A pledge to be open: l’impegno pubblico di Erin McKiernan

open access logo Ecco una traduzione del Pledge to be open di Erin McKiernan, nella sua versione semplificata. Avevamo già pubblicato qualcosa di simile, ma più lungo e didattico: questo testo, nella sua brevità, è molto più incisivo e si presta bene a un uso interdisciplinare.

L’ultimo punto del giuramento merita di essere commentato: in questo momento un ricercatore non può limitarsi a fare il suo lavoro e a licenziarlo per la “pubblicazione”, ma deve anche esprimersi con franchezza a favore dell’accesso aperto. Infatti, nella neolingua dell’università-azienda, la “pubblicazione” ha ormai ben poco a che vedere con la pubblicità, e molto invece con la carriera, o con la sopravvivenza, in un sistema pervasivo di controllo burocratico. Chi pubblica per fare uso pubblico della ragione, cioè per parlare con la società dei cittadini del mondo, ha il dovere di chiarire gli equivoci: il filosofo, naturale e no, rende i suoi testi accessibili perché parla all’umanità; l'”addetto alla ricerca” – come spregiativamente viene chiamato nei documenti ministeriali – “pubblica” in primo luogo per i burocrati che lo valutano, cioè non pubblica affatto. Chi è filosofo, naturale o no, deve far notare la differenza.

Mi impegno a:

  1. prestare la mia opera come redattore o come revisore solo per riviste ad accesso aperto
  2. pubblicare solo in riviste ad accesso aperto
  3. condividere in modo aperto i miei manoscritti di lavoro
  4. condividere in modo aperto il mio codice, quando possibile
  5. condividere in modo aperto i miei appunti, quando possibile
  6. chiedere alle associazioni professionali e scientifiche di cui faccio parte di sostenere l’accesso aperto
  7. parlare con franchezza a favore dell’accesso aperto.
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Franco Palazzi, Eichmann e noi – una rilettura di Hannah Arendt sul ‘giudizio’

Uno studioso davvero giovane, Franco Palazzi, ha depositato il suo articolo nell’archivio Marini, mettendolo a disposizione di tutti, qui. Per quanto il suo testo sia solo una fase di un work in progress che ancora lascia molte questioni aperte, riteniamo che meriti di essere segnalato, in modo da facilitarne la conoscenza e la discussione.   È infatti ancora raro, in un mondo in cui lo spirito competitivo prevale programmaticamente sull’interesse della ricerca, che dei giovani scelgano di pubblicare il proprio lavoro allo scopo di renderlo pubblico e non per altri, meno etimologici, motivi.

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Dopo le riviste: il futuro dell’accesso aperto

nordic logoIl numero d’esordio della rivista Nordic Perspectives on Open Science ospita un dialogo sulla scienza aperta nelle discipline umanistiche fra Jean-Claude Guédon e Thomas Wiben Jensen.

  1. Secondo The Open Access Citation Advantage Service di SPARC Europe la maggioranza degli studi finora condotti indica che la pubblicazione ad accesso aperto  produce un vantaggio non irrilevante per quanto concerne il numero di citazioni.  L’accesso aperto, dunque, dovrebbe essere molto appetibile per ricercatori che i sistemi di valutazione stanno trasformando in massimizzatori – razionali? – di citazioni: ma la percentuale di pubblicazioni scientifiche ad accesso aperto sembra essere al di sotto del 50%. Come mai, specie in campo umanistico,  questo tipo di pubblicazione è ancora percepito come l’alternativa oscura, piuttosto che come la strada maestra?
  2. Molte riviste di scienze umane, pur avendo un numero di abbonati “di nicchia” che deve essere soccorso dal finanziamento pubblico, non passano all’accesso aperto perché temono di sparire. Come mai questa convinzione è così diffusa?

Secondo Guédon, per rispondere a queste domande dobbiamo smettere di costringere la discussione nella prospettiva dell’emulazione, nel mondo della rete, di forme elaborate nel mondo della stampa quali le riviste e gli articoli.

La comunicazione scientifica a stampa si basa su riviste e articoli: dobbiamo fare nello stesso modo anche in rete?

Prima dell’invenzione della stampa il sistema degli scriptoria elaborava manoscritti che erano opere d’alto artigianato, pensate per un’élite di committenti e vocate alla conservazione di testi per loro natura rari e costosi. La stampa non si limitò a rimpiazzare l’artigianato d‘élite con la produzione di massa e a proporre un sistema nuovo e incognito rispetto all’antico e alla sua reputazione, ma inventò nuovi oggetti testuali e trasformò i valori culturali e le relazioni interpersonali. Quando la copia è difficile, la cultura deve preoccuparsi in primo luogo della conservazione: quando invece la riproduzione, meccanizzata, diventa più facile, si può permettere di perseguire e valorizzare il nuovo.

Anche oggi la rivoluzione digitale sta producendo oggetti inusitati: mega-journal,  piattaforme come Research Ideas & Outcomes che seguono l’intero processo della ricerca dal principio alla fine, e addirittura sistemi, come Wikipedia, che funzionano a dispetto dell’idea romantica di autore.

