“Sono i [meta]dati, stupido”: perché Elsevier ha comprato SSRN

Queen Mary’s Psalter, Wikimedia commons A riprova di quanto sia pericoloso confondere un social medium accademico proprietario, ancorché relativamente accessibile, con un archivio ad accesso aperto, vale il recentissimo annuncio dell’acquisto di SSRN da parte della multinazionale dell’editoria scientifica Elsevier.  Anche se molti autori temono che i testi da loro depositati vengano resi meno accessibili, il rischio più serio non è questo. Elsevier, infatti, grazie a SSRN, e alla possibilità di connetterlo a Mendeley, di cui si era già impadronita in precedenza, metterà le mani su un’enorme quantità di metadati.
Come spiega Christopher M. Kelty in It’s the Data, Stupid: What Elsevier’s purchase of SSRN also means, SSRN in realtà non dispone di metadati particolarmente sofisticati: il numero degli autori, il numero di articoli per autore, il numero di scaricamenti e il numero di citazioni per articolo. Queste cifre, tuttavia, sono preziose perché vengono da un grande archivio accessibile, anche se non propriamente ad accesso aperto, e interdisciplinare, non connesso a nessuna aggregazione editoriale e a nessun sistema di metrica proprietario. La sua prospettiva, dunque, è molto più ampia di quella accessibile non soltanto a una singola riviste, ma anche a un singolo editore, per quanto grande possa essere.
Quindi: se le burocrazie accademiche e gli studiosi stessi continueranno a valutare e far valutare la loro ricerca con statistiche d’impatto, Elsevier potrà aiutarli a farlo – presumibilmente non a titolo gratuito.
Kelty suggerisce che il comunicato stampa di Elsevier:

Elsevier is actively linking data and analytics to its vast content base in ways no other potential SSRN partner can match. By connecting Mendeley, Scopus, ScienceDirect and its editorial systems, they’re helping researchers get a more complete picture of their research landscape. Institutions will also benefit with a better view of their researchers’ impact [corsivi miei].

debba essere tradotto così:

  • “helping researchers get a more complete picture” significa: “saremo in grado di produrre statistiche d’impatto applicabili al singolo ricercatore”;
  • “Institutions will also benefit” significa: “per queste statistiche le università saranno disposte a pagare un sacco di soldi”.

I metadati di SSRN erano già proprietari; con il suo acquisto si aggregheranno ad altri metadati entro un più ampio e pervasivo sistema editoriale proprietario, che, con tutta probabilità, pianifica di spostarsi dalla contestata e vulnerabile pubblicazione ad accesso chiuso a forme più avanzate di feudalesimo digitale.   Chi li comprerà accetterà, ancora una volta, che alla formazione dei criteri di valutazione della ricerca contribuiscano oligopoli il cui interesse è molto lontano da quello della scienza. Il mondo accademico che ci siamo costruiti, scrive Kelty, è un mondo in cui “un gran quantità di giudizi su qualità, reclutamento, avanzamento di carriera, conferimento di cattedre e premi è decisa da metriche poco trasparenti offerte da aziende a scopo di lucro.”

Ci va bene così? Se sì, possiamo lasciare i nostri articoli su SSRN avendo probabilmente poco da temere per la loro accessibilità. Se no, non è difficile spostarli  su un vero archivio ad accesso aperto.  Basta farlo.

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Emanuele Pinelli, Charles Lemonnier dall’ordine cosmico all’ordine europeo

Se abbiamo parlato con chiarezza, il lettore avrà capito che il principio sul quale si fonda la creazione degli Stati Uniti d’Europa, ossia l’istituzione giuridica di una federazione di popoli, è lo stesso principio della Repubblica, il quale non è altro che il principio stesso della morale. Quindi non possiamo, nelle nostre case e nelle nostre scuole, dare una buona educazione ai nostri figli senza che gli insegniamo, implicitamente, gli Stati Uniti d’Europa. Non possiamo essere giusti verso i nostri operai, verso i nostri capi, verso i nostri padroni, verso i nostri servi, senza che facciamo germogliare gli Stati Uniti d’Europa.

Chi studia Kant conosce il pacifista e pioniere del federalismo europeo Charles Lemonnier (1806-1891) anche per la sua interpretazione del controverso secondo articolo definitivo della Pace perpetua, di cui è stato presentatore e traduttore. L’articolo di Emanuele Pinelli, reso disponibile dall’archivio Giuliano Marini, esplora le radici filosofiche del suo ideale di Europa, molto diverso, ormai, dall’Europa di cui oggi facciamo esperienza.

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Platone: Ippia minore

tetradrakmaton Una nuova guida ipertestuale alla lettura dell’Ippia minore di Platone, composta per gli studenti dell’università di Pisa, è ora a disposizione di tutti qui.

Il dialogo, solo in apparenza enigmatico, porta alle estreme conseguenze, per l’uso di chi pretende che la formazione superiore sia soltanto “professionalizzante”, gli esiti di un ideale  di eccellenza costruito esclusivamente sul modello della tecnica.

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RFC: Brunella Casalini, Care e riproduzione sociale. Il rimosso della politica e dell’economia

Brunella Casalini ha depositato sull’archivio Marini l’articolo Care e riproduzione sociale. Il rimosso della politica e dell’economia, destinato ad essere incluso in una raccolta di saggi ancora in fieri.  Sarà grata a chi troverà il tempo di leggerlo e, soprattutto, di criticarlo e commentarlo approfittando dello spazio dedicato qui sotto.

