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L’accademia dei morti viventi, parte quarta: la conservazione dei testi

[Segue da Parte terza: i testi]

HR Giger Egg Silo I. L'uso dell'immagine in senso bibliotecario è stato ispirato da un contributo di Antonella De RobbioPiù effimera delle tavole di pietra, la carta stampata appare convenzionalmente più affidabile dei testi digitalizzati, esposti al malfunzionamento degli strumenti – sebbene  i dati sugli hard disk siano assai più durevoli di quanto s’immagini, – e all’obsolescenza dei programmi e dei formati.  La nostra esperienza nella conservazione di documenti cartacei è millenaria, mentre siamo dei neofiti per quelli elettronici. Anche per questo subiamo le complicazioni archeologiche connesse a programmi e formati proprietari non più mantenuti delle aziende produttrici.

La soluzione del problema della conservazione – come insegna la sopravvivenza selettiva delle opere di Aristotele – è in primo luogo sociale. Le biblioteche del XXI secolo saranno sempre più digitalizzate: la loro funzione astratta, però, – solo contingentemente identica alla conservazione di oggetti di carta – rimarrà la diffusione della conoscenza. Non a caso i bibliotecari sono, nell’accademia dei morti, fra i pochissimi vivi. Ma non possono essere lasciati soli:  la conservazione è sempre il lavoro di una comunità.

Se vogliamo che i nostri documenti rimangano leggibili, dobbiamo scegliere formati aperti e non proprietari sostenuti comunitariamente – come illustra la transizione dell’HTML dal caos dell’inizio degli anni ’90 del secolo scorso alla standardizzazione tramite il  W3C, o l’intrapresa del TEI per la creazione di un formato standard per condividere i dati nelle scienze umane. TEI, oggi  XML compatibile, è descrittivo piuttosto che procedurale, e insiste sulla struttura logica di un documento piuttosto che sul modo in cui appare fisicamente: è quindi indipendente dallo strumento attuale o futuro con cui un suo file verrà visualizzato. E’ stato, però, pensato con lo sguardo rivolto al passato, per la digitalizzazione di testi stampati. I testi nativi digitali dovranno andare oltre TEI, sfruttando più a fondo l’elasticità dell’XML. Chi scrive. per esempio, ha prodotto un libro tradizionale e un ipertesto da una medesima matrice in xml-docbook, valendosi di fogli stile e di programmi già esistenti, originariamente elaborati per la redazione di manuali tecnici.

I metadati conservano i testi, perché li collocano in una mappa che permette di ritrovarli, di identificarne la natura e di comprenderli in un contesto. Li disegniamo, però, senza sapere che cosa sarà importante nel futuro, e in una situazione in cui i motori di ricerca, piuttosto che affidarsi ai metadati prodotti da noi, preferiscono  usare – senza trasparenza –  i loro. Secondo Clay Shirky, le tassonomie tradizionali funzionano quando il corpus da catalogare è limitato e i suoi produttori e utenti sono un gruppo coeso di esperti, mentre in rete, con un corpus indefinite prodotto da gruppi sconnessi di dilettanti, sono preferibili i tag apposti dagli utenti – ma come  integrazione non sostitutiva delle classifiche fatte dagli specialisti.

Le classificazioni delle biblioteche tradizionali contengono sistemi di localizzazione che permettono di identificare univocamente il luogo in cui si trova un testo. Sul web, le citazioni scientifiche devono fare i conti con la mobilità delle risorse digitali, e la conseguente instabilità degli URL Occorre dunque un sistema di identificatori che si risolvano dinamicamente nell’URL, seguendone le variazioni. Handle offre un simile servizio, assegnando alla risorsa un nome anziché un indirizzo, e rendendola tracciabile attraverso i suoi metadati, i quali comprendono un URL.aggiornabile. Il sistema è distribuito fra server locali: il server globale si limita a indirizzare le richieste degli utenti verso le autorità di denominazione locali specificate nei metadati degli oggetti richiesti. Anche Handle e le sue applicazioni sono frutto di uno sforzo comunitario delle parti interessate.

La vita di un testo sta nell’essere letto: non si conserva chiudendolo in un forziere come una pietra preziosa, ma solo garantendone l’accessibilità nel tempo. Mentre un volume antico può essere fisicamente danneggiato dal contatto col pubblico, un testo digitalizzato sopravvive – cioè continua a esistere in rete – solo se rimane ad accesso aperto. Gli archivi aperti, tuttavia, sono pensati per l’accessibilità dei contenuti piuttosto che per la conservazione dei documenti. E ancora peggiore è la situazione delle riviste elettroniche ad accesso chiuso, a cui le biblioteche si abbonano senza acquisirne neanche una copia. Non possiamo affidare la durata a lungo termine del nostro lavoro ad aziende private finalizzate al profitto ed esposte al fallimento: occorre – di nuovo – un impegno comunitario, come per esempio quello di LOCKSS (Lots of Copies Keep Stuff Safe).

