Brunella Casalini: dei rifiuti e della cura

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Machine Vision
Deborah Lupton, Machine Vision
CC-BY 4.0

L’ultimo libro della collana Methexis, proposto da Brunella Casalini, si intitola Waste land: dall’incuria dell’homo faber alla cura dell’homo reflectus mira a superare l’ignoranza tramite la cura dei rifiuti.

A distanza di un anno dalla sua pubblicazione, il testo è stato presentato presso la Società italiana di Sociologia della vita quotidiana e ampliato con una riflessione ulteriore, disponibile qui.

Prendersi cura, si domanda l’autrice, può ridursi a porgere una cannuccia di plastica a un paziente costretto a letto, o richiede di ampliare la prospettiva per chiedere da dove viene quella plastica e che ne sarà – e come ci influenzerà – quando diventerà un rifiuto?

Nel sistema capitalistico, l’estensione della cura oltre l’ambito privato è ostacolata tramite un’ignoranza coltivata affinché ci si disinteressi di ciò che accade a monte e a valle della produzione: alla dequalificazione del lavoro corrisponde una sottrazione della conoscenza su come funzionano, non funzionano o potrebbero diversamente funzionare le cose, a favore di tecnocrati che trattano gli stessi soggetti morali come esternalità. In questo senso diventar consapevoli della cultura dello scarto è molto più di una questione di carità cristiana.

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Lettera aperta: “Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università”

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No AIContro l’università è in corso una guerra, ma solo una delle due parti è armata: le grandi aziende tecnologiche del complesso militare-industriale statunitense hanno colonizzato le università, per sostituire la finalità originaria dell’istruzione pubblica con gli obiettivi aziendali. Con le piattaforme per l’istruzione, mirano a estrarre valore dai dati degli studenti e a creare “una conduttura di futuri utenti” dei loro prodotti: “Ottieni quella fedeltà molto presto, e potenzialmente per tutta la vita”. La priorità “educativa” è per le aziende “la dipendenza degli adolescenti” dai loro servizi e prodotti. Grazie ai chatbot, la dipendenza è ottenuta per mezzo della dequalificazione: utenti divenuti incapaci di scrivere da soli, anche ai livelli più elementari, saranno ostaggi di sistemi informatici proprietari, dai quali, per quanto scadenti, dipenderanno.

Sistemi del genere sono inutili e dannosi, nelle università, se non come oggetto di studio. Se anche funzionassero, del resto, a chi mai verrebbe in mente di andare in palestra a guardare una macchina che sollevi pesi al suo posto?

Nei giovani, l’uso dei chatbot preclude l’apprendimento e abitua a omologarsi, a non pensare, a recepire pensieri già formulati da altri. È un addestramento alla “resa cognitiva”, all’adozione dell’output di un chatbot senza verifica e anche nei casi in cui contrasti con le proprie intuizioni o i propri ragionamenti. Chi non sia in grado di pensare non sarà in grado di valutare criticamente, di rivendicare diritti, di opporsi al potere, quale che sia. Ai cittadini si addicono il pensiero e l’uso pubblico della ragione. Ai sudditi, la resa cognitiva.

Un chabot è utile a chi lo produca, oltre che a fini di sorveglianza (se qualcosa di intimo restasse ancora celato al complesso militare-industriale, le aziende scommettono che lo confideremo all’app che promette di farci parlare con Gesù) anche a fini di manipolazione e controllo: uno strumento che ci suggerisca cosa scrivere ci suggerisce, al tempo stesso, cosa pensare. Per i sudditi eventualmente riottosi, l’accesso ai beni necessari alla sopravvivenza sarà legato alla disciplina.

Le università sono complici quando agiscono come broker edtech, promuovendo prodotti che dequalificano e disabilitano studenti e ricercatori e li intrappolano in infrastrutture proprietarie, e come megafoni aziendali, propagando narrazioni che proteggono il modello di business delle grandi aziende tecnologiche (malgrado il profluvio di linee guida ossessivamente dedicate all’etica, non c’è un modo etico di distruggere l’università).

