
CC-BY 4.0
È d’uso chiamare “tecno-fascismo” il regime che si è instaurato negli USA, forse a partire da epoche meno recenti di quanto si immagini, e si va espandendo, per dipendenza, viltà o complicità, nell’Unione Europea. Secondo Giuseppe Longo, invece, questi regimi possono certo essere detti “tecno-” perché basano il loro potere sull’impiego di tecniche; dirli, però, “-fascisti” è una semplificazione che cela l‘innominato totalitarismo che li ispira.
- Il fascismo del periodo fra le due guerre mondiali del secolo scorso fu un movimento reazionario-popolare che, una volta conquistato il potere in modi formalmente legali, si affrettò a distruggere la democrazia liberale, elezioni comprese, in nome di una posizione statalista, anti-individualista ed economicamente interventista.
- La connessione politica fra liberismo e fascismo è tarda, e risale al colpo di stato di Pinochet in Cile (1973), quando, con il plauso di Hayek, i Chicago Boys si valsero della dittatura militare per imporre politiche neoliberiste radicali.
- Nei decenni successivi, i neoliberisti sono riusciti a fare a meno di generali e colonnelli: “grazie a strutture di capitale ipercentralizzate e tecniche, a oligopoli economici senza controlli né limiti in nessuna delle loro attività, […] hanno costruito un consenso elettorale popolare attorno al loro campione o al loro alleato sicuro e autoritario, senza nemmeno bisogno di presentarsi come una «reazione » (ad eccezione della costruzione di un consenso di «reazione» all’immigrazione e alle ondate politiche «woke»)”.
- La leva della loro conquista e conservazione del potere è una declinazione neofeudale della tecnologia digitale (“ma anche, sebbene meno visibili, dalle biotecnologie, dagli OGM alla salute umana”), che ha costruito, su reti apparentemente comuni, media sociali proprietari di sorveglianza e manipolazione comportamentale, con la complicità delle potenze imperiali e la soggezione dei loro vassalli.
- Questa tecnica è pitagorica e imperativa: la “realtà” su cui si applica è ciò che può essere digitalizzato, vale a dire rappresentato numericamente, e che un’oligarchia può controllare dandole ordini, tramite linguaggi di programmazione imperativi perché rivolti a macchine.
- Come per i vecchi fascismi questo progetto ha bisogno e promuove la frammentazione del pensiero: “software in rete che ci sollecitano senza sosta, impediscono la riflessione, ci fanno interagire solo con frasi brevi, senza mai facilitare lo sviluppo di un ragionamento” – di modo che i programmati non abbiano tempo di ragionare su chi e perché struttura e controlla il sistema.
Possiamo però chiederci come mai è così difficile trovare un termine politico a cui appoggiare il prefisso “tecno”.
È comodo associare la frammentazione e la disabilitazione (deskilling) delle persone a regimi politici totalitari del secolo passato.1 Tuttavia, fuori dalla politica, siamo abituati a frammentazione e disabilitazione fin dalla rivoluzione industriale, durante la quale precoci teorici dell’automazione come Charles Babbage e Andrew Ure insegnavano a diffidare degli agenti umani e a perseguire un controllo meccanico centralizzato.2 Si tratta(va), per i più, di economia nel suo senso etimologico, ossia di tecniche interne alle aziende: ma proprio questo ne facilita(va) l’estensione al di là e anche contro la libertà delle persone.3 In fondo, sono solo necessità “tecniche”.
Luciano Gallino, in un’intervista che risale a pochi mesi prima della sua morte, fotografò così il “che” che segue al “tecno-“:
il neoliberalismo non è una dottrina che vuole scoprire come funziona il mondo, spiegarlo agli altri e conformarlo in modo che sia più consono rispetto a leggi individuate e scoperte. Tra le grandi dottrine politiche questo approccio caratterizza ad esempio il marxismo. Marx voleva scoprire come funzionava davvero il mondo capitalistico e spiegarlo, per poi correggerlo, emendarlo e fondare un altro ordine sociale. Il neoliberalismo è una dottrina essenzialmente costruttivistica. Essa non dice, come dicevano i liberali classici, che l’essere umano è di per sé un homo oeconomicus, dice che l’essere umano anche se non lo è, può essere spinto in diversi modi ad agire come un uomo economico e questo ha i suoi vantaggi non solo in economia ma anche nella famiglia, nei rapporti sociali, in politica e in qualunque altro settore della società. Il neoliberalismo, tra tutte le grandi dottrine politiche, non è una teoria scientifica nel senso che vuole scoprire come funziona la realtà, vuole piuttosto costruire la realtà secondo i propri principi e i propri canoni, nella convinzione che tutto funzionerebbe meglio.[corsivo aggiunto]
È “pitagorismo”, dunque, ma senza la mistica e la metafisica dell’antica scuola di Crotone: non occorre una visione strutturata del mondo se si può pretendere di costruirne uno imperativamente e in continuità con una disciplina interiorizzata come una seconda natura, così “tecnica” da non poter essere discussa dai profani. Come addetti alla ricerca possiamo certo alimentare, nel circuito delle oligarchia editoriale commerciale, il nostro portafoglio di “prodotti della ricerca”, riflettendo su come completare “tecno-” in un modo che non suoni autoassolutorio. Ma, prima e di più, dovremmo dissentire nelle nostre istituzioni, per attrezzarci a intendere l’economia e le sue tecniche come politiche e ricostituire ambienti in cui sia possibile dar leggi a noi stessi invece di subirle da altri.
- Una stagione con cui gli europei non hanno fatto seriamente i conti, come scrive Adriano Prosperi in Un tempo senza storia, 2021, II: “non si può guardare ad Auschwitz senza pensare a come l’Europa abbia inabissato lì tutta la sua cultura e la sua grande storia senza più trovare la via per risalire dall’abisso. Prendere coscienza di questo è difficile, assai più di quanto lo sia stato l’inventare la storia europea agli inizi del secondo millennio dell’era cristiana. Nel crogiolo della Shoah finirono la potenza industriale e militare della Germania insieme a tutto il grande patrimonio di religioni, filosofie, miti, credenze e tradizioni latine e germaniche. Vi precipitò la romanità da operetta del fascismo italiano ma anche la gigantesca costruzione di fede e di speranza custodita da una Chiesa cattolica il cui pontefice benediceva i regimi fascisti e taceva sui lager e sulla retata degli ebrei romani ma si precipitò a scomunicare i comunisti italiani dopo la Liberazione, per non parlare dell’altra voce cristiana, quella della Chiesa luterana che ritenne suo dovere – suo Beruf – dare piena collaborazione all’antisemitismo nazista rispolverando le maledizioni di Lutero contro gli ebrei. Nella difficilissima risalita, le Chiese brancolano, cercano un ruolo nella salvezza delle specie naturali e in quella dei popoli e dei gruppi sociali perseguitati. Ma ci vorrà tempo per misurare l’effetto dell’onda d’urto a cui diamo il nome emblematico di Auschwitz. Solo prendendo coscienza di ciò che oscura l’orizzonte umano del nostro tempo si riesce a vedere lucidamente l’inevitabilità dello squallore delle nostre società e del vuoto di ideali e di speranze che minaccia di inghiottire le nuove generazioni”
- David F. Noble, Progress without People, II.4 1995; Andrew Ure, The Philosophy of Manufacturers, 1835 “wherever a process requires peculiar dexterity and steadiness of hand, it is withdrawn as soon as possible from the cunning workman, who is prone to irregularities of many kinds, and it is place in charge of a peculiar mechanism, so self-regulating, that a child may superintend it…. ”
- Come, del resto, non era impossibile prevedere.

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