LOCKSS è una rete  di biblioteche, realizzata con software libero, che mettono in comune le proprie risorse in un archivio distribuito “chiaro”, cioè aperto al pubblico. Il suo omologo PORTICO, invece, propone un archivio proprietario centralizzato basato su software anch’esso proprietario. LOCKSS ha risposto con CLOCKSS, che archivia tutte le risorse di un gruppo selezionato di biblioteche in un archivio distribuito “nero“, chiuso finché l’editore titolare delle opere conservate rimane attivo: ma l’accesso futuro a CLOCKSS è aperto a tutti, mentre quello a PORTICO è riservato a chi paga. Entrambi le soluzioni sono parziali, e scontano un oneroso pedaggio a un copyright che nell’ambiente digitale può essere applicato in modo molto più intenso e capillare che in quello fisico.

La conservazione delle risorse digitali è un’impresa costosa in termini di hardware, software e personale, che si estende in un orizzonte temporale indefinito. Per questo è esposta alla tragedia dei beni comuni: se le istituzioni si aspettano che la faccia qualcun altro, o che qualcun altro approfitterà del loro lavoro senza dare nulla in cambio, non la farà nessuno. LOCKSS organizza in forma digitale il sistema della libera moltiplicazione delle copie che ci ha permesso di ricevere i testi antichi attraverso i millenni: chi vi partecipa non guadagna nulla, se non la possibilità di avere voce in capitolo su un bene comune – sulla stessa sopravvivenza della cultura nel tempo. Come aveva già compreso Platone, scrivere sul papiro o sul silicio equivale a scrivere nell’acqua, se non c’è una comunità di persone che assume, attraverso i secoli, la missione del sapere e della sua disseminazione come un compito proprio.

[Parte quinta, L’università]

 

L’accesso aperto è femminista

Katsushika Hokusai, Feminine WaveE’ possibile produrre un argomento femminista in favore dell’accesso aperto? In What is Feminist About Open Access?: A Relational Approach to Copyright in the Academy (“feminist@law” 1, 2011), Carys J. Craig, Joseh F. Turcotte e Rosemary Coombe sostengono che la critica del copyright promossa dal movimento per l’open access presenta numerosi punti di convergenza con la teoria del diritto e la filosofia politica femminista.

Il movimento per l’open access, in particolare, potrebbe trarre vantaggio dalla concezione relazionale dei diritti e dell’autonomia sulla quale da tempo lavorano le teoriche femministe (v., da ultimo, l’importante e imponente lavoro di Jennifer Nedelsky, Law’s Relations, Oxford University 2011, pp. 542). La teoria tradizionale del diritto d’autore è fondata sull’individualismo possessivo: essa incoraggia l’autore a concepire il proprio lavoro intellettuale alla stregua di una proprietà come le altre, che può dunque essere venduta e sfruttata come una merce e da cui è lecito trarre profitto. In questa visione, l’autore è concepito come un individuo isolato che pensa e scrive in una sorta di vuoto pneumatico rispetto alle idee prodotte da altri: è proprietario assoluto della sua opera in quanto essa è originale e unica. Questa visione dell’autore, secondo Craig, Turcotte e Coombe, è superata:  l’autore, inteso nel senso appena descritto, è “morto” e l’opera è piuttosto da considerarsi un “tessuto di citazioni” – come ha sostenuto Roland Barthes (cfr. ivi, p. 9).

L’autore, come il sé, può essere ormai pensato solo all’interno di una rete relazionale. L’individuo è autonomo – come sostengono le teoriche femministe contemporanee – solo se collocato in un sistema di interdipendenze che sostiene le sue capacità di agire e pensare autonomamente. Uno degli obiettivi dell’approccio relazionale femminista è, infatti, distinguere tra relazioni che minacciano l’autonomia e le relazioni che la salvaguardano e la incoraggiano. In questa visione, i diritti non servono più a proteggere e isolare l’individuo dall’invasione della collettività; sono piuttosto uno strumento fondamentale per strutturare le relazioni per avere  garanzie che impediscano la loro sempre possibile degenerazione in relazioni di potere e di dominio.

