La nostra collana Methexis ha pubblicato ad accesso aperto il volume di Lorenzo Cini, Società civile e democrazia radicale, Firenze, Firenze University Press, 2012. La versione digitale del testo, in formato PDF, è a disposizione di tutti presso l’archivio elettronico dell’editore.
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Il Simposio di Platone
Pensate che i testi antichi siano semplicemente vecchi? Che l’amore platonico non vada mai al sodo?
Leggere il Simposio di Platone confrontandosi direttamente col testo, com’è possibile fare grazie al Perseus Project, vi farà cambiare idea. Riscoprirete un capolavoro politicamente scorretto, che parla molto più dello spirito della ricerca scientifica che di eros e di vino.
L’ipertesto sul Simposio, costruito perché gli studenti dell’università di Pisa possano affrontare Platone anche senza sapere il greco, è a disposizione di tutti qui.
L’onore degli ambasciatori: citazioni ad accesso aperto
Chi pubblica i propri lavori ad accesso aperto fa un uso pubblico della ragione. Chi preferisce l’accesso chiuso ne fa un uso privato: anziché rivolgersi ai cittadini del mondo valendosi della miglior tecnologia di comunicazione disponibile al momento, parla a un gruppo ristretto, selezionato con criteri economici. La scelta dell’accesso chiuso è di solito dovuta o a un’adesione d’abitudine alla prassi della comunità accademica di riferimento, o alla cura per la propria carriera e al timore che una pubblicazione ancora percepita come poco tradizionale possa condurre a valutazioni negative. Qui il teatro dell’azione non è una sfera pubblica virtualmente universale, bensì istituzioni particolari.
La citazione è “la moneta corrente nel commercio della comunicazione scientifica ufficiale“. Serve, quando costruisco tesi su idee altrui, sia a pagare dei debiti, sia a esibire la solidità del mio credito: la mia voce suona più forte, sostenuta dal patrimonio di letteratura che ho prelevato dalla banca del sapere.
La citazione è anche la materia prima degli indici bibliometrici, che possono essere decisivi per la valutazione della ricerca, gli avanzamenti nella carriera e le politiche d’acquisto delle riviste nelle biblioteche. In questa seconda funzione, le citazioni non sono moneta soltanto metaforicamente, ma anche in un senso assai letterale.
In un’opera pubblicata in rete le citazioni, in forma di link, sono moneta anche nel senso dell’economia dell’attenzione: tutte le volte che faccio un collegamento a una risorsa, migliorando il suo ranking nei motori di ricerca e rendendola più visibile, aumento il suo valore. E dato che i testi ad accesso aperto sono citati di più, ottenervi citazioni significa ricevere un bellissimo regalo.
Se le risorse citate sono a loro volta ad accesso aperto, la citazione è un segno di gratitudine per il dono della loro presenza. Ma se sono ad accesso chiuso si può dire lo stesso?
George Monbiot, in un recente articolo sul Guardian, ha chiamato gli oligopolisti dell’editoria scientifica “i capitalisti più spietati del mondo occidentale”, perché sfruttano il lavoro, per loro gratuito, di ricercatori e revisori finanziati con fondi pubblici, privatizzandone il prodotto e imponendogli un prezzo esorbitante. Che senso ha, per chi sceglie l’accesso aperto, far loro pubblicità gratis e senza reciprocità, per il loro profitto?
Potremmo raccomandare a chi pubblica ad accesso aperto la soluzione radicale, ma ingiusta, di citare esclusivamente risorse ad accesso aperto. Il marketing dell’attuale oligopolio della comunicazione scientifica tende a farci credere che la validità di un contenuto dipenda dal luogo in cui viene pubblicato (Björn Brembs, What’s wrong with scholarly publishing today? slide 87): se escludessimo la possibilità che un’idea veramente buona appaia in una rivista ad accesso chiuso commetteremmo lo stesso errore. Si può allora pensare a una politica di riduzione del danno, con alcune innovazioni rispetto alla consuetudine.
1. Preferire sistematicamente la letteratura ad accesso aperto;
2. citare i documenti ad accesso aperto depositati negli archivi istituzionali e disciplinari anche quando ne è stata pubblicata una versione ad accesso chiuso;
3, quando il testo da citare è rilevante per le idee che contiene e non per l’autore, cercare un documento ad accesso aperto che riporti tesi analoghe, anche quando questo significhi menzionare il lavoro di un dottorando in luogo di quello di un’academic star;
4. se il testo ad accesso chiuso è insostituibile, non citarlo direttamente, ma citare le risorse ad accesso aperto che lo segnalano e lo schedano; se mancano, produrre una sua breve presentazione ad accesso aperto per l’uso della citazione, avendo cura di sottolineare, quando è il caso, che la risorsa è ad accesso chiuso e a pagamento, mentre avrebbe potuto non esserlo.
