L’articolo che Paola Galimberti offre alla revisione paritaria aperta parla di occasioni perdute, vale a dire di alluvioni di parole a cui raramente sono seguiti fatti.
A parole ci sono stati molti impegni declaratori, alcuni dei quali precoci come l’adesione del 2004 alla dichiarazione di Berlino sotto il patrocinio della Crui, altri tardi e parziali, come l’anomala legge del 2013 sull’accesso aperto e un piano nazionale per la scienza aperta privo di finanziamenti e infrastrutture di sostegno.
La pratica della scienza aperta richiede tempo e competenze specifiche, scelte consapevoli e supporto adeguato. Se i ricercatori non riescono a vedere il vantaggio di questa gestione onerosa (ad esempio in termini di riconoscimento), se le istituzioni non mettono loro a disposizione competenze e strumenti, è difficile che ci si applichino e vi aderiscano.
Nel nostro Paese le molte premesse per uno sviluppo normalizzato della scienza aperta ci sono state e ci sono ancora. Si tratta solo di implementarle in maniera consapevole, e il National chapter di COARA potrebbe forse essere un primo passo.
Dopo vent’anni, però, dovremmo chiederci se la questione della scienza aperta italiana sia riducibile a un problema amministrativo che istituzioni e funzionari più consapevoli e illuminati saprebbero risolvere, e considerare l’ipotesi che il suo seme non abbia attecchito semplicemente perché fin dall’inizio è stato piantato solo un simulacro di pietra da esibire in eventi cerimoniali e declaratori. Come mai l’unico accesso aperto normalizzato è quello, programmaticmente conservatore, di contratti “trasformativi” solo in senso ironico? Come mai istituzioni che per la scienza aperta non sono andate molto oltre le dichiarazioni hanno invece collaborato con zelo a una riforma del sistema che ha condotto a una compressione selettiva e cumulativa degli atenei italiani, a una crescente e insopportabile precarizzazione e gerarchizzazione dei ruoli accademici e a una valutazione di stato centralizzata e ferocemente bibliometrica – a dispetto dell’articolo 33 della costituzione?
La presenza di iniziative che nascono dal basso, da pochi studiosi e istituzioni, mostra che, perfino sotto una valutazione di stato pervasiva e autoritaria, chi è strutturato nell’università italiana e vuole fare scienza aperta la fa, pur su scala artigianale e rinunciando a ciò che normalmente passa per potere e prestigio. Galileo Galilei seppe cogliere l’occasione che la stampa gli offriva per pubblicare il suo Sidereus Nunciussenza bisogno, e anzi contro, il Sant’Uffizio. E già alla fine dell’ultimo decennio del secolo scorso il World Wide Web, il software libero e le licenze Creative Commons offrivano l’occasione di aprire la scienza a chi avesse voluto fare uso pubblico della ragione: e ci fu chi fu capace di coglierla, senza bisogno di corsi di formazione ad hoc.
La via amministrativa alla scienza aperta con le sue dichiarazioni, pianificazioni, incentivazioni e monitoraggi sembra una scorciatoia inevitabile in un’università burocratizzata come quella, prima che neoliberale, moderna. E lo è: ma porta da tutt’altra parte. Gli amministratori suddividono arbitrariamente la ricerca in elementi discreti: “prodotti”, dati, pubblicazioni, sedi editoriali, impatti calcolabili in termini di citazioni su riviste o anche su media sociali. E a questi elementi associano castighi e premi, necessariamente rivolti a “masse uniformi e obbligate”. La scienza (aperta), invece, è difficile da tradurre in adempimenti, perché, avendo a che fare con problemi ancora non del tutto risolti, non solo è metodo e processo, bensì metodo e processo esposti essi stessi alla discussione. La comunità scientifica, quando l’interesse è quello della scienza, può permettersi di essere anarchica. Al matematico russo Grigori Perelman, per far riconoscere un avanzamento di grande importanza, bastò l’ArXiv e una comunità scientifica attenta.
Wilhelm von Humboldt, in un frammento incompiuto e per molti decenni abbandonato in un archivio, si era chiesto come fosse possibile inserire l’anarchia dei problemi ancora non del tutto risolti negli istituti di studi superiori, e aveva disegnato un progetto minimalista, isolato e fragile in un mondo che, dopo la Restaurazione, sarebbe divenuto molto diverso da quello immaginato dai riformatori prussiani. Le strutture italiane attuali, altrimenti impiegatizie, riposano su un sistema iperburocratizzato di premi e castighi, che difficilmente può ospitare gli spazi negativi della discussione della scienza (aperta) – anche se la relativa retorica rimane utile per una patina di legittimazione in continuità col passato. Perché mai convertirsi davvero alla scienza (aperta)? Perché mai tentare un simile salto nel vuoto? Perché allevare ricercatori amministrativamente e spiritualmente liberi dalle catene bibliometriche e dalla valutazione di stato, e dunque in grado di rifiutarsi di privatizzare il loro lavoro in brevetti, o di asservire perfino la ricerca di base a scopi commerciali1 o militari?
Come l’Occasione di Machiavelli, anche i ricercatori italiani tengono il piè sopra una rota: ma la loro non è la ruota del kairos bensì quella in cui certi piccoli animali domestici vengono fatti esercitare da chi li ha messi in gabbia: non porta da nessuna parte ma conforta, trasferendo ad altri il compito di stabilire il senso di tutto il loro girare.
A un programma informatico si assegna talvolta il nome della facoltà umana che si desidera implementare; così, osservava nel 1976 Drew McDermott, si ingannano molte persone, tra le quali in primo luogo se stessi, riguardo a ciò che il programma è effettivamente in grado di fare: “un programma chiamato ‘PENSARE'” – scriveva McDermott – “tende ad acquisire inesorabilmente strutture di dati chiamate ‘PENSIERI'”. L”espressione “intelligenza artificiale generativa” è un esempio di tale “mnemotecnica dei desideri”: induce infatti a dimenticare che si tratta di software che gira su computer e che generare output a partire da input è ciò che i software normalmente fanno.
L’interazione con tali sistemi non ha nulla a che vedere con l’interlocuzione con un essere umano. Quando immettiamo, quale input, una domanda – ad esempio, “Chi ha scritto I promessi sposi?” –, la domanda che stiamo effettivamente ponendo è un’altra: nel caso di questo esempio, è: “Data la distribuzione statistica delle parole nel corpus iniziale di testi, quali sono le parole – che gli utenti e i valutatori approverebbero maggiormente – che è più probabile seguano la sequenza “Chi ha scritto I promessi sposi?“”.
L’operazione che i generatori di linguaggio sono in grado di svolgere è il completamento automatico: producono testi pertinenti, rispetto agli input che ricevono, ossia testi sintatticamente e lessicalmente corretti, ma privi di intenti comunicativi. Simili sistemi sono dunque capaci di produrre linguaggio, in un senso molto ristretto e impoverito del termine, e, al tempo stesso, incapaci di pensare: non hanno accesso al significato in senso proprio, ossia alla relazione tra le forme linguistiche e qualcosa di esterno ad esse, non sanno ciò che scrivono, non ragionano, non sono capaci di astrazione e generalizzazione, non sono in grado di correggersi, non hanno il senso comune e la conoscenza sociale alla base della competenza linguistica umana. Sono “pappagalli stocastici“: producono parole senza conoscerne il significato e lo fanno sulla base di informazioni probabilistiche sul modo in cui le sequenze di forme linguistiche si combinano nei testi di partenza.
Per il resto, un testo costitutivamente inaffidabile, che richiede che l’utente del sistema si sobbarchi con altri mezzi l’intero lavoro di verifica, è utile quasi solo nei casi in cui chi dovrebbe scrivere non abbia voglia di scrivere e chi dovrebbe leggere non abbia intenzione di leggere, nei quali è perciò sufficiente che i testi somiglino, per struttura, lessico e sintassi, a ciò per cui li si spaccia (ad esempio, a un progetto europeo o un articolo scientifico), così da superare il test di una lettura distratta e cursoria.
I generatori di testo plausibile sono oggi utilizzati per le comunicazioni burocratiche, nei casi in cui sia previsto che i pochi punti essenziali, oggetto della comunicazione, siano affogati in una o due pagine di formule convenzionali. Di converso, chi riceve le due pagine chiede talora a un generatore di testo di estrarne i punti essenziali, senza alcuna garanzia che coincidano con quelli oggetto della comunicazione originaria. Nei casi di questo genere, sarebbe opportuno trarre le conseguenze delle analisi di David Graeber sui bullshit jobs e sugli “spacciatori di carta stipendiati“, anziché utilizzare sistemi informatici – tanto energivori da richiedere la riapertura di impianti nucleari dismessi – per moltiplicare le frasi che nessuno vuole leggere.
Talvolta, una sequenza di input e output è presentata come “una conversazione” con un generatore di linguaggio e utilizzata per attirare il pubblico. Nelle presentazioni delle iniziative di divulgazione scientifica, che pur dovrebbero contribuire alla diffusione di una conoscenza realistica, da parte dei giovani, delle nuove tecnologie, si trova a volte “un’intervista a ChatGPT“, con la citazione di output quali “È stato un piacere parlare con te e esplorare tutti questi argomenti! Sono felice che ti sia piaciuta l’intervista”. Con gli input a un software si ottiene di intravedere non, come nelle risposte a un’intervista, una persona in dialogo con noi, bensì, negli output del sistema – che ovviamente non può essere “felice” di aver parlato con noi – una mera “rappresentazione statisticamente astratta” di qualcosa che è già stato detto o scritto. E non si vede per quale ragione il pubblico dovrebbe aver voglia di leggere ciò che il curatore dell’iniziativa, per pigrizia o mancanza di idee, non ha avuto voglia di scrivere.
Perché, allora, i generatori di linguaggio sono stati diffusi e commercializzati come se potessero fornire testi affidabili e, addirittura, comprendere ciò che scriviamo, risponderci, ragionare, fornire informazioni e sostituire lavoratori in ogni ambito? L’origine della costellazione di narrazioni mendaci che hanno accompagnato la distribuzione dei generatori di linguaggio – dalla pubblicità ingannevole alle frodi in senso stretto – è da rintracciarsi nell’intreccio tra la concentrazione monopolistica delle risorse necessarie alla costruzione di tali sistemi e gli aspetti finanziari.
2. La bolla dell’“intelligenza artificiale generativa”
La cosiddetta “intelligenza artificiale generativa” richiede potenti infrastrutture di calcolo e enormi quantità di dati. Tra i soggetti privati, tali risorse sono nella disponibilità delle sole grandi aziende tecnologiche transnazionali che, in virtù di un modello di business fondato sulla sorveglianza, detengono l’accesso al mercato necessario per l’intercettazione di grandi flussi di dati e metadati individuali e le infrastrutture computazionali per la raccolta e l’elaborazione di tali dati.
Sui generatori di linguaggio si concentrano oggi grandi investimenti del capitale di rischio. A chi investa in capitale di rischio non serve che una tecnologia sia utile o che funzioni; serve soltanto che le persone credano che funzioni, per un tempo sufficientemente lungo da rendere possibile un ritorno sugli investimenti. In virtù del suo carattere intrinsecamente speculativo, il capitale di rischio si caratterizza per la propensione a generare bolle e si concentra in settori nei quali la macchina delle promesse funziona a pieno ritmo. Di qui, la decisione di presentare sistemi in grado di scrivere storie plausibili come sistemi in grado di comprendere, ragionare e fornire informazioni e di distribuirli come assistenti personali, amici artificiali, strumenti per parlare con i propri cari defunti, consulenti sanitari o consulenti legali, diffondendo stime fantasiose e interessate sulle automazioni prossime, i lavoratori sostituibili e gli enormi profitti previsti (“un’opportunità da 6 trilioni di dollari”, per citare Morgan Stanley).
Il pubblico è tratto in inganno dalla novità costituita dalla dissociazione di linguaggio e pensiero e dalla scelta deliberata, da parte delle aziende, di un design antropomorfo: di fronte a un software che scriva “io” o “mi dispiace”, le persone che non hanno idea di come quel programma informatico funzioni – come osservava Joseph Weizenbaum alcuni decenni fa, a proposito delle reazioni al suo chatbot, Eliza– se ne spiegano il funzionamento in analogia con le proprie capacità di comprendere e pensare.