Il diritto d’autore, dunque, andrebbe riscritto e ripensato in senso relazionale alla luce delle potenzialità che Internet offre di stimolare i processi creativi aumentando lo spazio delle comunicazioni, delle informazioni, delle interazioni e degli scambi. La recinzione dei commons digitali è un ostacolo alla creatività e uno strumento di potere ed è, certamente, tanto più assurda e ingiustificabile quando i prodotti intellettuali presenti in rete ad accesso proprietario sono frutto di ricerche prodotte con finanziamenti pubblici e sono pubblicate su riviste il cui obiettivo principale dovrebbe essere la disseminazione della conoscenza in vista della crescita del bene comune.

Se le leggi sulla proprietà intellettuale sono state originariamente pensate per stimolare la produttività e incentivare gli autori, oggi esse sembrano soprattutto favorire il potere di grandi imperi editoriali, costruiti sullo sfruttamento di un mondo accademico che sembra ostinarsi a remare contro se stesso e, ancor di più, contro gli interessi della ricerca.

Più fiducioso circa la possibilità di un’appropriazione e declinazione in senso rivoluzionario delle tecnologie di origine patriarcale, il femminismo della c.d. terza ondata può puntare alla creazione di sinergie con il movimento per l’accesso aperto. Non sarà, tuttavia, facile neanche a questa nuova alleanza sconfiggere le strutture economiche e di potere che mantengono l’attuale sistema proprietario delle pubblicazioni. Certamente, non lo sarà nel panorama italiano dove gli studi di genere e la teoria femminista ancora faticano persino ad ottenere uno spazio disciplinare autonomo.

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L’accademia dei morti viventi, parte terza: i testi

[Segue da Parte seconda: il fantasma dell’autore]

Kevin Kelly, license CC-by-nc-saLa rete fa interagire i testi tramite i link. Li fa interagire fra loro ma soprattutto con il lettore e fra i lettori. Gli autori scrivono frasi, i tipografi stampano pagine, mentre i libri sono fatti dai rilegatori. Le loro proprietà formali non derivano dalla stampa, ma dalla loro organizzazione in forma di codice, che condiziona il modo in cui essi comunicano – tanto è vero che lo scrolling dei documenti sul web ci fa regredire all’esperienza del rotolo

Le tecnologie digitali, con gli ebook e i documenti PDF, hanno trasformato la stampa su carta in pixel sullo schermo, ma non sono andate oltre l’intento, retrospettivo, di rifare il libro con altri mezzi, senza indagare sulla possibilità di accrescere le funzionalità della comunicazione scritta. Per non restare prigionieri dell’età della stampa non basta copiare sul web l’organizzazione del codice aggiungendovi  la flessibilità e riproducibilità del digitale: occorre allargare il nostro senso del testo.

Lipertesto è uno dei pochi esperimenti  radicali finora prodotti dalle tecnologie digitali, con la sua capacità di mettere i testi in rete, liberandoli dalla schiavitù della sequenza, collegandoli internamente ed esternamente e rendendo finalmente chiaro che la loro vita dipende dall’attività del lettore. Gli ipertesti, però, disorientano gli utenti e non sono veramente interattivi, perché, pensati in origine come strumenti di ricerca, rappresentano le associazioni dell’autore e non le loro. Occorre trovare il modo di inserirli in una rete sociale che sia davvero interattiva, permettendo comunicazioni  multidirezionali non solo fra autore e lettore, bensì anche fra lettori.

I media digitali sono modulari, possono essere connessi tramite procedimenti automatici e la loro combinazione produce oggetti di natura variabile. A partire dal progetto Gutenberg, gli informatici umanisti hanno creato grandi database, e, per superare il loro carattere atomico, sistemi di contestualizzazione, revisione ed esposizione come quelli del progetto Nines. Questi strumenti, però, sono usati, di solito, da ben pochi studiosi al di là del gruppo che li ha promossi. Se rimaniamo in una prospettiva centrata sull’autore,  non si capisce perché ci si debba affaticare a cooperare, condividere e annotare.

L’atto della lettura si è spostato dagli spazi aperti dell’antichità a quelli chiusi del medioevo, in una progressiva privatizzazione. Per quanto si siano conservati – nella sfera pubblica moderna – momenti comunitari, la tecnologia del libro favorisce l’idea di un testo come un prodotto unico, discreto, autentico di un singolo individuo e suggerisce una lettura isolata, in particolare quando compiuta da studiosi. Nel loro isolamento, però, gli studiosi partecipano a una conversazione lentissima con gli autori di altri libri e ad altre forme di interazione, dalle lezioni alle conferenze. La fortuna dei blog accademici testimonia il desiderio di alcuni di uscire dalla propria stanzetta, o dalla biblioteca-silos della propria istituzione, rivitalizzando la conversazioni fra pari.