La citazione di seconda mano non solo lascia quasi invariato l’impatto citazionale del testo ma ha un altro, importante, pregio.
In un ambiente in cui l’informazione è fin troppo abbondante il curatore – o il battitore di piste alla Vannevar Bush – ha un ruolo creativo; indica da che parte voltarsi, riduce la complessità con criteri più raffinati e umani degli algoritmi basati sulla popolarità, produce idee nuove da nuove combinazioni di concetti già noti. Già soltanto per questo merita di essere riconosciuto.
Ma il curatore che segnala in accesso aperto una risorsa ad accesso chiuso, esponendone il contenuto, fa qualcosa di ancora più significativo: libera per l’uso pubblico della ragione una risorsa che era a uso privato, dice nella luce quanto è stato detto nelle tenebre, grida sui tetti quanto gli è stato sussurrato all’orecchio. In questo senso il vero studioso è lui: perché è lui che racconta ai cittadini del mondo quanto l’autore aveva riservato agli eletti selezionati da un carisma economico.
A tutti noi, quando abbiamo scritto la nostra tesi di laurea, è stato detto non era bello fare citazioni di seconda mano, perché ci si esponeva al sospetto di non aver letto i testi citati e al rischio di recepire le eventuali inesattezze della citazione copiata. La politica di citazione qui proposta innova questa regola, indicando una situazione in cui la citazione di seconda mano è doverosa, perché non è un segno della pigrizia del citante, ma di una scelta – spesso non del tutto consapevole – del citato, che parla a pochi e per interessi particolari quando potrebbe parlare a tutti e per interessi universali. La citazione di seconda mano renderebbe evidente che chi rinuncia a entrare in prima persona nella sfera pubblica deve rassegnarsi alla mediazione – non necessariamente benevola e accurata – di qualcun altro che si prende il suo merito. E che oggi l’uso pubblico della ragione, superati i limiti tecnologici ed economici dell’età della stampa, si fa nell’accesso aperto.
Questa proposta nasce dall’esperienza della comunicazione ancora prevalente nell’ambito umanistico e tenta di affrontare il problema della mancanza di reciprocità nel rapporto fra accesso aperto e accesso chiuso, in un mondo in cui buona parte della ricerca mainstream continua ad adottare la seconda opzione, spesso soltanto per mancanza di consapevolezza. Ci possono essere soluzioni migliori? La discussione è aperta.
–dnt
Un dono per Wikisource
Si è conclusa la prima parte dell’esperimento Scholars, don’t disregard Wikipedia: become Wikipedia. La traduzione dell’articolo di Fichte Prova dell’illegittimità della ristampa dei libri. Un ragionamento e una parabola è stata sottoposta a revisione paritaria aperta, e, dopo aver ricevuto dei sostanziali miglioramenti grazie ai revisori volontari che hanno partecipato all’intrapresa, è stata caricata su Wikisource.
La traduzione è destinata a vivere una doppia vita, come opera individuale pubblicata su una rivista accademica e come base di sedimentazione del contributo collettivo su Wikisource. Sarà interessante confrontare, nel tempo, il corso di queste esistenze.
Abilitazioni, sorteggi e misteri
Segnaliamo ai lettori che, a giudicare dai log, passano di qui in cerca di notizie sulle abilitazioni, l’articolo di Giuseppe Di Nicolao e Antonio Banfi appena uscito su Roars, intitolato Commissioni per le abilitazioni: i misteri dei sorteggi fai-da-te del MIUR.
Perchè il MIUR sorteggia le commissioni alla spicciolata violando il regolamento delle abilitazioni? Il Comitato tecnico nominato dal MIUR aveva previsto una regola “anti-brogli” per prevenire sorteggi pilotati. Perché è stata disattesa? Perché i sorteggi pubblici vengono annunciati con meno di 24 ore di anticipo?
Le domande di Roars riguardano anche il settore della filosofia politica, i cui commissari sono stati appena sorteggiati. E sono pertinenti e preoccupanti.
Don’t hate the aggregator. Become the aggregator
Il 25 ottobre 2012 ho partecipato a una conferenza sull’Open Access con Jean-Claude Guédon, organizzata da SardegnaRicerche.
Le criticità degli oligopoli dell’editoria scientifica sono già evidenti, all’estero. In Italia però, complice una valutazione della ricerca costruita su database parziali, proprietari e opachi e su qualche conflitto d’interessi, l’accesso aperto è un fenomeno degno di nota ma minoritario.