Alimentando il mito del prompt e le narrazioni sul prompt engineering, le aziende fingono che gli utenti abbiano facoltà di controllo o decisione sugli output – purché apprendano la novella arte di comunicare, tramite incantesimi rituali, con le intelligenze aliene – e attribuiscono agli utenti la responsabilità per gli output, evitando così che le risposte inservibili o pericolose siano ascritte, come sarebbe ovvio, alla responsabilità dei produttori. Agli utenti, del resto, non si spiega neppure che i generatori di linguaggio rispondono spesso non ai loro input, ma a una occulta riformulazione di questi, in virtù di uno shadow promptingche si sostituisce agli input originari e con il quale le aziende mirano a intridere gli output di consigli per gli acquisti e tentano di evitare che siano generati testi che gli esseri umani giudicano tossici o discriminatori.
Mentre i CEO delle grandi aziende dichiarano pubblicamente che “va bene, per le persone sole, sposare il loro chatbot“, e, per le persone povere, farsi curare da ChatGPT, la distanza tra le fanfaronate pubblicitarie dei broligarchs e le effettive prestazioni dei generatori di linguaggio comincia oggi a dar luogo a qualche brusco risveglio. Che un sistema di IA generativa non possa svolgere i compiti di un lavoratore umano, né aumentarne la produttività non impedisce infatti a un’azienda di licenziare un lavoratore e sostituirlo con un sistema che non può svolgere il suo lavoro, né a un datore di lavoro di introdurre un sistema che fa solo perdere tempo ai suoi dipendenti, ma i malfunzionamenti e la perdita di produttività si palesano rapidamente. Secondo un’analisi recente, il 96% dei datori di lavoro è convinto che l’IA possa aumentare la produttività dei lavoratori, mentre il 77% di quei medesimi lavoratori sostiene che questi strumenti abbiano in realtà diminuito la loro produttività e aumentato il loro carico di lavoro. Anche gli esiti di un test commissionato dalla Securities and Investments Commission del governo austrialiano – che ha messo alla prova un sistema di IA generativa con il compito di sintetizzare le informazioni contenute in un documento – attestano che gli attuali sistemi di IA generativa appesantiscono il carico di lavoro, se utilizzati per produrre riassunti, “a causa della necessità di verificare i risultati, o perché il documento di partenza presentava effettivamente le informazioni in modo migliore”.
Le aziende che affidano a un generatore di linguaggio il compito di rispondere alle domande dei clienti scoprono, in tribunale, di essere responsabili anche delle risposte più stravaganti del loro chatbot e di dover onorare gli impegni contratti in tali testi sintetici, quand’anche in contrasto con i termini e le condizioni di un loro servizio da loro erogato.
Si diffonde così la constatazione che “modelli e strumenti di IA sembrano grandiosi”, quando “i ricercatori ne misurano il successo con i loro bizzari indicatori”, ma che simili indicatori non hanno alcuna validità di costrutto – non misurano cioè quello che si pretende stiano misurando – e dunque “le cose possono mettersi molto male” quando “clienti paganti provano questa tecnologia nel mondo reale”. Se ne è resa conto, ad esempio, tra le altre, una grande compagnia farmaceutica, che ha introdotto uno strumento di IA generativa e se ne è disfatta poco tempo dopo, avendo constatato che ciò che il sistema era effettivamente in grado di fare non erano che presentazioni con una “qualità da scuola media”.
Quanto all’impiego di sistemi di IA generativa in specifici ambiti, quali quello giuridico, che consentirebbero il riferimento a un corpus di testi definito, gli output di simili “assistenti legali” sono, al momento, in gran parte scorretti, ossia erronei in una percentuale di casi che va dal 58% all’88%. Il ricorso a sistemi di Retrieval Augmented Generation (RAG), che ancorino le risposte a testi prefissati, è un percorso di ricerca aperto, che produce tuttavia, ad oggi, sistemi inaffidabili, sia nell’ambito giuridico che, ad esempio, in quello medico (nel quale, peraltro, in virtù del bias dell’automazione, il livello di accuratezza del giudizio umano tende a precipitare anche quando si introducano sistemi ben più affidabili dei generatori di linguaggio).
I casi eclatanti di apparente successo tecnico dell’IA generativa appartengono in genere alla storia degli automi che sono in realtà esseri umani: nello spettacolo post mortem del comico George Carlin, presentato come opera di un sistema di IA “addestrato” sui testi dell’artista, il monologo comico era in realtà stato scritto da un essere umano. Nei settori tecnologici della cosiddetta “intelligenza artificiale”, pressoché interamente rivolti, dal punto di vista commerciale e industriale, alla sostituzione di compiti umani, è usuale millantare un’automazione ancora impossibile, secondo il motto della Silicon Valley che benedice le frodi (fake it until you make it): le auto commercializzate da Cruise come “a guida autonoma”, ad esempio, richiedevano in realtà la silenziosa assistenza di tre lavoratori ogni due auto, i quali intervenivano costantemente, al ricevimento di specifici segnali, per controllare a distanza i veicoli; e i supermercati senza casse di Amazon, “Just Walk out”, si reggevano, anziché sull”intelligenza artificiale”, come sostenuto da Amazon, sulle operazioni svolte a distanza da 1.000 lavoratori indiani (avvalorando la tesi secondo cui l’acronimo “IA” sarebbe da sciogliersi, più propriamente, come “Indiani Assenti”). Gli annunci delle automazioni possibili consentono in ogni caso, nei rapporti tra capitale e lavoro, di rafforzare il primo a danno del secondo, schiacciando la forza contrattuale dei lavoratori con la prospettiva di una loro generale sostituibilità.
Indotti da narrazioni ingannevoli a utilizzare i generatori di linguaggio per compiti che questi non possono svolgere, i singoli utenti diventano consapevoli della loro inaffidabilità per esperienza e a loro spese. Non stupisce, perciò, che l’espressione stessa “intelligenza artificiale”, quando compaia nella descrizione di un prodotto o di un servizio, induca oggi nei consumatori un sentimento di sfiducia e una diminuzione delle intenzioni di acquisto. Per forzare i consumatori a pagare per il nuovo “software as a service”, lo si introduce allora, unilateralmente, in servizi già esistenti e poi si annuncia, a sorpresa, un aumento esorbitante del costo dell’abbonamento ai medesimi, dovuto all’integrazione, non richiesta, dell'”IA generativa”.
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Nei casi in cui siano sufficienti formule convenzionali e non siano richiesti ragionamenti puntuali o informazioni corrette, i generatori di testo plausibile possono apparire all’altezza del compito. Non è detto, tuttavia, che gli ambiti dell’esperienza umana potenzialmente automatizzabili possano essere delegati a un software senza esserne del tutto snaturati. Google ha distribuito, in occasione delle Olimpiadi di Parigi, uno spot pubblicitario, intitolato “Cara Sydney”, in cui una bambina racconta al padre di voler scrivere una lettera a Sydney McLaughlin-Levrone, l’atleta che è il suo idolo e di cui sogna di battere il record; il padre, affinché la lettera sia “perfetta”, chiede a Gemini di scriverla per conto della figlia. Lo sconcerto collettivo che ha travolto Google, inducendo l’azienda al ritiro dell’annuncio pubblicitario, è ben sintetizzato, fin dal titolo, da un articolo sul Washington Post, Odio la pubblicità di Gemini “Cara Sydney” sempre di più ogni momento che passa:
Questa pubblicità mi fa venire voglia di tirare un martello contro il televisore ogni volta che la vedo. […] Personalmente, non sono una grande azienda, ma non credo che un buon modo di vendere il proprio prodotto sia quello di annunciare che succhierà via tutta la gioia di vivere. Mi godo la gioia di vivere. Non odio l’efficienza. Ma odio che non si colga il punto. […] Sapete cos’è la scrittura? È il pensiero in una forma che si può condividere con altre persone. È un metodo per portare i pensieri, le immagini e le storie fuori dal vostro cervello e metterli nel cervello di qualcun altro. […] Portare via la capacità di scrivere da soli significa portare via la capacità di pensare da soli. […] Questa è una pubblicità per le persone che pensano che sostituire i pasti con le pillole sia una prospettiva che riempie tutti di gioia, e che, se mai riusciremo a eliminare del tutto il sonno e la musica, sarà un trionfo grandioso.
Per la brama di trovare nuove collocazioni commerciali a prodotti incapaci di automatizzare le attività che chiunque delegherebbe volentieri a una macchina, le aziende tentano di colonizzare ambiti di attività che le persone amano svolgere, proponendo automazioni che, svuotando di senso tali attività, le annienterebbero. Nel recente spot Crush! di Apple, un’enorme pressa di metallo schiaccia, fino a distruggerli completamente, una tromba e, tra gli altri, un metronomo, un pianoforte, una chitarra, una pila di libri e quaderni, un manichino da disegno, alcuni barattoli di colori per dipingere e alcune macchine fotografiche; quando la pressa si solleva, al posto degli oggetti distrutti c’è soltanto un sottile iPad Pro. Le reazioni negative – “la distruzione dell’esperienza umana. Per gentile concessione della Silicon Valley”, ha scritto Hugh Grant – hanno indotto Apple a scusarsi pubblicamente, sospendendo le trasmissioni dello spot. E Samsung ha ritenuto utile prendere immediatamente le distanze da Apple, pubblicando un seguito, di segno opposto, dello spot incriminato, dal titolo Creativity cannot be crushed, nel quale una giovane donna recupera una malconcia chitarra, superstite dello spot di Apple, e comincia a suonarla, leggendo uno spartito da un dispositivo Samsung.
Rimane una domanda cruciale alla quale forse non avremo mai una risposta soddisfacente: e se l’hype fosse sempre stato rivolto al fallimento? E se il punto fosse stato quello di gonfiare le cose, entrare, fare profitti e consolidare le dipendenze infrastrutturali prima che la critica, o la realtà, avessero la possibilità di raggiungerle? […] l’hype di oggi avrà effetti duraturi, che limiteranno le possibilità di domani. Sfruttare l’hype sull’IA per spostare una parte ulteriore delle nostre infrastrutture verso il cloud aumenta la dipendenza dalle aziende del cloud, e su questo sarà difficile tornare indietro, anche se le promesse gonfiate dell’IA verranno smentite.
Tra i clienti da abbindolare e prendere in ostaggio prima possibile, ci sono senz’altro – per il volume di risorse finanziarie gestite, la gamma di attività di cui prospettare l’automazione e gli ambiti della vita privata sui quali estendere e consolidare le pratiche di sorveglianza – i governi e le istituzioni pubbliche. Accade così, allo stesso tempo, che McDonald’s constati che i sistemi di intelligenza artificiale non sono all’altezza, in questo momento, di prendere l’ordinazione di un hamburger – e sospenda perciò una sperimentazione che ha coinvolto oltre 100 punti vendita – e che nelle scuole italiane si dia avvio a sperimentazioni che investono simili sistemi del ruolo di “nuovo tutor per gli studenti“. Per comprendere un simile quadro, può essere utile chiedersi da quali aziende private provenga, oggi, la spinta a introdurre nelle istituzioni scolastiche e universitarie prodotti tecnologici immaturi e non funzionanti, con quali narrazioni e quale riconcettualizzazione del’istruzione le aziende accompagnino la promozione di tali prodotti e perché scuole e università cedano così facilmente, dimenticando la natura stessa della propria attività, ai nuovi venditori della “IA olio di serpente”, ossia di applicazioni che non funzionano (talvolta, semplicemente perché non possono funzionare).
3. Il valore dell’istruzione: le aziende e le narrazioni Edtech
Nel settore dell’istruzione, le Big Tech mirano a diventare Govtech, con il doppio ruolo di soggetti economici e di attori pubblici (animati da interessi e valori meramente privati). Si tratta di aziende che non vendono o non si limitano a vendere software al settore pubblico, ma che si appropriano di attività e “informazioni pubbliche e le trasformano in prodotti proprietari”. Poiché lo scopo delle aziende tecnologiche è estrarre valore dai servizi e dai dati, il loro ingresso sostituisce la finalità originaria dell’istruzione pubblica con gli obiettivi aziendali.
