Messina, 3-4 novembre 2014: il “Bollettino telematico di filosofia politica” e la conferenza del Decennale

Il 3-4 novembre 2014 l’anniversario dei dieci anni della Dichiarazione di Messina a sostegno dell’accesso aperto è stato celebrato con una conferenza organizzata dall’università di Messina e patrocinata dalla Crui. La rivista “Bibliotime” ha pubblicato alcuni interventi, trasformati in articoli, nel numero ora visibile qui.

Chi volesse leggere il contributo che mi è stato richiesto, su un’esperienza di open access in un mondo sempre meno libero, lo può trovare sul sito della rivista, oppure, in formato PDF, presso l’archivio Marini, qui.

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Cent’anni dopo: la Grande Guerra e la cultura politica britannica

Claudio Palazzolo ha scelto di pubblicare ad accesso aperto il suo intervento al convegno L’Italia e l’Europa di fronte alla Grande Guerra, dedicato a La Grande Guerra e la cultura politica britannica. Il suo testo,  depositato nell’archivio Marini, è a disposizione di tutti  qui.

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Andrea Passoni: i diritti animali e Rawls

“Una teoria della giustizia deve occuparsi, innanzitutto, di stabilire chi sono le persone politiche e di indicare quali sono i loro diritti e i loro doveri fondamentali”:  riesce a farlo la teoria di Rawls?

A questa domanda tenta di rispondere l’ultimo testo depositato nell’Archivio Marini Ragione pubblica e giustizia interspecifica: appunti per una teoria minimale dei diritti animali.  L’autore, Andrea Passoni, si è già occupato dell’argomento in un altro testo, anch’esso pubblicato ad accesso aperto. negli “Annali del dipartimento di filosofia” dell’università di Firenze.

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Cambiamo stile? La citazione accademica nell’età della rete

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Il nostro stile di citazione canonico risale all’età della stampa e consiste nell’elencazione ordinata dei metadati che identificano univocamente un’opera indicata come riferimento, per poterla chiedere in biblioteca o acquistare in libreria. L’accesso ai testi di riferimento, non immediato, impone al lettore un dispendio di tempo e talvolta di denaro.

In rete l’accesso potrebbe essere immediato, se l’inclusione dell’indirizzo che rende disponibile il testo completo diventasse parte del nostro canone.  Lo scopo non bibliometrico delle citazioni – rendere universalmente controllabili le basi degli argomenti scientifici e riconoscere i meriti o i demeriti altrui –  sarebbe in questo modo più agevolmente soddisfatto.

Si era già parlato, in  italiano e in inglese,  delle citazioni nei e dei testi ad accesso aperto in un ambiente accademico che privilegia l’accesso chiuso, per proporre un sistema che minimizzasse l’asimmetria fra chi colloca il dibattito scientifico nell’uso pubblico della ragione e chi invece si adatta al suo uso privato.   Patrick Dunleavy, in un articolo ospitato dal blog Impact of Social Sciences, affronta la questione in un orizzonte più ampio: alcuni parametri che nell’età della stampa erano essenziali, perché i testi si potevano reperire solo nelle biblioteche pubbliche o sul mercato librario, ora divengono secondari.  Il cuore della citazione deve essere l’accessibilità al testo completo:

  • se il testo è un volume ad accesso aperto, o un articolo uscito in una rivista ad accesso aperto, occorre includere un link al suo url;
  • se il testo è un articolo uscito ad accesso aperto in una rivista ad accesso generalmente chiuso, occorre includerne il link, ma con l’indicazione [Open access] in modo da non fuorviare il lettore:
  • se il testo è un articolo uscito in una rivista ad accesso chiuso, occorre includere il link della versione liberamente disponibile presso l’archivio elettronico istituzionale dell’autore, o presso un archivio disciplinare della sua comunità scientifica di riferimento,  anche qualora sia difforme dalla versione dell’editore. La versione ad accesso chiuso deve essere trattata come secondaria: il link al suo url deve essere contrassegnato dal simbolo ($) in modo da non far perdere tempo al lettore;
  • rispettivamente per una maggior comodità di citazione e per una maggiore tracciabilità bibliometrica, si può inoltre inserire una abbreviazione dell’url tramite un servizio affidabile di url shortening  e un digital object identifier.

