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La Repubblica di Platone

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 7 ottobre 2003

Una città per la filosofia: la Repubblica

La Repubblica richiese a Platone una lunga gestazione, come si può vedere dalla sua stratificazione stilistica. Il primo libro, probabilmente risalente al 390 a. C. potrebbe essere letto come un dialogo elenchico a sé, un ideale Trasimaco o "sulla giustizia", nello stile delle opere giovanili; ma i nove libri successivi vedono il Socrate platonico impegnato in una impresa enorme, quella di costruire una città con la forza del discorso. La composizione di questi ultimi può presumibilmente essere collocata intorno al 387, al rientro di Platone ad Atene, dopo il primo dei suoi tre sfortunati viaggi in Sicilia, rientro che coincide con la fondazione dell' Accademia. Per quanto nel primo libro ci siano elementi tipici dei dialoghi giovanili - l'ambientazione, l'élenchos e la conclusione aporetica - le anticipazioni di temi riproposti successivamente fanno pensare che sia stato almeno rielaborato per connetterlo agli altri nove libri.

Nella VII Lettera (328c), Platone racconta di aver lasciato Atene per andare a vivere sotto una tirannide, come quella siracusana, perché si vergognava di passare, di fronte a se stesso, come un uomo capace solo di parole, e perché pensava che fosse più facile convertire alla filosofia un uomo solo, il tiranno Dionisio il vecchio, piuttosto che una moltitudine. La Repubblica è dunque opera di un filosofo che ha un rapporto insieme di fascinazione e di repulsione per la vita politica. Ove personalità come Machiavelli o Tucidide, compongono, in seguito a disavventure politiche, opere crudamente realistiche, Platone compie uno sforzo grandioso di riflessione e di costruzione teorica. Il Socrate del I libro, che ci ha introdotto con il suo élenchos al problema della giustizia, prende congedo da noi, e si trasforma, nelle mani di Platone, in un costruttore di città che si misura con idee radicali ed audaci.

La scena del dialogo si colloca fra il 420 e il 425. Gli stranieri (meteci) traci residenti al porto celebrano per la prima volta la festa della loro dea Bendis. Socrate racconta di essere sceso al Pireo per assistere ai festaggiamenti, e di aver conversato, nella casa del ricco meteco Cefalo, un anziano proprietario di una manifattura di scudi, con suo figlio Polemarco, i fratelli di Platone Glaucone e Adimanto e con il sofista Trasimaco. Polemarco, come il fratello Lisia, sono della parte democratica; essendo stranieri, per quanto insigniti del privilegio di possedere beni immobili in Atene, sono esclusi dalla partecipazione al governo della città, e sono dunque essenzialmente homines oeconomici, cui è richiesto un surplus di conformismo politico. Glaucone e Adimanto, aristocratici, sono vicini a Crizia, futuro capo dei Trenta Tiranni. Trasimaco è un esponente della sofistica nella sua versione "immoralistica". Fra i personaggi secondari spiccano Nicerato figlio di Nicia, vittima dei Trenta Tiranni, e Clitofonte, seguace di Teramene nel tentativo di colpo di stato oligarchico del 411.

Ma tutto questo appartiene al passato: Polemarco ora è morto, condannato a bere la cicuta sotto i Trenta Tiranni, che miravano al suo patrimonio; Lisia, che si è salvato a stento, è diventato loro accusatore implacabile. Anche Socrate è morto, condannato, allo stesso modo, dalla parte democratica, per metterlo a tacere. Possiamo pensare alla Repubblica come a un'utopia; ma ove le utopie moderne guardano o al futuro o a un "altrove" geografico, lo sguardo di Platone è rivolto al passato, agli amici con i quali era bello discutere, e che ora si possono solo ricordare nella finzione letteraria. Il passato, tuttavia, proprio per il fatto di essere ricordato e ricostruito, non è qualcosa che non c'è più, ma è un patrimonio: ci è possibile criticare il presente e cercare di cambiarlo proprio perché abbiamo, nel nostro passato, un bagaglio di possibilità. Si tratta di riuscire a ricordarle e a farle rivivere nel mondo migliore.
Platone, nei suoi dialoghi, racconta sempre una storia critica, come storia critica del presente. Il passato della Repubblica può servire da punto di riferimento critico perché siamo noi a farlo, con il nostro pensiero. Il poeta tramanda il passato ripetendolo mnemonicamente, in un mondo, per questo, destinato alla ripetizione; il filosofo, di contro, riporta in vita il passato ripensandolo, e dunque lo fa vivere in un mondo che può cambiare. Possiamo cambiare non perché "abbiamo" un futuro che ancora non c'è, ma se e perché possediamo criticamente il nostro passato.

Il titolo di quest'opera, normalmente tradotto come "repubblica" (dal latino res publica) suona in greco come Politeia. La parola politeia, resa di solito con "costituzione" ha uno spettro semantico complesso. Politeia indica sia la cittadinanza come condizione, sia, per translato, la cittadinanza come complesso di cittadini. I due sensi si conciliano perché la comunità dei cittadini è tale in quanto si struttura secondo condizioni costituzionali e personali di cittadinanza. Quando si parla di politeia nel senso di "costituzione" non si allude semplicemente al complesso di leggi, in senso formale e materiale, che regola la vita pubblica, ma anche e nello stesso tempo alle persone che vivono e partecipano alla città. la costituzione esiste perchè ci sono i cittadini, e non viceversa.





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