XVII secolo, quando le monarchie assolute vollero soppiantare i nobili nella competizione per il prestigio, dovettero solo istituzionalizzare l’esistente, che si era rivelato capace di progresso, sebbene d’élite, sia per la pubblicazione, sia per la cooptazione accademica.

 A essere generosi si potrebbe concludere che questo sia un esito sociale sub-ottimale (o forse sub-sub-ottimale) – che assicura a chi riesce a entrare l’efficienza dello scambio di informazione scientifica come bene di club, ma perde la possibilità delle esternalità positive ancora più grandi che sarebbero derivate da una approssimazione maggiore a un regime scientificamente meritocratico e universalmente aperto nel perseguimento della conoscenza. (P. A. David, The historical origins of “open science”, p. 68)

3. Dall’Illuminismo a Humboldt: l’universitas scientiarum

Nel XVIII secolo si aggiunse alla concorrenza delle accademie nel campo della ricerca quella delle nuove scuole speciali, ispirate dall’interesse illuministico per un sapere applicabile, nella formazione professionale: la crisi delle università, che proponevano uno studium ormai ripetitivo e obsoleto, trovò soluzione solo all’inizio dell’Ottocento, con la riforma di Wilhelm von Humboldt.

Dopo la sconfitta di Jena (1806) i riformatori prussiani si resero conto dell’importanza del capitale umano per il progresso economico e tecnologico di una nazione e immaginarono un sistema che favorisse innovazione e progresso tramite una democratizzazione dell’accesso all’insegnamento, un incremento dell’istruzione generale e una convergenza culturale di élites e classi produttive. Il loro progetto, sebbene depotenziato per la caduta di Napoleone, ebbe come frutto un’universitas scientiarum che riuniva in sé la funzione dello studium e quella della ricerca, s’ispirava alla scienza aperta e s’incentrava sulla filosofia come facoltà “federativa”: il finanziamento statale e il posto fisso offrivano ai professori una prospettiva disinteressata e un orizzonte di ricerca ampio. Il successo del modello tedesco nella ricerca innovativa – negli anni compresi tra il 1901 e il 1933 la Germania ottenne 13 premi Nobel per la chimica, 10 per la fisica – lo rese oggetto d’imitazione in tutto il mondo.

4. La crisi del modello humboldtiano

Il sistema humboldtiano ha due limiti:

  • la combinazione di didattica e ricerca è stata pensata per un’università d‘élite e non di massa;
  • la protezione dal mondo esterno tende a creare un ambiente conservatore e socialmente inerte – come mostra l’acquiescenza della maggioranza dei docenti italiani e tedeschi di fronte alla soppressione fascista e nazista della libertà della ricerca.

Con la crisi economica del 1973, il modello humboldtiano incontra le prime difficoltà, mentre il finanziamento pubblico si riduce e le condizioni di lavoro dei professori si deteriorano Margaret Thatcher apre la strada a un orientamento favorevole al taglio dei fondi, alla concorrenza fra atenei, alla valutazione amministrativa della ricerca, alla licenziabilità dei professori, al perseguimento di obiettivi stabiliti dal governo e al finanziamento secondo la performance. Questi disegni rappresentano se stessi come ispirati a ideologie neoliberiste ma comportano pesantissimi interventi dello stato, che impone ai ricercatori obiettivi fissati dall’esterno e una gerarchia di accountability anch’essa esterna alla comunità scientifica. Il professore universitario diventa un lavoratore dipendente come gli altri, entro un’organizzazione che imita i valori di quella aziendale: non più la scienza disinteressata e libera, ma al vertice il desiderio di potere e di denaro e alla base l’ubbidienza. Lo smantellamento dello stato giuridico dei docenti e della struttura relativamente orizzontale delle università è il segno più chiaro di questo mutamento. La rivoluzione scientifica europea è fiorita in un mondo lontano dall’aziendalismo e dal burocratismo della fine del secolo scorso: cambiare così profondamente le sue condizioni istituzionali incide sulla qualità e sulla motivazioni della ricerca, a meno di non voler credere che la “cittadella della scienza” non abbia niente a che vedere con la città su cui insiste.

5. Oltre

Mentre la rete rende possibile ampliare il collegio invisibile dell’uso pubblico della ragione, anche la scienza inventata nell’età moderna sta vivendo una crisi che – economicamente – si manifesta nella forma di un aumento spropositato dei prezzi delle riviste a causa delle rendite da oligopolio lucrate da una manciata di multinazionali dell’editoria scientifica. Superati i vincoli tecnologici ed economici dell’età della stampa, il carattere sub-ottimale delle soluzioni moderne è ormai divenuto evidente: quanto pochi secoli fa appariva “scienza aperta” è ora oligopolio e oligarchia, in perfetta armonia con lo spirito gerarchico e burocratico dell’università neoliberista. Non a caso, un’operazione autoritaria come la valutazione amministrativa della ricerca italiana cerca d’imporre una lista esclusiva di riviste come marchio d’eccellenza anche fra discipline – come le scienze umane e sociali – di struttura e tradizione pluralista. Proprio quando la cittadella della scienza ha donato al mondo una tecnologia di disseminazione in grado di superare le limitazioni elitarie, la città che le ha dato origine sembra temere sempre di più la libertà dell’uso pubblico della ragione.

