planisphaerium copernicanum

Autonomia della ragione e diritto


 Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 marzo 2003


La comunità politica


Unione perfetta di uomini liberi (coetus perfectus liberorum hominum) istituita allo scopo di fondare un ordine giuridico nell’interesse della comunità (juris fruendi et communis utilitatis causa) [1], lo Stato ruota ed è essenzialmente incardinato nella sovranità della comunità politica (summae potestatis subjectum commune est civitas) [2]. La trama pluralistica di micropoteri che sta alla base della istituzione della società e dell'autorità Sovrana, come una sorta di microfisica del potere è rivelativa della intrinseca dipendenza del “potere” dalla “potenza” [3]. Il che ha per effetto di conferire da un lato carattere di “legittimazione”, dall’altro di “limitazione” all’azione politica. Agendo inoltre quale strumento di garanzia sia da parte del singolo nei confronti del Potere Sovrano, sia da parte di quest’ultimo in rapporto ai singoli individui.

In tal senso il limite implicato dall’esistenza della sovranità dello Stato (subordinazione e regolamentazione della sfera delle individualità sulla base di una comune codificazione), non esprimerebbe altro che la concreta e sempre parziale attualizzazione del processo “costitutivo” della sua stessa potenza in senso politico-istituzionale. Più che di un limite si tratterebbe dunque di un’autolimitazione. Ossia rappresenterebbe una sorta di causalità immanente alla costituzione della potenza statuale: in virtù di essa gli individui rapportandosi e limitandosi reciprocamente, si riconoscerebbero in senso giuridico, accettando di dar vita e di trovare ordinata espressione all’interno di un organismo di potere radicato in un duplice nesso costituito e costitutivo da/di libertà e potenza.

E’ appunto in tale prospettiva che nel De Iure Belli ac Pacis la sovranità viene descritta come una produzione collettiva continua, ossia come una sorta di processo di “transfert” dalle potenze individuali alla potenza pubblica: il diritto sovrano istituisce un dominio (imperium) e correlativamente una obbedienza, assoggettando gli individui (subjecti) ad un ordine oggettivo. Ma la condizione di suddito non si identifica con quella di una servitù passiva [4]. Essa comporta infatti la sottomissione ad un potere che è totalizzante, e tuttavia non totalitario, la cui natura è ravvisabile in una connessione strutturale che unisce funzionalmente – secondo una ratio di equità, stabilità e concordia -, le varie membra che compongono il corpo sociale. Strutturandonee intensificandone la potenza in una totalità organica chene coordina istituzionalmente le energie, al di là di ogni astratto e irrelato particolarismo (dissociata multitudo).

L’unità sociale (vitae civilis consociatio) viene così ad essere concepita in ragione della sovranità, della cui autorità suprema (summum imperium) costituisce il vincolo politico, in virtù del quale un popolo forma un tutto unico (vinculum per quod respublica cohaeret) [5].

Nella prospettiva organicistica del De Iure Belli ac Pacis la società viene dunque a delinearsi come un corpo di cui il sovrano è appunto la testa; ma dal momento che la testa è pur sempre una parte del corpo, allora, transitivamente, anche la sovranità appartiene al corpo che, come un tutto, viene di necessità a comprendere anch’essa: “Nam imperium, quod in rege ut in capite, in populo manet ut in toto, cuius pars et caput” [6]. Ed è appunto in ragione di ciò che il governo di un popolo, quand’anche sia retto dalla Potenza Sovrana, non cessa di appartenergli: “Non desinit imperium esse populi” [7].

In tal senso il concetto di Stato racchiude in sé, ambivalentemente, l’imperium e la respublica [8]: quanto costituisce la forza e stabilità di questo organismo duplice, è pertanto la sua stessa capacità di adeguare, proporzionalmente, la forma delle sue istituzioni al contenuto cangiante della società civile, decretando, in tempo di pace come di guerra, quanto è conforme al bene pubblico.

