Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 19 novembre 2002

Le Nuvole di Aristofane

La commedia antica - i cui soli esemplari integri superstiti sono alcune opere di Aristofane - è l'espressione della democrazia partecipativa estrema dell'Atene del V secolo. La sua libertà di linguaggio e la sua assoluta irriverenza la rendono scabrosa e difficilmente comprensibile perfino agli occhi della critica antica, con l'eccezione del retore romano Quintiliano, che la definisce grandis et elegans et venusta (Institutio Oratoria, X, I, 65). Aristofane è stato di volta definito, rispetto al mondo cui si riferiva, come un oligarchico, un democratico rurale in polemica con la città, un panellenista, un pacifista.
Il contesto è essenziale per la comprensione di un autore comico; ma esso è andato perduto nello spazio di pochi decenni. Questa circostanza rende molto arduo, se non impossibile, comprendere le vere intenzioni dell'autore. Pertanto, il senso della fonte socratica più antica, la commedia Nuvole, può essere oggetto soltanto di debolissime congetture.

Le Nuvole furono rappresentate nel 423 a.C., con poco successo: ottennero, infatti, soltanto il terzo posto alle Dionisie. Aristofane successivamente rimaneggiò la commedia, aggiungendo una nuova parabasi, l'agone fra i due Discorsi, e il finale con l'incendio della casa di Socrate. Non è certo se questa seconda versione sia stata o no rappresentata.

La trama della commedia è semplice: un povero contadino, Strepsiade, oberato dai debiti contratti dal figlio Fidippide, che vuol vivere da aristocratico al di sopra dei mezzi della famiglia, decide di mandarlo alla scuola di Socrate, ad apprendere argomenti capziosi per eludere i creditori. Fidippide impara così bene la lezione da picchiare il padre riuscendo a giustificarsi in maniera convincente. Strepsiade, resosi conto del suo errore, brucia Socrate e la sua casa, detta phrontisterion o pensatoio.

Socrate viene raffigurato come un sofista e filosofo naturale, che sta appeso nel suo pensatoio, e si dedica ad aerobatein (v. 225: camminare in ariea) e a studiare ta meteora pragmata (v. 228: i fenomeni celesti). Una parafrasi di questa presentazione viene ripresa da Socrate stesso, nella sua Apologia (19c). La commedia, per essere efficace, si vale del meccanismo della tipizzazione. Socrate deve essere rappresentato sulla scena in modo da essere riconoscibile. Ma non occorre che la sua riconoscibilità sia storica: basta, infatti, che sia "tipica". In Socrate, che è un buon appiglio comico perché tutti lo conoscono, possono agevolmente riassumersi i caratteri dell'intellettualismo astruso e sofistico; così doveva apparire, a un pubblico educato nell'oralità poetica, la nuova cultura della scrittura e della dialettica. Dalle fonti aristoteliche e platoniche risulta, d'altra parte, che Socrate non si era occupato di filosofia naturale se non in gioventù e che, a differenza dei professionisti della sophia, non si faceva pagare.

Sarebbe, tuttavia, sbagliato liquidare le Nuvole come una buffonata. Strepsiade, il protagonista della commedia, è molto diverso dagli altri eroi di Aristofane, che torreggiano sulla vita allo stesso modo degli eroi tragici (C.H. Whitman, Aristophanes and the Comic Hero, Cambridge, Harvard U.P., 1964), e che, a differenza di questi ultimi, vincono la battaglia col mondo grazie alla loro genialità furbesca. Strepsiade non desidera grandiosamente, come Diceopoli o Lisistrata, la fine della guerra interellenica, né vuole fondare, come negli Uccelli, una città fra le nuvole a sfida degli dei e degli uomini; desidera, invece, qualcosa di molto meschino, cioè sfuggire ai creditori, e ritiene di poter usare le idee della nuova cultura limitatamente a questo fine. A sue spese impara che, per quanto i filosofi siano protetti da divinità nebulose, le idee non si lasciano strumentalizzare: accettarne una significa dover fare i conti con l'intero sistema che ne consegue.

Se prendiamo sul serio due passi salienti delle Nuvole, commettendo una trasgressione rispetto al genere letterario, possiamo derivare, dalla commedia, due tesi altrettanto serie.