Di fronte a una rivoluzione mediatica, con un potere statale impaurito e impoverito, non è né utile né saggio rifugiarsi nella nostalgia e nel suo equivalente istituzionale, l’accademia dei morti viventi, o in un monopolio dello studium anch’esso esposto a mutamenti profondi.

Il gran signore che finanziava le arti e le scienze per amore della propria reputazione appartiene a un passato pre-capitalistico, che poco ha che fare con gli oligarchi del mondo contemporaneo. E’ però entrata nella sfera pubblica una moltitudine di piccoli signori che potrebbero e possono non solo offrire forme di mecenatismo diffuso, privato o statale, ma anche partecipare e contribuire alla discussione, come citizen scientists.

La scienza del passato ha giustificato se stessa rispondendo a due questioni fondamentali:

  • quella del valore della ricerca “inutile”: la ricerca ha senso in se stessa o serve solo a fini economici immediati? Dobbiamo orientare le nostre vite e le nostre società secondo l’utile o possiamo permetterci il lusso della filosofia, naturale e no?
  • quella dell’insegnamento: è trasmissione di informazioni e addestramento, oppure costruzione comunitaria di conoscenza e dunque parte integrante della ricerca? Se scegliamo la prima opzione, lo studium può concentrarsi in corsi di massa on-line; se adottiamo la seconda no, o non esclusivamente.

La prima questione ha ricevuto risposta più volte, nell’antichità, nel Medioevo e nella modernità. Quando, nel secolo scorso, si è tentato di separare la ricerca dal problema del suo valore, ne è risultata la proletarizzazione economica e spirituale dei ricercatori e lo smantellamento del modello istituzionale e culturale che aveva reso possibile la rivoluzione scientifica.

La seconda si è illustrata nell’esperienza delle accademie, a partire da quella di Platone. Entrambi le risposte, però, sono state d’élite, e come tali è stato ed è facile estinguerle: dovrebbero diventare risposte di massa. Questa è la sfida che oggi studium e ricerca si trovano variamente ad affrontare: il loro spirito sopravviverà all’economia aziendale soltanto se verrà fatto comprendere alla società nel suo complesso. Per questo la pubblicazione ad accesso aperto e la sperimentazione di nuove forme di revisione paritaria sono cause meritevoli di essere perseguite, indipendentemente dal destino dell’istituzione:

Un intervento in un forum che nel 2004 “Nature” aveva dedicato all’open access affermava che alla società non interessa la letteratura di ricerca, bensì la disponibilità sul mercato dei suoi risultati e che sarebbe economicamente insostenibile addossare l’onere del pagamento per la pubblicazione altrimenti che al lettore. Senza addentrarsi in un dibattito a cui l’esperienza degli anni successivi ha offerto ulteriore materia, rimane però interessante mettere in luce i presupposti taciti di queste tesi, che si vogliono fondate sul punto di vista spassionato dalla “triste scienza”:

  • la scienza è una specie di scatola nera o di stabilimento industriale chiuso che sforna “prodotti”, e non un processo cognitivo e sociale: al pubblico interessa solo consumare quanto gli è messo sul piatto, e non certo capire perché la pietanza è così e non altrimenti;
  • la pubblicazione scientifica può sostenersi solo nella forma di un procedimento industriale su larga scala, che richiede editori ben addentrati nello spirito del capitalismo.

Nell’età della stampa la pubblicazione scientifica aveva bisogno di un’organizzazione industriale. Ne ha ancora bisogno, nell’età della rete, quando una rivista riceve una quantità di manoscritti tale da non poter più essere gestita come attività collaterale da parte di un gruppo di studiosi. Quando ci sono riviste mainstream – riviste, cioè, che si trovano nella parte alta della curva che rappresenta una distribuzione a legge di potenza. Privilegiare riviste di questo tipo è stato per molto tempo inevitabile, per i limiti tecnici ed economici della stampa e per le dimensioni dei budget e degli scaffali delle biblioteche. Ma i core journals sono davvero indispensabili perché possa darsi una scienza degna di questo nome?

Gli umanisti sono abituati al pluralismo delle scuole, adagiate nelle code lunghe delle distribuzioni a legge di potenza e ai processi lenti, dolorosi ed erratici con i quali un autore si trasforma in un classico: per loro è facile rispondere di no. Ma una risposta similmente negativa viene anche da chi si occupa con consapevolezza di comunicazione della scienza: il suo flusso, scriveva Pietro Greco nel 2005, ha gli strumenti per diventare più simile a quello della laguna di Venezia che a quello del Rio delle Amazzoni. Nel fiume l’acqua del sapere scende dall’alto verso il basso, dalle vette delle Ande all’oceano dell’ignoranza; in laguna circola illuministicamente allo stesso livello per una miriade di canali e canaletti, di isole e isolette, di ponti e ponticelli. Ci sono, certo, isole e ponti e canali più importanti, o più piccoli e periferici, ma questo groviglio, questa complicazione è la vita del sapere quando è libero, in una biodiversità capace di ospitare una moltitudine d’interessi e di modi di fare ricerca, compresi quelli che, secondo alcuni, non dovrebbero esistere affatto.

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Jean-Luc De Meulemeester (2012). Quels modèles d’université pour quel type de motivation des acteurs ? Une vue évolutionniste Pyramides (21)

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