Pertanto il diritto sovrano implica ed esplica la potentia stessa della vita collettiva; ed è in tal senso definibile come l’affermazione concreta della sua generalità intensiva. Reciprocamente il potere dell’Auctoritas civilis viene ad essere determinato dalla sua stessa potenza: è valido cioè entro i limiti di essa. Ossia trae sostegno dalla forza coesiva che riesce a sviluppare nei confronti del corpo sociale, dal cui consenso più o meno esplicito deriva [9] e dalla cui obbedienza deve continuamente essere consolidato e potenziato [10]. Indipendentemente dalla sua concreta genesi storica, la sovranità risulta pertanto fondata su di un accordo comune. Non esiste cioè alcuna gerarchia a livello della costituzione del Potere Sovrano, dal momento che ogni singolo individuo trasferisce totalmente il suo diritto (o potere) naturale; ed è appunto in ragione di ciò che la sovranità viene ad assumere carattere di assolutezza.

Ma questo è vero solo per quanto concerne l’essenza del Potere Sovrano: infatti considerata da un punto di vista funzionale ed estensivo, ossia considerando l’esercizio e l’attribuzione concreta dei poteri (legislativo, imperativo, coattivo etc.) dell’imperium, la sovranità si presenta invece come un ordinamento gerarchico, nel cui concatenamento istituzionale circola appunto il Jus publicum.

Nel capolavoro groziano del ’25 i rapporti giuridico-politici tra istituzione sovrana e organismo sociale ricevono in tal modo una maggiore e più complessa determinazione concettuale. Alla coppia potentia-ordo viene fatta corrispondere una ulteriore distinzione: quella tra soggetto comune e soggetto proprio. Allo stesso modo che il soggetto comune della vista è il corpo e che il suo soggetto proprio è l’occhio, del pari il soggetto comune della sovranità è lo Stato, mentre il suo soggetto proprio è rappresentato dalla persona o dal gruppo investiti di potere politico da parte dello Stato stesso, conformemente alle leggi e ai costumi di ciascun popolo [11]. E come la vista non può esercitarsi se non attraverso la mediazione dell’occhio, analogamente la sovranità ha bisogno della presenza di un concreto e specifico soggetto che eserciti e amministri concretamente questo potere.

Ciò era stato già espresso, seppure in termini più generali, anche nel giovanile De Imperio: “Sebbene invero nessuno che sia anche solo mediocremente colto può ignorare la differenza tra potere e funzione cui esso si estende, tuttavia siamo indotti a ricordare ciò al lettore, dato che ci sono di quelli che diffondono nebbia nelle cose più chiare. Aristotele assai giustamente ci insegna che non è compito dell’architetto in quanto è appunto architetto, di realizzare materialmente una determinata opera, poiché compito dell’architetto è invece quello di prescrivere, secondo un giusto calcolo, che cosa bisogna fare; mentre è compito a loro volta degli operai eseguire correttamente le cose che sono state loro adeguatamente ordinate. Così come non è compito di chi comanda eseguire materialmente gli ordini, ma, impartendo comandi, far sì che essi vengano eseguiti” [12].

Nel De Imperio solo l’Autorità Sovrana è detentrice e soggetto della complessiva globalità dei rapporti giuridici pubblici, così da permanere identica a sé pur nell’alterna vicenda delle forme di governo. In tal senso se non si può negare che fin da tale opera Grozio concepisca il trasferimento totale della persona giuridica della comunità politica a favore della Sovranità [13], ciò nondimeno esso non con cerne propriamente i singoli e la loro sfera specifica di diritti naturali, ma, più in generale, il diritto di governarli.

Tuttavia resta che la sovranità del popolo non è che potenziale, mentre quella del sovrano è attuale e non può essere radicalmente messa in discussione dalla prima, dal momento che il trasferimento non può in effetti essere revocato: “Jus enim regni penes ipsum manet utcumque possessionem amiserit” [14]. Il rapporto tra il soggetto comune e il soggetto proprio si articola quindi ulteriormente in quello tra lo jus che definisce l’essenza dello Stato e il suo esercizio concreto, cura. Ed è appunto allorché si verifica uno scarto tra jus e cura, ossia tra la potenza implicata dalla sovranità e il concreto esercizio di essa, che viene ad essere infranta l’unione e la stabilità dello Stato. In tal caso lo jus costitutivo della potenza statuale rimane inespresso e inattuato [15], mentre la cura risulta esercitata in maniera inadeguata e inefficace, se non addirittura in modo lesivo.

