Tetradrakmaton

L'invenzione della politica

Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 27 novembre 2002

Confutare l'oracolo

L'oracolo di Apollo a Delfi era la fonte religiosa più autorevole del mondo greco. Socrate racconta (Apologia, 21a) che la Pizia - la sacerdotessa attraverso cui si esprimeva il dio - aveva dichiarato che nessuno era più sapiente di lui. Colui che aveva chiesto il responso dell'oracolo era Cherefonte, un discepolo di Socrate al di sopra di ogni sospetto politico, perché di parte democratica - cosa resa chiara dalla circostanza che era andato in esilio, a differenza di quanto aveva fatto Socrate, in occasione del colpo di stato dei Trenta Tiranni.
Socrate non prende il responso dell'oracolo per buono, come avrebbe fatto un credente, bensì cerca di capirne il senso, usando la propria capacità di indagine. Quello che dice il dio può - e deve - essere vero, ma per noi non ha nessun significato se non riusciamo a rendercene conto razionalmente. Pertanto, egli affronta l'autorevolissima parola dell'oracolo con lo stesso strumento di corroborazione che avrebbe usato per le parole degli uomini: l'elenchos o confutazione (Apologia, 21b ss).

Il verbo elenchein significa "confutare", ma la sua eredità semantica, dalla tradizione omerica, comprende anche lo svergognare, il far fare una brutta figura. Socrate, partendo dall'assunto che il dio di Delfi non stia mentendo, prima di accettare ciò che dice vuole sottoporlo ad esame critico. Per confutare l'oracolo, egli segue una strategia induttiva: sottoporre ad elenchos tutti quelli che trova allo scopo di mostrare che esiste qualcuno più sapiente di lui. La durata di una simile ricerca non può che essere indefinita: infatti, per quanto grande sia il numero di persone confutate da Socrate, esso non potrà mai provare sufficientemente che nell'universo non esista nessuno più sapiente di lui.

Nel mondo antico, la linea di demarcazione fra teismo ed ateismo non era, come nelle culture giudaico-cristiane, l'accettazione della trascendenza di un Dio creatore, oltre il mondo, perché la divinità è intesa come una potenza cosmica. Il filosofo naturale Talete di Mileto, che era scientificamente in grado di prevedere le eclissi di sole, poteva anche affermare che "tutto è pieno di dei" (Aristotele, De anima, I, 5 411a): la sua spiegazione razionale della natura non gli impediva di continuare a vedere, in essa, il divino. Tuttavia, la mentalità comune si trovava a disagio con la teologia dei filosofi, perché essa offriva una visione concorrente, fondata sul logos, a qualcosa che si era abituati a comprendere col mito, e ad identificare con la lealtà alla città e ai suoi valori più profondi. Il confine fra religiosità e irreligiosità correva, dunque, sulla linea di demarcazione fra logos e mythos, e fra cittadino sleale e patriota.

Quando Socrate afferma di non essere ateo, sta parlando sinceramente: l'unico problema è che il suo dio si affronta col logos, in una prospettiva di razionalismo teologico e morale molto differente dalla religione popolare. I suoi concittadini erano abituati a pensare alla divinità per mezzo del mito e della poesia, e ad intrattenere con essa un rapporto di do ut des paragonabile alla magia bianca. Socrate, di contro, per quanto non metta esplicitamente in discussione né l'autenticità, né l'autorevolezza del responso della Pizia, misura anch'esso sulla base della sua sapienza soltanto umana (Apologia, 20d) - una sapienza che non afferma nulla, ma che non dà nulla per scontato senza sottoporlo ad esame.



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