Ad oscurare questa ovvietà – con un immaginario che ammanta delle vesti di un messianesimo fantascientifico la mercificazione dell’istruzione e degli stessi studenti – provvedono, per conto delle Big Tech, i brokers Edtech, “organizzazioni che operano tra l’industria delle tecnologie per l’educazione, le scuole pubbliche, i centri di ricerca e i governi, guidando le scuole nell’acquisto e nell’uso pedagogico” di tali tecnologie. Quasi fossero esperti in materia di tecnologia e, al tempo stesso, di pedagogia, anziché meri portavoce delle aziende tecnologiche, i brokers “danno forma alle ‘prove’ che vengono prese in considerazione” e “introducono metriche di ‘impatto’ e di ‘ciò che funziona’” nell’ambito dell’istruzione, diffondendo – anche quanto al ruolo dei docenti – gli immaginari più opportuni a sostenere la colonizzazione, da parte dei monopoli della tecnologia, delle istituzioni scolastiche.
Tra le narrazioni più diffuse, si trovano quelle descritte brevemente di seguito.
3.a.L’idea che la sorveglianza sia una forma di cura: poiché la cosiddetta “intelligenza artificiale” è il derivato di un modello di business basato sulla sorveglianza, le grandi aziende tecnologiche presentano la sorveglianza come un’attività di cura, dagli intenti benevoli e dagli effetti benefici. Con la promessa di un’automazione del controllo, della valutazione e dello stesso insegnamento, si introduce un monitoraggio puntuale e pervasivo di ogni singola porzione delle attività degli studenti; qualsiasi situazione didattica diviene così, anzitutto, l’occasione per l’impresa commerciale di estrarre dati e metadati individuali e di instillare, negli studenti, l’abitudine a essere oggetti di una sorveglianza permanente. Con la medesima concezione carceraria che caratterizza le città “smart”, i dispositivi di sorveglianza nelle scuole sono presentati, contro ogni evidenza, anche come strumenti per garantire la sicurezza. Dati e metadati degli studenti – raccolti a loro insaputa e in spregio a qualsiasi forma di dissenso – sono combinati e associati tra loro, utilizzati per trarne “inferenze” e ceduti a un numero sterminato di terze parti, di cui, come ha constatato di recente anche la Federal Trade Commission statunitense, le stesse Big Tech non riescono neppure a tener traccia.
La storia dell’Edtech può essere fatta risalire agli anni ’50 e al lavoro di B.F. Skinner, psicologo comportamentale di Harvard. Ha certamente costruito “macchine per insegnare”, ma è probabilmente più noto per il suo lavoro sull’addestramento dei piccioni.
Purtroppo, sosteneva che l’addestramento dei piccioni fosse simile all’insegnamento agli studenti. Pensava che se avessimo ridotto il contenuto all’oggetto più piccolo possibile e avessimo presentato quell’oggetto un po’ alla volta agli studenti, in modo che ogni volta che gli studenti procedevano in una lezione, trovassero sempre la risposta giusta, il costante rinforzo comportamentale positivo avrebbe portato al successo. Vi suona familiare?
L’attrattiva dell’apprendimento personalizzato è evidente, ma spesso prende il programma di studio richiesto, che è ancora standardizzato e uguale per tutti, e si limita a presentarlo agli studenti perché lo affrontino ciascuno con il proprio ritmo.
Proprio così, in effetti, scrive Sam Altman, CEO di OpenAI:
Non accadrà tutto in una volta, ma presto saremo in grado di lavorare con l’IA che ci aiuterà a fare molto di più di quanto potremmo mai fare senza l’IA […]. I nostri figli avranno a disposizione tutor virtuali in grado di fornire un’istruzione personalizzata in qualsiasi materia, in qualsiasi lingua e con il ritmo di cui hanno bisogno.
La concezione dello studente-piccione è in genere accompagnata, e mascherata, dall’antropomorfizzazione della macchina docente del momento. In un post intitolato Perché l’IA salverà il mondo, con un ottimismo pari solo al capitale di rischio che la sua azienda ha investito nel settore, il multimiliardario Marc Andreessen scrive:
Ogni bambino avrà un tutor di IA infinitamente paziente, infinitamente compassionevole, infinitamente competente e infinitamente disponibile. Il tutor di IA sarà al fianco di ogni bambino in ogni fase del suo sviluppo, aiutandolo a massimizzare il suo potenziale con la versione meccanica dell’amore infinito.
Su simili antropomorfizzazioni si fonda la pretesa che i dispositivi per l’apprendimento personalizzato abbiano un carattere liberatorio, giacché scioglierebbero gli studenti da “tutte le restrizioni insopportabilmente opprimenti dell’apprendimento in gruppo” e renderebbero “fattibile un modello educativo 1:1”. In realtà, non c’è alcuna relazione di uno a uno. C’è una sola persona, lo studente, che dovrebbe imparare qualcosa, entro una situazione desocializzata, da un software che estrude stringhe di testo probabili.
Quando la personalizzazione della didattica sia perseguita attraverso l’uso di sistemi di apprendimento automatico, la natura statistica di tali sistemi fa sì che abbia sempre luogo una predizione omologante, non una personalizzazione. Si procede infatti raggruppando i singoli individui in classi e assumendo che tutto quello che è accaduto in passato si ripeterà e che le persone si comporteranno in modo analogo a quelle classificate come simili a loro. Se la previsione è utilizzata per determinare ciò che sarà mostrato a ciascuno studente, la cosiddetta previsione «personalizzata» è, come ha scritto Edward Snowden, “una sorta di profezia digitale che è solo leggermente più accurata rispetto a metodi analogici come la lettura della mano” e costituisce in realtà, a partire dall’omologazione del singolo alla classe alla quale lo si è ascritto, un meccanismo di manipolazione.
Quanto al cosiddetto “gemello digitale” (digital twin) del docente – un generatore di linguaggio ricalibrato statisticamente per estrudere stringhe di testo anche in virtù della distribuzione delle parole nei testi di un determinato docente – la metafora biologica non è che un esempio di “mnemotecnica dei desideri”. Il fatto che possa essere utile agli studenti avere la completa attenzione di un adulto, e in particolare di un docente, dovrebbe indurre a maggiori assunzioni di personale docente e a una valorizzazione del ruolo didattico, non certo a considerare equivalente a tali investimenti la garanzia, a ogni studente, della completa “attenzione” di un occhiuto software proprietario.
3.c. Il soluzionismo tecnologico: le promesse del “tutor” artificiale e del gemello digitale del docente si fondano sull’assunto soluzionista che la didattica sia una questione tecnica, un problema individuale che possa essere risolto con uno strumento tecnologico, anziché una relazione tra esseri umani e una questione pubblica. Analogamente, secondo la prassi consolidata delle aziende, di proporre, a esclusivo vantaggio dei propri profitti, “micro-soluzioni a macro-problemi“, si sostiene che il problema dell’abbandono scolastico possa essere risolto, come per i macchinari nelle fabbriche, con una manutenzione predittiva.
Nel 1985, a un’intervistatrice che gli chiedeva quale ruolo, secondo lui, avrebbe dovuto avere il computer nell’istruzione, Joseph Weizenbaum rispose che avrebbe espresso la sua reazione indirettamente, attraverso una barzelletta russa:
Due persone sono in coda in una lunga fila per il pane a Mosca, e stanno parlano del fatto che il raccolto è andato male, ancora una volta, e che c’è perciò carenza di pane, e uno di loro dice all’altro: “Sai, è tutta colpa degli ebrei e dei ciclisti”. L’altro dice: “Perché i ciclisti?” e il primo risponde: “Perché gli ebrei?”.
Lei avrebbe potuto dire: “Qual è il ruolo dei computer e delle biciclette nell’istruzione?”. E io avrei detto: “Perché le biciclette? e Lei: “Perché il computer?”.
Weizenbaum constatava che la tendenza a prendere le mosse “dallo strumento” – assumendo tacitamente che fosse “utile per qualcosa nell’ambito dell’istruzione, che fosse la soluzione a qualche problema educativo” – e a cercare poi, per quella presunta soluzione, problemi concreti a quali applicarla, induceva a “coprire con qualche rimedio tecnologico” i reali problemi sociali che si manifestavano nella scuola e che richiedevano una soluzione politica e sociale. Se ci chiediamo perché Johnny non sappia leggere – osservava Weizenbaum – potremmo scoprire che Johnny ha fame, quando arriva a scuola, o che a casa non ha alcuna possibilità di leggere.
In un sistema scolastico solido, in grado di assolvere i suoi compiti fondamentali, osservava Weizenbaum, si può anche pensare a introdurre qualche elemento nuovo: i ricercatori “dovrebbero certamente lavorare sull’istruzione innovativa, compresa quella assistita dal computer. Ma non dovremmo usare intere generazioni di studenti come cavie”.
Alla tesi dell’inevitabilità della tecnologia, espressa con la formula ricorrente “se non lo faremo noi, lo farà qualcun altro”, Weizenbaum rispondeva con l’invito a saggiare la liceità morale dell’applicazione di un simile principio (“se non rubo io i soldi all’ubriaco addormentato, lo farà qualcun altro”). La reificazione di singoli sistemi, e la loro identificazione con la tecnologia tout court era assimilata da Weizenbaum a un espediente per nascondere gli attori umani, i loro interessi e la loro responsabilità, mettendo a tacere le domande di giustizia.
Le constatazioni di Weizenbaum valgono oggi, inalterate, per l’introduzione affrettata della cosiddetta “intelligenza artificiale generativa” nei sistemi di istruzione, che risponde agli interessi dei monopoli della tecnologia, anziché all’interesse pubblico.
Un responsabile dell’istruzione pubblica scolastica o universitaria, quale dirigente o quale docente, che abbia coscienza di sé e del proprio ruolo professionale, non cadrà vittima della retorica dei broligarchs sull’impreparazione dei docenti ad adeguarsi alle nuove tecnologie, sulla necessità di intraprendere la “transizione digitale” e di precipitarsi, per non “restare indietro”, a trovare una collocazione qualsiasi ai sistemi di “intelligenza artificiale”. Si chiederà, invece: “transizione digitale” verso dove? Nell’interesse di chi? E di che genere: una digitalizzazione democratica e sovrana o, invece, autoritaria e coloniale? Ad evitare che dirigenti e docenti si pongano simile domande, concorre l’idea che i sistemi tecnologici siano meri strumenti.
3.d. L’idea della neutralità delle piattaforme “educative”: a grandissimi soggetti privati sono oggi affidate piattaforme e infrastrutture critiche scolastiche e universitarie, quasi che una piattaforma, come scrive Maria Chiara Pievatolo, fosse “come un dato d’ambiente immodificabile che non può essere oggetto di scelta”. In realtà, come ha scritto Lawrence Lessig, il codice informatico è legge e chi scrive il codice decide quali valori incarnerà e quante e quali libertà concederà a ciascuno:
Il codice regola. Implementa valori, oppure no. Abilita le libertà o le disabilita. Protegge la privacy o promuove il controllo. Le persone scelgono come il codice fa queste cose. Le persone scrivono il codice. […] quando il governo si fa da parte, non è che nulla prenda il suo posto. Non è come se gli interessi privati non avessero interessi; come se gli interessi privati non avessero fini da perseguire. […] Quando gli interessi del governo vengono meno, altri interessi prendono il loro posto. Sappiamo quali siano questi interessi?
Gli artefatti hanno proprietà politiche: strutturano forme di vita e danno e tolgono potere e opportunità alle persone. Affidare alle opache piattaforme dei monopoli delle tecnologie di sorveglianza gran parte delle attività scolastiche e universitarie equivale a promuovere la trasformazione dell’istruzione e degli studenti in merci e ad assecondare, come osserva Simona Levi, “la “monocultura” digitale monopolistica che crea clienti imprigionati fin dalla più tenera età”. Come qualsiasi altra infrastruttura o attività di digitalizzazione, le uniche piattaforme per l’istruzione compatibili con uno Stato di diritto sono quelle basate sui diritti umani, “fin dalla progettazione e per impostazione predefinita”, e sul software libero, così che “anche il più piccolo attore dell’architettura democratica – cioè ogni persona – possa controllare, in modo disintermediato, l’uso e la destinazione dei contenuti che crea e dei dati che genera”.