Nelle università già ben addestrate a competere per finanziamenti privati e ad impegnarsi in ricerche delle quali i finanziatori privati dettino l’inquadramento, i risultati e financo il tono, molti si sono affrettati ad abbracciare “una pedagogia dell’inevitabile” e “una serie di strumenti i cui principali casi d’uso – polizia predittiva, targeting militare, pubblicità e pornografia – sono in profonda contraddizione con i valori che sostengono di difendere”.

Ma c’è anche chi, di fronte al male della banalità, reagisce.

Olivia Guest, Iris van Rooij, Barbara Müller e Marcela Suárez, scienziate e docenti universitarie dei Paesi Bassi, sono state promotrici e prime firmatarie, il 27 giugno 2025, di una lettera aperta ai loro Atenei, Basta con l’adozione acritica delle tecnologie di intelligenza artificiale nelle università*, che, con Maria Chiara Pievatolo e Antonio E. Porreca, abbiamo tradotto di seguito.

Alle università dei Paesi Bassi, alle Università olandesi di Scienze applicate e ai rispettivi Consigli di Amministrazione,

Con questa lettera, prendiamo una posizione di principio contro la proliferazione delle cosiddette tecnologie di “intelligenza artificiale” nelle università. In quanto membri di un’istituzione educativa, non possiamo tollerare l’uso acritico dell’IA da parte di studenti, professori, ricercatori o dirigenti. Chiediamo inoltre di riconsiderare tutti i rapporti finanziari diretti tra le università olandesi e le aziende di IA. Introdurre le tecnologie di IA senza restrizioni conduce a violare lo spirito della legge europea sull’IA. Mina i nostri valori pedagogici fondamentali e i principi dell’integrità scientifica. Ci impedisce di rispettare i nostri principi di indipendenza e trasparenza. E, cosa più preoccupante, è stato dimostrato che l’uso dell’IA ostacola l’apprendimento e disabilita il pensiero critico.

In qualità di studiosi, e in particolare di docenti universitari, abbiamo la responsabilità di dare un’istruzione ai nostri studenti, non di mettere il timbro a lauree senza relazione con capacità di livello universitario. Il nostro dovere di educatori è di coltivare il pensiero critico e l’onestà intellettuale, e il nostro ruolo non è quello di accettare l’alternativa tra la sorveglianza e la promozione della truffa, né quello di considerare normale che i nostri studenti o i ricercatori che supervisioniamo evitino il pensiero approfondito. Nelle università ci si impegna a fondo con ciò che si studia. L’obiettivo della formazione universitaria non è risolvere i problemi nel modo più efficiente e rapido possibile, ma sviluppare le capacità per identificare e affrontare problemi nuovi, che non sono mai stati risolti prima. Ci aspettiamo che agli studenti siano dati lo spazio e il tempo per formarsi opinioni proprie, profondamente ponderate, ispirate dalle nostre competenze e coltivate dai nostri spazi educativi. Questi spazi devono essere protetti dalla pubblicità aziendale, e i nostri finanziamenti non devono essere spesi in modo improprio per società a scopo di lucro, che offrono ben poco in cambio e dequalificano attivamente i nostri studenti. Persino il termine stesso “Intelligenza Artificiale” (che da un punto di vista scientifico si riferisce a un campo di studio accademico) è ampiamente abusato, con una mancanza di chiarezza concettuale che viene sfruttata per promuovere interessi aziendali e minare le discussioni scientifiche. È nostro compito demistificare e mettere in discussione l’“IA” nel nostro insegnamento, nella nostra ricerca e nel nostro impegno con la società.

Dobbiamo proteggere e coltivare l’ecosistema della conoscenza umana. I modelli di IA possono imitare l’aspetto del lavoro accademico, ma (per loro stessa natura) non hanno nulla a che fare con la verità: il risultato è un diluvio di “informazioni” non verificate ma che suonano convincenti. Nel migliore dei casi, l’output è accidentalmente vero, ma in genere privo di citazioni, avulso dal ragionamento umano e dalla rete di saperi di cui si impadronisce. Nel peggiore dei casi, è presentato con sicurezza ma sbagliato. Entrambi gli esiti sono pericolosi per l’ecosistema.

