L’accademia dei morti viventi, parte quinta: l’università

[Segue da Parte quarta: la conservazione dei testi]

HR Giger Passage ILe riforme di K. Fitzpatrick – la revisione da pari a pari, la trasfigurazione comunitaria dell’autore, l’interpretazione del testo come luogo di discussione piuttosto che come prodotto, la socialità della sua disseminazione e conservazione – si fondano sulla convinzione che la pubblicazione accademica tradizionale sia divenuta economicamente insostenibile.

Le riviste delle multinazionali dell’editoria scientifica adottano un modello commerciale vantaggioso soltanto per loro, basato sull’oligopolio imposto dal marketing dell’ISI (ora: Thomson Reuters Web of Science) e sullo sfruttamento del lavoro gratuito dei ricercatori.  La loro prima vittima è la monografia umanistica, sacrificata negli acquisti delle biblioteche a causa dell’altissimo prezzo degli abbonamenti alle riviste.  Applicato alle University Press, questo modello sarebbe suicida, perché farebbe seccare un ramo vitale dell’istituzione per salvarne un altro.

L’accesso aperto può cambiare le regole del gioco. Il suo movimento, consapevole del legame fra l’oligopolio dei core journals e la crisi dei prezzi dei periodici, è animato da un interesse etico all’universalità della discussione scientifica e alla trasparenza della spesa pubblica.

Buona parte della ricerca umanistica è però scarsamente o per nulla finanziata. Non le si può dunque applicare il modello “authors pay”  di Plos, nel quale il prezzo imposto agli autori “ricchi” rende possibile offrire gli autori “poveri” una pubblicazione gratuita. Si può certo pensare a spostare la redditività dal prodotto al servizio e all’effetto di rete offerto da un sistema di oggetti ad accesso aperto. Ma, anche digitalizzata, la pubblicazione comporta una spesa per il lavoro umano e la tecnologia, specialmente nel caso di  progetti innovativi  come Vectors.

Per uscire dell’impasse occorre  far comprendere alle università che nell’età digitale le pubblicazioni non possono più essere licenziate per le stampe: ora la comunicazione del sapere è parte del laboratorio degli umanisti. Come nel caso del laboratorio degli scienziati, le sue strutture tecnologiche e le sue sperimentazioni devono essere trattate come componenti – e non come esiti – della ricerca. Nel 2009 la commissione Crui per l’accesso aperto aveva pensato a qualcosa di simile, proponendo la soluzione institutions pay a preferenza di quelle readers pay e authors pay.

Perché questa soluzione funzioni, le istituzioni devono cambiare. Le biblioteche, che hanno sempre avuto il compito di raccogliere testi e offrire servizi, possono essere il perno del mutamento. La funzione editoriale non può più essere delegata a un’industria separata dalle ricerca; le Universty Press devono riscoprire il loro ruolo originario di servizio per università che, a loro volta, devono ridiventare, da sedicenti centri d’eccellenza, luoghi di discussione e di pensiero, per il bene comune più che per l’utile economico individuale. Proprio per questo, come nell’accademia platonica, la comunicazione deve tornare ad essere un aspetto essenziale della loro vocazione.

La comunicazione del sapere si è allontanata dal sapere, per farsi intrapresa editoriale, perché si è preso a trattarla come un marchio d’eccellenza, da accertarsi competitivamente. Si teme che l’editore universitario al servizio della sua istituzione non selezioni quanto pubblica e perda di prestigio. Non si è però mai avuto un timore simile per le biblioteche, che curano la comunicazione delle università in entrata: per quanto le loro politiche di acquisto siano guidate dai bisogni degli utenti locali, forme di cooperazione come il prestito interbibliotecario e il consorzio le tengono aperte al mondo. E se le biblioteche portano il mondo nell’università, perché non ripensare, parallelamente, l’editrice universitaria come il servizio che porta l’università nel mondo? Come il servizio che, anziché recintare e vendere testi licenziati per le stampe, accompagna gli autori nei loro esperimenti di ricerca e comunicazione?