Guédon ha sostenuto che consegnare il sigillo della scientificità a multinazionali come Thomson Reuters, che include nel suo database proprietario le riviste a suo arbitrio meritevoli, significa creare non solo oligopolio e oligarchia, ma anche colonialismo culturale. Quando i ricercatori dei paesi emergenti sottopongono i loro articoli a core journals mappati in una prospettiva anglo-americanocentrica, dedicano la loro intelligenza agli interessi dei ricchi, anziché ai propri.
Se accettiamo che il marchio della scientificità sia impresso dai journals, ma desideriamo una ricerca meno oligarchica, la distribuzione ottimale dell’impatto delle riviste dovrebbe essere una curva non solo lunga, ma anche il più possibile piatta. Senza posizioni preponderanti diventerebbe più difficile drenare risorse dal privato al pubblico e dal centro alla periferia, come è avvenuto nel sistema che ha condotto alla crisi del prezzo dei periodici.
Applicare alla ricerca il modello della competizione – privilegiando la parte alta della curva – significa impoverirla, in una monocultura della conoscenza concentrata su pochissimi interessi e pericolosamente priva di biodiversità.
La rete, rendendo facile la pubblicazione, può aiutarci a uscire dalla povertà. Internet, però, non è esente da posizioni dominanti: come ha mostrato Jaron Lanier, il ruolo giocato, nella pubblicazione scientifica, dalle multinazionali editoriali passa ad aggregatori come i motori di ricerca e le reti sociali proprietarie. In entrambi i casi qualcosa che nasce gratuito viene sfruttato per il proprio marketing e per il proprio profitto.
La pubblicazione ad accesso aperto usa le rete e il software libero per abbattere le barriere economiche che separano l’autore dal lettore. Le riviste ad accesso aperto come il Bollettino telematico di filosofia politica sono solo un’attività collaterale alla ricerca: possono dunque essere gratuite per chi le legge e per chi ci scrive. Naturalmente, però, una rivista che diventasse mainstream, ricevendo centinaia di articoli al mese, non potrebbe più amministrarsi in modo artigianale: avrebbe bisogno di un’organizzazione più costosa, a spese del lettore, come nell’editoria tradizionale, o a spese dell’autore, come in Plos.
Essere piccoli, oscuri e poveri è il prezzo della libertà. Varrebbe la pena pagarlo, se.solo di libertà si trattasse. Chi compie una simile scelta rischia, però, di rimanere vittima delle forme più ottuse di valutazione della ricerca e di vedersi rubare la scena da vecchi e nuovi signori delle nuvole. Ci troviamo, dunque, di fronte a un dilemma: o stare nella coda lunga della curva della distribuzione a legge di potenza o stare nella sua parte alta – o essere piccoli, artigianali, liberi, gratuiti e pluralisti, ma oscuri e facilmente sfruttabili, o diventare grossi, industriali e famosi, ma perdere se stessi.
Super-riviste
La soluzione di Guédon al dilemma che gli ho proposto s’ispira al modello delle super-riviste o mega-journals. Plos One, per esempio, pubblica qualsiasi testo scientificamente rigoroso che superi la revisione paritaria, senza nessun’altra considerazione editoriale. La rivista riesce a rispondere rapidamente agli autori e a offrire articoli con cadenza quotidiana, grazie a un numero enorme di redattori accademici e a un flusso di lavoro automatizzato.
Se tutte le riviste incluse nel Doaj si federassero raggruppandosi in aree disciplinari ampie sotto testate unitarie anch’esse ad accesso aperto, otterremmo delle super-riviste in grado di pubblicare – completamente gratis – un volume enorme di articoli. Il carattere federale permetterebbe a ciascuna testata federata di mantenere la propria struttura, il proprio comitato scientifico, i propri interessi e i propri tempi di lavoro, mentre le dimensioni della federazione condurrebbero a un volume di articoli e di citazioni troppo grande per essere ignorato. E pluribus, unum.
Naturalmente, perché il federalismo sia possibile, le riviste ad accesso aperto devono intendere la loro attività non in concorrenza, ma in cooperazione. Si tratta di un passaggio difficile per chi applica alla scienza i modelli aziendalistici, ma facile per quanti sanno che una ricerca non ha successo quando vince il campionato della bibliometria, ma quando aiuta a comprendere meglio una porzione di mondo. La loro generosità, in ogni caso, sarà ricompensata dall’impatto della super-rivista, che ricadrà su ciascuna testata federata.
Questa rivoluzione culturale – un unico giardino aperto, cento fiori – avrebbe, per le scienze umane, un beneficio aggiuntivo: potrebbe aiutarle a superare la pluralità piccola e provinciale degli horti conclusi per aprirsi al pluralismo interconnesso teorizzato, per esempio, da Gregory Crane.

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