Bollettino telematico di filosofia politica

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La misura di tutte le cose

Nel Teeteto, il dialogo di stile «socratico» più tardo, Socrate paragona se stesso non a un sacco pieno di discorsi, da cui può tirar fuori quello che più fa comodo all'occorrenza (161a-b), bensì a una levatrice, che è sterile di sophia o sapienza, ma domina l'arte di aiutare gli altri a partorire.(150c) Tuttavia, afferma Socrate, «ho tenuto segreto di possedere questa techne, e gli altri, non sapendolo, dicono che sono il più strano e faccio aporéin (dubitare, impoverire) le persone». (Teeteto, 149a) L'immagine della levatrice è talmente famosa che può sfuggire una delle sue implicazioni: le idee sono come i bambini. Propagarle, proprio come partorire, non rende più poveri; e come nessun figlio può essere oggetto di proprietà della madre, così non è possibile trattare le idee come entità patrimoniali. Come i bambini, che pure nascono da rapporti interpersonali, hanno una loro vita, ulteriore rispetto a quella della madre - una vita che può accrescersi e svolgersi nella sua pienezza solo se sono libere e non schiave, e vengono lasciate interagire nella discussione. Lo stesso Teeteto, il quale è trattato come un interlocutore intelligente e dotato, alla fine di un dialogo che, per lui, non ha portato a nessuna conclusione valida, lo riconosce:

...tramite te ho detto molto di più di quanto avessi in me. (210b)

Il problema della patrimonialità della conoscenza non sembra, ad un primo sguardo, un tema centrale del Teeteto. Una buona parte del dialogo è dedicata alla discussione della celebre massima relativistica di Protagora «l'uomo è la misura di tutte le cose», che nel testo greco suona letteralmente così: pànton chremàton metron anthropon éinai (Teeteto, 152a).

Come già notava Hannah Arendt 145 per i suoi personali interessi argomentativi, in greco chrémata non è il termine più consueto per esprimere, genericamente, le cose. Sarebbe stato assai più normale usare l'aggettivo «tutto» come un neutro sostantivato, panta, oppure, come si continua a dire nel greco moderno, il sostantivo pràgmata. Nei testi di paternità platonica certa, chrémata, quando sta in bocca a Socrate, è sistematicamente usato nel suo significato più antico, che si trova già nell'Odissea: «ricchezze». Viene usato nel suo senso più ampio quando Socrate ha a che fare con Protagora e con la sua celebre massima. 146 Sarebbe molto arbitrario voler ridurre un termine così generico e ricco di significati 147 ad un solo senso; tuttavia, poiché il lato economico del termine chrémata è antichissimo e molto attestato in Platone, e la polemica economica contro i sofisti è un luogo comune del suo pensiero, 148 forse si potrebbe provare a leggere la massima protagorea anche come espressione di una concezione patrimoniale della conoscenza e vedere se, interpretata in questo senso, la confutazione socratica contenuta nel Teeteto rimane appropriata.

La proposizione di Protagora viene trattata, nel dialogo, come una tesi di teoria della conoscenza. Secondo l'ipotesi interpretativa proposta, l'uso di chrémata suggerisce che la tesi in questione comporti una caratterizzazione patrimoniale della conoscenza, o, più precisamente, della scienza o epistéme, che è oggetto del dialogo. Questo argomento è, d'altra parte, già compreso nella panoplia delle critiche platoniche ai sofisti.

Nella lettura sviluppata nel dialogo, la tesi di Protagora comporta un relativismo assoluto, che assimila conoscenza e sensazione individuale: «come ciascuna cosa appare a me, così è per me; e come appare a te, così è per te». (152a) Quello di cui abbiamo sensazione è, dunque, qualcosa di privato: per esempio, il colore è «qualcosa di ìdion a ciascuno che è venuto ad essere fra l'occhio e la cosa». (154a) Infatti, anche se ammettiamo che ci siano cose fuori di me, quello che conosco è l'azione della cosa su di me, e dunque è solo mio: poiché una cosa che in un dato momento agisce su di me è relativa a me e non ad altri, anche la sensazione di questa cosa l'avrò io, e non altri. La mia sensazione è vera per me, «perché è sempre della mia ousìa, e come dice Protagora sono giudice di ciò che è per me com è e di ciò non è per me come non è». (160c) In questa prospettiva, Protagora può a buon diritto chiamare le cose chrémata: la conoscenza è patrimoniale perché appartiene alla sostanza - ousìa ha anche un significato economico - individuale e privata. Nessuno, infatti, può negare che ci sia conoscenza solo se è di un soggetto conoscente.

Questa tesi, per Socrate, incontra due difficoltà. In primo luogo, - il matematico Teeteto lo deve riconoscere - le relazioni logico-matematiche non possono essere trattate come dipendenti dalla sensazione del soggetto, se considerate astrattamente: per esempio, nessuna cosa può diventare maggiore finché rimane uguale a se stessa; nessuna cosa cui non si tolga né aggiunga nulla può crescere o diminuire, ma rimane sempre uguale, ciò che prima non era non può essere dopo senza divenire. (155d) Socrate chiama queste relazioni phàsmata o apparizioni, con intento polemico verso coloro i quali pensano che sia solo ciò che si può prendere saldamente con le mani, e non ammettono praxis e génesis, e tutto ciò che è invisibile, perché non è parte dell'ousìa. (155e) Se ricordiamo che ousìa è sostanza anche nel suo senso economico, la polemica di Socrate contro i sensisti grossolani si applica analogamente a chi ha una concezione patrimoniale e privatistica della conoscenza: chi crede che esista solo ciò che può controllare privatamente, non considererà esistente ciò che non riesce a controllare, perché non reificabile in una parte di patrimonio soggetta al suo arbitrio.