Questi indicazioni sono frutto di una rielaborazione delle proposte di Dunleavy, che non menziona gli archivi disciplinari e suggerisce di citare,  in mancanza di meglio,  i testi caricati in reti sociali, anche accademiche,  sulle quali converrebbe nutrire una certa diffidenza  –  soprattutto in considerazione del fatto che i ricercatori, anche indipendenti, possono approfittare del bellissimo Zenodo.  Sarebbe anzi opportuno aggiungere al simbolo ($) un simbolo proprietary social media (PSM) per avvisare il lettore che il testo citato è accessibile solo a utenti che accettano di registrarsi e di regalare i propri dati a un medium sociale proprietario.

È invece molto interessante l’idea di sostituire i riferimenti alle pagine con una brevissima porzione del punto del testo che si intende citare, ottenibile facilmente con un copia-e-incolla. Questa soluzione assicurerebbe uno stile uniforme e metterebbe le versioni ad accesso aperto di articoli usciti ad accesso chiuso allo stesso livello della loro incarnazione  editoriale:  il lettore, per ritrovare la parte dell’opera a cui la citazione si riferisce, non avrebbe più bisogno di dipendere dall’impaginazione dell’editore.

Se uno stile di citazione di questo genere venisse affinato e codificato, otterremo una rete della scienza i cui nodi sarebbero testi ad accesso aperto e in cui le opere ad accesso chiuso sarebbero messe – giustamente – ai margini. Vale la pena di discuterne.

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Tomáš Sedláček: l’economia del bene e del male

Book coverUn sabato fatto per l’uomo

Alla fine di ogni settennio concederai la remissione. Questa è la regola della remissione: ogni creditore rimetterà ciò che verrà prestato al suo prossimo; non costringerà al pagamento né il suo prossimo né il suo fratello poiché è stata proclamata remissione in onore del Signore (Deuteronomio, 15:1-2 ).

La prescrizione ebraica della shemittà, restringendo a sette anni l’orizzonte del sistema finanziario, teneva a freno la crescita. Ma, grazie a questa scadenza obbligata, la società della shemittà non si sarebbe gettata nell’avventura speculativa di una bolla immobiliare fondata sui mutui inaffidabili di una classe media impoverita e non avrebbe mai attraversato una crisi come quella del 2007 .

Oggi la maggioranza degli economisti disdegnerebbe il confronto fra prescrizioni etiche o religiose e “realtà” scientifiche. La loro disciplina, tuttavia, prima di rendersi indipendente, stava all’interno della filosofia senza rappresentarsi come “una scienza matematico-allocativa, che considera le cosiddette ‘scienze morbide‘ con un disprezzo derivato da arroganza positivistica”.1  Il libro di Tomáš Sedláček, L’economia del bene e del male, merita di essere letto da chi desidera capire se nella rappresentazione degli economisti non si nascondano assunzioni  etiche e filosofiche  meritevoli  di essere discusse.

Il Creatore del racconto biblico non si riposa il settimo giorno per essere più efficiente il resto della settimana, ma perché lo scopo della sua opera è il godimento del creato e non l’attività del creare (pp. 88 ss.). L’otium sabbatico non è una vacanza vuota nel processo indefinito dell’accrescimento dell’utile, ma un atto di libertà, precluso alle società che ubbidiscono all’imperativo della crescita economica.   Perché  diamo per scontato che la crescita sia un bene? 2

La religione dell’economia

Gli scienziati economici offrono visioni del mondo e servizi profetici sotto forma di previsioni macroeconomiche,  rimodellano la società con ricette per contrastare la crisi e promuovere la crescita, indicano la via della prosperità (pp. 237 ss.) e ci chiedono “sacrifici“. Il loro linguaggio religioso non è accidentale.

Sedláček dedica un’ampia parte del suo testo a mostrare quanto pensiero economico si integri nelle religioni e nei miti. Il nesso mandevilliano fra vizi privati e benessere pubblico, che sta alle origini dell’emancipazione dell’economia dalla filosofia, era noto anche a Tommaso D’Aquino (multae utilitates impedirentur si omnia peccata districte prohiberentur). Questi, però, lo fondava sull’evidenza della provvidenza,  cioè di un governo divino sul mondo. Anche la convinzione che il mercato si regoli da sé con una mano invisibile è una fede, sebbene non articolata filosoficamente in una Summa Theologiae  (pp. 159 ss).  Solo una fede,  infatti,  può farci chiudere gli occhi sulla miriade di regole che avviluppano anche i mercati più “liberi”.