Ogni università dovrebbe rendersi conto che avere una strategia di pubblicazione le è tanto essenziale quanto offrire dei corsi di studi. Senza una prospettiva editoriale, gli archivi aperti rimarranno meri depositi bibliotecari, spesso semivuoti, e non diventeranno mai luoghi di comunicazione e di discussione. Ma perché il cambiamento avvenga davvero, occorrono il coraggio e la consapevolezza che sono mancati alla American Anthropological Association quando ha deciso di trasferire – in un modo tanto opaco quanto repentino –   il suo AnthroSource dalla University of California Press alla multinazionale Wiley-Blackwell. Il nuovo editore ha immediatamente raddoppiato il prezzo d’abbonamento, ottenendo, come effetto collaterale, la nascita di una AnthroSource libera accanto a quella proprietaria.

“Gli editori e le società di studi sono diventate grandi organizzazioni  burocratiche irrigidite nei loro comportamenti, talvolta per ragioni buone  (stabilità, affidabilità), talvolta per cattive (tradizionalismo, paura, interessi personali). Il software libero è un memento del motivo originario per il quale queste organizzazioni furono  fondate. Assieme al movimento per l’accesso aperto, ci costringe a chiederci di nuovo: a che servono le società di studi?” (adattamento da C.M. Kelty et al. Anthropology of/in Circulation: The Future of Open Access and Scholarly Societies, p. 563) A rendere pubblici i loro studi o a tenerli nascosti?

Nel mondo della stampa, quando un editore falliva, i suoi libri gli sopravvivevano. Ma quando fallisce un progetto di pubblicazione digitale, tutto il suo patrimonio rischia di sparire. E per quanto, liberando i testi per l’accesso aperto, si possa sperare da trar guadagno dai servizi e dal sistema piuttosto che dai singoli testi, il pubblico delle università è di solito composto dalle stesse persone che creano i contenuti. Anch’esse, dunque, se vorranno sopravvivere dovranno cooperare costruendo servizi e strutture trans-istituzionaliNon si può lasciare agli editori commerciali il compito di innovare al nostro posto e nel nostro interesse.

 

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Roberto Gatti, Politica, morale, moralismo

Si tratta della bozza di una conferenza pisana del ciclo “Politica e sapienza” tenuta dal professor Roberto Gatti il 18 febbraio 2012.  L’autore ha scelto di offrire il suo testo alla discussione pubblica depositandolo nell’archivio “Giuliano Marini” all’URL http://archiviomarini.sp.unipi.it/419/ .

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L’accademia dei morti viventi, parte quarta: la conservazione dei testi

[Segue da Parte terza: i testi]

HR Giger Egg Silo I. L'uso dell'immagine in senso bibliotecario è stato ispirato da un contributo di Antonella De RobbioPiù effimera delle tavole di pietra, la carta stampata appare convenzionalmente più affidabile dei testi digitalizzati, esposti al malfunzionamento degli strumenti – sebbene  i dati sugli hard disk siano assai più durevoli di quanto s’immagini, – e all’obsolescenza dei programmi e dei formati.  La nostra esperienza nella conservazione di documenti cartacei è millenaria, mentre siamo dei neofiti per quelli elettronici. Anche per questo subiamo le complicazioni archeologiche connesse a programmi e formati proprietari non più mantenuti delle aziende produttrici.

La soluzione del problema della conservazione – come insegna la sopravvivenza selettiva delle opere di Aristotele – è in primo luogo sociale. Le biblioteche del XXI secolo saranno sempre più digitalizzate: la loro funzione astratta, però, – solo contingentemente identica alla conservazione di oggetti di carta – rimarrà la diffusione della conoscenza. Non a caso i bibliotecari sono, nell’accademia dei morti, fra i pochissimi vivi. Ma non possono essere lasciati soli:  la conservazione è sempre il lavoro di una comunità.

