Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 7 novembre 2002

Ironia

Il retore romano Quintiliano (I secolo d. C.) definisce l'ironia come una figura del linguaggio o tropo in cui contrarium quod dicitur intelligendum est, cioè nella quale si deve intendere il contrario di ciò che letteralmente si dice.

Questo senso della parola "ironia" è arrivato fino a noi, sia nel caso in cui questa figura è usata per prendere urbanamente in giro gli interlocutori, sia quando è usata per denunciare velatamente l'incommensurabilità del singolo alla realtà, cioè la sua difficoltà ad adeguarsi e a ritrovarsi in un mondo che gli è estraneo. Questo è il caso dell'ironia romantica, come descritta, per esempio, dal filosofo danese Kierkegaard (XIX secolo).

Nel greco del V secolo, il significato primario di "ironia" non era quello riportato da Quintiliano ma quello che ritroviamo in bocca a Trasimaco nel I libro della Repubblica, e cioè "dissimulazione" o "finzione" finalizzata ad ingannare. Il "fare finta" per gioco o per scherzo, tipico di Socrate, era solo un significato secondario. Oggi noi intendiamo "ironia" al modo di Quintiliano e non a quello di Trasimaco solo in virtù del rovesciamento dovuto alla durevole impressione che il comportamento di Socrate produsse sui contemporanei.

Gregory Vlastos, che si interroga sulla figura di Socrate nel suo libro Socrates. Ironist and Moral Philosopher, Cambridge, Cambridge U.P., 1991 (trad. it di A. Blasina, Socrate, il filosofo dell'ironia complessa, Scandicci, La Nuova Italia, 1998) pensa che la sua ironia non possa ridursi a ironia semplice. Socrate si dice ignorante: infatti non espone né scrive mai una propria filosofia. Ma, nello stesso tempo, è persona capace di affrontare la morte in nome della conoscenza.

Se si riducesse l'ironia socratica ad ironia semplice, dovremmo dire che Socrate fa finta di essere ignorante ma in realtà è sapiente. Ma questa affermazione ci farebbe perdere un aspetto importante della figura speculativa di Socrate, vale a dire il suo uso dell'elenchos (confutazione), che comporta che ogni discussione cominci con premesse esplicitamente poste, e non con l'affermazione di una verità data per indiscutibile e nota.

Per questo Vlastos introduce la figura dell'ironia complessa: a differenza dell'ironia semplice, ove il senso letterale di ciò che si dice è falso, nell'ironia complessa il contenuto superficiale è vero in un senso e falso in un altro. Socrate è ignorante in senso letterale, ma è sapiente in un altro e più profondo senso, e cioè perché le sue confutazioni, e soprattutto il modo in cui le compie, servono a dare avvio a un cammino verso la conoscenza che ognuno deve compiere da sé.
Analogamente, nella captatio benevolentiae con cui Socrate inizia la sua autodifesa, egli sostiene di non saper parlare in pubblico: questo è vero dal punto di vista dell'oratoria forense - Socrate perde la causa - ma è falso se si considera l'Apologia come portatrice di un messaggio diverso e ulteriore rispetto a quello processuale.


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