4. Girelli, stampelle e ciuchini: gli omini di burro nei sistemi neoliberali
I progetti che prevedono l’introduzione di un sistema di IA generativa “come nuovo tutor per gli studenti” sono talvolta illustrati da foto nelle quali gli alunni rivolgono lo sguardo verso un robot antropomorfo, seduto a un tavolo insieme a loro. In realtà, gli studenti seduti al tavolo con un robot sono in compagnia di una persona intelligente quanto lo sarebbero se fossero seduti accanto a un giradischi. I meccanismi di antropomorfizzazione che sfruttano l‘effetto Elizaconsentono di far apparire l’assenza di docenti, a quel tavolo, come un’innovazione scintillante, oscurando il riduzionismo e la deumanizzazione alla base di simili operazioni.
Per gli studenti, affidarsi a un sistema che produca testo convincente e inaffidabile non può che avere effetti “degenerativi”. Imparare a comprendere e parafrasare una soluzione non può sostituire l’imparare a trovarla da soli e, come recita un vecchio adagio, scopriamo che cosa pensiamo solo dopo averlo scritto. L’attività di scrivere non consiste infatti nella “trascrizione di pensieri già presenti in modo cosciente” nella nostra mente; chiunque abbia scritto qualche pagina, sa che “il pensiero emerge dalla scrittura”, ossia che “il processo stesso della scrittura conduce a pensieri prima impensati”. Delegare a un sistema informatico la scrittura, in età scolare, anche “solo” come supporto, equivale – con una metafora kantiana – a “non muovere un passo fuori dal girello da bambini” in cui si è stati ingabbiati, a utilizzare “strumenti meccanici” come “ceppi di una permanente minorità” e a restare così incapaci “di servirsi della propria intelligenza”, non avendo mai affrontato la fatica e le cadute che comporta “metterla alla prova”.
Come osserva Maria Ranieri, “aspetti educativi fondamentali, quali la promozione dell’autonomia degli studenti, la facilitazione dei processi di comprensione critica e la creazione di un clima di classe positivo e di fiducia” sono intrinsecamente incompatibili con l’automazione, l’opacità e il mimetismo. Non stupiscono, perciò, gli esiti di una ricerca recente, secondo la quale “l’IA generativa può danneggiare l’apprendimento“: gli studenti ai quali era stato dato un accesso a GPT-4 hanno mostrato, nel periodo in cui utilizzavano il chatbot, prestazioni migliori, ma, non appena questo accesso è stato loro precluso, hanno ottenuto risultati peggiori di coloro che non avevano avuto mai accesso a GPT-4; è stato come se, anziché imparare a camminare, avessero imparato a procedere appoggiandosi a una “stampella”.
Per le grandi aziende tecnologiche, l’aspetto cruciale è la riconcettualizzazione delle attività umane da automatizzare nei termini di ciò che il software del momento è in grado di fare. Per distribuire in ogni istituzione scolastica e universitaria estrusori di stringhe di testo probabili, occorre dare per scontato che l’attività dei docenti e degli studenti consista nel mero scambio di stringhe di testo, entro processi di addestramento riducibili a input e output prevedibili e misurabili, e che l’attività accademica consista nella produzione di un certo di numero di testi dalle caratteristiche prefissate, riproducibili attraverso modelli statistici della distribuzione della parole in set di testi di partenza.
Ovviamente, ciò che accade nelle aule scolastiche e nelle università può essere descritto anche come uno scambio di stringhe di testo. Ridurlo a questo, però, comporta una completa incomprensione della natura dell’insegnamento, dell’apprendimento e dell’attività di ricerca. La scienza procede per semplificazioni della realtà – ricordava Joseph Weizenbaum riprendendo Aldous Huxley – delle quali la prima è l’astrazione: gli scienziati si concentrano “esclusivamente sugli aspetti misurabili di quegli elementi dell’esperienza che possono essere spiegati in termini di un sistema causale” e “questo modo strano ed estremamente arbitrario” di agire è giustificato, purché non si assuma che “quegli aspetti dell’esperienza che gli scienziati tralasciano, perché incompetenti ad affrontarli”, siano “in qualche modo meno reali degli aspetti che la scienza ha scelto arbitrariamente di estrarre dalla totalità infinitamente ricca dei fatti dati.”
Alle Big Tech occorre invece proclamare la tesi estrema e riduzionistica che ciò che è in grado di fare il loro software non sia una mimesi o una “parodia“, come scriveva Weizenbaum, dell’attività umana da automatizzare, ma che equivalga essenzialmente ad essa. Il CEO di OpenAI, ad esempio, scrive:
Io sono un pappagallo stocastico, e lo sei anche tu
La pubblicità ingannevole, tuttavia, non è un fenomeno nuovo e scuole e università sono istituzioni solide e antiche; quanto alle circonvenzioni di incapaci, quale la truffa di vendere un software probabilistico presentandolo come un’intelligenza aliena, perché scuole e università sono trattate come i primi incapaci a cui rivolgersi? Perché le istituzioni scolastiche e universitarie non respingono come ridicola la frode delle Big Tech e non si occupano, invece, di proteggere i diritti dei loro studenti, anzitutto dalla sorveglianza? Perché, anzi, si affrettano, con la paura di restare indietro, ad amplificare gratuitamente la propaganda sulle tecnologie più care ai capitali di rischio e a introdurre generatori di linguaggio nelle scuole e nelle università, “a supporto” degli studenti? Perché la propaganda delle grandi aziende coincide con l’immagine che la scuola e l’università neoliberali hanno già di se stesse, come di aziende che producano beni e che perseguano obiettivi misurabili.
Ben prima della realizzazione dei generatori di linguaggio, a scuole e università è stato chiesto di dare agli studenti competenze (skills) “spendibili” nel mondo del lavoro, entro una cornice narrativa per cui dalle skills dei lavoratori dipenderebbero l’impiegabilità e il reddito dei medesimi. In realtà, come ha scritto Meredith Whittaker, la competenza è un “riflesso degli imperativi e del giudizio del capitale, non della persona che esegue il lavoro o della natura del lavoro stesso” e l’ossessione per la parcellizzazione delle attività dei lavoratori in unità misurabili rispondeva, già entro la concezione schiavistica delle piantagioni, ai soli obiettivi del disciplinamento e del controllo automatizzati e della soggezione e intercambiabilità dei lavoratori. Con la “mercificazione dell’attività cognitiva“, dell’apprendimento e dei suoi esiti, si sono introdotti test e indicatori quantitativi per valutare la qualità della didattica, inducendo così docenti e studenti, anziché a insegnare e a studiare, a dedicarsi all’allenamento sui test. E adesso, chi ha sperimentato da più tempo questa gouvernance par les nombres, scopre che il suo esito, per gli studenti addestrati ad acquisire skills a forza di test, è l’incapacità di affrontare il compito inusitato di leggere un libro intero.
Nelle università, la valutazione bibliometrica della ricerca ha fatto apparire sensata la tesi che si possano valutare le opere di un ricercatore senza averle lette – e che basti invece computarne il numero, le sedi di pubblicazione o il numero di citazioni ricevute – e ha spinto gli studenti alla “competitività, alla produttività, al publish or perish“. Nell’università neoliberale, un generatore di linguaggio appare utile, per l’attività di ricerca, perché quell’attività è stata già riconcettualizzata, da chi la valuta, come la mera generazione di testi qualsivoglia. Poiché anche i giudizi dei revisori anonimi non sono, entro questa concezione, che stringhe di testo, anch’essi sono facilmente automatizzabili. Così, il sistema stesso della scienza, inondato da decine di migliaia di falsi articoli scientifici pubblicati in riviste accademiche, attraversa ora una crisi di credibilità così grave da rendere difficile, ormai, in molti campi, “un approccio cumulativo a un argomento, perché manca una base solida di risultati affidabili”.
Con “intelligenza artificiale”, come osservano Dagmar Monnet e Gilbert Paquet, si intende “essenzialmente una forma di automazione e l’automazione è la sostituzione del capitale al lavoro”. L’obiettivo in virtù del quale gli interessi dei governi neoliberali convergono con quelli delle grandi aziende “non è quello di migliorare l’istruzione, ma quello di renderla efficiente in termini di costi”. Con la promessa di automatizzare l’istruzione, non si ottiene che di automatizzare l’austerità, nel settore dell’istruzione, trasferendo risorse dalle spese per i docenti alle casse delle Big Tech, con un taglio netto alle risorse complessive dedicate all’istruzione. Come dichiara apertamente il Tony Blair Institute for Global Change – mentre prendono avvio nel Regno Unito le attività nella prima classe priva di docenti, interamente affidata all’IA – l’introduzione dell’IA è un mezzo, per i governi, “per fare di più con meno“.
Le traiettorie di sviluppo di una tecnologia non sono inevitabili. Sono oggetto di scelte che possono essere oligarchiche o democratiche, orientate alla sostituzione dei lavoratori, alla sorveglianza e al controllo sociale oppure a una progettazione che crei valore, anziché estrarlo, e che valorizzi il lavoro umano, anziché parcellizzarne l’esecuzione a fini di controllo. “Pigrizia e viltà”, scriveva Kant nel 1784, “sono le cause per le quali tanta parte degli esseri umani” resta volentieri nell’incapacità di servirsi del proprio intelletto. Pigrizia e viltà inducono anche a fingere di aver letto e valutato un testo, o di averlo scritto, quando ci si è limitati invece ad ottenere da un software un testo plausibile. E pigrizia e viltà possono far sì che si inducano gli studenti a fare altrettanto, promettendo loro un Paese dei Balocchi – “quel paese benedetto” in cui “non vi sono scuole” e “non vi sono maestri” – in cui potranno scrivere senza aver pensato. Un’automatizzazione dell’istruzione che implichi l’annientamento dell’istruzione stessa e l’irrilevanza di scuole e università, sostituibili con azienda private che distribuiscano “contenuti personalizzati” non è inevitabile. Ad essa è possibile resistere, opponendole “l’orgoglio per il proprio lavoro, la totalità del proprio lavoro” e chiamando le cose con il loro nome. Serve, per ciò, quella sottovalutata virtù che Weizenbaum chiamava il “coraggio civile“:
È una credenza diffusa, ma tristemente erronea, quella per cui il coraggio civile trova modo di esercitarsi soltanto nel contesto di avvenimenti che scuotono il mondo. Al contrario, il suo esercizio più arduo ha spesso luogo in quei piccoli contesti in cui la sfida è quella di superare i timori indotti da futili preoccupazioni di carriera, delle nostre relazioni con coloro che sembrano aver potere su di noi, o di qualsiasi cosa che possa turbare la tranquillità della nostra esistenza quotidiana.
Chi invece, come l’omino di burro del romanzo di Collodi, inviti gli studenti nel Paese dei Balocchi dell’IA generativa, non ha nulla da temere, quanto alla spendibilità, nel mercato del lavoro, delle competenze dei futuri ciuchini: a vendere i suoi ciuchini “sulle fiere e sui mercati”, l’omino di burro “aveva fatto fior di quattrini ed era diventato milionario”; segno che, già agli occhi di Collodi, non era alle competenze e all’occupabilità che pensavano, Geppetto o la buona Fata, quando raccomandavano a Pinocchio di andare a scuola, e di studiare, se voleva diventare un ragazzino perbene.
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Come conciliare l’ideale dell’uguaglianza ancora scritto nelle costituzioni dei paesi cosiddetti occidentali con l’influenza di gerarchie sociali implicite sempre più rigide? Il bispensiero dell'”ugualitarismo gerarchico”, nel quale l’uguaglianza del socialismo ideale conviveva con la gerarchia del socialismo reale, veniva associato da Yuri Levada all’homo sovieticus. Lo ritroviamo, ora, anche nei regimi post-democratici?
L’individualismo metodologico non usa, e dunque non espone alla critica, modelli di configurazioni sociali collettive, quali le classi e le relative gerarchie, perché, tutt’al più, rappresenta le disparità come esiti spontanei di combinazioni di azioni individuali e non come costruzioni politiche. E per l’ideologia del merito queste configurazioni sono tali da permettere ai singoli di collocarvisi a seconda della loro capacità: ci sono “ascensori sociali” – volere è potere – per salire ai piani alti. Ma questa metafora suggerisce che la struttura della società – a piani e dunque gerarchica – sia un dato fuori di ogni discussione.