Le tecnologie di “IA” presentate in modo esagerato e sopravvalutate, come i chatbot, i grandi modelli del linguaggio e i prodotti correlati, non sono che questo: prodotti che l’industria tecnologica, proprio come le industrie del tabacco e del petrolio, spinge sul mercato per profitto e in contraddizione con i valori della sostenibilità ecologica, della dignità umana, della tutela pedagogica, della privacy, dell’integrità scientifica e della democrazia. Questi prodotti di “IA” danneggiano materialmente e psicologicamente la capacità dei nostri studenti di scrivere e pensare con la propria testa, perché esistono invece a beneficio degli investitori e delle aziende multinazionali. Come strategia di marketing per introdurre tali strumenti in classe, le aziende sostengono falsamente che gli studenti siano pigri o incapaci di scrivere. Condanniamo tali affermazioni e riaffermiamo la capacità d’azione degli studenti contro il controllo aziendale.

Ci siamo già trovati in questa situazione con il tabacco, il petrolio e molte altre industrie dannose che non si curano dei nostri interessi e che sono indifferenti al progresso dei nostri studenti nello studio e all’integrità dei nostri processi scientifici.

Vi invitiamo a:

  • Opporvi all’introduzione dell’IA nei nostri sistemi software, da Microsoft a OpenAI ad Apple. Non è nel nostro interesse lasciare che i nostri processi siano corrotti e cedere i nostri dati affinché vengano utilizzati per addestrare modelli che per noi non solo sono inutili, ma anche dannosi.
  • Proibire l’uso dell’IA in classe per i lavori degli studenti, proprio come vietiamo i servizi di scrittura di tesi su commissione e altre forme di plagio. Gli studenti devono essere protetti dalla dequalificazione e devono essere riconosciuti loro lo spazio e il tempo per svolgere i loro lavori da sé.
  • Smettere di normalizzare la propaganda sull’IA e le menzogne prevalenti nella sua presentazione aziendale. Queste tecnologie non hanno le capacità pubblicizzate e la loro adozione espone studenti e studiosi al rischio di violare i principi etici, legali, accademici e scientifici di affidabilità, sostenibilità e sicurezza.
  • Rafforzare la nostra libertà accademica, in quanto personale universitario, per far rispettare questi principi e criteri nelle nostra didattica e nella nostra ricerca, nonché nei sistemi informatici che siamo obbligati a utilizzare nell’ambito del nostro lavoro. In quanto studiosi, abbiamo diritto ai nostri spazi.
  • Sostenere il pensiero critico sull’IA e promuovere un approccio critico alla tecnologia su solide basi scientifiche. Il dibattito scientifico deve essere libero dai conflitti di interesse causati dai finanziamenti aziendali dell’industria, e la resistenza ragionata deve sempre essere sempre possibile.

Cordialmente,

*La versione originale della lettera aperta può essere letta e sottoscritta qui.

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Sulla nuova edizione della traduzione italiana di “The Public and its Problems” di John Dewey

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John DeweyLa casa editrice Società Aperta si è impegnata negli ultimi anni in un’impresa meritevole: rimettere a disposizione del pubblico italiano testi classici da tempo fuori commercio che continuano a far parte del dibattito contemporaneo e che sono oggetto di riscoperte capaci di aprire nuovi campi d’indagine. Un esempio è The Public and its Problems di John Dewey, l’opera con cui nel 1927 il filosofo rispose a Public Opinion (1922) e The Phantom Public (1925) di Walter Lippmann. Proprio per l’importanza cruciale del testo, la riproposizione di questo volume poteva rappresentare un’occasione preziosa per aggiornare la ricezione di Dewey in Italia; un’occasione che, tuttavia, è stata almeno in parte mancata.