Se vogliamo che i nostri documenti rimangano leggibili, dobbiamo scegliere formati aperti e non proprietari sostenuti comunitariamente – come illustra la transizione dell’HTML dal caos dell’inizio degli anni ’90 del secolo scorso alla standardizzazione tramite il  W3C, o l’intrapresa del TEI per la creazione di un formato standard per condividere i dati nelle scienze umane. TEI, oggi  XML compatibile, è descrittivo piuttosto che procedurale, e insiste sulla struttura logica di un documento piuttosto che sul modo in cui appare fisicamente: è quindi indipendente dallo strumento attuale o futuro con cui un suo file verrà visualizzato. E’ stato, però, pensato con lo sguardo rivolto al passato, per la digitalizzazione di testi stampati. I testi nativi digitali dovranno andare oltre TEI, sfruttando più a fondo l’elasticità dell’XML. Chi scrive. per esempio, ha prodotto un libro tradizionale e un ipertesto da una medesima matrice in xml-docbook, valendosi di fogli stile e di programmi già esistenti, originariamente elaborati per la redazione di manuali tecnici.

I metadati conservano i testi, perché li collocano in una mappa che permette di ritrovarli, di identificarne la natura e di comprenderli in un contesto. Li disegniamo, però, senza sapere che cosa sarà importante nel futuro, e in una situazione in cui i motori di ricerca, piuttosto che affidarsi ai metadati prodotti da noi, preferiscono  usare – senza trasparenza –  i loro. Secondo Clay Shirky, le tassonomie tradizionali funzionano quando il corpus da catalogare è limitato e i suoi produttori e utenti sono un gruppo coeso di esperti, mentre in rete, con un corpus indefinite prodotto da gruppi sconnessi di dilettanti, sono preferibili i tag apposti dagli utenti – ma come  integrazione non sostitutiva delle classifiche fatte dagli specialisti.

Le classificazioni delle biblioteche tradizionali contengono sistemi di localizzazione che permettono di identificare univocamente il luogo in cui si trova un testo. Sul web, le citazioni scientifiche devono fare i conti con la mobilità delle risorse digitali, e la conseguente instabilità degli URL Occorre dunque un sistema di identificatori che si risolvano dinamicamente nell’URL, seguendone le variazioni. Handle offre un simile servizio, assegnando alla risorsa un nome anziché un indirizzo, e rendendola tracciabile attraverso i suoi metadati, i quali comprendono un URL.aggiornabile. Il sistema è distribuito fra server locali: il server globale si limita a indirizzare le richieste degli utenti verso le autorità di denominazione locali specificate nei metadati degli oggetti richiesti. Anche Handle e le sue applicazioni sono frutto di uno sforzo comunitario delle parti interessate.

La vita di un testo sta nell’essere letto: non si conserva chiudendolo in un forziere come una pietra preziosa, ma solo garantendone l’accessibilità nel tempo. Mentre un volume antico può essere fisicamente danneggiato dal contatto col pubblico, un testo digitalizzato sopravvive – cioè continua a esistere in rete – solo se rimane ad accesso aperto. Gli archivi aperti, tuttavia, sono pensati per l’accessibilità dei contenuti piuttosto che per la conservazione dei documenti. E ancora peggiore è la situazione delle riviste elettroniche ad accesso chiuso, a cui le biblioteche si abbonano senza acquisirne neanche una copia. Non possiamo affidare la durata a lungo termine del nostro lavoro ad aziende private finalizzate al profitto ed esposte al fallimento: occorre – di nuovo – un impegno comunitario, come per esempio quello di LOCKSS (Lots of Copies Keep Stuff Safe).

LOCKSS è una rete  di biblioteche, realizzata con software libero, che mettono in comune le proprie risorse in un archivio distribuito “chiaro”, cioè aperto al pubblico. Il suo omologo PORTICO, invece, propone un archivio proprietario centralizzato basato su software anch’esso proprietario. LOCKSS ha risposto con CLOCKSS, che archivia tutte le risorse di un gruppo selezionato di biblioteche in un archivio distribuito “nero“, chiuso finché l’editore titolare delle opere conservate rimane attivo: ma l’accesso futuro a CLOCKSS è aperto a tutti, mentre quello a PORTICO è riservato a chi paga. Entrambi le soluzioni sono parziali, e scontano un oneroso pedaggio a un copyright che nell’ambiente digitale può essere applicato in modo molto più intenso e capillare che in quello fisico.