Brunella Casalini, nell’articolo che offre alla revisione paritaria aperta,2 si occupa dei pochissimi che riescono a prendere l’ascensore. Oggi, in Francia, numerosi lavori letterari e sociologici affrontano il tema dell’attraversamento delle frontiere di classe. Chantal Jaquet, in particolare, chiama questi viaggiatori, in modo assiologicamente neutro, “transclasse”. Nella prospettiva della teoria della riproduzione sociale di Bourdieu, per la quale i presunti ascensori, a partire dalla scuola, instillano e replicano le gerarchie esistenti, i transclasse sono eccezioni. Eccezioni, però, di straordinario interesse sociologico e letterario, perché il loro rapporto con le determinanti non solo economiche, ma anche affettive, culturali e simboliche nella costruzione delle identità di classe e con i confini che riproducono e conservano la gerarchia sociale offre un punto di vista inaccessibile da quelli che rimangono fermi ai piani, alti o bassi che siano.
A che possono servire questi studi? Possono certo legittimare la gerarchia sociale invisibili all’individualismo metodologico: se qualcuno riesce a salire allora vale il “volete è potere” e non il “potere è volere”. Possono, inoltre, essere la base di rivendicazioni di identità, entro un coacervo di minoranze che si rappresentano tutte come discriminate e pretendono diritti – o, meglio, privilegi – particolari per sé. Possono, poi, essere il punto di partenza di una critica politica – socialista o democratica che sia – alla struttura a piani della società, che la metafora dell’ascensore opportunamente nasconde. Possono, infine, permettere una discussione auto-critica sulla costruzione dei modelli sociologici – alcuni dei quali fanno vedere solo gli individui, il merito e la spontaneità, e altri invece le classi, il potere e il determinismo: perché li creiamo? Chi li crea? Per conto di chi? Che cosa vogliono sapere? Che cosa vogliono giustificare e che cosa no? E infine, e soprattutto: come sono possibili?
Proponiamo alla revisione paritaria aperta, fuori disciplina, il libro di Enrica Salvatori Il fegato del vescovo. Studi di confine sui confini della Lunigiana medievale. Infatti, mentre l’idea di rendere i commenti dei revisori parte della discussione pubblica, in modo da riconoscerne il contributo e da arricchire il dibattito scientifico trova già attuazioni importanti in Europa, chi cerca di praticarla in Italia deve sfidare una valutazione di stato della ricerca ancora amministrativamente incatenata ai limiti tecnici ed economici dell’età della stampa. Così chi, come l’autrice, desidera tentare un esperimento che altrove ha avuto luogo con successo più di un decennio fa deve accontentarsi di questa sede, certamente poco frequentata dagli storici del medioevo.
La versione in corso di stampa del testo è sottoposta a una revisione chiusa e anonima. Questo esemplare, invece, verrà discusso pubblicamente da alcuni esperti invitati, se accetteranno di farlo, e aperto ai commenti di chiunque desideri partecipare, secondo le regole consultabili qui. Per il loro uso, offriamo qui sotto un breve invito alla lettura preparato dall’autrice.
Il fegato del vescovo mette in luce le caratteristiche salienti del processo di costruzione dello Lunigiana dal medioevo ai giorni nostri. La sua ricerca indagine individua il periodo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del secolo successivo come il momento di elaborazione dei miti e delle narrative attualmente più diffusi e condivisi relativi a questo spazio, dando particolare attenzione al mito della distruzione di Luni conseguente a ipotetici attacchi normanni e saraceni. Le ricerche guardano all’uso e al rilievo effettivo del titolo comitale sfoggiato dal vescovo di Luni a partire dal XII secolo, all’estensione della sua signoria in rapporto alle altre realtà signorili del territorio e al formarsi del concetto di Lunigiana tra il tardo medioevo e la prima età moderna.
L’idea di una Lunigiana politicamente irrilevante ed economicamente arretrata perché frammentata e priva di un centro urbano dominante viene sostanzialmente ribaltata dalla considerazione che proprio la frammentarietà e il dinamismo dei dominati tra medioevo ed età moderna costituiscono i fattori che hanno formato il concetto di Lunigiana e soprattutto hanno plasmato il paesaggio che oggi è percepito come caratteristico della regione. Nell’ultima parte del volume i confini della Lunigiana sono stati indagati nel presente, tramite un questionario teso a capire in che modo i residenti e i visitatori non occasionali percepiscano la storia di questo territorio, portandoli a riflettere sulle ragioni che hanno contribuito alla formazione dell’identità delle comunità locali in una regione dai confini politico-amministrativi inesistenti.
Questo testo è stato scritto in occasione dell’evento Libri di donne: presentazione di opere di filosofe a cura di SWIP Italia, 15 maggio 2023, discussants: Brunella Casalini (Università di Firenze) e Fiorenza Toccafondi (Università di Firenze), moderatrice: Vera Tripodi (Politecnico di Torino), nella forma di una presentazione online del volume di Carlotta Cossutta (Scuola Normale Superiore, Pisa), Avere potere su se stesse. Politica e femminilità in Mary Wollstonecraft, Pisa, ETS, 2021.
La prima lezione che possiamo apprendere da questo bel lavoro di Cossutta è che si può e si deve tornare a leggere Wollstonecraft non solo in una prospettiva di storia del pensiero e delle idee politiche, ma anche in una chiave filosofico-politica intesa come riflessione critica sul presente. Questa scelta interpretativa poggia su una mossa critica fondamentale che consiste nel mettere in discussione la ricostruzione del pensiero femminista come scandito dal succedersi di diverse ondate, ciascuna separata da una cesura dalle successive. Una lettura che condannerebbe il pensiero di Wollstonecraft a rimanere relegato alla fase del proto-femminismo.
Pur nella varietà delle imprese editoriali in cui si è imbarcata e nei mutamenti intervenuti tanto nella scelta del registro stilistico-comunicativo quanto del pubblico al quale rivolgersi, Wollstonecraft lavora con continuità intorno ad alcuni interrogativi che rinnova a se stessa nel tempo alla luce delle proprie variegate esperienze di vita e del confronto costante con autori e autrici contemporanei, un confronto che coltiva con passione anche attraverso intensi rapporti epistolari.
Centrali sono le domande su cos’è una donna, su quali sono le ragioni della sua oppressione, su come si diventa donna e su cosa potrebbe divenire una donna in mutate circostanze sociali, politiche ed economiche. Interrogativi ai quali risponde rifiutando una prospettiva essenzialista, che riconduca i difetti femminili, e la condizione di inferiorità sociale nella quale le donne del suo tempo si trovano, ad una presunta natura femminile. La femminilità è, per Wollstonecraft, una costruzione sociale: sia il corpo che la mente della donna sono plasmate socialmente. Cossutta propone in proposito un parallelo efficace tra la riflessione di Wollstonecraft e quella sviluppata da Iris Marion Young in Throwing like a girl. A Phenomenology of Feminine Body Comportment Motility and Spatiality, un articolo in cui l’analisi fenomenologica primo novecentesca viene corretta ricordando quale visione dello spazio emerga a partire dall’esperienza di uno specifico corpo, ovvero del corpo femminile, un corpo educato a sentirsi di troppo e fuori luogo, che deve quindi cercare di muoversi nel perimetro più stretto possibile, persino quando si tratta di lanciare una palla.
La realtà femminile viene scoperta, d’altra parte, molto presto da Wollstonecraft come plurale: non esiste la donna, ma le donne, nelle diverse condizioni economiche e sociali nelle quali la vita le ha gettate. Le donne dell’aristocrazia sono le figure femminili su cui maggiormente si appiglia la vena polemica di Wollstonecraft: il loro corpo e le loro menti rappresentano al massimo grado le distorsioni che sono capaci di produrre relazioni incentrate sul dominio quando si crea un rapporto di complicità tra le soggettività oppresse e l’oppressore. Costrette ad assumere un atteggiamento adulatorio verso i mariti da cui dipende la loro sorte, le donne dell’aristocrazia sfogano la loro frustrazione sulla servitù, sviluppando un atteggiamento di cinica freddezza.
Non solo la femminilità è trattata come un problema di costumi che condizionano le condotte, plasmando atteggiamenti e propensioni mentali, oltre che posture e corpi; altrettanto lo è la mascolinità – come mostra nella Vindication of the Rights of Woman l’attenzione dedicata all’esercito e agli effetti che le gerarchie producono anche nella soggettività maschile. Nell’articolare la propria visione della femminilità e della mascolinità intorno all’idea di un dominio che corrompe tanto chi lo esercita quanto chi vi è sottoposto, precludendo al primo l’accesso alla realtà e costringendo il secondo all’adozione di atteggiamenti adulatori e ipocriti, Wollstonecraft attinge ad una particolare tradizione politica: quella repubblicana. Una tradizione politica fondamentale anche per comprendere la sua interpretazione dei diritti, della libertà, della cittadinanza e della virtù; un’interpretazione contaminata dall’ispirazione repubblicana e, al tempo stesso, basata su una sua inevitabile riformulazione.
Un ulteriore elemento di continuità tra la prospettiva filosofico politica di Wollstonecraft e quella del femminismo contemporaneo – come osserva Cossutta – è dato proprio dal confronto con il canone maschile. Wollstonecraft, come altre autrici del suo tempo, non poteva evitare di misurarsi con gli strumenti concettuali offerti dal canone maschile egemonico; al tempo stesso, tuttavia, era costretta a usarli per altri fini o a reinventarli per creare una propria cassetta degli attrezzi e lo spazio teorico necessario a far emergere la prospettiva delle donne. Nella visione di Wollstonecraft è chiaro da subito che la questione femminile non può essere risolta semplicemente attraverso un’estensione dei diritti: farla entrare nell’ambito del dibattito teorico-politico ha implicazioni molto più ampie e radicali. Non basta appropriarsi del canone, bisogna trasformarlo creando le risorse per l’articolazione di una scrittura femminile. Non è sufficiente adottare la prospettiva teorico-politica repubblicana, è necessario ripensarla a cominciare dalla messa in discussione della distinzione pubblico/privato e da una ridefinizione della nozione stessa di virtù.
Nel corso del tempo, tuttavia, Wollstonecraft perde la fiducia che ancora aveva nelle sue prime opere, in particolare nelle due Vindication, di riuscire ad aprirsi un varco per partecipare al discorso maschile dei suoi affini repubblicani, di farsi in qualche modo accettare e accogliere. Negli ultimi lavori Wollstonecraft sembra voler ignorare la possibile reazione maschile per poter così lasciare veramente libera la propria immaginazione politica. Se l’autrice ha sempre strenuamente coltivato la libertà di pensare con la propria testa, questa libertà si dispiega completamente solo nel momento in cui decide di rivolgersi ad un pubblico prevalentemente femminile, anche scegliendo una scrittura che si allontana dal canone di un’argomentazione classicamente intesa come teoria. Il cambiamento in termini stilistici, la scelta della forma letteraria dell’epistola, in Letters Written during a short residence in Sweden, Norway and Denmark, e del romanzo, in Mary, a Fiction e in Maria, or the Wrongs of Woman, non segnano un ripiegamento verso una scrittura più intimista e meno polemica. In aperta critica al romanzo sentimentale borghese che anima la conversazione nella sfera pubblica letteraria settecentesca, i romanzi di Wollstonecraft intendono portare le donne e il discorso sulla questione femminile all’interno della sfera pubblica politica. La forma del romanzo configura, per la sua scrittura, la possibilità di dispiegare il suo pensiero su un terreno politico insieme polemico e costruttivo. Tutto ciò accade anche perché quel genere letterario le consente più facilmente di sentirsi “a casa”, tra donne, di rivolgersi a chi – ricorda Cossutta (p. 26) – è in grado non solo di comprendere ma anche di “sentire” quanto lei intende argomentare.
Non è difficile scorgere anche in questo aspetto del percorso di Wollstonecraft un elemento di continuità con la riflessione filosofico politica femminista contemporanea su cosa debba considerarsi legittimamente teoria politica e cosa non ne abbia dignità. Scrive Cossutta: “La messa in discussione della forma argomentativa, di che cosa possa essere ritenuta teoria politica e di come la si possa comunicare, è un’interrogazione che le teorie femministe continuano a porre e a porsi” (p. 27). Ed è un’interrogazione strettamente connessa ad un diverso modo di declinare la razionalità, che per Wollstonecraft, come per buona parte della filosofia femminista contemporanea, va di pari passo con la riconciliazione tra ragione, emozioni e passioni. Nelle Letters written during a short residence in Sweden, Norway and Denmark, Wollstonecraft osserva: “ragioniamo profondamente quando sentiamo con forza” (cit. a p. 29). La passione è una molla fondamentale per la riflessione; in particolare, nella prospettiva filosofico politica, lo è la passione per la giustizia sociale mossa dalla percezione delle ingiustizie – come suggerisce Iris Marion Young, che anche su questo sembra muoversi in perfetta sintonia con Wollstonecraft.
