Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 6 novembre 2002

Platone, il testimone

Platone (428/7-347) aveva circa ventotto anni, quando assistette al processo che condusse alla condanna a morte di Socrate, la cui autodifesa conosciamo attraverso la sua interpretazione. Socrate era figlio di uno scalpellino e di una levatrice. Platone apparteneva a una delle grandi famiglie aristocratiche ateniesi; il padre, Aristone, si vantava di discendere dal mitico re di Atene Codro; la madre, Perittione, discendeva da Solone, ed era sorella di Carmide e cugina di Crizia, che fecero parte dei Trenta Tiranni. Dopo la morte di Aristone, Perittione si era unita in seconde nozze a Pirilampe, stretto collaboratore di Pericle. Ma l'insegnamento e l'esempio di Socrate determinarono in modo decisivo la vita e il pensiero di Platone.
Platone dà una testimonianza diretta della sua vita nella VII Lettera, a circa settantacinque anni d'età. Si tratta di un resoconto prezioso, perché le più antiche biografie platoniche pervenuteci - quelle di Apuleio e di Diogene Laerzio - risalgono al II e III secolo d.C. La condanna di Socrate, "un amico più anziano di me, un uomo che non esito a dire il più giusto del mio tempo" (324d-e) fu l'evento decisivo, che fece deviare la vita e le scelte di Platone dal percorso tipico di molti giovani aristocratici.
"Da giovane pensavo, come tanti, di dedicarmi alla politica non appena fossi divenuto padrone di me stesso." (324c) Nel 404, ad Atene, ha luogo un colpo di stato oligarchico, appoggiato dagli Spartani vittoriosi, che conduce al regime dei Trenta Tiranni. "Alcuni di questi erano miei familiari e conoscenti, che mi fecero subito capire, invitandomi anche esplicitamente ad intraprenderla, che la vita pubblica mi si confaceva." (324d).
Platone, da giovane aristocratico quale allora era, fu tentato dall'offerta, ma alla fine si risolse a non accettarla: "non tardai ad accorgermi che costoro facevano sembrare oro, in confronto, il governo precedente." (324d) Decisivo per questa presa di coscienza fu l'episodio dell'ingiusto arresto del democratico Leonte di Salamina, nel quale i Trenta cercarono vanamente di coinvolgere a forza Socrate.
Restaurata la democrazia, Platone fu ripreso, sia pure con più pacatezza, dal desiderio di occuparsi degli affari pubblici. Ma, ancora una volta, Socrate determina in modo decisivo la sua vita:
Caso volle che, in seguito, alcuni potenti trascinassero in giudizio il nostro amico Socrate, agitando contro di lui un'accusa la più infamante per disonestà e la più lontana dalla sua indole; lo perseguirono infatti per empietà, lo condannarono, l'uccisero, lui che non aveva voluto prendere parte alla cattura illegale di uno dei loro amici, al tempo in cui anch'essi soffrivano delle miserie dell'esilio. Indotto di nuovo a riflessione su queste vicende, su chi si occupa di politica, sulle leggi e sugli usi in generale, quanto più passava il tempo e andavo avanti nell'età facendo di queste considerazioni, tanto più mi sembrava difficile riuscire a far qualcosa con la politica. Senza amici e compagni, impossibile realizzare niente... (325c-d)
Socrate aveva scelto di astenersi dalla politica e di portare la filosofia per strada, senza scrivere nulla, perché era convinto che il dialogo con le persone in carne ed ossa fosse l'unica politica praticabile per la filosofia. Platone, ammaestrato dalla vicenda di Socrate, imbocca un'altra via: visto che è impossibile il dialogo nella città, esso va portato fuori dalla città, in una triplice maniera:
  • nel testo scritto
  • in radicali progetti riformatori, teoretici e pratici (gli sfortunati viaggi a Siracusa del 389, 367, 360 a.C.)
  • tramite la fondazione di scuole (l'Accademia, che sopravvisse fino al 529 d.C., quando fu soppressa per volere di Giustiniano)
Se non è possibile una filosofia per la città, occorre creare una città per la filosofia.

E' stato spesso chiesto quanto l'Apologia di Socrate, messa per iscritto da Platone, sia storicamente attendibile, dal momento che lo scrittore era a sua volta filosofo, e coinvolto al massimo grado nella vicenda del suo maestro. La risposta più convincente a questa domanda paragona l'Apologia ai discorsi che Tucidide mette in bocca ai suoi personaggi: Platone mette per iscritto un discorso fatto in una sede ufficiale, cui hanno assistito moltissime persone, non necessariamente amiche. Se l'Apologia mira a conservare il ricordo di un processo ingiusto, non può rappresentarsi come una libera creazione letteraria, perché questo la esporrebbe a venir smascherata come un falso.



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