Aristocratismo, debolezza: Franco Cassano e l’umiltà del male

Di ‘aristocratismo etico’ ce n’è in Italia troppo poco. Una vera classe dirigente in Italia non c’è, perché sparita quella notevole aristocrazia di campagna che aveva alimentato la Destra storica, non è mai subentrata una solida borghesia. E perché in Italia mancano le istituzioni che ne favoriscano la formazione. Se vi fosse, la sua caratteristica sarebbe, naturalmente, di riconoscere e osservare dei doveri in più, non certo di dedicarsi all’auto-ammirazione.

Questo brano è tratto da una lunga recensione di Giacomo Costa all‘Umiltà del male, di Franco Cassano.  Il suo testo integrale, uscito altrove, è ora, per scelta dell’autore,  liberamente accessibile qui.  

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FAQ sull’accesso aperto

Contro l’informazione poco accurata che circola nei giornali e in rete, abbiamo composto delle FAQ sull’accesso aperto con le relative risposte. Per il momento le abbiamo lasciate generiche. Le renderemo specifiche, secondo la normativa italiana quando il legislatore riuscirà a darle un po’ di stabilità.

Sono pubblicate nella nostra sezione dedicata alla revisione paritaria aperta, perché chi le trova inesatte o poco chiare possa aiutarci a migliorarle.

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Cittadini fatti a macchina: neuroscienza, mito e politica

Brunella Casalini offre alla revisione paritaria aperta un articolo dal titolo Cittadini fatti a macchina: neuroscienza, mito e politica. Una sua versione ridotta   è stata pubblicata sulla rivista “In genere“.

Chi desiderasse commentare il testo senza essere già familiare con Commentpress può trovar utile consultare preliminarmente la pagina di presentazione del nostro sito dedicato.

 

 

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Spendere meno, spendere meglio: una proposta panottica di J.-C. Guédon

open access logoJ.-C. Guédon ha commentato la nostra campagna di crowdsourcing in merito alle spese delle biblioteche  sulla mailing list Nexa.  Offriamo, qui di seguito, la versione italiana delle sue osservazioni – che presuppongono un mondo accademico molto diverso da quello impostoci dalla burocrazia della valutazione e dei tagli, perché consapevole che bisogna cooperare,  per uscire di prigione.


Da molto tempo gli editori giocano al “dilemma del prigioniero” facendo firmare alle biblioteche clausole di riservatezza sull’esito delle trattative come condizione per conservare quanto è presentato come un privilegio fatto su misura, vale a dire un piccolo sconto sul prezzo complessivo di un pacchetto di testate e di database.  Senza la clausola di riservatezza, lo sconto va perduto. Questo significa che gli editori godono di ciò che si potrebbe senza dubbio chiamare – per usare il concetto di Bentham come rielaborato da M. Foucault – un vantaggio “panottico” sulle biblioteche.

È ben ora che le biblioteche reagiscano con un sistema panottico simmetrico per ripristinare un qualche grado di equilibrio nella relazione di potere con gli editori. Potrebbero farlo creando un database delle licenze e dei costi di ciascun editore, naturalmente con una descrizione dettagliata di quanto ottengono in cambio dei loro soldi,  e rendendolo pubblico. Questo sistema panottico potrebbe partire su base nazionale, per esempio in Italia, e poi, per imitazione, diffondersi nel mondo.  E dovrebbe essere esplicitamente progettato per evitare che alcuni bibliotecari siano puniti per non aver conseguito l’accordo migliore: non deve, cioè, essere inteso come una classifica, bensì come un modo per documentare l’estensione arbitraria dei prezzi, quanto sono l’esito di trattative opache.

A proposito di spesa bibliotecaria, le biblioteche, su base nazionale, potrebbero concordare collettivamente che, da ora in poi, il loro budget complessivo per gli acquisti verrà suddiviso fra gli acquisti e il sostegno di iniziative ad accesso aperto (sia verdi sia auree), e questa suddivisione potrebbe spostarsi gradualmente verso l’Open Access.  Si potrebbe immaginare, dunque, che il primo anno le biblioteche dirotterino il 5% del loro bilancio per sostenere riviste ad accesso aperto, il secondo anno il 10% e così via. In questo modo il flusso di ricavi dei grandi editori si ridurrebbe inesorabilmente, mentre si finanzierebbe qualche iniziativa Open Access a livello nazionale, per esempio una piattaforma italiana simile a SciELO o un megajournal scientifico ad accesso aperto. E se i ricavi cominciassero a diminuire, e diventasse noto nei circuiti degli investitori, il valore delle loro azioni cadrebbe precipitosamente…

Le biblioteche, collettivamente, detengono un potere d’influenza enorme: non hanno, però, trovato ancora il modo di organizzarsi per trarne vantaggio.