Il che tuttavia non autorizza mai, per Grozio, né nel De Imperio e neppure nel De Iure Belli ac Pacis, ad esercitare alcun reale diritto di resistenza (jus resistendi) da parte dei sudditi, cui non viene in effetti riconosciuta alcuna legittima facoltà di sollevarsi contro la potenza pubblica. Il che emerge con particolare perspicuità nel cap. VI del De Imperio in cui l’Autorità Sovrana viene infatti definita come “potestas legibus soluta” e in tal senso se ne esplicitano le prerogative [16]: “Come in Dio vi è una sola e medesima potenza, sia che agisca secondo l’ordine da lui stabilito, sia indipendentemente da questo stesso ordine, così anche il potere, ovvero il diritto di colui che detiene l’Autorità Sovrana è il medesimo sia che agisca in conformità con le leggi da lui poste, sia al di fuori di esse […]. Se dunque […]supponiamo che imprudentemente e in contrasto con le norme vigenti, venga ordinato dalla sovranità qualcosa che tuttavia è impossibile eseguire senza colpa, in tal caso è necessario sottomettersi. Dio infatti concesse all’Autorità Sovrana libera decisionalità, mentre a noi l’onore dell’obbedienza; […] perciò in tali circostanze “Bisogna anche sopportare pazientemente l’ingiustizia dei potenti” [17].

L’Autorità Sovrana, pur essendo in tal modo- fin dal giovanile De Imperio- il soggetto intangibile e assoluto che “in maniera supereminente” impone in virtù di un potere coattivo, il limite tra giusto e ingiusto, tra lecito e illecito, ciò viene tuttavia a valere, non in maniera assolutamente incondizionata, bensì condizionatamente. L’Autorità Sovrana è infatti in se stessa vincolata da limiti che le ineriscono e che si radicano proprio nella necessità di garantire una concordia duplice: civile e religiosa; tale è infatti la condizione che rende ragionevolmente e universalmente accetta la stessa vigenza del Potere Sovrano.

Nel trattato giovanile sul potere si afferma infatti che: “Occorre riconoscere che ogni giudizio umano si fonda su principi che sono o intrinseci alle cose, oppure su principi estrinseci. I principi intrinseci o colpiscono i sensi o s’impongono all’intelletto. In base ai principi che colpiscono i sensi si giudica che la neve è bianca; mentre in base ai principi che s’impongono all’intelletto, giudichiamo se siano vere le proposizioni matematiche, per il fatto che sono tutte riconducibili a delle nozioni comuni. Il principio estrinseco è detto “Auctoritas”, e può essere di due tipi: divina oppure umana; nessuno mette in dubbio che si debba obbedire in modo assoluto all’autorità divina; è così che Abramo giudicò di dover immolare suo figlio; e parimenti Noè dovette credere che sarebbe avvenuto il diluvio universale. Invece nessuno è tenuto ad obbedire all’autorità umana, qualora essa non sia sostenuta né dall’autorità divina, né da principi intrinseci” [18].

Nel De Iure Belli ac Pacis poi, in maniera ancora più accentuata, pur negando al popolo ogni reale diritto di resistenza (jus resistendi), in ragione della teoria del diritto naturale, si sostiene che non qualunque “pactum subjectionis” è e permane giuridicamente valido, ma solo quello che risulti conforme a certe condizioni imposte dalla natura e in base alle quali esso sia stato concluso; ossia solo nella misura in cui esso contribuisca al duplice fine del “godimento del diritto” e dell’utilità comune”.

Si riconosce cioè che il potere dell’Auctoritas civilis è valido nella misura in cui si pone a garanzia del diritto. Non dunque come una monolitica e assoluta uniformità puramente autoreferenziale, ma come una unione articolata che, proprio in quanto intrinsecamente varia, deve essere in grado di contemperare dialetticamente interesse pubblico e privato; diritto umano e diritto divino; Stato e Chiesa etc.

