Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 3 novembre 2002

Paideia

In una parola, io dico che tutta la città è la scuola (paideusis) della Grecia e, se ci consideriamo uno per uno, mi sembra che ciascuno, da noi, si presenti autosufficiente, nelle circostanze più varie, con la massima grazia e versatilità.
Con queste parole, riportate da Tucidide nel logos epitaphios, Pericle esprime un concetto molto importante: quello di paideia come cultura e educazione. La cultura di cui parla Pericle non è solo un dato di fatto antropologico, ma anche e soprattutto l'esito di un progetto comunitario consapevole, che giustifica anche il primato politico della città. Egli, da democratico, crede nella continuità fra collettività e individui: quello che gli Ateniesi sono presi uno per uno, è connesso alla prassi e ai valori della città presa nel suo complesso - una città che decide su se stessa perché governa se stessa.

Il filologo tedesco Werner Jaeger ha sostenuto, negli anni '30 del XX secolo, che la nostra storia comincia "con l'affacciarsi dei Greci, in quanto essa oltrepassa i limiti del proprio popolo e ci dobbiamo riconoscere membri d'una più ampia cerchia di popoli. Ebbi perciò già a chiamare tale cerchia l'ellenocentrica" (Paideia, trad. it. Firenze, La Nuova Italia, 1978, vol. I, p. 4). Il carattere di progetto, legato alla volontà e alla ragione consapevole, distingue la paideia greca della cultura intesa, genericamente, in senso antropologico:
Certo, nel logoro uso verbale odierno, noi siamo soliti applicare il concetto di cultura per lo più non in questo senso, di ideale appartenente alla sola umanità postgreca, ma l'applichiamo, con significato reso assai banale, generalizzando, a tutti i popoli della terra, compresi i primitivi; intendiamo cioè per cultura nient'altro che l'insieme delle manifestazioni e forme di vita caratteristiche di un popolo. La parola cultura è quindi decaduta a concetto antropologico meramente descrittivo; non rappresenta più un altissimo concetto di valore, un ideale consapevole. In questo significato vago e sbiadito, di mera analogia, è allora lecito parlare di una cultura cinese, indiana, babilonese, ebraica ed egiziana, sebbene in nessuna di tali lingue si trovi un vocabolo corrispondente e la consapevolezza del relativo concetto. Nessun popolo d'elevata organizzazione manca, è vero, di un apparato educativo, ma la Legge e i profeti degli Israeliti, il sistema confuciano dei cinesi, il Dharma degl'Indù, nell'essenza loro e in tutta la loro struttura spirituale sono tutt'altra cosa dell'ideale greco della cultura umana. In ultima analisi la consuetudine di parlare di una pluralità di culture pre-elleniche è sorta dal malvezzo di livellamento positivistico, che subordina ogni cosa estranea ai tradizionali concetti europei, senza accorgersi che la falsificazione storica comincia, in fondo, sin dall'inquadramento di un mondo straniero entro il nostro sistema di concetti, non rispondente alla natura di quello. Qui ha la sua radice il circolo vizioso quasi inevitabile d'ogni comprensione storica. Eliminarlo totalmente è impossibile, ché dovremmo perciò cominciare con l'uscir quasi da noi stessi. Ma nelle questioni fondamentali della ripartizione storica del mondo si dovrebbe ad ogni modo poter acquistare chiara coscienza del divario capitale tra il mondo pre-ellenico e quello che coi Greci incomincia, nel quale per la prima volta si costituisce un ideale di cultura quale consapevole principio formativo.
(Paideia, vol. I, pp. 7-8, grassetti miei)
L'antropologo culturale Carlo Tullio Altan, nel definire la propria disciplina, critica la posizione di Jaeger (Manuale di antropologia culturale, Milano, Bompiani, 1971, p. 16):
E' interessante notare come Jaeger svaluti il concetto di cultura, quale si venne elaborando in antropologia, [...] notando come esso abbia perduto le sue connotazioni valutative, così da poterlo indiscriminatamente usare per indicare assetti sociali diversi da quello che rappresenta per tradizione il solo vero esempio di cultura. Questo concetto "vago e sbiadito" è in realtà il prodotto di un faticoso processo di liberazione dalla condizione in cui ci siamo storicamente trovati, e che lo stesso Jaeger definisce "ellenocentrica".
Il dissidio fra Jaeger e Altan è dovuto alla circostanza che nello stesso nome convivono due concetti diversi:
  • la cultura come paideia, cioè come ideale formativo consapevole, che richiede impegno, studio e fatica, perché non dipende dal semplice nascere entro una comunità o un popolo, ma da un investimento di ragione e volontà;
  • la cultura in senso antropologico, come "insieme delle manifestazioni e forme caratteristiche di un popolo" che ricade su di noi per il semplice nascere entro una comunità.
Confondere questi due concetti può condurre ad equivoci: è, infatti, equivoco sia voler confutare un progetto di paideia sulla base della circostanza di fatto che le culture (nel senso antropologico del termine) non lo condividono, sia pretendere di imporre ad altri la propria forma di vita immediata, come se fosse di per sé paideia.

Il discorso di Pericle, animato com'è da ottimismo democratico, presuppone una armonia fra la cultura nel senso forte, progettuale, e la cultura nel senso debole, antropologico: i singoli sviluppano la loro ragione e volontà in virtù - e non a dispetto - dell'ambiente umano in cui si trovano a nascere. Per questo l'intera città può essere pensata come una istituzione educativa. Ma già Platone, che non condivide questo ottimismo, rappresenta, nell'allegoria della caverna, la discontinuità che sussiste fra i due significati.



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