Il sogno del Faraone (Genesi 41:17-24), interpretato da Giuseppe, si può leggere come un’allegoria della teoria del ciclo economico.  Giuseppe impedisce che il suo presagio si avveri suggerendo al monarca una politica di bilancio anticiclica di stile keynesiano.

La profezia di Giuseppe si è autofalsificata perché è stata presa sul serio e prevenuta. Nessuno – neanche un profeta –  può conoscere il futuro (pp. 64-65). Anche l’economia, in quanto scienza sociale, è riflessiva come i sogni del Faraone.  I ricercatori sono parte del loro laboratorio. I loro atti cognitivi influenzano i soggetti che sono, a un tempo, il loro oggetto: la realtà effettuale delle cose è, a un tempo, la loro immaginazione. Per questo le scienze sociali ospitano sia previsioni che si autofalsificano,  sia  profezie che si autoavverano. Gli antichi, che in luogo degli economisti usavano gli oracoli, sapevano bene che delle profezie cattive possono realizzarsi perché qualcuno gli ha prestato fede, e che delle profezie buone, come quelle di Giuseppe o di Giona  (p. 307)  non si avverano proprio perché qualcuno le ha prese sul serio e ha adottato delle contromisure.

All’immaginazione appartiene anche il nostro medium comune, la moneta, il cui valore si fonda su una fede condivisa, un’astrazione sociale, un contratto non scritto (p. 81). Questa fede è diventata così potente che oggi la moneta aggiunge alle sue funzioni classiche – unità di conto, mezzo di scambio, riserva di valore – anche quella di stimolare, indirizzare o rallentare il sistema economico nel suo complesso (p. 84). Il mezzo è diventato il fine.

L’economia appare così forte perché si ritiene in grado di descrivere e prevedere l’andamento della società senza compitarlo nel linguaggio riflessivo e valutativo dell’etica, della filosofia e della teologia:

  1. il nesso di Bernard Mandeville fra i vizi privati e il benessere pubblico  permette di rappresentare la società come un sistema che funziona senza bisogno di una guida morale e di studiarla in una prospettiva amorale, simile a quella dello scienziato della natura (p. 66, pp.184 ss.);
  2. come una scienza  naturale, l’economia  si vanta di leggere il libro della società in un linguaggio matematico.

I sistemi formali, però,  usati acriticamente,  non sono nient’altro che miti sofisticati.

L’uomo prescientifico non si preoccupava dell’evidenza scientifica; perciò non si doveva vergognare dei suoi articoli di fede (o pregiudizi, come diremmo oggi) e poteva professarli liberamente. Oggi sono nascosti in assiomi che sono postulati  (e non professati con “io credo in…”) indimostrati; gran parte della fede scientifica, tuttavia, è perfino anteriore alla menzione di tali assiomi ed è più profonda, così profonda che non si nota nemmeno (p. 179).

Homines oeconomici

L’assioma dell’economia è l’astrazione dell’homo oeconomicus come massimizzatore egoista di utilità. A partire da questo assioma si costruisce un modello avalutativo della società che, espresso in linguaggio matematico, fonda l’autorità dell’economia in quanto scienza descrittiva,   più forte delle prescrizioni della religione, dell’etica o della filosofia. Ma in che modo si definisce l’utilità?

Se la definiamo come ciò che deriva da beni commerciabili, riusciamo a spiegare solo una parte del nostro comportamento sociale.  Se invece la definiamo in modo ampio, affermando che ciascuno la massimizza facendo quello che vuole perché ognuno fa quello che vuole, otteniamo una tautologia, non falsificabile ma del tutto vuota. Qualsiasi comportamento, infatti, da quello del capitalista più avido a quello del martire più disinteressato, diventa allo stesso modo esito di una massimizzazione egoistica di utilità (pp. 223 ss).

L’orgoglio degli economisti, il fatto che il modello dell’homo economicus includa tutte le possibilità e dunque sia in grado di spiegare tutto,  in realtà dovrebbe essere la nostra vergogna più grande.  Se possiamo spiegare tutto con un termine o principio del quale non conosciamo il significato, dobbiamo allora chiedere che cosa in effetti stiamo spiegando (p. 226).