La conservazione delle risorse digitali è un’impresa costosa in termini di hardware, software e personale, che si estende in un orizzonte temporale indefinito. Per questo è esposta alla tragedia dei beni comuni: se le istituzioni si aspettano che la faccia qualcun altro, o che qualcun altro approfitterà del loro lavoro senza dare nulla in cambio, non la farà nessuno. LOCKSS organizza in forma digitale il sistema della libera moltiplicazione delle copie che ci ha permesso di ricevere i testi antichi attraverso i millenni: chi vi partecipa non guadagna nulla, se non la possibilità di avere voce in capitolo su un bene comune – sulla stessa sopravvivenza della cultura nel tempo. Come aveva già compreso Platone, scrivere sul papiro o sul silicio equivale a scrivere nell’acqua, se non c’è una comunità di persone che assume, attraverso i secoli, la missione del sapere e della sua disseminazione come un compito proprio.

[Parte quinta, L’università]

 

Pubblicare o perire?
Gli studiosi e il valore della ricerca

Il 23 febbraio alle ore 17 il professor Roberto Delle Donne, presidente della commissione Crui per l’open access,  terrà  una conferenza dal titolo:
 
Pubblicare o perire? Gli studiosi e il valore della ricerca
 
La conferenza si svolgerà presso la facoltà di Scienze politiche pisana  in Sala seminari (primo piano, via Serafini 3).  Se  non sapete nulla di accesso aperto  o avete delle questioni per le quali desiderate una risposta autorevole, non perdete quest’occasione. Lo straordinario contributo di Reti medioevali dimostra che cosa è possibile fare con l’open access quando una comunità di studiosi consapevoli e coerenti riesce a prenderlo sul serio.
 
 
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Dodici comandamenti per l’accesso aperto

open access logoCome può comportarsi un ricercatore che desidera diffondere l’accesso aperto non solo a parole, ma anche nei fatti? Avevo provato a rispondere, limitatamente all’arte della citazione. Mi hanno allora chiesto una guida che abbracciasse tutta l’attività di ricerca. Danah Boyd ha già prodotto qualcosa di simile: ecco un adattamento del suo lavoro per  l’uso degli studiosi italiani.

1. Professori ordinari o ricercatori assunti stabilmente nell’industria: pubblicate solo in riviste ad accesso aperto. Non avete concorsi da superare. Usate il vostro privilegio per fondare riviste ad accesso aperto, libere dal vecchio modello economico. Aiutatele a costruirsi una reputazione. Fatevi una home page e metteteci i vostri articoli ad accesso aperto. Sarete citati molto di più, specialmente dagli studiosi più giovani che fanno ricerca su Google prima che in biblioteca. E se volete contribuire a cambiare il sistema per le generazioni future, non eludete le regole mettendo on-line testi ad accesso chiuso di cui avete ceduto i diritti.

2. Associazioni disciplinari: aiutate le riviste ad accesso aperto a guadagnare attrattiva. Incoraggiate i vostri membri a pubblicare su riviste ad accesso aperto; bandite dei premi per i migliori articoli ad accesso aperto e chiedete ai vostri soci che in tutti i giudizi sugli studiosi più giovani riconoscano loro il merito di aver pubblicato ad accesso aperto, anche in sedi non convenzionali. E smettete di raccontare che le scelte degli editori che pubblicano le vostre riviste e gli atti dei vostri congressi  non vi riguardano. I loro profitti dipendono da voi, e voi a vostra volta usate il prestigio dell’editore come criterio di valutazione della ricerca, per costruirci e distruggerci carriere: tornate a bordo, per favore!

