Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 7 gennaio 2003

La disumanità del tiranno

Nella cultura e nella filosofia politica della classicità la tirannide è stata posta al centro di un grande dibattito sulle istituzioni politiche, nel quale la stessa figura personale del tiranno è stata risolta nella rappresentazione di una degenerazione che investe tanto la dimensione personale, quanto quella civile: il tiranno è il nemico della città e l'incarnazione della malattia morale della soggettività politica.

I documenti più alti di questa concezione che vede la tirannide come una negazione dell'umano sono reperibili nelle opere di Senofonte e di Platone. Senofonte nel Gerone, che fu realmente tiranno siracusano, racconta dell'uomo stretto dalle maglie del potere, e dell'intrigo che rappresenta l'elemento distintivo tanto della sua azione politica, quanto della sua vita privata.

Senofonte descrive l'incontro tra il poeta Simonide e il tiranno Gerone, sviluppando il dialogo intorno alla questione della miseria della vita del governante, il quale è costretto a una costante dissimulazione, non potendo fidarsi neppure di coloro che gli sono più vicini. Simonide spiega a Gerone i giusti precetti ai quali l'uomo di stato deve conformarsi per assolvere bene il proprio compito e trasformarsi da despota in un governante apprezzato. Senofonte inaugura in questo modo un modello di precettistica per il principe, al quale in seguito sarà fatto riferimento da larga parte della letteratura politica, fino al XVI secolo. Ma l'elemento distintivo che si afferma come il reale protagonista del dialogo è il problema del potere. Il potere, soprattutto se è quello di uno solo conquistato con l'arte (vale a dire, non legittimato da una forma di tradizione, come quello di una dinastia), allontana gli individui dal loro carattere umano e diviene causa di disumanità. Un secondo elemento di riflessione filosofico-politica reperibile dal Gerone di Senofonte è la definizione del rapporto tra politica e cultura. All'uomo di lettere (in questo caso il poeta) non basterà mai la sapienza per accedere al potere del tiranno; da parte sua, quest'ultimo deve invece sacrificare le leggi della giustizia alle leggi della politica. Politica e cultura sono pertanto due realtà radicalmente distinte, due grandezze incommensurabili.

La fortuna di questa opera di Senofonte giunge fino ai giorni nostri. La sua rilevanza per la filosofia politica del nostro tempo è stata messa in rilievo da Leo Strauss, che in un saggio sul Gerone ha voluto vedere nel dialogo tra Simonide e il tiranno siracusano una forma di sublimazione dell'elemento politico, facendo invece del filosofo colui che, ingenuamente, tenta di mettere al servizio delle proprie convinzioni il potere dei governanti, ma che alla fine ne diventa il servitore.

So che sei nato semplice cittadino [...] ed ora sei un tiranno. Perciò, avendo sperimentato entrambe le condizioni, probabilmente conosci meglio di me come la vita del tiranno differisca da quella del privato cittadino in merito ai piaceri e ai dolori degli uomini.

Di certo, disse Gerone, essendo ancora un cittadino, sei in grado di rammentarmi che cosa accade nella vita privata; e allora, credo, potrei mostrarti meglio le differenze tra le due condizioni.

[...] ti assicuro che i tiranni hanno piaceri molto minori di quelli dei cittadini di mezzi più modesti, ed hanno invece dolori molto più grandi.
[Xen., Jer., 1, 2-8]


Nel Libro IX della Repubblica, Platone tratta della personalità dell'uomo tirannico (tyrannikòs anèr) facendo confutare da Socrate la tesi tradizionale della felicità del tiranno. Questi non è "il più felice tra gli uomini in quanto il suo arbitrio e il suo volere sono senza limiti"; al contrario, è il più misero degli individui, perché è malato di pleonexia, divorato dalla brama di potere, e si trova per questo in balia della sua illimitata volontà di potenza. La vicenda del tiranno descrive la perfetta degenerazione del carattere umano, perché egli è completamente schiavo delle passioni, "dei piaceri e dei desideri non necessari (anankaíon hedonôn te kaì epithymiôn)".

Nell'anima tirannica secondo Platone la razionalità umana viene dimenticata, come caduta in un sonno profondo, grazie al quale tutte le peggiori passioni prendono il sopravvento; in questo stato si rivela l'elemento ferino e selvaggio (theriôdés kaì agrion) che cerca di andare a sfogare i propri istinti. In questo stato di irrazionalità cieca l'individuo è capace di compiere qualsiasi azione, ignorando completamente i comandi delle leggi, libero da ogni pudore e saggezza (Resp., 571c). Avendo perduto la capacità razionale dell'agire, la sola che distingue l'uomo dagli altri animali, Platone afferma che l'uomo tirannico non è altri dalla belva. Egli non è in grado di introdurre nell'attività pratica l'elemento del sapere perché è privo della capacità di giudizio: non ha la saggezza (phronesis) dell'azione.

La tirannide è dunque il ragime che nega in modo più radicale il principio della giustizia, e la virtù più generale che ad essa era associata: la temperanza (sophrosyne). L'anima umana diviene tirannica quando "o per natura o per abitudini o per entrambi questi moventi sia soggett[a] all'ebbrezza, all'amore o alla pazzia" (Resp., 573c 7-9).
Beato dilemma, ripresi, è quello in cui si trova implicato, un dilemma che gli impone o di vivere insieme con la maggioranza mediocre, odiàtone, o di rinunciare a vivere! ...

Veramente beata, feci io, se stiamo alle tue parole, dev’essere la condizione di un tiranno, se ricorre all'amicizia e alla fedeltà di simili persone, dopo aver eliminato gli amici e i fedeli di prima.
[Resp., 567d-568a]


Non è senza motivo, ripresi, che la tragedia in genere sembra dotata di sapienza ed eccellente in essa Euripide.

Perché?

Perché è suo anche questo detto, che rivela profondità di pensiero: sono "sapienti i tiranni in compagnia di sapienti". E intendeva chiaramente dire che questi sono i sapienti con cui il tiranno vive.

Ed esalta la tirannide, aggiunse, come qualcosa di divino, e ne fa molte altre lodi, lui e gli altri poeti.

Per conseguenza, continuai, essendo sapienti, i poeti tragici già ci perdonano [...] se non faremo loro posto nella nostra costituzione, dal momento che celebrano la tirannide.
[Resp., 568 b-d]


Nico De Federicis


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