Ossia si con serva stabilmente in rapporto e nei limiti della complessa finalità in vista della quale è stato appunto istituito. E’ in tal senso che Grozio può essere definito iniziatore dello “stato di diritto”. In altri termini l’Auctoritas civilis deve sempre confermare il suo “dominium supereminens” alla “boni communis causa”, tanto per quanto concerne il governo dei sudditi, quanto l’amministrazione del loro patrimonio “in partes et res partium boni communis causa”. [19] E può anche, ma solo e sempre per ragioni di pubblica utilità, modificare certe norme del diritto naturale, come anche del diritto civile [20].

Tuttavia qualora il sovrano si renda colpevole contro le leggi e lo Stato, può essere punito con la morte: “Qui principes sub populo sunt, sive ab initio talem acciperant potestatem, sive postea ita convenit, si peccant in leges ac rempublicam, non tantum vi repelli possunt, sed, si opus sit, puniri morte” [21].

Pertanto l’assolutismo di Grozio passando dal giovanile De Imperio al capolavoro della maturità, non viene meno, ma si modera, divenendo così “temperato”. Corrispondentemente viene riaffermato l’obbligo di una obbedienza assoluta e incondizionata, pur ribadendone tale incondizionatezza solo entro certi limiti. In tal modo l’imperium dell’Autorità Sovrana senza costituire una minaccia per la libertà individuale, funge da freno all’esplicarsi irrazionale e incontrollato degli arbitrii, impedendo il caos sociale e la confusione cui ciò inesorabilmente condurrebbe.

D’altra parte allorché il Potere Sovrano degenera e si corrompe per perseguire a sua volta interessi particolaristici e deleteri in rapporto al bene comune, tutto l’edificio sociale crolla perché viene meno il fondamento stesso, la finalità portante in vista della quale è stato edificato. In tal caso il rapporto tra potenza statuale (soggetto comune) e potere politico (soggetto proprio) che tale potenza esprime e su cui si fonda, si rescinde.

Il diritto di resistenza (jus resistendi) che il criterio del bene pubblico veicola, si esercita pertanto e solo in relazione a quelle che per Grozio costituiscono le libertà e i fini fondamentali dello Stato, che nessuna forma politica deve poter elidere e che il grado più alto di assolutezza non che sopprimere, garantisce. Che il diritto di difendere la propria vita e individualità continui a sussistere dopo l’istituzione dello Stato e del potere dell’Autorità Sovrana, rientra nella stessa logica della quale fa parte, per altro verso, il trasfondimento dei diritti naturali nella potenza civile, il cui scopo primario è appunto quello di consentire la creazione di un sistema di sicurezza funzionale al libero sviluppo dei i singoli individui. Sarebbe pertanto una contraddizione lesiva del fondamento stesso del sistema, non riconoscere la permanenza di tale diritto.

Ma sarebbe ugualmente una grave inconseguenza intaccare l’intrinseca coesione di quell’insieme di condizioni che, sole, garantiscono la funzionalità del sistema in vista dello scopo per il quale esso è stato creato; e l’obbedienza è tra esse certo una delle più importanti. Senza l’obbligo assoluto dell’obbedienza il potere dell’Autorità Sovrana risulterebbe vano, e di conseguenza lo Stato, come insieme organico di individui vincolati da una volontà e decisione comune, non sarebbe affatto stabilmente costituito [22].

Inoltre se è vero che l’attribuzione del diritto di imperium all’Autorità Sovrana comporta la cessazione dell’esercizio del diritto naturale in una direzione totalmente individuale e indiscriminata, tuttavia non implica affatto la cessazione del diritto naturale tout court, che continua a persistere seppure mutato nella forma. Quel che viene tolto è l'arbitrio che l'esercizio di tale diritto può comportare e non la libera e retta estrinsecazione di esso. In tal senso la concezione groziana dell’assolutismo può essere letta come un difficile tentativo di conciliare una irriducibile esigenza realistica di stabilità –da perseguire anche a costo di ricorrere alla coercizione- e un’altrettanto irrinunciabile difesa della libertà individuale, tentando di renderle compatibili al punto da voler fare dell’una quasi il fondamento e la condizione di possibilità dell’altra.