“Le nostre nuove tecnologie testuali ed editoriali devono riconoscere da una parte che pubblicare semplicemente i testi on-line e riuscire a riprodurre le strutture del libro in forma digitale non basta, in quanto la rete non può e non deve replicare il codice; e,  dall’altra, che spostarsi semplicemente a una forma editoriale più connessa internamente non rivoluzionerà parimenti la circolazione dei testi, perché l’accento resta sul testo individuale, l’autore individuale, la mente individuale.

Commentpress è un plugin di WordPress che divide i testi in porzioni linkabili fra loro e dall’esterno, e li rende puntualmente e paritariamente commentabili.  E’ stato usato per scrivere l’opera di cui sto parlando. Sto approfittando delle sue potenzialità per diffondere idee affini alle mie arricchendole di nuovi nessi, esponendole in modo che il loro senso sia comprensibile a un lettore di lingua italiana, ma aperto all’approfondimento di chi conosce l’inglese. Una traduzione integrale pubblicata in forma di codice,. digitale o cartaceo, non potrebbe fare niente di simile: tradizionalmente, i traduttori sono traditori perché scrivono – come aveva capito bene Kant – un nuovo libro completamente separato dal testo originale. Naturalmente, perché tutto questo funzioni, io devo essere più interessata a discutere e diffondere delle idee che a far sfoggio della mia originalità, o del prestigio dell’editore a cui ho scelto di regalare i miei diritti rendendo il  mio lavoro inaccessibile.

“Ogni pubblicazione è parte di una serie progrediente di conversazioni pubbliche, condotte  in molteplici registri temporali e attraverso molteplici testi. Rendere questo conversazioni il più possibile accessibili e invitanti dovrebbe essere lo scopo di chi immagina il corso delle comunicazioni testuali del futuro.

[continua in Parte quarta: la conservazione]

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L’accademia dei morti viventi, parte seconda: il fantasma dell’autore

[Segue da Parte prima: la revisione paritaria]

The Museum SyndicateLa peer to peer review della prima parte del testo di K. Fitzpatrick può funzionare solo se l’interesse principale del ricercatore è l‘avanzamento della comunità di conoscenza, prima che del suo proprio. Solo se l’autore si mette in discussione non tanto nella teoria, ma in primo luogo nella pratica.

L’architettura della rete favorisce la condivisione e l’interconnessione dell’informazione piuttosto che la proprietà individuale dei testi. La nuova tecnologia si è radicata, come a suo tempo la stampa, e ha provocato un dibattito, assai simile a quello della fine del XVIII secolo, sul senso e sulla metamorfosi della comunità intellettuale.

L’individualità dell’autore non è, di per sé, un esito necessario della stampa. Perfino la capostipite delle riviste scientifiche, le Philosophical Transactions of the Royal Society, nacque come una silloge compilata da un curatore, Henry Oldenburg. La stampa, in ogni caso, si prestava a costruire  una relazione isomorfica fra autore e libro. E ad essa si collegarono dei processi sociali che condussero alla nascita dell’autore, in una cultura che si orientava secondo l’ideale di un individuo autonomo, creatore e governatore di se stesso, proprietario. Lo scrittore, però,  non ha mai operato nel vuoto: è sempre stato parte di una conversazione più ampia, che ora la rete rende più estesa e più facile. Gli umanisti, in realtà, non temono la perdita della comunità, che continua in rete con altri mezzi, bensì quella dell’individualità.

Nella teoria, da Barthes in poi, l’autore pare defunto almeno dagli anni ’60 del secolo scorso: ridurre il testo al lavoro di un individuo, alle sue intenzioni e ai suoi interessi, significa chiudere il suo significato e negare la vita spirituale del lettore. Ma quanto è ormai quasi banale per noi come critici culturali, lo è anche per noi come scrittori? Se l’autore è felicemente deceduto, perché continuiamo a valutare le carriere accademiche sulla base del suo fantasma? Secondo Foucault, sebbene l’autore si riduca a una funzione del testo, rimane intatta la rete di potere che produce autorità. L’ipertestualità, che decentra l’autore, frammenta il testo e attiva il lettore, è stata salutata come una manifestazione digitale delle teorie post-strutturaliste: ma nei fatti restiamo a metà strada, né vivi né morti, in un mondo di media orrnai post-accademici – o. forse, accademici, ma nel senso più antico e più filosofico del termine.

