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Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003

Lo Stato


Lo Stato viene pertanto concepito nel De Iure come il reale soggetto giuridico della sovranità.  Nessuna forma di associazione potrebbe del resto essere ritenuta equa se non si fondi su un obbligo incondizionato del popolo verso il sovrano; e, reciprocamente, sulla totale osservanza da parte di quest’ultimo dei principi normativi comuni. In tal senso si può asserire che per il pensatore olandese l’essenza della comunità politica coincide con il suo stato, vale a dire con la distribuzione della sovranità al suo interno.

Se ogni comunità politica possiede una determinata forma proprio in virtù della sovranità che, attiva in essa, ne impronta per così dire, il contenuto, d’altro canto leggi, consuetudini, religione etc., ne costituiscono la materia e la sostanza vivente. Se potesse darsi un popolo senza re, non sarebbe concepibile il reciproco, l’esistenza di un re senza popolo.

La sovranità (summum imperium, potestas, auctoritas) è pertanto una sorta di rete coesiva e di vincolo che incardina la comunità, ossia un vincolo politico in virtù del quale un popolo si identifica e costituisce come un tutto. Non sono perciò né il territorio, né le consuetudini, che da soli possono costituire l’intrinseco fondamento dell’unità politica.

Ciò emerge con particolare rilievo nel De Iure Belli ac Pacis in cui si argomenta che uno Stato può conservare la propria coesione non tanto in ragione di una connaturata e pressoché spontanea relazione orizzontale (quella cioè che connette cittadino e cittadino), ma più propriamente in ragione di una verticale, concepita quale risultato di una deliberazione consensuale e pattizia della collettività politica. Da tale coesione può inoltre scaturire qualsivoglia forma di Stato.

Il riconoscimento giuridico delle diversità intrinseche all’appetitus societatis – quale irriducibile maniera d’essere della natura dei singoli individui-, non può pertanto non coniugarsi e intrecciarsi nel quadro di una logica politica complessa, articolata e al tempo stesso unitaria, quella appunto della ragione sovrana. Il contenuto e le deliberazioni di essa possono essere le più varie; ma devono, in ogni caso, fondarsi sulla fondamentale clausola di una eguale validità giuridica, spettante a tutti gli esseri (parità), per quanto diversi essi possano essere per natura, ceto, proprietà, etc.

La vita, il corpo, la libertà, la proprietà sono “beni propri di ciascuno”; e il fine primario della comunità è appunto che “ciascuno possa con sicurezza conservare ciò che gli appartiene”, in modo tale che nel perseguimento e attuazione dei propri fini, sia a ciascuno consentito di fare libero uso delle proprie facoltà e attitudini;  sempre tuttavia “a condizione di non ledere il diritto altrui” [1].

Nell’uguaglianza giuridico-politica della ragione sovrana trovano pertanto spazio le ragioni della differenza, le quali sono proprie della comunità politica. E come ogni uomo deve poter essere libero si scegliere il genere di vita che gli appaia migliore e più consono in rapporto alla sua natura, in maniera del tutto simile un popolo deve poter scegliere la forma di governo che reputi più adeguata. S’intende come, data la diversità dei tipi umani e dei popoli, le varie opzioni possano anche  differire tra loro radicalmente. Ma quello che più conta, in definitiva, è pur sempre l’uso che la volontà, tanto dei singoli che della civitas, può fare del proprio inalienabile diritto di autodeterminazione.

Ma con ciò ancora una volta il diritto di natura sembra cedere il passo al naturale dei popoli, alla loro diversità di tradizioni, culture, storia, circostanze di vita etc. La sovranità viene così a presupporre e ad implicare un ininterrotto e mobile nesso organico – discendente e ascendente - con la comunità politica, sulla quale si erge e con la quale di necessità interagisce costitutivamente e si modifica.

Così intesa, la genesi della sovranità risulta pertanto estranea a qualsivoglia procedura fondativa di carattere verticistico, ma sembra affondare le proprie radici in un articolato concrescere di carattere politico-deliberativo e organicistico, il quale è al tempo stesso orizzontale e verticale [2].

Da questi presupposti è dato di evincere che non è tanto la forma politica che determina la legittimità del potere sovrano, quanto piuttosto la sua rispondenza ed adeguatezza nei confronti di un originario diritto collettivo che trova espressione in una deliberazione pattizia. Quale riflesso di una volontà maggioritaria, appunto quella del consenso della collettività.