La vuotezza dell’economia si rende evidente nella sua pretesa di giudicare su tutte le discipline dello scibile in virtù del suo rango di superscienza. In questo modo si ricade nelle difficoltà illustrate dal Carmide di Platone. Com’è possibile governare i medici nella cura dei malati, gli insegnanti nel loro insegnamento,  o i fisici nella loro ricerca,  senza sapere nulla di medicina, di pedagogia o di fisica?  Questa arroganza dottrinaria si sente giustificata quando il superscienziato  è convinto di conoscere il segreto di ciò che determina ogni comportamento umano e ritiene erroneamente che questo lo esima dal conoscere e riconoscere le nozioni, le ragioni e le procedure di tutte le altre discipline.

La limitatezza dell’economia si mostra, invece, nella sua adesione alla via della crescita, cioè dell’indefinito aumento dell’offerta per una domanda assunta come indefinitamente differenziata e crescente. In questo modo si scarta la possibilità, variamente teorizzata da Platone, da Aristotele e dagli stoici, della moderazione della domanda  (pp. 221-222)  e dell’otium come libertà dal bisogno.

Gli esseri umani sono spesso avidi e indigenti:  è dunque facile rappresentarli in competizione in un mondo dominato dalla scarsità. Ma, quando deve fare i conti con una condizione di abbondanza, assoluta o relativa, il  modello economico perde la sua presa sulla realtà. Per riguadagnarla deve piegare il mondo alla sua dottrina,  imponendo condizioni di scarsità e di indigenza artificiali, in nome di una crescita fine a se stessa –  per farci passare la vita in occupazioni che odiamo allo scopo di acquistare cose di cui non abbiamo veramente bisogno  (pp. 240 ss). Mentre in passato ci  indebitavamo per povertà di cose, oggi lo facciamo per una  povertà di spirito (pp. 226-228) a cui contribuisce, riflessivamente, il dominio dottrinario dell’homo oeconomicus.

L’ortodossia economica non è in grado di concepire esseri umani che facciano scelte indipendenti da avidità e bisogno: su di noi  deve dunque assumere il peggio, rischiando di ottenere il peggio.  La prospettiva del progresso economico contiene una promessa di prosperità: ma l’economia sa farci progredire solo rendendoci poveri.

Come è già stato osservato, Economics of Good and Evil non offre nessuna ricetta economica per uscire dalla povertà indotta dal nostro uso oracolare della scienza economica. Quanto però per l’economista è un limite, può essere per il filosofo un pregio: non possono essere gli oracoli a dirci chi siamo – dobbiamo imparare a farlo da noi.


(1) Tomas Sedlacek, Economics of Good and Evil. The Quest for Economic Meaning from Gilgamesh to Wall Street,  Oxford, Oxford U.P., 2011, p. 4. I riferimenti nel corpo del testo sono tutti basati sulla versione inglese. Le traduzioni sono mie.

(2)  Vaclav Hàvel, che aveva scelto Tomáš Sedláček come suo consigliere economico, propone  questa domanda nella prefazione al volume  (p. IX).  Sedláček spiega il senso di questa domanda così:

Allo stesso modo in cui la regina Elisabetta nel 2008 chiese agli economisti perché non erano riusciti a prevedere la crisi economica in arrivo, Václav Havel, reagendo alla crisi, si interrogò sul significato della crescita:  “Perché tutto deve crescere costantemente? Perché l’industria, la manifattura e la produzione devono crescere? Perché le città devono crescere in tutte le direzioni finché non rimane neanche un pezzetto di paesaggio,  neanche un filo d’erba?” Come ricorda Havel stesso,  anch’egli, nel corso dei suoi più di cinque anni di prigionia sotto il regime comunista, doveva lavorare di continuo,  ma nella stragrande maggioranza dei casi era un lavoro completamente insensato – un “lavoro per il lavoro”. La crescita economica ha sempre un significato, o è solo crescita fine a se stessa? (p. 231)

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Richard Poynder: lo stato dell’accesso aperto

open access logo“La storia dell’accesso aperto, quando verrà scritta, narrerà la vicenda di un gruppo di spiriti nobili che, contro l’aspra resistenza degli editori, hanno demolito le barriere economiche attorno alla ricerca a finanziamento pubblico? O riferirà di come un’industria editoriale altamente innovativa abbia sfruttato gli effetti benefici della rete per rendere la ricerca libera?”