Il blog, primo genere letterario digitale di successo, ha la possibilità di inserire commenti e link e di produrre nuove versioni di un post già reso pubblico – cosa sconcertante, in un mondo abituato a licenziare i libri per le stampe e a vedere nella loro immutabilità un segno di autorità.

Il testo licenziato per le stampe si presta a essere trattato come un prodotto, in una metafora fordista, che alla fine induce a contare le pubblicazioni o le citazioni in luogo di giudicarne la qualità. La scrittura non è più un processo di scoperta, esplorazione e comunicazione, ma un’accumulazione di prodotti, che possono essere computati solo quando sono finiti. Un blog, di contro, trascende la rigidità testuale, perché trova lettori solo se viene aggiornato, cioè cambia – in un presente continuo che prima della rete era possibile solo per il discorso orale. Questo tipo di scrittura – che è lo scrivere nell’anima del Fedro – sposta il nostro lavoro dal prodotto al processo, e dal singolo alla comunità.

Mentre la stampa rendeva i testi discreti e separati nel tempo e nello spazio, e dilazionava la loro interconnessione, la rete sfuma le frontiere dei testi, e mette in imbarazzo gli umanisti, abituati a un individualismo feroce sia nella produzione sia nella valutazione della ricerca, e conseguentemente terrorizzati dalla possibilità che le loro preziose idee vengano “rubate” prima che l’editore vi apponga un marchio di denominazione di origine controllata. In realtà, inserire il testo come oggetto in evoluzione entro una conversazione in rete gli offre una pubblicità che lo protegge dalla copia, e arricchisce il testo stesso, aprendolo alla vita, senza negare necessariamente il lavoro di chi lo ha scritto.

Ma come possono i nostri testi rimanere unici, discreti, originali, in un ambiente in cui perfino la lettura di una pagina web richiede un’operazione di copia? Il concetto di autore moderno riposa sul presupposto che il suo testo sia finito, compiuto, perfectum e originale, come so fosse stato partorito armato dalla sua mente. Tutto ciò che è preso da altri testi, se non è chiaramente delimitato, è un plagio. Ci sono però state epoche in cui la cultura progrediva per piccole addizioni, e si preferiva la compilazione e il commentario all’opera “originale”, insostenibile perché idiosincratica.  Quando le barriere si affievoliscono e i testi diventano aperti, come nel Medioevo, il valore aggiunto di un nuovo contributo si trasferisce nella creatività combinatoria dei curatori. Dobbiamo soltanto imparare di nuovo ad apprezzarlo e a ritrovarlo  nei libri tradizionali, traendo profitto dalla multimodalità offerta dalle tecnologie digitali.

Un simile spostamento mette in discussione anche la cosiddetta “proprietà” intellettuale.  La costituzione americana giustifica questo istituto come incentivo per la creatività degli autori; nel corso del XX secolo, però, è stata usata prevalentemente dalle aziende di mediazione editoriale, che oggi non possono più giustificare il loro ruolo con i costi di produzione dell’età della stampa. I ricercatori, in particolare, abituati ad essere compensati con posizioni accademiche, sono nella posizione più appropriata per capire che possono guadagnare di più liberando i loro testi che lasciandoli chiudere in recinti editoriali. La “proprietà” intellettuale – come mostra il successo delle licenze Creative Commons –  non è la condizione indispensabile per il riconoscimento del lavoro delle scrittore: gli umanisti avrebbero tutto l’interesse a trattare se stessi come un pubblico ricorsivo, che assume la responsabilità delle condizioni della sua propria sopravvivenza.

Dobbiamo pensare meno ai prodotti completi e più ai testi in elaborazione; meno all’autorità individuale e più alla collaborazione; meno all’originalità e più al remix; meno alla proprietà e più alla condivisione.”

[Continua: Parte terza. I testi]

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L’accademia dei morti viventi, parte prima: la revisione paritaria

Se il libro di Kathleen Fitzpatrick, Planned Obsolescence. Publishing, Technology and the Future of Academy,  fosse uscito in Italia, sarebbe stato ignorato. Pubblicato negli Stati Uniti, è stato recensito sul “New York Times”. La sua versione elettronica, offerta a una revisione paritaria aperta, è liberamente accessibile qui. Le sue tesi non sono originali per chi fa ricerca in rete.  Meritano, però, di essere riferite dettagliatamente per l’uso di chi avesse bisogno di argomentazioni esterovestite per riconoscere il loro interesse filosofico e politico.