L’editore ha scelto di ristampare una vecchia traduzione (Nuova Italia, 1971). In una nuova edizione di un classico sarebbe auspicabile un ripensamento filologico a partire dal titolo, che nella vecchia traduzione italiana è Comunità e potere. In un’ottica di ricerca futura sarebbe preferibile che il titolo originale fosse reso più fedelmente come Il pubblico e i suoi problemi. Questo titolo è, infatti, cruciale per comprendere la natura dinamica del “pubblico” deweyano. Per Dewey, infatti, il pubblico non è una comunità pre-esistente o un’identità fissa, ma un’emergenza funzionale:

Il pubblico consiste di tutte quelle persone che sono affette (affected) dalle conseguenze indirette delle transazioni a tal punto che si ritiene necessario che di tali conseguenze ci si prenda cura sistematicamente (tr. mia).

Riconoscere gli effetti indiretti delle transazioni, ovvero i problemi, le questioni, che affliggono un pubblico, è il requisito necessario perché esso possa arrivare a costituirsi. Un compito che Dewey riteneva complesso a causa del passaggio dalle piccole comunità locali alla Great Society, segnata dalla crescita di infrastrutture invisibili e globali.

In futuro, la densità del testo deweyano beneficerebbe di una revisione sistematica della traduzione che ne emendasse alcuni refusi e sviste. Per fare solo qualche esempio, a pagina 90 “physical agencies” è tradotto con “organismi materiali” invece che con “agenti” o “dispositivi fisici”; a pagina 103 the “score of pages” è restituito con le “ventine di pagine”; alle pagine 93 e 116 manca un pezzo di traduzione; a pagina 138, leggiamo “disperazione” laddove l’originale recita scattering at large (dispersione); a pagina 120 troviamo, come a pagina 93 e 116, frammenti sintatticamente incomprensibili: “I simboli a loro volta, dipendono, dalla comunicazione delle idee, e la si prendono in considerazione e si trasmettono i possono trasmettersi dall’uno all’altro…”. Una cura editoriale più attenta, per un testo adottato in ambito accademico, permetterebbe di restituire piena leggibilità a passaggi complessi, valorizzando il rigore del pensiero originale dell’autore.

La prefazione di Valerio Fabbrizi offre un ottimo punto di partenza per orientare il lettore, scegliendo di far dialogare Dewey con Habermas e Rawls e adottando un approccio consolidato. Anche in questo caso, però, si sarebbe potuto cogliere l’occasione per aggiornare il confronto con la produzione letteraria più recente che l’opera ha continuato a stimolare all’interno della comunità scientifica internazionale.

Il prefatore, per esempio, osserva correttamente che Dewey risponde alla visione che oggi definiremmo “neoliberale” di Lippmann (p. II). Qui un’integrazione preziosa sarebbe stata il riferimento all’oggi imprescindibile ricerca genealogica compiuta da Barbara Stiegler in “Il faut s’adapter”. Sur un nouvel impératif politique (2019)1, un’opera tradotta in italiano appena due anni fa. Con il suo lavoro Stiegler ha dimostrato che la disputa Dewey-Lippmann non era una lite sulle procedure, ma uno scontro tra l’adattamento forzato al mercato e la democrazia come indagine collettiva. È una tensione che si prolunga negli anni Trenta: mentre Dewey teorizza una pianificazione democratica, Lippmann si orienta definitivamente in senso neoliberale con The Good Society (1938), l’opera al centro del Colloque Walter Lippmann di Parigi a cui parteciparono anche Hayek e Mises.

Privilegiare il rapporto con Habermas e Rawls, con una chiave di lettura volta a sottolineare soprattutto le continuità e affinità, d’altra parte, ad avviso di chi scrive, rischia di ridurre la riflessione di Dewey a una questione di “procedure democratiche” – sebbene il prefatore stesso sottolinei anche la “dimensione sostanziale della democrazia” deweyana (p. VIII) –, tradendo i punti di distanza più significativi tra questi autori e Dewey. Sia Habermas che Rawls ragionano come se fosse possibile definire in via aprioristica i confini tra pubblico e privato, cosa che Dewey mette in discussione in modo radicale. Laddove, poi, Habermas e Rawls pensano al pubblico come a una realtà unica e unitaria, per Dewey si deve parlare di una molteplicità di pubblici, il cui problema principale va al di là del modo in cui è classicamente posto il tema della rappresentanza. Questi pubblici non sono necessariamente animati da una visione comprensiva della vita, ma nascono da specifiche issues che, nella grande società, sono rappresentate da sfide alla salute, all’ambiente o relative ad altre specifiche questioni sollevate dall’innovazione tecnico-scientifica, che le istituzioni dovrebbero recepire e a cui dovrebbero dare risposta.