La prospettiva pedagogica che attraversa tutta l’opera di Wollstonecraft, che il suo discorso assuma o meno la forma del trattato pedagogico, come accade nei primissimi scritti, che si tratti di riflessioni sull’auto-formazione, sul ruolo e l’importanza della lettura, dell’ascolto e della possibilità di confrontarsi con persone che possono diventare interlocutori privilegiati, è senz’altro cruciale nella sua comprensione della necessità di riconoscere la natura politica dello spazio privato, delle relazioni familiari e più in generale delle relazioni sociali. Ciò è possibile anche perché non è in discussione tanto l’istruzione quanto l’educazione nel senso di una socializzazione che favorisca la formazione di un sé capace di pensare autonomamente. In altri termine, ciò cui dobbiamo prestare attenzione, per Wollstonecraft, è il modo in cui l’organizzazione e le forme delle relazioni sociali, a cominciare dalle relazioni primarie, si riflettono nello sviluppo delle capacità della persona – oggi, utilizzando il lessico di Sen e Nussbaum, diremmo delle capabilities.
Su tutti questi temi, l’autore con cui il confronto sarà più serrato è, senz’altro, Rousseau, di cui Wollstonecraft condivide sia l’idea che l’educazione ha il “compito di creare una società giusta” sia che essa debba “prestare attenzione anche alla felicità dei bambini educati” (cit. pp. 82-83). Con Rousseau, tuttavia, Wollstonecraft non può fare a meno di ingaggiare anche un’accesa battaglia polemica sul tema dell’educazione delle donne. Una polemica che, in ultima analisi, non è che il preludio a una critica complessiva dell’ideale di cittadino e di cittadinanza proposta da Rousseau, così come di quella tradizione delle sfere separate che egli più di ogni altro pensatore settecentesco ha contribuito a delineare. Il terreno della critica a Rousseau diventa così una sorta di palestra per denunciare l’errore di distinguere due tipi di educazione: quella maschile, volta alla creazione del cittadino e della virtù pubblica, e quella femminile, finalizzata alla creazione della madre e della virtù privata.
Educare alla cura di sé e dell’altro, al fine di evitarne la sofferenza, è l’essenza dell’educazione che dovrebbe emergere in una società giusta. Le donne dell’aristocrazia, educate a preoccuparsi dello sguardo maschile e del giudizio dell’opinione pubblica, sono incapaci di ascoltare i loro bisogni così come di prendersi cura dei loro figli. Gli uomini, d’altra parte, educati all’adulazione, cadono facilmente vittima dell’inganno femminile; la loro presunta autonomia poggia sull’incapacità di pensarsi in relazioni di reciprocità. Da questo punto di vista, la critica a Rousseau porta l’autrice a formulare sia una diversa nozione di autonomia, che si fonda sulla reciprocità relazionale, sul rispetto reciproco proprio delle relazioni amichevoli, sia su una diversa nozione di virtù valida sia per il privato che per il pubblico: la modestia.
Wollstonecraft, nella seconda Vindication, distingue modestia e umiltà: definisce la prima come una “sobrietà della mente che insegna all’uomo a non avere di se stesso una considerazione maggiore di quanto non dovrebbe” e l’umiltà come una sorta di “autodenigrazione”. La modestia, “l’abito più bello della virtù (the fairest garb of virtue)” e il “frutto sacro della sensibilità e della ragione (sacred offspring of sensibility and reason)”, è una virtù trascurata o relegata nella sfera privata femminile tanto nel modello repubblicano di Rousseau, incentrato sulla figura del cittadino in armi, la cui virtù è data dalla forza, quanto dal modello della repubblica commerciale che – come Wollstonecraft rimprovera a Imlay in una lettera – sembra mantenere “la mente” e le “passioni” “in un continuo stato di agitazione (p. 172).
La modestia è una virtù sfuggente, che sta tutta nel tentativo costante di raggiungere un equilibrio tra il non esaltarsi e il non denigrarsi. Sembra dotata del potere di far cadere in contraddizione chi dice di possederla: dire “Sono modesta” suona contraddittorio, se non ridicolo. È una virtù che sta agli altri semmai riconoscere, ma che in ogni caso non ha bisogno di andare in cerca di alcuna forma di riconoscimento. È una consapevolezza di sé che è giusta, per Wollstonecraft, nella misura in cui ci rende consapevoli delle nostre possibilità e dei nostri limiti. È fondata su un autogoverno che consiste nella capacità di mettersi in secondo piano, di decentrarsi, capacità indispensabile per raggiungere qualsiasi obiettivo, per essere utili agli altri. In fondo, sia la vanità che l’arroganza così come l’auto-denigrazione condividono il vizio di un’eccessiva concentrazione su di sé, di dare un’eccessiva importanza al proprio ego.
La modestia è quella virtù che consiste nel farsi né troppo grande né troppo piccolo rispetto agli altri, due vizi che – come suggerisce Vrinda Dalmiya in Caring to Know. Comparative Care Ethics, Feminist Epistemology, and the Mahābhārata (OUP 2016), una lettura che potrebbe essere utile per integrare la riflessione inaugurata qui da Cossutta a partire da Wollstonecraft – precludono l’accesso a quei beni epistemici che possono derivare dalla disposizione a correggere se stessi, ad aprirsi alle emozioni.
La modestia diventa, nella seconda Vindication, la virtù centrale di “una repubblica ben ordinata anche nella sfera privata”. Una repubblica è “ben ordinata” grazie alla capacità di autogoverno dei suoi cittadini e delle sue cittadine. Una capacità di autolimitazione e controllo nella propria vita privata, che trasforma la relazione matrimoniale in una solida e duratura amicizia tra i coniugi, incentrata sulla stima reciproca. Wollstonecraft sicuramente non ritiene che la parzialità degli affetti familiari sia un impedimento all’allargamento dei sentimenti in una direzione patriottica e cosmopolitica. È piuttosto vero il contrario – osserva Cossutta: “L’idea di Wollstonecraft degli affetti familiari, al contrario, fa della famiglia il terreno fertile di una benevolenza repubblicana e universale” (p. 125). Leggi e istituzioni hanno, però, snaturato il senso delle relazioni familiari, trasformandole in relazioni di dominio e per le donne in una forma di schiavitù, attraverso un’estensione inappropriata del concetto di proprietà: la donna come lo schiavo è diventata una proprietà dell’uomo.
Il concetto di proprietà, così come è stato teorizzato dal diritto moderno, quindi deve essere oggetto di una disamina. Il tema – come mette in evidenza Cossutta – era già accennato nella prima Vindication, dove la schiavitù veniva considerata non una distorsione ma un male intrinseco della società mercantile. Ritorna con ancora più forza nel romanzo Maria, or the wrongs of woman, soprattutto attraverso la figura di Jemima, che consente a Wollstonecraft di ampliare la sua riflessione all’intreccio tra genere e classe. Jemima, infatti, è una donna di umilissime origini, costretta per un certo periodo della sua vita a prostituirsi per sopravvivere. Se nella seconda Vindication sul tema della prostituzione si può riscontrare una vena di moralismo, in Maria, orThe Wrongs of Woman, Wollstonecraft sembra giunta ad una diversa e più profonda comprensione del peso delle condizioni materiali: Jemima è una donna che nel suo percorso ha incontrato ostacoli che avrebbero potuto annientarla, per superare i quali a nulla sarebbe servita la virtù della modestia. Jemima viene salvata dall’incontro con uomo abbiente e colto, inizialmente interessato solo al suo corpo, che nel tempo le offre la possibilità di costruirsi un’educazione sufficiente ad acquisire stima di sé, coraggio di essere se stessa e di sfidare la società. Solo mutate condizioni materiali danno a Jemima la possibilità di acquisire una voce, di far sentire la voce del margine. Attraverso Jemima, insomma, Wollstonecraft sembra correggere il tiro rispetto alla seconda Vindication e affermare che la ricchezza non ha solo la capacità di corrompere la virtù e distorcere le finalità dell’educazione. La ricchezza, quando diventa l’unico fondamento su cui poggia una società, può essere crudele e spietata nei suoi meccanismi e nella sua logica: senza una base materiale che fornisca sicurezza e un riparo, si è lasciati in balia della violenza, nelle sue molteplici forme; si rischia costantemente di venire annientati nella propria umanità.
La critica alla teoria della proprietà lockeana fondata sulla proprietà di sé incontra limiti evidenti se guardata con occhi femminili, con gli occhi di chi all’epoca, in quanto donna, sapeva di non poter essere proprietaria di sé, né del proprio corpo, soprattutto se non sposata e priva di ogni mezzo, come Jemima. Il cenno forse più esplicito a questa mancanza di proprietà sul proprio corpo da parte dei poveri si trova in una pagina di Maria, orThe Wrongs of Woman, non citata da Cossutta, ma a cui le sue riflessioni hanno riportato la mia memoria. Si tratta della pagina in cui Jemima racconta che per un incidente alla gamba durante il lavoro pesante di lavandaia è costretta a recarsi in ospedale:
Jemima si lascia qui andare a una riflessione su come l’ospedale fosse congegnato per sperimentare sul corpo dei poveri nuove cure nella speranza che un giorno possano curare i ricchi. Sappiamo bene, del resto, come soprattutto la ginecologia moderna sia nata dalla sperimentazione sui corpi delle malate che giungevano nei nosocomi in condizioni di indigenza. Una condizione che chiaramente mostra come, per la popolazione ridotta in povertà, neppure la proprietà di sé fosse realmente possibile. Da qui, la necessità, per Wollstonecraft, di riformare la società anche dal punto di vista economico, degli stili di vita, di consumo e di produzione, al fine di creare una maggiore uguaglianza materiale, per arrivare alla realizzazione di una società giusta. Continua a rimanere centrale la capacità di autogoverno, di essere padrone di sé, che implica la forza di stare fuori dalle leggi della società, se necessario, di essere “fuorilegge” – come Jemima e Maria si trovano ad essere per aver sfidato le norme sociali –, ma anche il sapere imporre dei limiti ai propri bisogni. Una virtù che si può esercitare, però, solo se la società garantisce una base materiale che consenta a tutti di soddisfare i bisogni essenziali.
Wollstonecraft cerca un’alternativa alla società mercantile. Come già aveva proposto nella Vindication of the Rights of Men, contro la visione economico-politica burkeana, in Mary, a Fiction torna all’immagine del cottage, della casa di campagna, dove è possibile condurre una vita frugale in armonia con sé stesse, con gli altri e con la natura. In Maria, or the Wrongs of Woman, questa piccola comunità eterotopica è una comunità di sole donne: di Maria, della figlia ritrovata di costei e di Jemima. “Nell’inaspettata famiglia di Maria e Jemima – commenta Cossutta – è […] possibile vedere un ideale politico, nutrito sia dalla teoria che dalle vite reali, in grado di sovvertire la disuguaglianza delle donne partendo non solo dall’istruzione, ma anche dalle condizioni materiali” (p. 150).
Senza voler, per forza, ritrovare in Wollstonecraft anticipazioni di tutto ciò che di interessante e importante offre la riflessione femminista contemporanea, senza farne “una sorta di talismano” (p. 210), non si può non concordare con Cossutta sulla possibilità di trovare stimoli tuttora validi per pensare il presente nel pensiero di quest’autrice settecentesca. Non ultimo anche per la sua critica agli effetti negativi prodotti sulla società e sulle soggettività da una fredda razionalità economica orientata ad una crescita fine a se stessa e cieca di fronte ai mali prodotti da crescenti disuguaglianze sociali.
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima […]. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: — Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione. ―
Carlo Collodi
1. Prodotti pericolosi e non funzionanti
I sistemi di intelligenza artificiale sono oggi in grado di svolgere alcuni specifici compiti, che erano stati, finora, prerogativa dei soli esseri umani: funzioni quali la traduzione di testi, il riconoscimento facciale, la ricerca per immagini o l’identificazione di contenuti musicali, non trattabili con l’intelligenza artificiale simbolica, sono affrontate con crescente successo dai sistemi di apprendimento automatico (machine learning).