Che, nel campo delle scienze umane, il modello economico della pubblicazione accademica tradizionale sia ormai insostenibile, è evidente almeno dall’inizio di questo secolo, quando lo scoppio della bolla speculativa del 2000 portò con sé pesanti tagli nei bilanci delle biblioteche. La monografia però, in quanto viatico per la cattedra, vaga per gli atenei come un morto vivente, mentre il suo sistema di produzione e disseminazione sta diventando obsoleto.  Oggi sarebbe più veloce ed economico mettere la proprie opere in rete, corredate, ex ante e ex post, dei pareri dei revisori:  ma come far riconoscere il valore scientifico e accademico delle pubblicazioni sul web in un ambiente conservatore e ossessionato dalla carriera?

The Museum SyndicateLa revisione paritaria (peer review) com’è condotta tradizionalmente, in un dialogo notturno fra redattori e revisori, esclude gli autori dalla conversazione e ostacola la circolazione delle idee. La rete non solo rende possibile spostare la revisione dopo la pubblicazione, ma, soprattutto, trasforma il giudizio in una peer-to-peer review. L’autore non è più un ‘individuo “originale” artificiosamente isolato dal contesto, ma un nodo di citazioni e di rielaborazioni: la ricerca può tornare a essere, come nei dialoghi platonicipartecipazione a uno scambio comunitario di idee. Se la rete si trasforma in un medium universale, gli studiosi che non sapranno trascendere se stessi, per restare incatenati in sistemi che li separano gli uni dagli altri, diventeranno  morti viventi, con i loro libri e la loro professione

1. Revisione paritaria

Investiti dalla disintermediazione e dalla partecipazione rese possibili dalla rete, i  concetti di autorità e di autorevolezza stanno cambiando . Gli studiosi, però, hanno resistito al mutamento, rimanendo per lo più alieni al nuovo spazio pubblico che si sta creando. Per un accademico analizzare le strutture del sistema che gli ha dato potere e prestigio può essere tanto sgradevole quanto accettare forme di revisione paritaria posteriori alla pubblicazione e pubbliche. Questo passo, tuttavia, sarà obbligato, perché rimanere chiusi nel proprio recinto significa condannarsi all’irrilevanza.

La storia della revisione paritaria, che trae le sue origine dalla prassi della Royal Society nella seconda metà del XVII secolo, è stata molto studiata per quanto riguarda le scienze naturali e sociali. Sebbene oggi sia intesa come un controllo di qualità scientifica, le sue radici affondano nell’assolutismo statale e nella censura, nella forma di un’autodisciplina imposta tramite le società di studiosi. Le sue stesse procedure, fondate sul controllo del direttore della rivista che decide se sottoporre un testo a peer review e sceglie i revisori, sono di natura assolutista.

L’ArXiv pratica, nei fatti, un’alternativa alla revisione paritaria tradizionale tramite un endorsement il cui scopo è verificare che i suoi contributori appartengano alla comunità scientifica. Nel 2006 “Nature” tentò un esperimento di revisione paritaria aperta e pubblica, parallela a quella privata e anonima, che si  affrettò a dichiarare fallito – anche perché i revisori erano ben poco incentivati a contribuire a un’impresa annunciata fin dall’inizio come irrilevante per l’effettiva valutazione dei testi.

La revisione paritaria aperta, successiva alla pubblicazione, è vista con sospetto perché non è anonima. Chi, però. l’ha praticata sul serio  può confermare che lo stesso timore della discussione pubblica produce – come sa chi si occupa di accesso aperto – un’autoselezione preliminare da parte degli autori.

I revisori anonimi, in virtù della loro posizione, hanno un potere senza responsabilità e senza interazione con gli autori;  questo dà libero gioco a pregiudizi sistematici, quando i nomi di questi ultimi sono loro noti. In gruppi disciplinari ristretti sono comunque facili da indovinare anche quando sono nascosti, e rimangono pur sempre noti al direttore della rivista, il cui potere è altrettanto irresponsabileMa può darsi giustizia  senza trasparenza?

Il “Bollettino telematico di filosofia politica“, a dire il vero, aveva reso l’anonimato completo, nascondendo l’autore dei contribuiti sottoposti alla rivista non solo ai revisori, ma anche alla redazione. Il programma che lo rendeva possibile, Hyperjournal, non ha però raggiunto la massa critica di utenti indispensabile per il successo di un progetto di software libero: evidentemente il problema dell’equità della peer review è scarsamente avvertito nel mondo accademico.