In secondo luogo, perché si dovrebbe andare a scuola da Protagora, se ciascuno è misura della sua sophia? (161e)

... ma il principio del suo ragionamento mi ha fatto meraviglia: e cioè come mai, principiando quel suo libro sulla Verità, non abbia detto così, che «di tutte le cose è misura il porco» o «il cinocefalo» o qualunque altro anche più strano essere capace di sensazione. In codesto modo, fin dal principio, egli ci avrebbe parlato con un magnifico e grandioso dispregio, mostrandoci che mentre noi lo ammiravamo per il suo sapere come un dio, in realtà egli non valeva per intelligenza niente di meglio, non dico di un altr uomo qualsiasi, ma nemmeno di un girino di ranocchio. (161c-d) 149

Questa obiezione ha un senso logico ben noto: le affermazioni relativistiche, in quando hanno pretesa di essere assolutamente vere per tutti, sono intimamente contraddittorie. Se la conoscenza è relativa a ciascun singolo individuo, la proposizione di Protagora non può coerentemente avere un valore universale; e se ha questa pretesa si contraddice rispetto al suo contenuto. Ma è possibile interpretarla anche in senso economico: se la conoscenza è una proprietà privata che non può essere resa pubblica, il mercato del sofista diventa impossibile. Perché dovrei pagare Protagora se quello che dice lui equivale a quello che dico io o a quello che sente un qualsiasi girino? Anche se si afferma che un mercato comune è formato su base convenzionale, rimane da spiegare come sia possibile questa comunanza in un mondo di conoscenze soltanto private. Koyré, che legge il Teeteto in maniera tradizionale, riassume la critica di Socrate a Protagora in un modo che può fungere da conclusione appropriata anche per il nostro esperimento di lettura: «la filosofia di Protagora, almeno nell interpretazione platonica, perviene alla negazione del mondo oggettivo e anche del mondo comune a tutti gli individui». 150

L'ipotesi interpretativa che abbiamo seguito si è fondata sull'accentuazione del senso economico di termini come chrémata, ìdion, ousìa. Se Platone, nel Teeteto, non fosse stato consapevole del significato economico dei termini in questione, una interpretazione di questo tipo avrebbe potuto produrre un complesso di tesi incoerente ed arbitrario. Ma il fatto che gli esiti della nostra lettura si armonizzino con una interpretazione classica, può incoraggiare a pensare che l'interpretazione che abbiamo sperimentato sia rispondente, o almeno conciliabile, con un progetto consapevole dell'autore. L'anima, che conosce le relazioni logico-matematiche, non è uno strumento privato (òrganon ìdion), 151 ma qualcosa che è, in quanto ente conoscente, intrinsecamente pubblico e interpersonale, perfino quando ha a che fare col pensiero di un pensatore solitario:

...come un ignorante io cerco di spiegarti la cosa; ma insomma l'anima, quando pensa, io non la vedo sotto altro aspetto che di persona la quale conversi (dialégesthai) con se medesima, interrogando e rispondendo, affermando e negando. (Teeteto, 189e-190a) 152



[145] H. Arendt, Vita activa, cit., pp. 113 ss.

[146] Leggi, IV, 716c: «Il dio è per noi massimamente la misura di tutte le cose (pànton chremàton metron), molto di più di quanto lo può essere un uomo, come invece dicono ora». Cratilo 385e-386a: «come diceva Protagora affermando che 'di tutte le cose (chremàton) misura è l'uomo' e cioè che quali le cose (ta pràgmata) appaiano [essere] a me, tali siano per me e quali appaiano a te, tali siano per te» - Protagora dice chrémata e Socrate rende la frase con parole sue usando pràgmata.

In Protagora (361a-b) Socrate, facendo la parte di un immaginario interlocutore, dice: «Che uomini curiosi siete, o Socrate, o Protagora! Tu Socrate, il quale prima sostenevi che la virtù non è insegnabile, sei ora tutto intento a metterti in contraddizione con te stesso, cercando di dimostrare come tutto (panta chrémata) sia scienza, sia la giustizia, sia la temperanza, sia il coraggio, che è poi l'argomento migliore per mostrare che la virtù è insegnabile». Visto che la critica economica alla sofistica (vedi per esempio 310d) è presente nel dialogo, possiamo chiederci se, in bocca a Socrate, quest uso per lui poco consueto, che riecheggia Protagora, non abbia anche un doppio senso polemico: il vero patrimonio è l'epistéme, che però, in quanto scienza, non può trasferirsi con i metodi commerciali usati dal sofista, per i motivi già trattati nel IV paragrafo di questo capitolo.

[147] Si veda su questo l'excursus di Mario Untersteiner (I sofisti, Torino, Einaudi, 1949, pp. 96-113), in margine alla sua traduzione della frase protagorea come «l'uomo è dominatore di tutte le esperienze, in relazione alla fenomenalità di quanto è reale e alla nessuna fenomenalità di quanto è privo di realtà» (ibidem, p. 55): l'autore ricorda in particolare che la differenza fra pragma e chrema è piuttosto tenue ed ha a che fare con la maggior connessione al soggetto dei chrémata rispetto ai pràgmata, i quali tendono ad apparire esterni e meno controllabili (ibidem, p. 99).

[148] Nello stesso Teeteto si veda 165d-e.

[149] La traduzione è quella di M. Valgimigli per Laterza.

[150] A. Koyré, op. cit., p. 37.

[151] Teeteto, 185d.

[152] La traduzione è quella di M. Valgimigli per Laterza.


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