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ResearchGate e Academia.edu non sono archivi ad accesso aperto

L’Office of Scholarly Communication dell’University of California ha sentito la necessità di pubblicare un articolo – A social networking site is not an open access repository – per spiegare ai docenti locali le differenze fra un sito di social networking e un archivio ad accesso aperto. Anche in Italia un numero non irrilevante di studiosi sembra assimilare media sociali proprietari specializzati come ResearchGate e Academia.edu agli archivi aperti istituzionali o disciplinari.  Questo errore tassonomico  può avere conseguenze gravi sia per la conservazione a lungo termine dei loro testi, sia per la possibilità di usarli come oggetti di ricerca.

Academia.edu e Research.Gate sono media sociali proprietari, gestiti da aziende private con fini di lucro. Offrono ai ricercatori la possibilità di caricare dei testi e di connettersi a colleghi con interessi affini: sono, in altre parole, una specie di Facebook per accademici – esposti, dunque, a critiche simili a quelle che si è attirato Facebook.

Gli archivi ad accesso aperto istituzionali o disciplinari sono invece normalmente gestiti o da biblioteche universitarie come servizio d’ateneo, o da consorzi di enti di ricerca. La loro proprietà, dunque, è tipicamente pubblica.

I bibliotecari californiani riassumono le differenze fra gli archivi ad accesso aperto e  le piattaforme sociali proprietarie in un efficace quadro sinottico, riadattato qui sotto per il lettore italiano:

Quadro sinottico

  1. Le piattaforme proprietarie non sono né aperte, né interoperabili: i loro utenti non hanno il permesso di esportare i propri dati e riusarli altrove, né, a maggior ragione, l’hanno le biblioteche. Chi vuole esportare in un altro archivio un suo articolo già caricato su una di queste piattaforme deve ridepositarlo a mano; chi vuole scaricare un testo da Academia.edu deve registrarsi come utente e fare il login. Gli archivi aperti, di contro, offrono dati e metadati aperti e riusabili, per esempio tramite il protocollo OAI-PMH.
  2. Gli archivi istituzionali assicurano una conservazione a lungo termine perché appartengono a istituzioni – le università – antiche e durevoli e sono amministrati da bibliotecari specializzati. Le piattaforme proprietarie appartengono ad aziende private, che domani possono fallire o convertirsi in qualcos’altro – tanto è vero che nei loro termini di servizio c’è scritto che possono interromperlo in qualsiasi momento.
  3. Affidare i propri documenti a piattaforme proprietarie è come scrivere nell’acqua. Il loro fine è il lucro: se l’investimento iniziale non risultasse redditizio scomparirebbero così come sono apparse.
  4. Come Facebook, le piattaforme proprietarie tendono a impadronirsi dei dati e dei contatti personali dei ricercatori, per incoraggiarli, anche aggressivamente, ad attirare amici e colleghi, e tendono a tormentarli con molti messaggi e-mail, in qualche caso al limite dello spam. Chi frequenta i media sociali proprietari va in cerca di connessioni: ma ci sono ricercatori che si sono convinti che i vantaggi materiali di queste piattaforme non compensino i danni morali che creano e c’è anche chi sta tentando di offrire a questa esigenza una risposta che non produca forme di feudalesimo digitale.
  5. Clausole poco note: solo a titolo di esempio, chi è consapevole  che depositando i propri testi in Academia.edu la autorizza a produrre opere da essi derivate?

L’articolo originale, molto più ricco di dettagli, merita di essere letto nella sua interezza – così come le considerazioni di Paola Galimberti su Roars. Come scrive Kathleen Fitzpatrick in  Academia, Not Edu, dobbiamo renderci conto che questi siti – esattamente come Facebook – non hanno lo scopo primario di facilitare la comunicazione fra studiosi, bensì quello di monetizzarla a proprio vantaggio. Usarli con la speranza  che offrano una pubblicità in grado di superare i tradizionali oligopoli editoriali – che traggono anch’essi diversamente profitto dalle nostre comunicazioni – rischierebbe di farci cadere in un’altra, più pervasiva concentrazione. Abbiamo più che mai bisogno di un‘infrastruttura di ricerca che connetta noi stessi e i nostri dati senza consegnarci alla servitù di interessi privati vecchi e nuovi.

Nel 2013 Evgeny Morozov immaginava uno scenario nel quale un’altra, ancorché un po’ più aperta, piattaforma proprietaria – Google Scholar – venisse chiusa perché poco redditizia e chiedeva:

Perché non ci stiamo preparando a questa eventualità costruendo una robusta infrastruttura pubblica? Non suona ridicolo che l’Europa sia in grado di realizzare un progetto come il CERN ma sembri incapace di produrre un servizio on-line per registrare e seguire gli articoli sul CERN?

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Roberto Gatti, Da Machiavelli a Rousseau: profili di filosofia politica

Copertina volume MethexisCominciamo il 2016 con un nuovo volume della nostra collana ad accesso aperto Methexis, Da Machiavelli a Rousseau: profili di filosofia politica, da oggi liberamente disponibile presso l’archivio Marini.

Si tratta di un testo che  – nello spirito di Pierre Hadot ma, ancor prima, di Nicola Abbagnano – rifiuta di studiare la filosofia come un succedersi di «dottrine» o di «momenti ideali», preferendo interpretarla come esperienza di «uomini solidalmente legati dalla comune ricerca» in un rapporto «di libera interdipendenza». Il confronto con i classici della modernità serve, qui, a qualcosa di più serio di produrre dottrine e costruire carriere: «misurarsi – al cospetto di regimi democratici in cui domina la silente prepotenza degli apparati o l’accattivante chiacchiera del demagogo di turno –  col problema del rapporto tra parola, verità e democrazia».

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