Questi sistemi, di natura sostanzialmente statistica, consentono infatti di costruire modelli a partire da esempi, purché si abbiano a disposizione potenti infrastrutture di calcolo e enormi quantità di dati. Le grandi aziende tecnologiche che, intorno al 2010, in virtù di un modello di business fondato sulla sorveglianza, detenevano già l’accesso al mercato necessario per l’intercettazione di grandi flussi di dati e metadati individuali e le infrastrutture di calcolo per la raccolta e l’elaborazione di tali dati, hanno potuto perciò raggiungere, con l’applicazione di algoritmi in gran parte noti da decenni, traguardi sorprendenti1.
Nella generale euforia per i genuini progressi, le imprese del settore hanno colto l’opportunità per un’espansione illimitata di prodotti e servizi «intelligenti», ben oltre l’effettivo stadio di sviluppo della tecnologia. Con la formula di marketing «intelligenza artificiale», hanno diffuso e messo in commercio sistemi di apprendimento automatico per lo svolgimento di attività che tali sistemi non sono in grado di svolgere o che semplicemente non sono possibili. Tra i prodotti di questo genere – costitutivamente pericolosi e non funzionanti – ci sono
I sistemi di «ottimizzazione predittiva» – ossia gli algoritmi di decisione fondati su previsioni circa il futuro di singoli individui – non sono affatto in grado di prevedere il futuro di singole persone, per la semplice ragione che ciò non è possibile (salvo per chi nutra la convinzione, caratteristica delle antiche attività divinatorie e, oggi, dell’astrologia, che il futuro sia già scritto e leggibile). Eppure, sono in commercio e in uso, ormai da anni, sistemi che consentono di assumere decisioni in modo automatico, grazie alla possibilità di prevedere – si dice – se un cittadino commetterà un crimine, se un candidato per un impiego sarà efficiente e collaborativo, se uno studente abbandonerà gli studi o se un minore sarà maltrattato dai suoi familiari. A una verifica puntuale, tali sistemi risultano così poco affidabili, per la previsione di eventi e azioni individuali, che alcuni ricercatori suggeriscono piuttosto il ricorso a una lotteria tra le persone ammissibili, quando si debbano allocare risorse scarse e non sia possibile utilizzare – anziché sistemi di apprendimento automatico – semplici procedimenti di calcolo con variabili pertinenti ed esplicite. Quando il responso dei sistemi di apprendimento automatico sia utilizzato a fini decisionali, la decisione produce ciò che pretende di prevedere: se il genere predice una paga più bassa e il colore della pelle predice la probabilità di essere fermati dalla polizia, con il passaggio dalla previsione alla decisione tale profilazione sociale si autoavvera, legittimando così, in virtù della presunta oggettività algoritmica, i pregiudizi incorporati nella descrizione statistica iniziale. Simili sistemi producono perciò, infallibilmente, ingiustizia e sofferenze, danneggiando le persone che si trovino – ancorché per ragioni del tutto irrilevanti, rispetto al trattamento inflitto – ai margini dei modelli algoritmici di normalità e dunque violandone infallibilmente i diritti.
1.3. I generatori di linguaggio naturale
I generatori di linguaggio, quali chatGPT e GPT-4, fondati su grandi modelli del linguaggio naturale, sono descritti da OpenAI come dotati della «capacità di comprendere e generare testo in linguaggio naturale», di «fattualità e capacità matematiche», di una conoscenza del mondo, di capacità di ragionamento e della caratteristica di fornire, «occasionalmente», risposte non corrette. In realtà, tali sistemi non conoscono né comprendono alcunché, sono architettonicamente incapaci di ragionamento abduttivo e non sono in grado di fornire alcuna informazione. I grandi modelli del linguaggio naturale sono sistemi che predicono stringhe di testo, in modo statisticamente coerente con il modo in cui le sequenze di forme linguistiche si combinano nei testi di partenza: sono programmi informatici che utilizzano le statistiche sulla distribuzione delle parole per produrre altre stringhe di parole. Sono ulteriormente calibrati, attraverso interazioni con esseri umani, per produrre output che somiglino a quelle che tali esseri umani qualificano come risposte plausibili, pertinenti e appropriate. Le versioni attualmente in distribuzione di tali chatbot, quali chatGPT o GPT-4, sono costruite su un’enorme quantità di dati e opere del lavoro umano – estorti o prelevati in blocco, alla stregua di res nullius, anche quando siano protetti dal diritto alla protezione dei dati personali o dal diritto d’autore – e riproducono con effetti normalizzanti, anziché generativi in senso proprio, la prospettiva egemonica e i suoi stereotipi. Simili sistemi sono modelli del linguaggio, non modelli della conoscenza: producono perciò testi plausibili e convincenti e, al tempo stesso, del tutto privi di valore informativo.
Il genuino progresso costituito dalla «macchina letteraria» – in grado, come scriveva Italo Calvino, di «far stare una parola dietro l’altra seguendo certe regole definite, o più spesso regole non definite né definibili ma estrapolabili da una serie di esempi o protocolli»2 – è sfruttato dalle aziende, oltre che attraverso pratiche di espropriazione del lavoro e di esternalizzazione dei costi ambientali, attraverso una presentazione deliberatamente fuorviante e la generalizzata distribuzione di tali sistemi al pubblico, malgrado la consapevolezza degli inevitabili effetti dannosi. Nella lunga lista dei previsti effetti nefasti di GPT-4, puntualmente elencati da OpenAI nella relativa System card, compaiono l’inquinamento dell’ecosistema dell’informazione («ha il potenziale di mettere in dubbio l’intero ambiente dell’informazione, minacciando la nostra capacità di distinguere i fatti dalla finzione»), la possibilità di truffe e manipolazioni politiche su larghissima scala (con uno strumento che può produrre una miriade di testi, orientati come si desidera e indistinguibili da quelli prodotti da esseri umani) e «la tendenza a inventare i fatti, a fornire informazioni errate e a svolgere compiti in modo scorretto», tanto più pericolosa quanto più sono stati resi plausibili, e dunque ingannevoli by design, i suoi output. A fronte di queste caratteristiche, il CEO di OpenAI twitta giulivo che chi non può permettersi le cure potrà farsi curare da un generatore di linguaggio, e le aziende che commercializzano applicazioni per l’assistenza mentale registrano milioni di abbonati, sfruttando, manipolando e mettendo in pericolo le persone più vulnerabili.
Commercializzare impunemente prodotti pericolosi e non funzionanti non è impresa da poco. Ma l’operazione di propaganda dei giganti della tecnologia ha ottenuto, finora, ben altro: un’impostazione del discorso pubblico che punisce le vittime, come in quel paese di Acchiappacitrulli in cui Collodi aveva fatto finire il suo povero burattino, e l’assimilazione dei colpevoli a lungimiranti paladini dell’umanità.
2. Le vittime colpevoli e altre storie
L’impiego di sistemi di apprendimento automatico per funzioni che essi, in virtù delle loro caratteristiche strutturali, non possono svolgere, genera danni e sofferenze agli esseri umani coinvolti. Se la responsabilità per gli effetti ordinari di tali prodotti ricadesse sui produttori, come i sistemi normativi – fin dal Codice di Hammurabi – usualmente prevedono, la loro commercializzazione non sarebbe vantaggiosa (quand’anche il diritto non la vietasse tout court).
Le grandi aziende tecnologiche che distribuiscono tali sistemi hanno adottato perciò una strategia analoga a quella utilizzata a suo tempo dalle industrie del tabacco: hanno finanziato la ricerca universitaria e la divulgazione scientifica e utilizzato i mezzi di comunicazione pubblica (che esse stesse detengono) per diffondere una famiglia di narrazioni, sulla natura e le prestazioni degli attuali sistemi di intelligenza artificiale, che tutela, legittimandolo, un modello di business fondato sulla sorveglianza e sulla possibilità di esternalizzare impunemente i costi del lavoro, degli effetti ambientali e dei danni sociali.
È ormai largamente condivisa, perciò, l’idea che ai danni prodotti dai sistemi di apprendimento automatico si debba reagire non come dinanzi a qualsiasi prodotto pericoloso e non funzionante, ossia vietandone la vendita e l’utilizzo (oltre che la pubblicità ingannevole), e imponendo ai responsabili il pagamento dei danni, bensì come dinanzi a un problema di allineamento dei valori, di etica dell’intelligenza artificiale o di equità algoritmica, quasi che gli algoritmi potessero essere destinatari di un’opera di moralizzazione, in grado di aggiungere a sistemi statistici automatizzati, quale procedura computazionale tra le altre, la facoltà del giudizio morale.
Su questi temi, propongo alla revisione paritaria aperta due articoli:
Le narrazioni – idee trasmesse nella forma di storie – diffuse dalle grandi compagnie tecnologiche danno forma alla percezione pubblica del rapporto tra etica, politica, diritto e tecnologia.
Definendo gli assiomi del dibattito, le grandi imprese impongono quali priorità politiche le loro priorità aziendali. La tradizionale «cattura del regolatore», realizzata tramite gli opportuni incentivi o tramite il meccanismo delle revolving doors, è così accompagnata dalla cattura culturale: con un’operazione di propaganda, «colonizzando l’intero spazio dell’intermediazione scientifica», si ottiene che il regolatore – al pari dell’opinione pubblica – condivida in partenza l’impostazione desiderata e che chiunque esprima preoccupazioni sia etichettato come retrogrado o luddista.
Sono così entrate a far parte del senso comune una precisa impostazione di fondo e uno specifico set di problemi e soluzioni, brevemente illustrati di seguito.
2.1.a. Il principio di inevitabilità tecnologica
Il progresso tecnologico è considerato inarrestabile e di ogni singola tecnologia si dà per scontato che sia «qui per restare» o che «se non lo facciamo noi, lo farà qualcun altro». Qualsiasi dibattito ha luogo perciò entro la «logica del fatto compiuto», così che la possibilità di non costruire affatto alcuni sistemi o di non utilizzarli per alcune finalità non possa essere neppure contemplata.
2.1.b. Il principio di innovazione
Il principio di innovazione – fondato sul tacito assunto che qualsiasi innovazione tecnologica sia foriera di competitività e occupazione e debba perciò essere assecondata, anche a scapito del principio di precauzione – è in genere la maschera dietro la quale grandi aziende rivendicano la tutela dei loro concreti interessi economici. Gli studi più recenti mostrano, del resto, che i monopoli del capitalismo intellettuale ostacolano qualsiasi innovazione, per quanto dirompente e benefica, che non si adatti al loro modello di business, promuovendo principalmente un’innovazione tossica che estrae o distrugge valore, anziché produrlo.
2.1.d. L’antropomorfizzazione delle macchine e la deumanizzazione delle persone
La tendenza spontanea ad antropomorfizzare gli oggetti della tecnologia è sfruttata dalle aziende per indurre la convinzione che i loro prodotti siano in grado di comprendere, conoscere, consigliare o giudicare in senso proprio; correlativamente, il cervello è assimilato a un computer, gli esseri umani a macchine e i volti delle persone a codici a barre, così da giustificare il fatto che le persone siano effettivamente trattate come cose, nei processi in cui si decidono le loro sorti sulla base di statistiche automatizzate, a partire da etichette e collezioni di dati che – a qualsiasi titolo e pur senza alcun riferimento a contesti e significati – li riguardino.
2.1.e. I miti dell’eccezionalismo tecnologico e del vuoto giuridico
La tesi che le leggi vigenti non si applichino ai prodotti basati su sistemi di «intelligenza artificiale», in virtù della loro novità e straordinarietà, e che servano dunque nuove leggi, scritte ad hoc per ciascuna tecnologia, serve a dar luogo a una corsa che vedrà il legislatore perennemente in affanno, nel rincorrere le più recenti novità tecnologiche, le quali saranno dunque commercializzabili eslege. Tale affermazione dell’eccezionalismo tecnologico è in genere assunta tacitamente:
Negli ultimi decenni la Silicon Valley è riuscita a costruire intorno a sé una fortezza antiregolamentare promuovendo il mito – di rado dichiarato apertamente, ma ampiamente condiviso dagli operatori del settore – che il settore “tech” sia in qualche modo fondamentalmente diverso da ogni altra industria che l’ha preceduto. È diverso, secondo questo mito, perché è intrinsecamente animato da buone intenzioni e produrrà prodotti non solo nuovi, ma anche precedentemente impensabili. Qualsiasi danno a livello micro – sia esso a un individuo, a una comunità vulnerabile o a un intero paese – è considerato da questa logica un valido compromesso per un “bene” a livello macro, in grado di cambiare la società.