 3. Commissioni di concorso: riconoscete le sedi di pubblicazione alternative e aiutate le università a seguirvi. Gli studiosi giovani non possono permettersi di pubblicare in luoghi alternativi finché voi non ne riconoscete il valore. Promuovete questo processo e inducete le vostre facoltà a fare lo stesso. La meta è quella indicata da Lessig: i testi ad accesso chiuso non contribuiscono all’uso pubblico della ragione e non possono essere considerati titoli scientifici validi.

4. Giovani studiosi trasgressivi: pubblicate solo in riviste ad accesso aperto per protesta, specialmente se la vostra disciplina è nuova. Vi può costare una carriera o una cattedra – che in ogni caso non vi daranno – ma è la cosa giusta da fare. Se siete  studiosi interdisciplinari o di un ambito di studi nuovo, non  disponete di riviste “autorevoli”: dovete trovare il modo per difendervi. Potete approfittare dell’occasione per rendere autorevoli proprio le riviste ad accesso aperto.

5. Giovani studiosi più conservatori: fate uscire quel che vi serve per vincere il concorso e, dopo aver preso servizio, smettete immediatamente di pubblicare in sedi ad accesso chiuso.  Il vostro comportamento è comprensibile: ma lo diventa molto meno se persistete anche quando non vi serve.

5a. Se pubblicate su riviste ad accesso chiuso, controllate le politiche dei loro editori su Sherpa / Romeo e selezionate quelle che permettono l’auto-archiviazione di una versione del vostro manoscritto su un archivio aperto (via verde). Evitate la via rossa all’accesso aperto, sia nella sua versione predatoria, sia in quella in apparenza più rispettabile, ma analogamente rapace. E prima di cedere i vostri diritti, chiedete consiglio al vostro bibliotecario. Probabilmente è in grado di darvi un parere competente o di indirizzarvi da chi lo saprà fare.  

6. Tutti gli studiosi: leggete riviste ad accesso aperto e citatele. Il numero di citazioni migliora la reputazione di una rivista. Se non potete fare a meno di citare testi ad accesso chiuso in opere ad accesso aperto, adottate accorgimenti per non aumentarne unilateralmente l’impatto. E citate vivi invece che morti: il giovane studioso di Sassari che sta estendendo un argomento di Weber ha bisogno di essere citato più di lui.  Le citazioni hanno una politica: le vostre scelte sono un voto per il futuro.

7. Tutti gli studiosi: cominciate a fare da revisori per riviste ad accesso aperto. Contribuite a farle prendere sul serio. Curatene dei numeri per migliorare la loro qualità. E lasciate perdere le riviste ad accesso chiuso, in modo che facciano fatica a trovare revisori di qualità.

8. Biblioteche: abbonatevi a riviste ad accesso aperto e includetele nel vostro catalogo. Vi costa un po’ di lavoro in più, ma aiuta gli studiosi e aiuterà anche voi quando comincerete a liberarvi dalla dipendenza dalle riviste più care con una terapia a scalare.

9. Università: sostenete le facoltà nella creazione di riviste ad accesso aperto. Usate la vostra autorevolezza per promuovere vostre riviste ad accesso aperto. Se ci  riuscirete, miglioreranno anche la vostra reputazione.

10. Editori accademici: svegliatevi o levatevi di mezzo. State ostacolando gli studiosi e la ricerca scientifica, rendendola inaccessibile. Trovatevi un nuovo modello d’impresa: anche se ora ricavate profitti, i ricercatori vi abbandoneranno nel giro di un paio di generazioni.

11. Enti finanziatori: pretendete che i ricercatori da voi finanziati pubblichino in riviste ad accesso aperto o depositino i preprint in archivi disciplinari. Oppure finanziate direttamente le riviste per farle passare all’accesso aperto.

12. Prima di dire che non ci sono riviste ad accesso aperto nella vostra disciplina, guardate http://www.doaj.org/. E non dimenticatevi degli archivi (http://archives.eprints.org/ http://www.opendoar.org/).

12b. Archiviate tutto sempre!

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