Richard Poynder è un giornalista indipendente, autore di una serie di interviste sullo stato dell’accesso aperto. Nell’ultimo dialogo della raccolta assume il ruolo dell’intervistato, lasciando a Björn Brembs quello dell’intervistatore. Il colloquio si conclude con un prospettiva sulla storia futura,  come la scriveranno i vincitori.

Se l’accesso aperto è inevitabile perché – dopo un quarto di secolo – è ancora minoritario?

Nel gioco dell’accesso aperto gli editori commerciali, da un lato, e i bibliotecari e i ricercatori, dall’altro, professano  visioni antagoniste della scienza e del mondo. Almeno per l’opzione cosiddetta “aurea”,  cioè la pubblicazione su riviste nativamente ad accesso aperto (p. 2),  ora l’antagonismo è in via di attenuazione: ma questo,  per Poynder,  è un signum prognostikon ambiguo (pp. 3-4).

Non posso fare a meno di notare che sono passati venticinque anni da quando è stato inventato il web, ventitré  dalla creazione dell’archivio di preprint di fisica arXiv, venti da quando Stevan Harnad ha pubblicato la sua Subversive Proposal, quattordici dalla fondazione del primo editore OA (BioMed Central),  e dodici dalla conferenza BOAI a Budapest. Ma l’accesso aperto sta entrando nel mainstream soltanto ora, e resta da fare un’enorme quantità di lavoro.  Senza considerare nient’altro, moltissimi ricercatori devono ancora essere convinti ad abbracciare l’OA,  e un buon numero ne è implacabile oppositore, in particolare fra gli studiosi di scienze umane e sociali – come dimostra l’intervista a Robin Osborne

Credo ci siano anche motivi per sostenere che, per le debolezze che vedo nel modo in cui si è sviluppato il movimento. l’OA rischia di essere occupato dagli editori – e sarà improbabile che questo sviluppo abbia esiti che compiaceranno molti sostenitori dell’accesso aperto.

Così mi sento obbligato a chiedere: se l’accesso aperto è inevitabile perché si è attuato così poco nell’ultimo quarto di secolo, perché il dibattito è divenuto così confuso e perché si sta evidentemente permettono agli editori di sovvertire il processo di transizione all’open access?

Secondo Poynder, la frammentazione  del movimento per l’accesso aperto – il suo essere una collezione variopinta di individui e interessi (p. 5) – gli rende difficile agire come un gruppo di pressione unitario in grado di influenzare gli stati e le università  (p. 6)  per creare politiche istituzionali comuni.  Per questo motivo si è anche sottovalutato il fenomeno dell’editoria cosiddetta predatoria, che adotta come unico criterio di selezione dei testi la disponibilità degli autori a metter mano al portafoglio.   Il compito importante e rischioso di identificare e indicare i predatori non può essere abbandonato nelle mani di un singolo come Jeffrey Beall. Occorrerebbe uno sforzo organizzato  (p.7).

Cercare alleanze con gli editori, anche ad accesso aperto, si è rivelato controproducente:  nel gioco della pubblicazione scientifica, gli editori non sono animati dagli stessi interessi dei ricercatori e dei bibliotecari. Lo ha mostrato il Finch Report britannico, che ha condotto a patrocinare pubblicazioni accessibili gratuitamente ai lettori, ma a pagamento per gli autori, e a tutto vantaggio degli editori (p. 8),  che continuano a intercettare grandi quantità di denaro pubblico. Anzi, il modello pay-to-publish rischia di replicare la crisi dei prezzi dei periodici, questa volta dal lato dei ricercatori come autori e non più da quello dei ricercatori come lettori.  Secondo Peter Suber, circa il 70% delle riviste elencate nella Directory of Open Access Journals sono gratis sia per il lettore sia per l’autore: ma questo, secondo Poynder,  è un fenomeno localizzato per lo più nei paesi del cosiddetto Sud del mondo.

Per quanto la massa degli studiosi rimanga indifferente al problema della pubblicazione,  alcune iniziative spiccano perché hanno avuto origine fra i ricercatori e non fra i bibliotecari (p. 11):  lo sciopero organizzato tramite il sito The Cost of Knowledge, e alcune iniziative di pubblicazione e referaggio in proprio come Episciences.org e l’overlay journal Annals of Mathematics, il cui scopo è mettere fuori gioco l’editoria tradizionale  (p. 11).

