Sulla nuova edizione della traduzione italiana di “The Public and its Problems” di John Dewey

DOI

John DeweyLa casa editrice Società Aperta si è impegnata negli ultimi anni in un’impresa meritevole: rimettere a disposizione del pubblico italiano testi classici da tempo fuori commercio che continuano a far parte del dibattito contemporaneo e che sono oggetto di riscoperte capaci di aprire nuovi campi d’indagine. Un esempio è The Public and its Problems di John Dewey, l’opera con cui nel 1927 il filosofo rispose a Public Opinion (1922) e The Phantom Public (1925) di Walter Lippmann. Proprio per l’importanza cruciale del testo, la riproposizione di questo volume poteva rappresentare un’occasione preziosa per aggiornare la ricezione di Dewey in Italia; un’occasione che, tuttavia, è stata almeno in parte mancata.

L’editore ha scelto di ristampare una vecchia traduzione (Nuova Italia, 1971). In una nuova edizione di un classico sarebbe auspicabile un ripensamento filologico a partire dal titolo, che nella vecchia traduzione italiana è Comunità e potere. In un’ottica di ricerca futura sarebbe preferibile che il titolo originale fosse reso più fedelmente come Il pubblico e i suoi problemi. Questo titolo è, infatti, cruciale per comprendere la natura dinamica del “pubblico” deweyano. Per Dewey, infatti, il pubblico non è una comunità pre-esistente o un’identità fissa, ma un’emergenza funzionale:

Il pubblico consiste di tutte quelle persone che sono affette (affected) dalle conseguenze indirette delle transazioni a tal punto che si ritiene necessario che di tali conseguenze ci si prenda cura sistematicamente (tr. mia).

Riconoscere gli effetti indiretti delle transazioni, ovvero i problemi, le questioni, che affliggono un pubblico, è il requisito necessario perché esso possa arrivare a costituirsi. Un compito che Dewey riteneva complesso a causa del passaggio dalle piccole comunità locali alla Great Society, segnata dalla crescita di infrastrutture invisibili e globali.

In futuro, la densità del testo deweyano beneficerebbe di una revisione sistematica della traduzione che ne emendasse alcuni refusi e sviste. Per fare solo qualche esempio, a pagina 90 “physical agencies” è tradotto con “organismi materiali” invece che con “agenti” o “dispositivi fisici”; a pagina 103 the “score of pages” è restituito con le “ventine di pagine”; alle pagine 93 e 116 manca un pezzo di traduzione; a pagina 138, leggiamo “disperazione” laddove l’originale recita scattering at large (dispersione); a pagina 120 troviamo, come a pagina 93 e 116, frammenti sintatticamente incomprensibili: “I simboli a loro volta, dipendono, dalla comunicazione delle idee, e la si prendono in considerazione e si trasmettono i possono trasmettersi dall’uno all’altro…”. Una cura editoriale più attenta, per un testo adottato in ambito accademico, permetterebbe di restituire piena leggibilità a passaggi complessi, valorizzando il rigore del pensiero originale dell’autore.

La prefazione di Valerio Fabbrizi offre un ottimo punto di partenza per orientare il lettore, scegliendo di far dialogare Dewey con Habermas e Rawls e adottando un approccio consolidato. Anche in questo caso, però, si sarebbe potuto cogliere l’occasione per aggiornare il confronto con la produzione letteraria più recente che l’opera ha continuato a stimolare all’interno della comunità scientifica internazionale.

Il prefatore, per esempio, osserva correttamente che Dewey risponde alla visione che oggi definiremmo “neoliberale” di Lippmann (p. II). Qui un’integrazione preziosa sarebbe stata il riferimento all’oggi imprescindibile ricerca genealogica compiuta da Barbara Stiegler in “Il faut s’adapter”. Sur un nouvel impératif politique (2019)1, un’opera tradotta in italiano appena due anni fa. Con il suo lavoro Stiegler ha dimostrato che la disputa Dewey-Lippmann non era una lite sulle procedure, ma uno scontro tra l’adattamento forzato al mercato e la democrazia come indagine collettiva. È una tensione che si prolunga negli anni Trenta: mentre Dewey teorizza una pianificazione democratica, Lippmann si orienta definitivamente in senso neoliberale con The Good Society (1938), l’opera al centro del Colloque Walter Lippmann di Parigi a cui parteciparono anche Hayek e Mises.

Privilegiare il rapporto con Habermas e Rawls, con una chiave di lettura volta a sottolineare soprattutto le continuità e affinità, d’altra parte, ad avviso di chi scrive, rischia di ridurre la riflessione di Dewey a una questione di “procedure democratiche” – sebbene il prefattore stesso sottolinei anche la “dimensione sostanziale della democrazia” deweyana (p. VIII) –, tradendo i punti di distanza più significativi tra questi autori e Dewey. Sia Habermas che Rawls ragionano come se fosse possibile definire in via aprioristica i confini tra pubblico e privato, cosa che Dewey mette in discussione in modo radicale. Laddove, poi, Habermas e Rawls pensano al pubblico come a una realtà unica e unitaria, per Dewey si deve parlare di una molteplicità di pubblici, il cui problema principale va al di là del modo in cui è classicamente posto il tema della rappresentanza. Questi pubblici non sono necessariamente animati da una visione comprensiva della vita, ma nascono da specifiche issues che, nella grande società, sono rappresentate da sfide alla salute, all’ambiente o relative ad altre specifiche questioni sollevate dall’innovazione tecnico-scientifica, che le istituzioni dovrebbero recepire e a cui dovrebbero dare risposta.