 

 

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Originalità e insularità: una discussione platonica

Hassan TowerIn “Why Plato wrote”: the insularity of Platonic studies (Center for Hellenic Studies Research Bulletin, Harvard 2012) Andrea Capra discute un libro di Danielle S. Allen, Why Plato Wrote, edito nel 2010, ad accesso chiuso, da una multinazionale dell’editoria scientifica. Il suo articolo merita la lettura perché aiuta a capire in che acqua nuotano gli accademici.

D.S. Allen è una studiosa nota e influente le cui tesi – secondo Capra –  sono interessanti ma non nuove.  Platone scrive per cambiare la vita di chi lo legge, tant’è vero che si trovano tracce della sua lingua in discorsi del IV secolo; non fa politica attiva, ma è una sorta di attivista culturale. Le fonti dell’autrice, che la inducono a dichiararsi originale, sono tutte recenti e di lingua inglese. Ella sembra ignorare, fra gli altri, autori antichi come Dicearco, e platonisti contemporanei come Gaiser e Cerri – il primo oscurato dall’associazione alla scuola di Tübingen, il secondo dall’italianità.  C’è, dunque, “un’insularità crescente negli studi platonici, specialmente fra gli studiosi di lingua inglese,  [per la quale] opere estremamente utili e valide sono ignorate solo perché non sono nella lingua o della scuola giusta”?

Mettendo per iscritto i suoi logoi, Platone, per così dire, condusse alla filosofia (proetrepsato) una quantità innumerevole di persone; d’altra parte, però, indusse qualcuno a far filosofia in modo superficiale (Dicearco, PHerc. 1021, Col. I 11-17, ed. Dorandi).

Platone, sociologo della comunicazione e retore filosofico, non era isolato. Perché gli umanisti di oggi si sentono tali, in un mondo la cui tecnologia è andata ben oltre le triremi e il manoscritto?

Come osserva Barbara Graziosi nel suo commento, la contesa non riguarda la completezza bibliografica – non si possono leggere tutti i libri – ma l’interpretazione platonica. Secondo Capra, vedere Platone come un “think-tank activist” e non come un politico della filosofia, che lavora per la filosofia e non per altri è parzialmente corretto ma superficiale. Questa superficialità si fonda a sua volta su una conoscenza superficiale, “insulare”, della letteratura secondaria. Chi scrive in inglese può permettersi di rappresentarsi come originale per un pubblico che non legge l’italiano o il tedesco o riduce gli autori all’etichetta della loro scuola.

La rete rende ancor più evidente che il mondo della cultura è infinito o indefinito, e che proprio in questo consiste la sua vitalità. Chi ne è consapevole evita di proclamarsi originale per non esporsi a facili confutazioni. È, d’altra parte, normale che idee simili si presentino negli ambiti più diversi e per le esigenze più svariate. Per esempio Mario Biagioli ha scritto, nel 2011, che solo F.Kawohl e M.Kretschmer, in un articolo del 2009, si sono resi conto dell’inconsistenza del concetto di proprietà intellettuale in Fichte, ignorando quanto avevo pubblicato nel 2010 e addirittura nel 2006.  Non c’è, in casi come questi, malafede: frequentiamo cerchie intellettuali che s’intersecano solo occasionalmente.  

Però, in un mondo accademico che si comporta ancora come se credesse nell’originalità romantica, può esserci un interesse inconfessato all’insularità.  Se, contro il cosmopolitismo dell’uso pubblico della ragione, si recinta la cerchia delle opinioni rilevanti, escludendo chi non parla le lingue giuste, non conosce le persone giuste, non pubblica nelle riviste giuste, diventa possibile rivendicare la propria originalità senza timore di essere contraddetti, perché si è trasformato un infinito al di là del senso in un finito che si attribuisce senso da sé:  il mondo delle idee non sta più in un luogo al di sopra del cielo ma nella piccola comunità umana a cui noi stessi apparteniamo. Questo è lo spirito dell’accademia dei morti viventi, che, in nome di una burocratica patente d’eccellenza, limita da sé la vita del pensiero: ubi solitudinem faciunt, novitatem appellant. Non è però quello di Platone, per il quale la ricerca non era fatta di etichette, ma – nel mondo al di sotto del cielo, in cui trascorriamo tutti noi – d’indigenza, di spossessamento e di confutazione, in un continuo cominciare da capo.