In rete è possibile disaggregare le funzioni dell’editoria scientifica – la revisione paritaria e la pubblicazione – che nella stampa erano unite, e costruire sui testi liberamente disponibili una serie di servizi a valore aggiunto, incentrati non sui contenuti, ma sugli strumenti analitici che li ri-trasformano in dati. Le mosse di Elsevier,  da Scopus fino all’acquisto di Mendeley, indicano che gli editori più attenti, pur non rinunciando a spremere il copyright fino all’ultima goccia, prendono già sul serio questa prospettiva (p. 12).

Il fatto che la pubblicazione sia sempre più connessa alla tecnologia della rete rende possibili forme di disintermediazione che la rimettano sotto il controllo degli studiosi: non per caso Internet non è nata come una produzione dell’impresa privata, ma come una creazione della ricerca pubblica. Fra i compiti che dovrebbero tornare nelle mani degli studiosi c’è anche l’amministrazione della revisione paritaria. Gli editori, però, sono una parte terza, anche se commercialmente ispirata, che media fra attori spesso aspramente rivali (p. 13):  gli autori, lasciati a se stessi, sono davvero in grado di cooperare?

La trasformazione degli enti di ricerca in revisori ed editori di se stessi è già ampiamente sperimentata, sia nelle riviste ad accesso aperto offerte dai servizi bibliotecari, in associazione ai loro archivi istituzionali, sia in iniziative di più ampio respiro, come Digital Commons, o l’incoraggiamento a fondare overlay journal  che insistono su un archivio istituzionale   (p. 14), secondo un’idea già praticata anche qui  in Italia –  in uno stato che, dal punto di vista della politica della ricerca, è indirizzato con decisione verso il Sud del mondo.  Rispetto al Nord c’è solo una differenza:  in un paese in via di sottosviluppo le iniziative restando individuali e difficilmente  sono raccolte da istituzioni impoverite non solo economicamente, ma soprattutto culturalmente e moralmente.  Offrono maggiore speranza i paesi emergenti SciELORedalyc e AJOL  sono molto più piattaforme di pubblicazione che archivi (p.  19) – e sono economicamente sostenibili perché  finanziate dal pubblico come parte dell’infrastruttura di ricerca.

Chi orienterà l’accesso aperto del futuro? I ricercatori o gli editori?

In questa prospettiva la via del deposito in archivi istituzionali e disciplinari di testi pubblicati altrove rimane quella più interessante, perché non replica in rete la rivista cartacea, ma,  separando l’accessibilità dell’articolo dalla sua pubblicazione ufficiale,  è un passo verso la disgregazione del monolito editoriale e l’emancipazione degli autori e delle biblioteche universitarie  (p. 16).

Siamo, dunque,  a un punto di svolta:  l’accesso aperto del futuro sarà indirizzato dalla ricerca o gestito e organizzato dagli editori (pp.17-20)? Secondo Poynder,  è essenziale che il movimento per l’accesso aperto prenda le distanze dagli editori:  lasciare a loro il controllo della pubblicazione significa non solo continuare permettergli di drenare una quantità sproporzionata di denaro pubblico, ma soprattutto limitare l’accessibilità alla prospettiva di chi legge senza considerare quella di chi scrive e quella delle istituzioni che finanziano la pubblicazione (pp. 21-25).   La scienza, come afferma  Jean-Claude Guédon,  è una grande conversazione, che richiede la libertà dell’uso pubblico della ragione entro una società cosmopolitica:  se offriamo un accesso passivo ai lettori,  ma permettiamo solo ai ricchi  di essere “scrilettori”,  avremo una scienza di ricchi  per i ricchi, con  tutti gli altri ad assistere in silenzio.

Soprattutto in paesi,  come l’Italia, in cui la legislazione è ancipite e in cui la valutazione della ricerca non solo ha un impianto autoritario, ma è costruita prevalentemente sugli interessi degli editori,  il momento decisivo è ora:  se università ed enti di ricerca non riusciranno a passare dalle parole ai regolamenti,  se il movimento per l’accesso aperto non riuscirà a svegliare le coscienze dei ricercatori, la storia del futuro sarà scritta nel modo peggiore. Vinceranno i feudatari e i burocrati, perderemo noi.

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