Anche se – osserva Jensen –  la rete sta trasformando la conoscenza e il pensiero in processi sempre più socialmente distribuiti e condivisi, la discussione scientifica ha bisogno di elementi stabili: interlocutori identificabili e affidabili – cioè autori – e teorie riconosciute da cui prendere le mosse – cioè articoli pubblicati in riviste -. Possiamo ben riconoscere – risponde Guédon – il valore di una forma di revisione paritaria come passaporto d’ingresso alla conversazione della scienza, e possiamo ben usare identificatori come l’ORCID per le persone e il DOI per i testi; ci dobbiamo, però, chiedere, se tutto ciò debba necessariamente ridursi nel letto di Procruste dell’articolo.

Lo sviluppo del software libero: un modello per le riviste del futuro?

I progetti di sviluppo di software libero producono codice intersoggettivamente controllabile grazie al contributo di numerosi volontari, su piattaforme che rendono possibile il versioning, il riconoscimento della paternità, la discussione e l’archiviazione. Questi progetti, a differenza delle riviste scientifiche tradizionali, non sono genericamente disciplinari, bensì ispirati da uno scopo specifico che un gruppo fluido di persone si trova ad avere in comune. Anche per questo – per creare e conservare il gruppo e per offrire all’intrapresa la velocità che la rete rende possibile – hanno bisogno dell’accesso aperto strutturalmente e non accessoriamente. Non è questione di comunicazione: è questione di scienza. Le “riviste” del futuro, se si emancipassero dai vincoli dell’età della stampa, potrebbero essere qualcosa di simile.

Let us envision a platform – i.e. a website – with certain rules about accountability and identification which are actually close to those used in running a journal. Let us add further a starting set of problems that roughly correspond to the kinds of topics that the “journal” has been encompassing in the last few years of its existence (e.g. 5–7 years). In short, we have something that starts looking like an “electronic journal”, to use this familiar, yet fuzzy, term.

Ci sarebbero, però, delle differenze: la stampa ci ha abituato a produrre testi lunghi e in sé conchiusi, come piccole astronavi concepite per sopravvivere negli spazi vuoti di una conversazione che la stampa con i suoi filtri anteriori alla pubblicazione rendeva lenta e costellata di lunghissimi intervalli di silenzio.  Il nuovo sistema, di contro, richiederebbe interventi brevi e disposti ad arricchirsi non più in virtù della loro autosufficienza, ma della loro connessione: chi non ha più nulla da guadagnare dalla carriera accademica potrebbe perfino cominciare a sperimentarlo – anche perché è molto meno nuovo di quanto sembri.

Quando Socrate, nel Protagora,  si alza per abbandonare la discussione dopo che il suo interlocutore ha rifiutato la brachilogia,  sta facendo una battaglia di retroguardia a favore di una conversazione scientifica che l’affermarsi della scrittura andava cristallizzando nella macrologia e nell’alienazione del testo, e della quale resta enigmatica e inadeguata traccia nei dialoghi platonici. Ma i Socrate del futuro,  congedandosi dalla stampa, combatteranno all’avanguardia,  perché avranno finalmente dalla loro parte una scrittura divenuta fluida e immediatamente interattiva grazie alle possibilità offerte dalla rivoluzione digitale.

It may be a surprise to discover that the very notion of “journal” may act as a form of blockage, but this is the case if the journal is taken as a proxy of the Great Conversation. The same would have been true, at the end of the Middle Ages, if scriptoria had been taken as a proxy of the copy-function.

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Uscire di minorità: una proposta radicale di Björn Brembs

Björn Brembs,  in un articolo importante,  si chiede se i ricercatori possano davvero considerarsi soltanto vittime dell’attuale malattia della comunicazione scientifica – la privatizzazione dei suoi archivi e del suo sistema di valutazione – o se non ci sia anche il concorso di colpa di una loro condizione di minorità divenuta seconda natura. Per guarire, suggerisce una soluzione tanto semplice quanto radicale: se ne può leggere un resoconto dettagliato sul sito dell’Aisa, qui.

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La scienza aperta come questione sociale

Logo AisaIl primo convegno annuale dell’Aisa onlus – la nuova associazione italiana per la promozione della scienza aperta – si terrà a Pisa il 22 e il 23 ottobre 2015. Il  programma è qui. Passate a dare un’occhiata se capitate nei paraggi: sono fatti nostri.

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Il Cratilo di Platone

tetradrakmatonLa guida ipertestuale alla lettura del Cratilo di Platone composta per gli studenti della facoltà di Scienze politiche dell’università di Pisa è ora visibile a tutti qui.

L’ipertesto ha tratto vantaggio dall’Introduzione alla linguistica generale del professor Manuel Barbera dell’università di Torino il quale ha scelto di rendere il suo corso disponibile ad accesso aperto. Questa decisione, ancora poco comune, mi ha permesso di illustrare il senso interdisciplinare di un dialogo platonico importante non soltanto per la storia della filosofia, senza costringermi a re-inventare la ruota.

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