Note

[1] Cfr., De Iure,cit., I, I, XIV, 1, p. 41. Questo concetto, per quanto passando dalle opere giovanili al capolavoro della maturità si arricchisca di nuove e ulteriori connotazioni e acquisti un sempre maggiore spessore teorico, tuttavia era già stato fondamentalmente formulato nel De Imperio, così da rappresentare uno dei più interessanti elementi di continuità che attraversano e connettono l’intera concezione giuridico-politica di Grozio. “Il confronto del De Imperio col De Iure è dei più istruttivi, perché da esso risulta chiaramente che il De Iure non è una rivelazione improvvisa del genio di Grozio, ma è solo l’ultima e matura fase del suo pensiero… [Nel De Imperio] affermando la naturalità del Potere Sovrano, Grozio reagiva alla concezione medievale dello Stato, rinnovata e accentuata dalla Riforma, secondo cui lo Stato è l’opera della corruzione, è strumento nelle mani di Dio per contenere gli egoismi umani ed attuare i fini eterni. Per Grozio lo Stato, considerato nella sua natura universale, non può non essere sovrano, non può non imporsi e sovrastare a ogni altra forma di vita, poiché esso solo ha l’imperium, ha il potere imperativo e coattivo”. Cfr. G. SOLARI, il “Jus circa sacranell’età e nella dottrina di Ugone Grozio, cit., p. 410.

[2] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, III, VII, [1], p. 100.

[3] Esiste infatti una sostanziale differenza tra “potere” e “potenza”: quest’ultima è ciò da cui promana, in virtù del patto, un determinato “potere”, che può essere monarchico, aristocratico, democratico. Quanto al legame o connessione tra potere e potenza in particolare si riconosce che tutto il diritto che il Sovrano ha di comandare, ossia la sua virtus imperii, sta nella potenza giuridico-consensuale di cui dispone, per farsi obbedire: questa è inseparabilmente congiunta con il fine in vista del quale la sovranità statuale è stata istuita, ossia il bene comune e la pace sociale. Infatti si afferma ripetutamente che nessuno Stato che si fondi sulla violenza, può reggersi e durare a lungo. In tal senso assume rilievo il contratto che viene concepito da Grozio come dotato di validità Iure naturae, sia in quanto causa efficente, in rapporto cioè alla necessità naturale di garantire la sopravvivenza; sia in quanto causa formale, ossia nella determinazione della forma politica del potere; sia infine in quanto sua causa finale, vale a dire in rapporto al bene comune e alla pace pubblica in vista dei quali è stato stipulato. Il che è come dire che il “potere” trova un limite nel diritto-potenza in base al quale è stato istituito. Ossia si può intendere che il “potere” dello Stato venga concepito da Grozio in maniera direttamente proporzionale alla sua “potenza”, cioè nei limiti del diritto civile e del bene comune. In tal senso il potere, attraverso la mediazione del patto -ossia l’atto giuridico e consensuale da cui esso prende vita-, è valutato in considerazione degli interessi collettivi ai quali deve appunto costantemente adempiere e presiedere (ciò viene asserito in termini generali anche nel cap. I del De Imperio, mentre in termini più specifici nel De Iure Belli ac Pacis, Lib. I, cap. I, XIV, [1], pp. 40-41). Ora, a tal riguardo non può essere contestato che per Grozio il patto è condizione formale perché il potere dello Stato possa esistere. Ed è altrettanto vero che il patto è inteso come dotato di carattere universale e necessario, in modo tale cioè che il principio “Juris naturae est stare pactis”, non possa essere inteso in senso relativo. D’altra parte, come viene asserito nel § 15 dei Prolegomeni, non qualunque pactum subjectionis è giuridicamente valido, ma solo quel patto che è conforme a certe condizioni imposte dalla natura: “Infatti coloro i quali si erano raccolti in qualche comunità o si erano sottomessi a uno o più uomini, costoro, o avevano promesso espressamente, o dalla natura stessa dell’accordo (ex negotii natura), si deve capire che abbiano promesso tacitamente di seguire ciò che avrebbe stabilito la maggioranza della comunità o coloro ai quali era stato conferito il potere” . Cfr. U. GROZIO, I Prolegomeni al De Iure Belli ac Pacis, cit., § 15, p. 54. L’ex negotii natura sta infatti ad indicare che il patto trova la sua condizione di validità nella “natura” di quanto è stato pattuito: non dunque qualunque patto è da considerarsi valido, ma solo quello che risponde al fine di una società pacifica, equa e razionalmente ordinata. Il che è come dire che il potere statuale non ha un valore incondizionato e fine a se stesso, ma sorge ed è valido in vista dei diritti civili e della pubblica utilità: “Madre poi del diritto civile è la stessa obbligazione per consenso; e, poiché questa riceve la sua forza dal diritto naturale, la natura può dirsi quasi la nonna anche del diritto civile. Ma al diritto naturale si aggiunge l’utilità […] L’utile […] fu la causa […] del diritto civile. Infatti quella unione in comunità o quella sottomissione di cui abbiamo parlato, cominciò ad essere istituita in vista di una utilità. Da allora anche coloro che prescrivono leggi per gli altri, nel far questo, vogliono o debbono mirare a una qualche utilità”. (Ibid., Proleg., 16, p. 55).

