Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 18 ottobre 2002

Lo sguardo del nemico: i Persiani di Eschilo

I Persiani furono messi in scena nel 472 a. C. Si tratta della più antica tragedia pervenutaci intera, ed è per noi anomala, perché ha ad oggetto un evento storico - la sorprendente sconfitta dei persiani da parte della coalizione greca, a Salamina - e non, come d'uso, vicende collocate nel tempo astorico del mito.
In una cultura ancora largamente orale come quella dell'Atene del V secolo, anche gli eventi storici, per essere ricordati, hanno bisogno di diventare leggenda. Il teatro era uno strumento di autocoscienza politico-religiosa del popolo unito: mettere in scena l'inaspettata vittoria della democrazia ateniese contro il gigante persiano non era fuori luogo, tanto è vero che quattro anni prima il tragediografo Frinico aveva vinto il premio con un'opera di argomento analogo. Eschilo, sulle tracce del precedente più antico, fa una scelta audace: quella di raccontare la vicenda dalla parte del nemico.
Dall'epitaffio di Eschilo, composto probabilmente da lui stesso,
Eschilo, figlio di Euforione, ateniese, morto a Gela produttrice di grano, questo monumento ricopre: il bosco di Maratona potrebbe raccontare il suo glorioso valore, e il Medo dalle lunghe chiome, che lo conosce.
si può ipotizzare che la sua scelta non è un espediente retorico. Eschilo non invoca, su di sé, testimonianze testuali o teatrali, ma solo testimonianze topografiche e umane. E l'unico testimone umano è il Medo dalle lunghe chiome - il nemico.
Ma perché il nemico possa portare testimonianza su di noi, la guerra con lui non può essere mortale, tesa a ridurre l'altro al silenzio. La nostra memoria è la memoria del nemico.

Nella tragedia, la regina Atossa, vedova di Dario e madre di Serse, attende a Susa notizie dalla guerra lontana e dell'esercito persiano. Non sa nulla di quel popolo esotico, i Greci, e ne chiede notizie ai notabili persiani che formano il coro.
Regina In pugno? Punta di freccia a incurvare l'arco, o...
Corifeo No, no: lance per il combattimento ravvicinato, corazzate di scudi.
Regina E alla testa del gregge? Chi fa da padrone all'armata?
Corifeo Di nessun uomo sono detti servi, né sudditi.
Arriva un araldo, che riferisce della sconfitta nella battaglia navale di Salamina. Racconta che un disertore aveva fatto credere a Serse che la flotta greca fosse pronta a fuggire, e occorresse semplicemente bloccarla. Questa falsa notizia attirò le navi persiane nello stretto braccio di mare fra Atene e l'isola di Salamina, e le prese in trappola. I Persiani si accorsero dell'inganno quando videro la flotta nemica compatta, e sentirono il grido che veniva da essa:
Forza, o figli dei Greci, liberate [eleutheroute] la patria, liberate i bambini, le donne, le dimore degli dei dei padri e le tombe degli antenati: su tutto questo ora è il gioco [agon].
Questa testimonianza è una espressione della libertà degli antichi. I Greci si governano da sé e si battono per la loro libertà. Ma questo, per avere un senso politico, deve essere riconosciuto. Lo sguardo dell'altro è una via per riflettere su di sé: per questo, nel teatro ateniese, bisogna saper rappresentare l'altro in modo credibile. Non si dà autonomia e consapevolezza se non riusciamo a distanziarci da noi stessi per immaginarsi attraverso gli occhi dell'altro.

Il coro, per avere lumi sul futuro, evoca lo spettro di Dario, il quale predice che solo pochi, dell'"esercito dei barbari" (798), riusciranno a tornare a casa.
Pochi, dei tanti, se si deve credere ai decreti divini - guardando a ciò che ora è già stato compiuto: perché non è dato che si compiano in parte, questo sì, questo no. E se è così, Serse si lascia alle spalle un corpo di truppe scelte convinto da vuote speranze. Sono fermi laggiù, dove Asopo bagna la pianura con le sue correnti, portando generosa ricchezza alla terra beota; lì sono in attesa i mali più grandi, che loro dovranno soffrire: riscatto di tracotanza [hybris] di presunzioni che negavano dio. Vennero in terra greca, e non si vergognavano di saccheggiare le statue degli dei, né di bruciare i templi; degli altari scomparsi, delle statue divine rovesciate dai piedistalli, in estrema rovina; perciò, avendo agito male, subiranno del male in non minor misura; e la fonte dei mali non si è ancora estinta, ma continua a sgorgare. Perché sarà tanto il sangue rappreso presso la terra di Platea, ad opera della dorica lancia: cataste di cadaveri, fino alla terza generazione, faranno segno agli occhi dei mortali, senza parlare: Chi ha dentro la morte non deve presumere troppo. Perché tracotanza [hybris], fiorendo, frutta una spiga di illusione (ate) da cui mieterà un raccolto di lacrime.