Se Habermas cerca un proceduralismo universale e astratto, Dewey adotta una logica sperimentale e situata, che ricorda lo staying with the trouble di Donna Haraway2. Questa postura è stata raccolta e sviluppata da una parte degli Science and Technology Studies. Per autori come Latour3, Marres4 o Monnin5, in particolare, la forza di Dewey sta nel descrivere come i pubblici emergano attorno a problemi concreti. Pur criticando le conclusioni di Lippmann, Dewey riprende e sviluppa in una direzione democratica l’idea che sia necessario abbandonare la concezione classica della democrazia, per concentrarsi piuttosto sulla mobilitazione dei pubblici intorno a problemi concreti. La distinzione deweyana tra fatti e valori non anticipa tanto quella habermasiana tra fatti e norme, quanto i matters of concern latouriani: quegli oggetti di preoccupazione che, una volta riconosciuti, trasformano gli individui in un pubblico attivo.

L’ontologia relazionale di Dewey abbandona il presupposto atomico dell’azione tipico del liberalismo classico. L’individuo è un essere che si realizza attraverso le associazioni e che è, intrinsecamente, “costituito da associazioni” (a partire da quelle cellulari, p. 147). Si tratta di una visione che anticipa l’idea dell’individuo come olobionte sostenuta dalla biologa Lynn Margulis: un organismo definito da simbiosi e relazioni6. Questa prospettiva permette di interpretare l’autonomia individuale non come indipendenza assoluta, ma come il risultato di una complessa rete di relazioni. Come suggerito da molta letteratura femminista contemporanea — e in particolare da Judith Butler — l’idea del soggetto sovrano rischia di occultare la svalutazione della cura e di nascondere il fatto che “non si nasce individui”7: nessuno può sottrarsi a una originaria e costitutiva condizione di dipendenza. Riconoscere questa relazionalità è, per Dewey, il primo passo per comprendere la natura associata che sta a fondamento del pubblico.

Tale ontologia relazionale ha bisogno della comunicazione e, in un’epoca caratterizzata da rapidi mutamenti tecnologici e scientifici, di una comunicazione che traduca, anche grazie all’arte e alla forza di simboli adeguati, conoscenze specialistiche in un linguaggio comprensibile dall’opinione pubblica. Questa preoccupazione di Dewey lo avvicinava alle sperimentazioni visive di Otto Neurath, l’inventore degli ISOTYPE (International System of Typographic Picture Education)8. Entrambi condividevano l’idea che la democrazia non potesse ridursi al solo momento del voto, ma richiedesse una profonda democratizzazione della conoscenza. Tale obiettivo appare tanto più urgente se legato al progetto di una pianificazione democratica, concepita da Dewey e Neurath come una terza via necessaria, capace di distinguersi sia dal centralismo totalitario e statalista sia dalle soluzioni neoliberali.

Coerentemente con il valore attribuito alla comunicazione, d’altra parte, il progetto deweyano invita a riscoprire la dimensione dell’ascolto. Si tratta di un tema centrale nella teoria democratica odierna, spesso trascurato dalle prospettive deliberative fino a tempi recenti più concentrate sulla voice (la presa di parola) che sul recepimento delle istanze portate nel dibattito9. Per Dewey, valorizzare l’ascolto significa riconoscere che la comunicazione non è un semplice passaggio di informazioni, ma un processo di partecipazione condivisa che richiede attenzione e cura per il punto di vista altrui, per le condizioni che rendono possibile sintonizzarsi con l’altro.

In conclusione, la riproposizione di questo testo ci ricorda che la democrazia richiede una cura costante affinché segni e simboli aiutino a pensare criticamente e comprendere il presente. In questo spirito la comunità scientifica dovrebbe continuare a interagire con questo classico, affinché la “Great Society” possa davvero trasformarsi in quella “Great Community” auspicata dall’autore di The Public and its Problems.