Il mito del vuoto giuridico ha consentito alle grandi aziende di fondare il loro modello di business su una «bolla giuridica», ossia su una generale violazione di diritti giuridicamente tutelati, impedendo, fin qui, di constatare che esse stanno violando leggi vigenti, applicabili anche ai nuovi prodotti.
In assenza di precedenti, come osserva Erevan Malroux, pur in presenza di una risposta del diritto, è possibile che vi siano dubbi sul significato di quella risposta (ossia una «vaghezza giuridica») o che la risposta non sia ritenuta soddisfacente («ad esempio, quando una pratica è consentita, mentre la società ritiene che dovrebbe essere regolamentata in modo più rigoroso») e che sia opportuno, perciò, adottare regolamenti specifici.
2.1.f. Gli allarmi su rischi e pericoli tratti dal futuro o dalla fantascienza
Una congerie di utopie per multimiliardari bianchi (nelle quali confluiscono ideologie complessivamente denominate TESCREAL) invitano l’opinione pubblica a occuparsi del futuro dell’umanità (donde il termine longtermism), anziché del presente, e variamente vagheggiano scenari in cui il bene dell’umanità sarà il frutto delle tecnologie su cui questi stessi multimiliardari intendono, di volta in volta, lucrare. Filosoficamente inconsistenti e massicciamente finanziate, hanno in comune deliri eugenetici e un concetto di “umanità” che esclude gran parte degli esseri umani.
Non dovremmo regolamentare l’IA finché non vediamo un danno significativo che si stia effettivamente verificando […] Deve esserci almeno un minimo di danno, in modo da capire quale sia il vero problema
la natura della cui distrazione somiglia a quella della zia Sally, in Le avventure di Huckleberry Finn:
«Ci è scoppiata una caldaia».
«Dio santo! Ci sono stati dei feriti?»
«No, signora. È morto un negro».
«Che fortuna! Poteva farsi male qualcuno […]»3
2.2 Il paese di Acchiappacitrulli
Le diverse narrazioni concorrono, congiuntamente, al perseguimento di singoli scopi aziendali: al fine di sfuggire alle responsabilità per gli effetti dannosi dei prodotti, ad esempio, sono utili l’eccezionalismo, l’antropomorfizzazione delle macchine e, insieme, il «principio di inevitabilità tecnologica», secondo un meccanismo che Joseph Weizenbaum aveva descritto quasi mezzo secolo fa:
Il mito dell’inevitabilità tecnologica, politica e sociale è un potente tranquillante per la coscienza. Il suo servizio è quello di togliere la responsabilità dalle spalle di tutti coloro che ci credono veramente. Ma, in realtà, ci sono degli attori! […] La reificazione di sistemi complessi che non hanno autori, di cui sappiamo solo che ci sono stati dati in qualche modo dalla scienza e che parlano con la sua autorità, non permette di porsi domande di verità o di giustizia.4
Poiché qualcuno deve pur pagare i danni, gli appelli all’eccezionalità delle nuove tecnologie sono accompagnati dalla proposta di una responsabilità distribuita anche tra gli utenti e le vittime o da quella di attribuire un ruolo decisivo agli esseri umani coinvolti nei processi automatizzati (human on the loop), affidando a una persona il compito di intervenire, con prontezza fulminea, nei casi di emergenza, o di rettificare il responso imperscrutabile di un sistema automatico. L’introduzione di un inverosimile controllo umano svolge la funzione di legittimare l’uso di sistemi pericolosi, attribuendo all’essere umano il ruolo di capro espiatorio. Quanto simili strategie aziendali siano analoghe alle truffe in senso stretto, è manifesto nei casi in cui le vittime siano colpevoli by design, come pare sia stato specificamente previsto nei veicoli Tesla attraverso un meccanismo di disattivazione dellla funzione Autopilot un secondo prima dell’impatto, così da far risultare che il veicolo, al momento dello schianto, fosse affidato al passeggero umano.
Alla tesi dell’eccezionalità delle nuove tecnologie, che renderebbe inapplicabili i sistemi normativi normativi vigenti e gli ordinari criteri di attribuzione della responsabilità, si oppone oggi una crescente consapevolezza del fatto che i sistemi informatici sono artefatti, ossia oggetti, e che non c’è alcuna ragione per sottrarne la distribuzione e la commercializzazione alla legislazione ordinaria.
3. Le leggi in vigore valgono anche per l’«intelligenza artificiale»
I sistemi informatici fondati sull’«intelligenza artificiale» devono essere considerati quali meri prodotti. Per chi non li consideri, antropomorficamente, quali agenti, resta infatti valida la tradizionale dicotomia tra soggetti giuridici e oggetti. L’eventuale impossibilità di risalire alla responsabilità dovrebbe perciò essere assimilata giuridicamente, anziché a un rebus filosofico, a una forma di negligenza del produttore. La responsabilità per gli effetti dannosi di tali prodotti, prevedibili o imprevedibili che siano, potrà essere agevolmente oggetto delle soluzioni giuridiche ordinariamente definite, nel rispetto del principio cuius commoda, eius et incommoda e tenendo conto della «radicale asimmetria di potere» e di profitto «tra coloro che sviluppano e distribuiscono i sistemi algoritmici e i singoli utenti che sono soggetti ad essi».
Di recente, la Federal Trade Commission statunitense ha pubblicamente smascherato la natura strumentale delle narrazioni sull’eccezionalismo tecnologico. In netto contrasto con la posizione delle grandi aziende, ha dichiarato che i prodotti della tecnologia sono soggetti alle norme in vigore e che l’impossibilità, per ragioni tecniche, di ottemperare a ciò che le leggi esigono non è una ragione per dichiararsi esentati da quelle stesse leggi e chiederne di nuove, bensì – come in qualsiasi altro settore a fronte di una constatazione di illegalità – una ragione per non commercializzare affatto simili prodotti:
C’è un mito potente in giro secondo il quale «l’IA non è regolamentata». […] Ha un forte fascino intuitivo: suona bene. Come potrebbero queste misteriose nuove tecnologie essere regolamentate dalle nostre vecchie leggi polverose?
Se l’avete sentita o l’avete detta, fate un passo indietro e chiedetevi: a chi giova questa idea? Non aiuta i consumatori, che si sentono sempre più indifesi e smarriti. Non aiuta la maggior parte delle aziende. […]
Credo che l’idea secondo cui «l’IA non è regolamentata» aiuti quel piccolo sottoinsieme di imprese che non sono interessate alla compliance. E abbiamo già sentito frasi simili. «Non siamo una compagnia di taxi, siamo una compagnia tecnologica». «Non siamo un’azienda alberghiera, siamo un’azienda tecnologica». Queste affermazioni erano di solito seguite da affermazioni secondo cui le norme statali o locali non potevano essere applicate a queste aziende.
La realtà è che l’IA è regolamentata. Solo alcuni esempi:
– Le leggi sulle pratiche commerciali sleali e ingannevoli si applicano all’IA. […]
– Le leggi sui diritti civili si applicano all’IA. […]
– Le leggi sulla responsabilità civile e da prodotto si applicano all’IA.
In una Dichiarazione congiunta, la Federal Trade Commission e altre tre agenzie federali hanno reso noto che, negli interventi di applicazione delle leggi vigenti, esse intendono utilizzare «con vigore» le loro prerogative «per proteggere i diritti degli individui, indipendentemente dal fatto che le violazioni del diritto avvengano attraverso mezzi tradizionali o tecnologie avanzate». La pretesa che i nuovi sistemi di intelligenza artificiale siano emersi in un «vuoto giuridico» è respinta come infondata, sulla base della elementare constatazione che i codici non prevedono che l’intelligenza artificiale sia esentata dalle leggi.
Quanto al generale non funzionamento di intere categorie di prodotti che le aziende presentano come fondati su sistemi di «intelligenza artificiale», la Commissione esprime la propria consapevolezza di tali pratiche e la decisione di assimilarle a pubblicità ingannevole o a frode:
il fatto è che alcuni prodotti con pretese di IA potrebbero anzitutto non funzionare come pubblicizzato. In alcuni casi, questa mancanza di efficacia può sussistere indipendentemente dagli altri danni che i prodotti potrebbero causare. Chi li commercia deve sapere che, ai fini dell’applicazione della FTC, le affermazioni false o non comprovate sull’efficacia di un prodotto sono il nostro pane quotidiano.
State esagerando quello che il vostro prodotto di IA può fare? O addirittura sostenete che può fare qualcosa che va oltre le attuali capacità di qualsiasi tecnologia di IA o automatizzata? Ad esempio, non viviamo ancora nel regno della fantascienza, dove i computer possano fare previsioni affidabili del comportamento umano. Le vostre dichiarazioni riguardo alle prestazioni saranno considerate ingannevoli se non avranno un fondamento scientifico o se si applicheranno solo a certi tipi di utenti o in certe condizioni.
Spesso, alla constatazione dei danni e delle violazioni dei diritti che hanno luogo quando si utilizzino sistemi di apprendimento automatico per funzioni che essi non possono svolgere, le aziende oppongono argomenti basati sull’antropomorfizzazione delle macchine e la deumanizzazione delle persone. L’imperscrutabilità delle mente umana, ad esempio, renderebbe lecito il rilascio di prodotti inspiegabili e imprevedibili, ossia costitutivamente non sicuri. Così il CEO di Google, in una recente intervista:
Scott Pelley: Non capite bene come funziona. Eppure, l’avete scaricato sulla società?
Sundar Pichai: Sì, è così. Mettiamola così. Non credo che comprendiamo appieno neppure il funzionamento della mente umana.
A simili artifici retorici, la Federal Trade Commission risponde ricordando che la Commissione medesima «storicamente non ha reagito bene all’idea che un’azienda non sia responsabile del proprio prodotto perché questo è una «scatola nera» incomprensibile o difficile da testare» e che, nei casi in cui la legge esiga spiegazioni, «l’inspiegabilità o l’imprevedibilità di un prodotto è raramente una difesa giuridicamente ammissibile».
Quanto alla responsabilità per i prevedibili danni derivanti dalla distribuzione di alcuni prodotti, la Presidente della Federal Trade Commission, Lina Khan, avverte, con specifico riferimento alla possibilità di automatizzare le frodi online, tramite i generatori di linguaggio:
Nell’applicare il divieto di pratiche ingannevoli, non ci limiteremo a considerare i truffatori occasionali che impiegano questi strumenti, ma anche le aziende a monte che li mettono a disposizione.
A tale impostazione, si oppone la richiesta delle grandi aziende di privilegiare invece un approccio basato sui rischi. La posta in gioco è lucidamente espressa dall’AI Now Institute: «l’esperienza europea ci insegna quanto sia pericoloso il passaggio da un quadro normativo «basato sui diritti», come nel GDPR, a uno «basato sui rischi», come nel prossimo AI Act, e su come l’impostazione fondata sul «rischio» (in contrapposizione ai diritti) possa spostare il terreno di gioco a favore di quadri volontari e standard tecnici guidati dall’industria». L’approccio basato sui rischi si concentra in effetti, come osserva Margot Kaminski, sui soli danni assunti come prevedibili e quantificabili, oscurando le violazioni dei diritti individuali e i danni alle società democratiche; poiché dà per scontato che i sistemi di «intelligenza artificiale» funzionino e debbano essere adottati, si limita a smussarne gli spigoli, dimenticando completamente – come hanno rilevato il Comitato europeo per la protezione dei dati e il Garante europeo per la protezione dei dati a proposito della proposta di AI Act – gli individui che, a qualsiasi titolo, siano affetti dai sistemi di intelligenza artificiale. Riducendo a questioni tecniche valutazioni e decisioni intrinsecamente politiche, l’approccio basato sui rischi assume tacitamente il principio dell’inevitabilità tecnologica e una prospettiva soluzionista, a tutela del modello di business delle grandi aziende tecnologiche. Queste paiono costituire, al momento, «il fantasma lobbista nella macchina» della regolazione.
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