Tetradrakmaton

I Greci tra oralità e scrittura

Bollettino telematico di filosofia politica
bfp
Home > Didattica > I Greci tra oralità e scrittura
Ultimo aggiornamento 17 aprile 2003

F.D.E. Schleiermacher
Introduzione a Platone

"Se però un tale legame esista, se un'impresa siffatta non sia inadeguata alla cosa e troppo grande per poter riuscire in qualche modo, apparirà nel modo migliore dalla prima presentazione che Platone stesso ci ha offerto dei suoi scritti e delle sue intenzioni e che presto gli sentiremo esporre nel Fedro. Infatti in una considerazione abbastanza marginale della questione, egli lamenta come, nella comunicazione scritta dei pensieri, resti incerto se anche l'anima del lettore l'abbia autonomamente ricostruita e se ne sia perciò veramente appropriata o se sia giunta ad essa solo con un'apparente comprensione delle parole e delle lettere, con una vuota fantasticheria, come se sapesse ciò che in realtà non sa. Per questa ragione sarebbe follia costruire tutto su questa base e più giusto affidarsi solo al vivente insegnamento orale. Lo scrivere deve tuttavia essere considerato molto rischioso, e più per ciò che è per lo scrivente e per coloro come lui sanno, che non per coloro che ancora non sanno. Chi ora voglia considerare quale sia la superiorità tanto declamata dell'insegnamento orale e in che cosa consista, non troverà altro argomento che questo: il maestro, trovandosi nell'insegnamento orale in un rapporto presente e vitale con il discepolo, può sapere ad ogni momento ciò che questi ha capito o meno, e venire così in aiuto della sua comprensione laddove questa sia carente. Che questo vantaggio sia tuttavia realmente conseguito dipende, come ognuno può vedere, dalla forma del dialogo che ogni corretto insegnamento vivente deve perciò assumere necessariamente. A ciò si collega anche quanto Platone dice a proposito del discorso parlato, cui può venire sempre in soccorso l'autore per difenderlo, non solo contro le obiezioni di chi la pensa diversamente ma anche contro la rigidezza di chi ancora non sa, mentre il discorso scritto non ha risposte per eventuali domande ulteriori. Da ciò appare tra l'altro come abbia perso il diritto di dire anche solo una parola su Platone colui che può pensare che questi possa essersi servito, nel suo insegnamento orale all'interno della scuola, del metodo sofistico per lunghe esposizioni; metodo che, per sua stessa affermazione, lo allontanerebbe più d'ogni altro da quel vantaggio. Al contrario sempre, e non a caso o per abitudine e tradizione, ma necessariamente e per natura, il suo è stato un metodo socratico, e precisamente per quel che concerne il continuo e ininterrotto scambio reciproco e la più profonda penetrazione dell'animo dell'ascoltatore, è certo da preferire a quello del maestro nella misura in cui il discepolo supera il maestro nella plasticità dialettica, nonché nel dominio e nell'ampiezza dell'intuizione. Ora poiché Platone, a parte queste riserve, dalla prima giovinezza sino alla più tarda maturità ha scritto così tanto, è chiaro che deve aver cercato di rendere, per quanto possibile, l'insegnamento scritto simile a quello ritenuto migliore e deve esservi anche riuscito."

(F.D.E. Schleiermacher, Introduzione a Platone, tr. it. di G. Sansonetti, Morcelliana, Brescia 1994, pp. 56-7)


Pagine collegate:
Il Fedro: La critica alla scrittura



Ricerche locali Notifica degli aggiornamenti