Danielle Allen, che pubblica ad accesso chiuso,  si dice solita iniziare ormai le sue ricerche esclusivamente da fonti on-line, quindi – secondo lei – prevalentemente in inglese. Non possiamo ridurre questa giustificazione a una scusa, senza prima chiederci quanti studiosi sanno essere consapevoli dell‘infrastruttura in cui circola la loro ricerca e se ne assumono la responsabilità.

 

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La crisi dei prezzi dei periodici in Italia: quanto ci costano le riviste scientifiche?

tetradrakmatonPer serial crisis i bibliotecari intendono l’aumento continuo e sproporzionato dei prezzi delle riviste scientifiche più importanti – i cosiddetti core journals – iniziato nell’ultimo quarto del secolo scorso.  Le sue cause e le sue conseguenze sono state oggetto di numerosi studi, fra i quali quello di J.-C. Guédon  tradotto  da noi qualche anno fa.

Anche se molti sistemi bibliotecari di ateneo rendono pubblici i propri bilanci,  i dati italiani su questo fenomeno sono parziali,  sepolti in formati poco amichevoli e non sempre freschissimi.  Però, dopo il 18 marzo 2013, dati e documenti offerti online dalle amministrazioni pubbliche devono essere intesi come aperti di default,  a meno che una licenza d’uso esplicita non stabilisca altrimenti.

Stando così le cose,  diventa possibile sperimentare una sorta di crowdsourcing di dati già pubblici,  in attesa di qualcosa di più organico fornito dai grandi consorzi di acquisto come CARE e CIPE, o dallo stesso MIUR. Il nostro scopo è dare una risposta semplice a una domanda semplice, basandoci su dati italiani e non americani.

Per esempio, nel 2011 il sistema bibliotecario dell’università di Pisa ha speso, dei 3.139.670 euro dedicati agli acquisti, 2.886.027 euro per i periodici e le banche dati e solo 253.643 euro per i libri. La crisi dei prezzi esiste anche da noi.  Avremmo, in verità, bisogno di sapere di più: per esempio quanto va alle multinazionali dell’editoria scientifica per i periodici e le banche dati (comprese quelle che si usano per la valutazione della ricerca), quanto va agli editori piccoli e italiani; quanto gli studiosi italiani pubblicano in Italia e quanto altrove.

Sospettiamo che i fondi del nostro sistema di ricerca, già gravemente sottofinanziato, siano drenati a favore di giganti editoriali multinazionali e a danno di tutti gli stakeholder locali, quando la pubblicazione accademica potrebbe adottare lo stesso modello del software libero,  sviluppando competenze locali che traggono profitto da un codice condiviso. Ma senza dati non è possibile andare oltre il sospetto, anche se, certamente,  potremmo spendere meglio i soldi del contribuente.

In attesa che le amministrazioni offrano qualcosa di più organico,  proponiamo un sondaggio, dedicato ai sistemi bibliotecari delle università e dei centri di ricerca, così da aggregare il maggior numero possibile di dati pertinenti. Parte di questi dati, infatti,  è  già pubblicata, di solito sotto forma di documenti pdf seminascosti nei meandri di siti istituzionali grandi e complessi. Si tratta semplicemente di aggregarla e di renderla riutilizzabile.

Le risposte ricevute sono disponibili in questo foglio di calcolo Libreoffice (qui anche in formato csv) in modo da rendere quanto ricevuto,  sebbene parziale,  disponibile per chiunque desideri  elaborarlo.

Aggiornamenti

Quando il foglio di calcolo indica come fonte “Amministrazione” i dati relativi sono stati forniti direttamente dall’amministrazione bibliotecaria.

Nel caso dell’università di Milano, la cifra 731019 riportata come addendo in due celle riguarda le banche dati, disaggregate dalle altre risorse elettroniche. I numeri milanesi sono ancora in discussione per un problema interpretativo: vanno dunque intesi come provvisori fino a nuovo avviso.

Il sistema bibliotecario del politecnico di Torino offre un dato disaggregato molto interessante: nella sua spesa complessiva di € 546.240,93 per i periodici, solo 11.924,15 euro vanno a editori italiani.

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