Se Habermas cerca un proceduralismo universale e astratto, Dewey adotta una logica sperimentale e situata, che ricorda lo staying with the trouble di Donna Haraway2. Questa postura è stata raccolta e sviluppata da una parte degli Science and Technology Studies. Per autori come Latour3, Marres4 o Monnin5, in particolare, la forza di Dewey sta nel descrivere come i pubblici emergano attorno a problemi concreti. Pur criticando le conclusioni di Lippmann, Dewey riprende e sviluppa in una direzione democratica l’idea che sia necessario abbandonare la concezione classica della democrazia, per concentrarsi piuttosto sulla mobilitazione dei pubblici intorno a problemi concreti. La distinzione deweyana tra fatti e valori non anticipa tanto quella habermasiana tra fatti e norme, quanto i matters of concern latouriani: quegli oggetti di preoccupazione che, una volta riconosciuti, trasformano gli individui in un pubblico attivo.

L’ontologia relazionale di Dewey abbandona il presupposto atomico dell’azione tipico del liberalismo classico. L’individuo è un essere che si realizza attraverso le associazioni e che è, intrinsecamente, “costituito da associazioni” (a partire da quelle cellulari, p. 147). Si tratta di una visione che anticipa l’idea dell’individuo come olobionte sostenuta dalla biologa Lynn Margulis: un organismo definito da simbiosi e relazioni6. Questa prospettiva permette di interpretare l’autonomia individuale non come indipendenza assoluta, ma come il risultato di una complessa rete di relazioni. Come suggerito da molta letteratura femminista contemporanea — e in particolare da Judith Butler — l’idea del soggetto sovrano rischia di occultare la svalutazione della cura e di nascondere il fatto che “non si nasce individui”7: nessuno può sottrarsi a una originaria e costitutiva condizione di dipendenza. Riconoscere questa relazionalità è, per Dewey, il primo passo per comprendere la natura associata che sta a fondamento del pubblico.

Tale ontologia relazionale ha bisogno della comunicazione e, in un’epoca caratterizzata da rapidi mutamenti tecnologici e scientifici, di una comunicazione che traduca, anche grazie all’arte e alla forza di simboli adeguati, conoscenze specialistiche in un linguaggio comprensibile dall’opinione pubblica. Questa preoccupazione di Dewey lo avvicinava alle sperimentazioni visive di Otto Neurath, l’inventore degli ISOTYPE (International System of Typographic Picture Education)8. Entrambi condividevano l’idea che la democrazia non potesse ridursi al solo momento del voto, ma richiedesse una profonda democratizzazione della conoscenza. Tale obiettivo appare tanto più urgente se legato al progetto di una pianificazione democratica, concepita da Dewey e Neurath come una terza via necessaria, capace di distinguersi sia dal centralismo totalitario e statalista sia dalle soluzioni neoliberali.

Coerentemente con il valore attribuito alla comunicazione, d’altra parte, il progetto deweyano invita a riscoprire la dimensione dell’ascolto. Si tratta di un tema centrale nella teoria democratica odierna, spesso trascurato dalle prospettive deliberative fino a tempi recenti più concentrate sulla voice (la presa di parola) che sul recepimento delle istanze portate nel dibattito9. Per Dewey, valorizzare l’ascolto significa riconoscere che la comunicazione non è un semplice passaggio di informazioni, ma un processo di partecipazione condivisa che richiede attenzione e cura per il punto di vista altrui, per le condizioni che rendono possibile sintonizzarsi con l’altro.

In conclusione, la riproposizione di questo testo ci ricorda che la democrazia richiede una cura costante affinché segni e simboli aiutino a pensare criticamente e comprendere il presente. In questo spirito la comunità scientifica dovrebbe continuare a interagire con questo classico, affinché la “Great Society” possa davvero trasformarsi in quella “Great Community” auspicata dall’autore di The Public and its Problems.


  1. B. Stiegler, Bisogna adattarsi. Un nuovo imperativo politico, tr. it. di B. Magni, Carbonio, Milano 2023.↩︎
  2. D. Haraway, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, tr. it. di C. Durastanti e C. Ciccone, Nero Edizioni, Roma 2019.↩︎
  3. B. Latour, Dingpolitik. Come rendere le cose pubbliche, tr. it. di E. Piaggesi e G. Romano, postmedia, Milano 2011.↩︎
  4. N. Marres, “The Issues Deserve More Credit: Pragmatist Contributions to the Study of Public Involvement in Controversy”, in Social Studies of Science, 37(5), 2007, pp. 759-780 ed Ead., Material Participation: Technology, Environment and Everyday Publics, Palgrave Macmillan, London 2012.↩︎
  5. A. Monnin, Héritage et fermeture. Pour une écologie du démantèlement, Divergences, Paris 2021.↩︎
  6. L. Margulis e D. Sagan, Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica, a cura di A. Balzano, Mimesis, Milano 2026.↩︎
  7.  J. Butler, La forza della nonviolenza. Un vincolo etico-politico, tr. it. di F. Zappino, Nottetempo, Roma 2020, p. 61.↩︎
  8. O. Neurath, Linguaggio internazionale per immagini. Le prime regole dell’ISOTYPE con immagini ISOTYPE, Mimesis, Milano 2018.↩︎
  9. Si veda, tra gli altri: J. McNamara, “Listening for Healthy Democracy”, in D. L. Worthington e G. D. Bodie, a cura di, The Handbook of Listening, Wiley-Blackwell, Oxford 2020, pp. 385-395.↩︎
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