Aristofane, con un suo espediente tipico, quello di prendere le metafore alla lettera, mette in scena, a partire dal verso 889, un confronto di dissoi logoi, il Discorso migliore e il Discorso peggiore, facendo recitare le rispettive parti a una coppia di attori. Il Discorso migliore loda la sophrosyne dei tempi antichi e l'educazione che formò i vincitori di Maratona; il Discorso peggiore esalta l'individualismo, l'edonismo e la trasgressione.
Discorso peggiore: Se uno ti becca in flagrante con sua moglie, gli risponderai che non hai fatto niente di male; poi butterai la colpa addosso a Zeus, dicendo che anche lui soccombe all'amore per le donne. E tu, mortale come sei, come potresti avere più forza di un dio?
Discorso migliore: E se coi tuoi consigli si ritrova un rafano su per il culo e lo spellano con la cenere rovente, come farà dopo a sostenere di non avere il culo rotto?
Discorso peggiore: E anche se ha il culo rotto, che male c'é?
Discorso migliore: Non vedo cos'altro gli potrebbe capitare di peggio.
Discorso peggiore: Che ne diresti, allora, se ti dimostro che hai torto proprio su questo punto?
Discorso migliore: Me ne starè zitto. Cos'altro potrei fare?
Discorso peggiore: Dunque, dimmi un po': gli avvocati, che gente sono?
Discorso migliore: Rottinculo.
Discorso peggiore: Esatto. E i tragici?
Discorso migliore: Rottinculo.
Discorso peggiore: Giusto. E i politici?
Discorso migliore: Rottinculo.
Discorso peggiore: Ti rendi conto di aver torto marcio? Anche gli spettatori, guarda un po' chi sono, la maggioranza...
Discorso migliore: Sto guardando...
Discorso peggiore: E cosa vedi?
Discorso migliore: Per gli dei, la maggioranza assoluta sono rottinculo! Questo lo conosco, e anche quello, e anche il capellone qui davanti.
Discorso peggiore: E cosa ne concludi?
Discorso migliore: Abbiamo perso. Razza di culaperti, tenete, eccovi il mio mantello: passo dalla vostra parte. (*)
A voler prendere sul serio l'argomento, il Discorso peggiore ha la meglio perché il Discorso migliore sostiene le sue tesi sulla base di una tradizione condivisa. Ma è sufficiente che la tradizione condivisa muti, perché quello che prima era così fondato rimanga senza sostegno. La debolezza del Discorso migliore non è stata creata da Socrate, bensì dai limiti della cultura poetica di fronte alla nuova cultura dell'argomentazione.
Questi limiti emergono ancora più chiaramente nell'argomentazione, non confutata, con cui Fidippide giustifica la liceità, da parte dei figli, di percuotere i genitori (vv. 1408 ss)
Fidippide: Quand'ero bambino, mi picchiavi?
Strepsiade: Certo, lo facevo per il tuo bene.
Fidippide: Dimmi, allora, non è giusto che anch'io ti voglia bene nello stesso modo, e ti picchi, visto che picchiare vuol dire voler bene? Perché il tuo corpo dovrebbe risparmiarsi le botte e il mio no? Eppure di nascita libera lo sono anch'io. "Piangono i figli e un padre, per te, non dovrebbe piangere?". Mi dirai che usa così, che le botte le prendono i bambini. Ma io ti potrei obiettare che i vecchi sono due volte bambini. Ed anzi è giusto che siano picchiati più dei giovani, in quanto hanno meno ragioni di sbagliare.
Strepsiade: Ma da nessuna parte è uso che al padre si facciano queste cose.
Fidippide: Eppure chi ha istituito per primo questa legge, non era forse un uomo come me e te, uno che ha convinto gli antichi coi discorsi? Ho forse meno diritto anch'io di istituire questa nuova legge per il futuro, che i figli picchino il padre che li picchia? Le botte che abbiamo preso prima della promulgazione di questa legge le condoniamo: siamo d'accordo, ci avete malmenato gratis. Tu però considera i galli e gli altri animali, come tengono a bada il padre. Eppure, in che cosa sono diversi da noi? Solo perché non scrivono decreti.(*)
Se si confronta il primo argomento di Fidippide con quanto dice Socrate in Menone,71e ss, ci si rende conto che la struttura del ragionamento è molto simile. Socrate è alla ricerca di una definizione concettuale di virtù, che valga per tutti gli esempi particolari in cui essa si incarna: per questo, contro la morale tradizionale cui aderisce il suo interlocutore, riconosce che virtù di uomo e virtù di donna devono riferirsi a comportamenti uguali. Analogamente, se si riconosce che è giusto picchiare qualcuno per il suo bene, questo deve vale non solo nel caso del padre rispetto al figlio, ma in tutti i casi.
Il secondo argomento di Fidippide, che si oppone alla tradizione smascherandola come storica, è simile all'argomento con cui, in Repubblica 451e ss, Socrate sostiene che la tradizione di fare ginnastica nudi nelle palestre è di introduzione storica, e che all'inizio fu percepita come scandalosa. Conseguentemente, nulla vieta una ulteriore innovazione, e cioè l'estensione dell'uso alle donne, che può apparire altrettanto scandalosa: anch'essa, col tempo, potrà diventare una tradizione rispettata. Il fatto che il costume si fondi semplicemente sulla durata storica autorizza ad innovarlo, se si ha la forza argomentativa di far accettare nuove usanze.

Questi due argomenti, che mettono in luce con chiarezza l'inconsistenza concettuale della morale tradizionale, non vengono confutati da nessuna parte nella commedia. Il pubblico della commedia non aveva l'interesse e gli strumenti per dedicarsi all'analisi testuale: ma Aristofane, il quale godeva della stima di Platone (Simposio, 189c ss), sembra essere più consapevole della massa dei suoi spettatori.


(*)Traduzione italiana di A. Grilli, Aristofane, Le nuvole, Milano, BUR, 2001

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Apologia: prima parte

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