Anche se la revisione paritaria non serve alla discussione fra gli studiosi ed è un  controllo di qualità opinabile,  le è tuttavia riconosciuta una funzione di accreditamento.  Le università hanno dato in outsourcing agli editori la valutazione della ricerca, con effetti gravemente distorsivi.  I revisori possono essere condotti o a inflazionare i loro voti, o ad adottare criteri di selezione “di scuola”, mentre gli studiosi giovani  sono costretti a concentrare le loro ricerche sul “pubblicabile” piuttosto che sull’innovativo.

Internet ha separato la pubblicazione di un testo dalla sua qualità scientifica: ma la reazione più diffusa dell’accademia è stata quella di negare il valore alle pubblicazioni in rete, o di pretendere che imitassero il sistema tradizionale, in modo da non mettere a repentaglio le posizioni acquisite. Il principio  della revisione paritaria – che il proprio contributo sia valutato e criticato da pari competenti – non è però sbagliato. E’ sbagliato trasformare la revisione in un metodo per creare autorità e per escludere dalla discussione. Gli stessi revisori, se interessati alla ricerca e non al potere, sono costretti a sprecare una gran quantità di tempo per un lavoro privo di senso scientifico e destinato a rimanere sconosciuto. Perché non separare la pubblicazione dalla valutazione, aprendo i cancelli e lasciando che la revisione paritaria avvenga pubblicamente, ex post? Perché non usare il social software – come fa  Slashdot – e passare alla peer-to-peer review?

La peer-to-peer review altera il concetto di peer (pari): usato dapprima nel senso di “nobile”, nella scienza moderna designò il membro di una comunità del sapere e non più del sangue, per estendersi, in tempi recenti, a chiunque sia un nodo della rete. I pari nella loro ultima metamorfosi, anonimi, sfuggono al controllo accademico della reputazione: è tuttavia bizzarro che questa critica venga da ambienti che fondano la loro selezione della qualità su una revisione non facoltativamente, bensì’ obbligatoriamente anonima.  Un’esperienza di peer review aperta ha peraltro mostrato che i commenti discussi pubblicamente sono alla fine più affidabili delle esternazioni unilaterali e insindacabili di un paio di revisori anonimi. 

Slashdot, dopo aver sperimentato la dispendiosità e gli abusi di una moderazione affidata a individui,  ha adottato una automoderazione collettiva fondata sull’economia della reputazione. Un sistema simile, però, per non essere esposto a manipolazioni e abusi, o alla mera idiozia delle masse, deve seguire il modello del tribunale di Atene, raggiungendo una massa critica di utenti, offrendo incentivi ai revisori e contenendo rimedi contro lo spam, lo scambio di favori e altre forme di strumentalizzazione.

Nel mondo della stampa la pubblicazione passava per un marchio di qualità perché il testo pubblicato aveva dovuto essere selezionato ex ante. Oggi questo non è più necessario né tecnicamente né economicamente: rimangono però scarsi il tempo e l’attenzione. La necessità di un filtro umano – e l’inevitabilità di un’economia della reputazione – non è quindi abolita, bensì solo dislocata.

Quanto funziona bene  in Slashdot, funziona  piuttosto male  in Philica, un esperimento  di pubblicazione e di revisione paritaria aperta. In generale, però, in un”accademia che accredita gli studiosi sulla base dei loro successi individuali l’abitudine a “pensare insieme” e la convinzione che il guadagno più grande sia il progresso collettivo sono talmente rare da rendere infrequenti anche le comunità disciplinari ispirate a questi principi. Mediacommons, che pubblica l’opera della  Fitzpatrick, è il  progetto di una comunità aperta, i cui legami sono però anteriori alla rete, che costruisce la reputazione di un utente non solo sui suoi articoli, ma sulla sua capacità di scrivere revisioni valutate come costruttive dagli altri. Il suo scopo è premiare – anti-individualisticamente – chi collabora, senza limitarsi a inondare la scena delle secrezioni del suo lavoro solitario.

Mentre la revisione paritaria è binaria – un testo può essere solo accettato o rifiutato – e gli indici bibliometrici basati sul conteggio delle citazioni sono quantitativi, questo sistema è sfumato e qualitativo, e permette di valutare in che modo un autore è situato nel suo campo disciplinare, seguendo i suoi nessi e i suoi percorsi di discussione. Non possiamo giudicare il valore del lavoro di uno studioso senza confrontarci con il contenuto della sua ricerca e con il suo contributo alle comunità di conoscenza.

[continua]

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Ricercatori di successo

Grazie a Rangle mi è lecito segnalare i risultati di una ricerca ad accesso semiaperto.

