Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 7 gennaio 2003

La democrazia come valore

Nella definizione del concetto antico di democrazia siamo di fronte ad una duplice dimensione semantica, della quale furono coscienti già i primi pensatori che iniziarono a riflettere su una tale forma politica. Il concetto di "governo del popolo (demos)", o della moltitudine, veniva associato nell'età classica a quello di isonomia e isogoria, cioè all'idea dell'uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge (nomos), e della eguale possibilità di prendere parola nelle pubbliche assemblee. A partire dall'età di Pericle, che vede la definitiva affermazione della democrazia ateniese, questo modello diviene anche portatore del valore superiore della libertà politica. Ad una tale concezione si deve la trasformazione di questa concezione in un paradigma fondamentale della storia del pensiero politico, affermatosi nel corso delle epoche storiche successive e che ancora sopravvive nel nostro tempo: la forma politica democratica appare come l'espressione del valore della libertà.

A questo primo significato deve esserne associato un secondo: il concetto della semplice uguaglianza di condizione tra i cittadini. Democrazia appare un questo senso sinonimo di una forma di egualitarismo che realizza un livellamento verso il basso della città, e una neutralizzazione delle distinzioni tra i cittadini migliori e la moltitudine (oggi si è soliti definire questo fenomeno con il termine democratizzazione). È contro una tale accezione che nella Repubblica Platone incentra le critiche alla costituzione democratica (demokratiké politeia) [Resp., 545a]. La concezione della democrazia come egualitarismo lascia in secondo piano l'idea del valore assoluto delle leggi, cioè dell'ordinamento politico retto secondo giustizia, e trasforma la libertà politica in semplice esercizio di voto legato al procedimento convenzionale della decisione politica. Dietro questa visione della polis si cela il concetto sofistico di giustizia come "utile del più forte", cioè l'idea che il mondo politico sia governato dalla potenza.

Marcello Gigante, nella sua opera sul concetto di nomos nel mondo antico, ha formulato una tesi filologica molto interessante. A partire dall'età della sofistica, nel mondo greco avviene una rivoluzione del modo di interpretare il concetto di nómos. Le fonti principali di un tale nuovo paradigma ermeneutico sono Protagora e il Gorgia: se "l'uomo è misura di tutte le cose", come vuole Protagora, anche il nomos può essere ricondotto "a misura d'uomo", e su di esso non è più possibile parlare con verità. Ma la critica sofistica ai valori tradizionali conduce alla nascita di una nuova idea del diritto, che Gigante prende in considerazione attribuendola alle figure di Callicle e di Ippia. Soprattutto nelle tesi di Ippia, appare palese un abbandono della concezione originaria di nomos come sfera superiore alla physis, in quanto sfera identificatrice della peculiarità della dimensione umana rispetto a quella naturale. A partire da Ippia, invece, si assiste ad un ritorno di una sorta di "primato della natura (physis)" anche nella descrizione dell'universo umano, del quale la politica e le leggi sono parte fondamentale. Siamo di fronte ad una prima forma di diritto naturale, costruito sulla base dell'antica idea di nomos ho pantôn basileus, di legge universale che governa sugli dei e sugli uomini, della quale la prima formulazione si reperisce in un frammento del poeta Pindaro [Fr. 169].

Quando il diritto (nomos) si trasforma in diritto positivo, cioè in una legge che è fatta dagli uomini e che è pertanto "ad essi relativa", non è più possibile argomentare sulla sua validità in senso assoluto, ma soltanto sul suo senso relativo e convenzionale.

Questa concezione sarebbe propria già dell'età di Socrate, e dominerà in quella di Platone cioè nel periodo della "democrazia restaurata". L'ordinamento democratico diventerà in questo modo sempre più coattivo e teso alla costruzione del consenso interno. Questa democrazia condannerà Socrate, e contro di essa Platone elaborerà una filosofia politica volta alla ricerca di un ordinamento retto da leggi etiche, in opposizione a quella che mette invece al centro del proprio interesse la forza, aprendosi all'ambiguità del realismo politico. Di quest'ultima concezione di nomos si erano fatti portori i due più grandi uomini politici dell'Atene democratica: Pericle e Alcibiade (Xen., Mem., 1.2, 40 ss).



Nico De Federicis


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