Guardando tutto questo e il suo costo, ricordatevi di Atene e della Grecia, e nessuno, sottovalutando ciò che ora gli assegna il destino [ton paronta daimona] per passione di altro, getti via una grande fortuna. Davvero Zeus è sopra di noi, castigatore delle presunzioni arroganti, giudice severo. Per questo, essendo stato esortato alla moderazione [sophronein] dalla voce divina, ammonitelo con saggi consigli: smetti di offendere gli dei con la tua smodata insolenza.
E tu, o mia cara, venerabile madre di Serse, rientra al palazzo, scegli il costume più fine, prezioso, e va' tu a ricevere il figlio: dei drappi smaglianti, non gli resta che sfascio di stracci, sfilacciati brandelli sul corpo, carico d'aspro tormento. Devi essere dolce, ragionare, placarlo. Lo conosco. La tua voce saprà sopportare, solamente la tua.
Quanto a me, scendo al buio sottoterra. Anziani, addio: siate felici, anche nei mali, offrendo piacere all'anima, finché è giorno: non serve a nulla la ricchezza, ai morti.
Il fantasma di Dario prevede, ex post, la sconfitta di Platea. Ma aggiunge qualcosa di meno scontato: egli parla, come se fosse un greco, della finitezza degli uomini e della rovina di chi commette hybris. Lo dice in greco, a un pubblico greco, in un teatro greco. Lo dice, dunque, non tanto per i persiani lontani ma per i vincitori recenti, vicini, tanto vero che parla dal punto di vista dei greci, chiamando i Persiani "barbari".
Il nemico è evocato dalla tomba, ma non per celebrare, conflittualmente, una identità nazionale, ma per mostrarne la fragilità. Lo spettro persiano parla come noi, perché ci ricorda qualcosa che tutti noi abbiamo in comune: la finitezza, la morte, il dolore. Solo a partire da questo è possibile costruire un discorso politico - perché la tragedia è un discorso politico - che vada oltre i confini delle città e degli imperi.

L'impero persiano si ispirava a un progetto universalistico, connesso a una religione monoteistica. L'iscrizione sulla tomba di Dario si esprime molto diversamente da quanto Eschilo attribuisce al suo spettro:
Un gran dio è Ahura Mazda, che ha creato questa terra, che ha creato il cielo lassù, che ha creato l'uomo, che ha creato la felicità per l'uomo, che ha fatto Dario re, un re di molti, un signore di molti. Io sono Dario, il Gran Re, Re dei Re, di tutte le stirpi umane. Possa Ahura Mazda proteggere me dalla sciagura, e la mia casa reale e questa terra. O uomo, ciò che è comando di Ahura Mazda non ti sembri ripugnante. Non lasciare il giusto cammino, non insorgere in ribellione!
Potremmo essere tentati di contrapporre meccanicamente il Dario di questa iscrizione all'Eschilo della tragedia: vedere il primo come un fautore di un universalismo imperialistico - un globalizzatore, per usare un termine alla moda - e trattare il secondo come sostenitore di un particolarismo politico e religioso. Ma questa riduzione non farebbe giustizia alla complessità del confronto implicito nella tragedia: Eschilo affida allo spettro nemico un messaggio che è rivolto ai persiani, nella finzione teatrale, ma che nella realtà si indirizza anche e in primo luogo agli Ateniesi. Si tratta, dunque, di qualcosa che vale per entrambi: la religione di Eschilo, che invita alla consapevolezza della misura umana, vuole essere una dottrina universale ma non totalizzante. In quanto creature finite, possiamo imparare soltanto sulla nostra pelle, soffrendo. La finitezza umana è comune a tutti; ogni imperialismo è destinato a incontrare i suoi limiti nella volontà di autonomia altrui.
Zeus, quale mai sia il tuo nome, se con questo ti piace esser chiamato, con questo ti invoco. Né certo ad altri posso pensare, nessun altro all'infuori di te riconoscere, se veramente questo peso vano dall'anima voglio scacciare.
Tale fu grande un giorno e fiorente di ogni audacia guerriera, e di costui nemmen più si dirà che esistette; poi venne un secondo, e anche questi scomparve trovato un terzo più forte. Chi con cuore devoto canta epinici a Zeus, questo soltanto avrà colto suprema saggezza.
La via della saggezza Zeus apre ai mortali, facendo valere la legge che sapere è patire [ton pathei mathos]. Geme anche nel sonno, dinanzi al memore cuore, rimorso di colpe, e così agli uomini anche loro malgrado giunge saggezza [sophronein]; e questo è beneficio dei numi che saldamente seggono al sacro timone del mondo.

[Eschilo, Agamennone, vv. 168-183 - 458 a.C.]



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