Francesco Scotognella, La comunità scientifica anarchica

Simbolo dell'anarchia Il fisico Francesco Scotognella propone alla revisione paritaria aperta l’articolo “L’affermazione di una teoria nella comunità scientifica: lo scienziato-parresiasta, il collettivo di pensiero e il mutuo appoggio“.

Il testo, con il sostegno di una casistica storica recente, descrive, similmente alla sociologia della scienza di Robert K. Merton, l’ethos implicito della comunità scientifica, interpretandolo come anarchico.

La comunità scientifica si è molto ampliata rispetto al passato, ma per distribuirsi “in fazioni trasversali polverizzate in piccole scuole spesso in competizione tra loro”. Le scuole meglio connesse e più finanziate sviluppano autorità che riempiono le sale più grandi ai congressi e le cui pubblicazioni, teorie e modelli godono della massima considerazione. E però qualsiasi scienziato, a condizione che rispetti i protocolli di comunicazione della comunità disciplinare, può arrischiarsi a fare la parte del parresiasta fino al punto di scalzare l’autorità, ancorché in tempi non brevissimi.

Questa evoluzione è possibile esclusivamente perché nel lungo termine i parresiasti non rimangono soli: fin dall’inizio la loro sfida non è un conflitto fra individui, bensì un appello al mutuo appoggio della comunità scientifica, perché altri controllino le loro proposte in maniera indipendente, ripetendo o proponendo esperimenti cruciali. In questo senso – sostiene Scotognella – la comunità scientifica è anarchica, perché l’avanzamento del sapere ha luogo non per la forza di una gerarchia, che anzi lo trattiene, ma in virtù di una forma di mutuo appoggio.

La tesi del sostegno reciproco come fattore evolutivo è tratta dall’interpretazione che Pëtr Kropotkin, in veste di scienziato naturale, diede della teoria di Darwin in Mutual Aid: A Factor of Evolution (1902): la lotta per l’esistenza non va intesa, nel modo riduttivo dei darwinisti sociali, come competizione fra individui, bensì come confronto fra specie e con l’ambiente, e in questa prospettiva il mutuo soccorso e la socialità appaiono leggi della natura efficaci almeno quanto quella del conflitto – come indica lo stesso successo delle specie sociali, animali o umane che siano.

La valutazione amministrativa della ricerca in vigore in Italia, ancorché ormai in discussione perfino in Europa, sembra però ispirata a un ideale competitivo, basato su indicatori bibliometrici accertati da entità commerciali esterne più vicino al darwinismo sociale che al mutuo soccorso di Kropotkin. E se il valore amministrativo di un ricercatore è determinato dalla sua popolarità citazionale, non soltanto l’esercizio ma anche la tradizione della parresia sembrano esposti all’estinzione, almeno in ambito accademico.

Chi vuole intraprendere strade non ancora accettate dalla comunità in primo luogo ha difficoltà a pubblicare, scontrandosi con un muro omogeneo e anonimo. Se anche, come supponiamo per comodità di argomentazione, riuscisse nell’intento di inaugurare una scuola di pensiero alternativa sarebbe ovviamente poco citato, perché sarebbero ben rari i ricercatori che sceglierebbero di entrare in un gruppo minoritario, sapendo che il meccanismo quantitativo di valutazione, basato sul numero di citazioni, attribuirebbe ai loro risultati certamente un valore minimo. Il meccanismo per sua natura evidentemente si autoalimenta, generando automaticamente omogeneità. Un cambiamento di opinione è reso possibile solo da una transizione di fase che cambi contemporaneamente l’opinione di tutti gli specialisti. È ciò che avviene effettivamente con il rapido susseguirsi delle mode. Le qualità che vengono così selezionate sono la repentinità dell’informazione e la prontezza di riflessi che permettono di trovarsi sempre dalla parte maggioritaria. (Lucio Russo, La cultura componibile, 2008)

Da tempo si discute, anche in luoghi insospettabili, di una crisi della comunicazione scientifica che oltre a condurre con sé, riflessivamente, una “natural selection of bad science“, induce a interrogarsi sul mutuo soccorso anarchico descritto in questo articolo. È un residuo del passato? È una prospettiva per un futuro che riuscisse a far tesoro dell’esperienza della pandemia? È un ethos della scienza fra i tanti possibili? O, più radicalmente, il suo indebolimento comporta un irrigidimento entro un sistema lontano dall’ideale della scienza moderna, sempre più prono all’autorità e sempre più ostile alla parresia?

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