Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 7 novembre 2002

Le fonti socratiche

Socrate non ha lasciato nulla di scritto. Platone, nel Fedro, gli attribuisce delle parole che potrebbero spiegare la sua scelta:
...la scrittura ha una qualità deinos (terribile, strana, mirabile), simile a quella della pittura. I prodotti cioè della pittura ci stanno davanti come se fossero vivi, ma, se gli chiedi qualcosa, rimangono maestosamente in silenzio. Nello stesso modo si comportano i logoi; crederesti che potessero parlare, come se pensassero [phronountas] qualcosa; ma se tu, volendo imparare, chiedi loro qualcosa di quello che dicono, si manifesta una cosa sola e sempre la stessa. E una volta che sia messo per iscritto, ogni logos circola per le mani di tutti, tanto di chi l'intende quanto di chi non ci ha nulla a che fare; né sa a chi gli convenga parlare e a chi no. Prevaricato e insultato ingiustamente, ha sempre bisogno che il padre gli venga in aiuto, perché esso da solo non può difendersi né aiutarsi. (275d-e)
I limiti del logos o discorso messo per iscritto sono la chiusura semantica, cioè il suo essere limitato a un numero finito e determinato di nozioni, e la mancanza di interattività. A questo logos si contrappone il discorso di chi sa, che è animato e vivente, e che viene scritto nell'anima di chi impara (Fedro, 276a ss.).

La scelta di non scrivere condanna Socrate a venir ricordato sulla base di quanto altri hanno scritto di lui. Abbiamo, così, quattro Socrati virtuali:.
  • il Socrate sofista e filosofo naturale delle Nuvole di Aristofane
  • il Socrate filosofo morale dei dialoghi giovanili di Platone
  • il Socrate moralista dei Memorabili di Senofonte, la cui attendibilità è viziata dal fatto che l'autore, conservatore e filosoficamente ottuso, abbia l'esplicito scopo di scagionare Socrate dall'accusa di empietà
  • il Socrate di cui riferisce Aristotele, che non l'aveva conosciuto personalmente.
Ciascuno di questi Socrati virtuali è differente dagli altri. Nei dialoghi giovanili di Platone incontriamo un filosofo morale, che non si occupa di filosofia della natura e polemizza con i sofisti; nella commedia di Aristofane un sofista e naturalista adoratore delle nuvole, che insegna ragionamenti capziosi per sottrarsi alle leggi della città; nei resoconti di Senofonte, di contro, Socrate è un moralista alquanto tradizionale.
Queste differenze possono essere viste come la conseguenza del rifiuto socratico di scrivere, che l'hanno abbandonato alla memoria - e alla libertà creativa - degli altri, soprattutto in un mondo come quello antico, ove la cultura rimaneva prevalentemente orale e mancava, per così dire, il senso della proprietà intellettuale. Ma possono anche essere viste, se ci valiamo della figura dell'ironia complessa, come un successo di Socrate: Socrate non è riuscito a tramandare un'immagine coerente di se stesso; questo, però è una testimonianza dell'efficacia del suo insegnamento, che mirava non a "trasferire" conoscenza, ma ad indurre - accettando il rischio di venir frainteso - gli altri pensare per proprio conto.

Il Socrate dei primi dialoghi di Platone si caratterizza per questi aspetti:
  • il metodo elenchico
  • la professione di ignoranza
  • l'equiparazione fra virtù e conoscenza
  • una filosofia morale rivoluzionaria, che comporta il rifiuto della legge del taglione e dell'etica tradizionale, la quale discriminava amici e nemici: non dobbiamo rispondere all'ingiustizia con l'ingiustizia. e in ogni caso subire ingiustizia è meglio che compierla
  • la fedeltà alla città e alle sue leggi: Socrate è consapevole di dover molto alle leggi della città - alla libertà di parola della democratica Atene, cui è fedele fino alla morte - ma non esita a criticarne la morale politica
I dialoghi socratici di Platone non sono una sua invenzione personale. Il rifiuto socratico di scrivere produsse infatti il genere letterario dei sokratikoi logoi (discorsi socratici), scritti da autori come Eschine di Sfetto, Antistene, Aristippo, Brisone, Cebete, Critone, Euclide di Megara, Fedone, dei quali ci è pervenuto solo qualche frammento. Le fonti filosofiche su cui possiamo contare rimangono, dunque, gli scritti di Platone e di Aristotele.

Aristotele ha interesse a presentare se stesso come discepolo diretto di Socrate, e ad attribuire a Platone, da cui dissente, posizioni non socratiche. La sua affidabilità, pertanto, deve essere valutata tenendo presente questa pregiudiziale. In Metafisica,987b, Aristotele racconta che Socrate, disinteressandosi dell'universo fisico, si dedicò allo studio delle questioni morali, andò in cerca dell'universale in questa sfera e fu il primo ad occuparsi di definizioni. Platone seguì le sue tracce, sviluppando la teoria delle idee. Per universale si intende la proprietà comune a più cose che ricadono sotto lo stesso termine F, in virtù della quale possiamo classificarle tutte come F.
In Metafisica 1086b, Aristotele riferisce che fu Socrate a dare origine alla teoria per la quale le cose particolari, nel mondo sensibile, sono in uno stato di flusso e nessuna di esse persiste; ma l'universale "esiste" al di là di queste,ed è in qualche modo diverso da esse. Ma egli - precisa il filosofo - con ragione, non "separava" gli universali dai particolari, come invece avviene nella teoria platonica delle idee [che comporta l'assegnazione delle idee a un livello ontologico differente e autonomo rispetto alle cose sensibili]



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