  1. B. Stiegler, Bisogna adattarsi. Un nuovo imperativo politico, tr. it. di B. Magni, Carbonio, Milano 2023.↩︎
  2. D. Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, tr. it. di C. Durastanti e C. Ciccone, Nero Edizioni, Roma 2019.↩︎
  3. B. Latour, Dingpolitik. Come rendere le cose pubbliche, tr. it. di E. Piaggesi e G. Romano, postmedia, Milano 2011.↩︎
  4. N. Marres, “The Issues Deserve More Credit: Pragmatist Contributions to the Study of Public Involvement in Controversy”, in Social Studies of Science, 37(5), 2007, pp. 759-780 ed Ead., Material Participation: Technology, Environment and Everyday Publics, Palgrave Macmillan, London 2012.↩︎
  5. A. Monnin, Héritage et fermeture. Pour une écologie du démantèlement, Divergences, Paris 2021.↩︎
  6. L. Margulis e D. Sagan, Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica, a cura di A. Balzano, Mimesis, Milano 2026.↩︎
  7.  J. Butler, La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico, tr. it. di F. Zappino, Nottetempo, Roma 2020, p. 61.↩︎
  8. O. Neurath, Linguaggio internazionale per immagini. Le prime regole dell’ISOTYPE con immagini ISOTYPE, Mimesis, Milano 2018.↩︎
  9. Si veda, tra gli altri: J. McNamara, “Listening for Healthy Democracy”, in D. L. Worthington e G. D. Bodie, a cura di, The Handbook of Listening, Wiley-Blackwell, Oxford 2020, pp. 385-395.↩︎
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La scienza aperta in Italia: una periferia senza centro?

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I would prefer not toPaola Galimberti ha caricato su Zenodo l’articolo Open Science in assenza di un coordinamento pubblico. Appunti da un’esperienza istituzionale in un contesto di lunga transizione. Il suo contributo riferisce della supplenza dell’Università Statale di Milano per la creazione di un’infrastruttura amministrativa e di pubblicazione di dati e testi, in luogo di governi che si sono per lo più limitati a dichiarazioni verbali e a piani ‘azione senza finanziamenti.

“Quale ruolo può ancora svolgere lo Stato” – si chiede Paola Galimberti – “nella governance della conoscenza, senza ridurre la scienza ad attività ministeriale?”

La scienza cosiddetta aperta – o, almeno, la sua retorica – è sembrata una soluzione alla delegittimazione della ricerca istituzionale contemporanea: “crisi di trasparenza, di riproducibilità, di accesso, di fiducia pubblica”. Ma, almeno in Italia, una cosa è fare dichiarazioni, un’altra scalfire interessi e poteri sedimentati per sostenere infrastrutture nazionali condivise, politiche di finanziamento stabili, sistemi informativi e di monitoraggio aperti. E prima di concludere che l’immobilità del sistema è dovuta solo a povertà di denaro, bisogna considerare quanto se ne è versato e se ne continua a versare agli oligopolisti dell’editoria commerciale.

In questa prospettiva, la supplenza periferica non è una soluzione, bensì la manifestazione di una debolezza politica. Questa debolezza, al centro, è accresciuta dalla valutazione di stato, che, obbligando i sottomessi a dipendere da editori e banche-dati private, infligge al sistema pubblico una crescente asimmetria di potere informativo; in periferia, dalla circostanza che le iniziative dal basso – quali la produzione e l’uso di dati esclusivamente aperti, o l’investimento di piattaforme di pubblicazione per riviste ad accesso aperto basate su software libero – non possono, come tali, cambiare l’intero sistema. D’altra parte, anche nelle gerarchie accademiche locali si possono trovare sia alcuni Marco Aurelio, sia non pochi Commodo.

Quando però, osserva Paola Galimberti, si è trattato di recepire un nuovo invito europeo, quello a rendere la ricerca “sicura”, il governo italiano si è affrettato a battere i tacchi. Come mai? Solo perché gli strumenti dello stato, per il loro carattere coercitivo e generale si addicono di più alla militarizzazione della ricerca che alla sua liberazione, o per qualche altro motivo specificamente italiano?

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