Secondo Daniele Fanelli, ricercatore dell’Institute for the Study of Science, Technology and Innovation (ISSTI) presso l’Università di Edinburgh, un modo per verificare l’obiettività con cui i risultati della ricerca vengono prodotti e proposti è quello di selezionare i lavori in cui l’obiettivo è la verifica di un’ipotesi e scoprire in quanti casi gli autori concludono che l’ipotesi si rivela corretta (o no). Proporre un’ipotesi ed indagarne la “bontà” è una pratica consolidata nel mondo della ricerca scientifica, lo fanno in maniera propria e spesso i matematici (non starò qua a discutere i problemi di Hilbert) ed è abbastanza comprensibile che la tendenza generale sia quella di pubblicare studi in cui l’ipotesi si dimostra fondata, comprensibile ma fino ad un certo punto perché la pubblicazione di risultati che non corrispondono alle aspettative è altrettanto cruciale per il progresso della conoscenza scientifica.

Il rischio è che “vi sia  un processo patologico che si insinua nel corpo della ricerca scientifica, una tendenza ad interpretare i risultati negativi come insuccessi e si eviti di proporli privilegiando la pubblicazione di lavori più utili ai fini della carriera e della ricerca di fondi.” Le ricerche di Fanelli usano un database privato e accessibile solo a pagamento, gli Essential Science Indicators di Thomson-Reuters, che comprende però le testate dove pubblicano – grazie a un marketing pervasivo e costante nel tempo – i ricercatori “di successo”. Ebbene:

la percentuale di articoli che riportano un risultato positivo cresce in media del 6% ogni anno, si parte con il 70.2% del 1990-91 e si arriva all’85.9% del 2007 con un picco dell’88.6% nel 2005; i risultati sono molto differenti per differenti discipline, sia per la frequenza media di risultati positivi che per la rapidità di crescita del fenomeno, le scienze fisiche (in particolare le scienze dello spazio) sono le più “virtuose”, le scienze sociali tendono a comunicare quasi solo casi “positivi” e lo stesso accade per le discipline “applicate” rispetto a quelle “pure”; gli autori che lavorano nei paesi asiatici (in particolare in Giappone) riportano risultati positivi più di quelli che lavorano negli Stati Uniti, a loro volta “più positivi” degli europei (in particolare di chi lavora nel Regno Unito).

Queste statistiche sembrano suggerire la progressiva prevalenza di un modello di ricerca individualistico-imprenditoriale che valorizza esclusivamente l’affermazione di sé e della propria idea sul mondo che si dovrebbe interrogare.

Un modello simile si ritrova, applicato alla retorica, nel Gorgia di Platone. La bussola del mondo antico era la politica e non l’economia: la funzione della retorica era dunque paragonabile a quella svolta oggi dal marketing, e cioè convincere la gente nei luoghi in cui è più utile per acquistare potere. La retorica si fondava sulla competitività: riuscire a ottenere ragione era essenziale; farsi confutare significava perdere la faccia; cercare di confutare qualcun altro equivaleva ad attaccarlo. 

Platone impose un’idea di scienza diversa. Nel Gorgia, Socrate interrompe la conversazione col sofista per chiedergli  se in generale pensa che la confutazione sia o no utile a liberarci dagli errori. Gorgia è costretto a una risposta obbligata: neppure il più competitivo dei ricercatori potrebbe mantenere il suo onore professionale dichiarando che in astratto dell’accuratezza scientifica non gli importa nulla perché gli interessa solo aver ragione anche quando ha torto.

Per riconoscere il valore dell’insuccesso dobbiamo intendere la ricerca non come competizione, bensì come collaborazione, secondo un interesse che supera quello strettamente personale. Chi confuta i miei argomenti “di ferro e diamante” fa un favore non solo alla scienza, ma anche a me come scienziato. I miei oppositori, anche se sostenessero tesi falsificate, sono indispensabili nel cammino della ricerca.

Il Socrate del Gorgia conduce sistematicamente i suoi interlocutori in situazioni che impongono loro di rispondere nel modo da lui desiderato, con un’abilità retorica paragonabile e superiore a quella dei sofisti. Fra il loro sapere e la scienza socratica c’è, in realtà, soltanto una differenza: il riconoscimento del valore della confutazione, del risultata negativo, dell’insuccesso. La ricerca non è l’arte di avere ragione: è un metodo per rendersi conto dei propri torti. Dimenticarsene significa esporre i sistemi di pubblicazione e di valutazione al rischio di selezionare ottimi retori, prima e piuttosto che ricercatori di valore. 

 ResearchBlogging.orgFanelli D (2010). “Positive” results increase down the Hierarchy of the Sciences. PloS one, 5 (4) PMID: 20383332

 

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