Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 16 ottobre 2002

Il modello del legislatore: Licurgo

Del legislatore spartano, Erodoto racconta che l'oracolo di Delfi disse: "Sono in dubbio se proclamarti uomo o dio, ma ti considero piuttosto un dio, Licurgo" (I.65,3). E anche Plutarco di Cheronea, che dedica a Licurgo, un volume delle sue Vite parallele, ricorda che di lui "non si può dire assolutamente nulla che non sia controverso" (Lyk., 1, 1). Nella sua figura si mescolano caratteri divini, eroici ed umani: umani in quanto la costituzione della città è intesa come un prodotto artificiale e divini in quanto tale costituzione, per legittimarsi come valida sempre e non solo provvisoriamente, ha bisogno di una sanzione religiosa.
Plutarco ricorda che prima di Licurgo Sparta si trovava in una condizione di anomia e ataxia (Lyk., 1, 5) a causa del conflitto fra i re e il popolo: mancava cioè sia il nomos, nel senso ampio di legge, convenzione, consuetudine, sia l'ordine costruito che può essere detto taxis. Nomos e taxis vengono successivamente posti dal legislatore: questo significa che l'ordine della città, sebbene religiosamente sanzionato, si crea e si conserva solo in quanto saputo e voluto.

Da quanto riferisce Plutarco, Licurgo rinunciò al potere regio, sebbene avesse avuto l'occasione di ottenerlo (3,6). Non rinunciò, invece, al potere poetico: egli invitò a Sparta il cretese Taleta, "che aveva fama di essere un poeta lirico e in apparenza esercitava questa techne, ma in realtà otteneva quello che ottengono i migliori legislatori." E portò a Sparta, dalla Ionia, i poemi di Omero, che apprezzò per la loro capacità di mescolare con il piacevole elementi educativi e civili (Lyk. 4,5). L'autorità del legislatore, nel resoconto di Plutarco - che scrive nel I secolo d.C. e ha presente i testi platonici - non nasce dal potere, tradizionale o usurpato, ma dalla conoscenza e dall'uso consapevole della comunicazione: la sua capacità di innovazione politica si fonda essenzialmente sulla paideia, o educazione.

Licurgo appartiene al mondo dell'oralità: Plutarco riferisce che non solo diede alla città leggi non scritte, ma proibì addirittura di produrre delle leggi scritte (13, 1). Il biografo spiega questa disposizione con una motivazione di stampo platonico: egli attribuì alla paideia l'intero compito della legislazione (13, 3).
Plutarco descrive Sparta avendo ben presente la Repubblica di Platone - quasi come se il miraggio spartano fosse eretto a modello in virtù di un filtro platonico. In un contesto più arcaico, la preferenza a favore di leggi non scritte è indice di un ideale aristocratico-gentilizio originariamente prepolitico, come nel caso di Antigone: ma l'aristocrazia di Sparta è costruita e dunque politica.

Dell'aristocrazia spartana fanno parte, eccezionalmente, le donne, che ricevono la stessa educazione fisica e morale dei maschi, in quanto partecipi di una comunità militare aristocratica che supera la famiglia. Come osserva Simone De Beauvoir (Le deuxième sexe, Paris, Gallimard, 1949, trad. it. Il secondo sesso, Milano, Il saggiatore, 1997, p. 116), il caso spartano mostra che, nel mondo antico, se la società, negando la proprietà privata, rifiuta la famiglia, la sorte della donna migliora: dato che i figli appartengono alla comunità, le donne non sono più asservite a un padrone, ma hanno solo il dovere civico della maternità – come i maschi hanno quello della guerra. L'uguaglianza, che assicura alle donne una comunione (metousia) nell'eccellenza e nell'onore (Lyk. 15,7), è intesa come un privilegio: "Così alle donne accedeva di dire e di pensare cose come quelle che si attribuiscono a Gorgo, la moglie di Leonida. Quando una donna, evidentemente una straniera, le disse: - Voi sole, Spartane, comandate agli uomini - replicò: - Perché noi sole generiamo uomini! -" (Lyk. 15,7)

Sempre come di un privilegio gli Spartiati godevano della scholé, cioè di quella disponibilità di tempo libero che era un elemento caratteristico della libertà degli antichi. Essi, riferisce Plutarco, "non potevano assolutamente dedicarsi a un mestiere manuale, e non sentivano nessun bisogno di accumulare denaro con pena e fatica, dal momento che la ricchezza non era affatto invidiata e apprezzata; quindi erano gli Iloti che lavoravano la terra agli Spartiati e corrispondevano loro il reddito... " (Lyk. 24, 2)


























































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