Quest’ultimo sta appunto alla base di rapporti giuridici interpersonali che si definiscono o nella forma della consociatio o in quella della subjectio. Tale diritto, negli individui che appunto vi consentono, dà luogo ad un obbligo, che varia essenzialmente a seconda del genere di consenso e del carattere della società che appunto  in ragione di esso viene costituita. Grozio esamina indistintamente la consociatio e la subjectio, suddividendole entrambe in privata e pubblica. Per quanto la loro interna articolazione non venga esplicitata, dalla loro trattazione viene ad essere chiarita l’origine naturale dell’autorità politica, quale continuazione della potestas che il padre di famiglia esercita su moglie, figli, schiavi e servi [3].

Proprio perché l’intera organizzazione societaria ha il suo fondamento originario sull’autorità dei patres familiarum, le prerogative di essa si rifrangono a tutti i livelli della piramide politico-sociale. Per cui, in maniera opposta e simmetrica, a ogni forma di consenso attivo fa quasi sempre riscontro una di consenso passivo; e ciò nel quadro di una vasta e complessiva unità organicamente concepita, la societas, che vincola tutti all’obbligo verso la maggioranza.

Se dunque Grozio riconosce la sovranità originaria del popolo, tuttavia, al di là di ogni idealismo inerente alla condizione primeva, egli rileva come questa sovente si accompagni a forme di soggezione ed obbligazione, che comportano talora anche conseguenze fortemente costrittive, sia in senso giuridico-politico, sia in senso  morale. Il che inoltre ha luogo tanto se si fondino inizialmente su scelte volontarie, quanto su deliberazioni coatte.

Così ad es. nel caso specifico della subjectio publica, tanto il rapporto non mediato tra sudditi e sovrano, quanto la negazione di forme di costituzione del consenso tramite decisioni per maggioranza, non fanno in effetti che notificare, quasi paradossalmente, una sorta di tacita sottomissione al potere,(in cui talora viene a crearsi anche uno stato coattivo).

Nella trattazione della consociatio e della subjectio viene così ad essere chiarita la genesi naturale dell’autorità politica, la quale, mediata dal contratto e dal consenso, si prospetta come una sorta di proseguimento, nell’ambito della sovranità statuale, di quella potestas che il padre di famiglia esercita su moglie, figli, schiavi e servi.

E’ in tal senso che Grozio giunge a riconoscere una connessione organicistica tra autorità paterna e sovranità politica, che di quest’ultima fonda altresì la legittimità: entrambe costituiscono infatti forme di governo naturali e perciò stesso giuridicamente giuste, dei sudditi.



Note

[1] H. GROTIUS, De Iure, I, II, I [5 – 6], pp. 51-52.

[2] Le metafore organicistiche stanno a connotare che la dimensione giuridica e quella politica sono connesse da un continuo interscambio vitale e non scandite secondo un prima e un poi, a motivo di una distanza di una alienazione di diritti da parte dei singoli individui. In tal senso il contratto non sancisce in Grozio alcuna rinuncia, ma segna il trasfondimento delle individualità giuridiche in senso collettivo, le quali si consolidano venendo a far parte di una soggettività composita, pubblica, più ampia e potente: quella appunto dello Stato sovrano.

[3] S’intende come l’originarietà del vincolo familiare quale punto cardine e generatore, da cui si irradia la più vasta e complessa struttura socio-politica non può in alcun modo essere elusa in un modello che nella naturalità dell’associazione ravvisa i propri fondamenti. E’ così che a partire dai nuclei familiari si dispongono forme associative sempre più ampie e concentriche, consociationes e subjectiones che, pur nella reciproca diversità, trovano ragione d’essere e conferma della loro autonomia nella più generale comunità politica. Vengono pertanto ad incontrarsi come due diverse dimensioni, l’una verticale, l’altra orizzontale: la discriminante decisiva è costituita dalla sovranità, quale spazio della loro interconnessione, del loro incrocio e confronto. Il che equivale a dire che potere sovrano e comunità sono coessenziali: ciò nel senso che vengono a stabilirsi come due flussi che vanno dal sovrano verso i sudditi e da essi verso di lui. Dal primo discendono infatti protezione, favore e potenza corrispondentemente alla fedeltà e all’obbedienza che promanano dai secondi; questa sorta di scambio biunivoco dà luogo allo Stato. La sovranità viene così a fungere come da principio trascendentale in quanto non si dà popolo, regno o Stato senza di essa, né fedeltà o servizio senza un potere sovrano al quale i sudditi possano fare riferimento. Ossia lo Stato non esiste quale entità astratta, né come realtà etica independente o dissociata dalle persone in cui la sovranità si esercita e si attua effettivamente; vale a dire a prescindere dalla dialettica tra sudditi e sovrano.

 

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