Paola Galimberti ha caricato su Zenodo l’articolo Open Science in assenza di un coordinamento pubblico. Appunti da un’esperienza istituzionale in un contesto di lunga transizione. Il suo contributo riferisce della supplenza dell’Università Statale di Milano per la creazione di un’infrastruttura amministrativa e di pubblicazione di dati e testi, in luogo di governi che si sono per lo più limitati a dichiarazioni verbali e a piani ‘azione senza finanziamenti.
“Quale ruolo può ancora svolgere lo Stato” – si chiede Paola Galimberti – “nella governance della conoscenza, senza ridurre la scienza ad attività ministeriale?”
La scienza cosiddetta aperta – o, almeno, la sua retorica – è sembrata una soluzione alla delegittimazione della ricerca istituzionale contemporanea: “crisi di trasparenza, di riproducibilità, di accesso, di fiducia pubblica”. Ma, almeno in Italia, una cosa è fare dichiarazioni, un’altra scalfire interessi e poteri sedimentati per sostenere infrastrutture nazionali condivise, politiche di finanziamento stabili, sistemi informativi e di monitoraggio aperti. E prima di concludere che l’immobilità del sistema è dovuta solo a povertà di denaro, bisogna considerare quanto se ne è versato e se ne continua a versare agli oligopolisti dell’editoria commerciale.
In questa prospettiva, la supplenza periferica non è una soluzione, bensì la manifestazione di una debolezza politica. Questa debolezza, al centro, è accresciuta dalla valutazione di stato, che, obbligando i sottomessi a dipendere da editori e banche-dati private, infligge al sistema pubblico una crescente asimmetria di potere informativo; in periferia, dalla circostanza che le iniziative dal basso – quali la produzione e l’uso di dati esclusivamente aperti, o l’investimento di piattaforme di pubblicazione per riviste ad accesso aperto basate su software libero – non possono, come tali, cambiare l’intero sistema. D’altra parte, anche nelle gerarchie accademiche locali si possono trovare sia alcuni Marco Aurelio, sia non pochi Commodo.
Quando però, osserva Paola Galimberti, si è trattato di recepire un nuovo invito europeo, quello a rendere la ricerca “sicura”, il governo italiano si è affrettato a battere i tacchi. Come mai? Solo perché gli strumenti dello stato, per il loro carattere coercitivo e generale si addicono di più alla militarizzazione della ricerca che alla sua liberazione, o per qualche altro motivo specificamente italiano?
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