[4] Se è vero che con l’istituzione dello Stato i singoli cittadini non sono più solo “soggetti”, ossia subordinati di fatto ad un ordine oggettivo, ma sono anche “sudditi”, ossia soggetti di diritto, tuttavia poiché il corpo politico costituisce un tutto unico e analogamente agli organismi viventi è concepito da Grozio come dotato di un’unica mente e di un’unica volontà, di conseguenza ciò che lo Stato delibera come giusto e buono, deve considerarsi alla stregua di una deliberazione comune e valida per ciascuno. E’ per questo che anche quando il suddito ritenga ingiusti i decreti dello Stato, è ciò nondimeno tenuto ad eseguirli. Il suddito deve infatti sempre adempiere a quod Iure bonum est: ed è appunto giuridicamente buono ciò che ex communi decreto fieri debet, ossia ciò che è ordinato dal potere sovrano, detentore dello Jus commune, quale risultato dell’unione dei diritti individuali. Questa norma del dovere politico è appunto assoluta, oggettiva e perentoria.

[5] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., II, IX, III, [1], P. 310.

[6] Ibid., II, IX, VIII, [1], p. 313.

[7] Ibid., II, XVI, XVI, [1], p. 416.

[8] L’imperium e la respublica intesi metaforicamente e in una prospettiva organicistica, quale è appunto quella groziana, rappresentano la testa e le membra del corpo sociale. L’unità del diritto di imperio, ossia del potere, è la condizione essenziale dello Stato assoluto concepito da Grozio come un corpo diretto da un’unica mente. Infatti più poteri darebbero vita ad una pluralità di menti in reciproco contrasto, tutte ugualmente direttive del medesimo corpo politico; il che ne determinerebbe inesorabilmente la disgregazione. Del resto una distribuzione delle diverse funzioni amministrative è indispensabile perché esse vengano compiute con la dovuta cura; e inoltre la sovranità non potrebbe farsi carico di tutte quante. Il che non assume mai in Grozio il valore di un frazionamento della Sovranità: infatti già nel De Imperio tale suddivisione viene prospettata solo dopo una preliminare distinzione tra jus e usus juris. Cfr. Il Potere, cit., cap. VI, §1. Nella concezione groziana è pertanto costantemente mantenuto il principio fondamentale dell’unità del potere sovrano; viene inoltre accolta anche l’esigenza di una distribuzione delle funzioni amministrative, concepita pur sempre e fondamentalmente in linea verticale, ossia nel senso di una loro subordinazione gerarchica alla suprema funzione legislativa e giurisdizionale detenuta dall’Autorità Sovrana. Il complesso di queste funzioni concepite in subordine al potere sovrano, è appunto quello che Grozio definisce l’insieme della pubblica amministrazione, dotata, non di potere coattivo, ma solo dichiarativo e a cui dà il nome di respublica. Ma il diritto pubblico stesso, lo jus imperii, detenuto nella sua assolutezza e integrità dal sovrano, non è subordinato a tale regolamentazione: esso regola l’esercizio delle pubbliche funzioni senza esserne regolamentato, se non nel senso in cui esso è regola di se stesso. In tal modo mentre al suo interno l’esercizio della sovranità (usus juris) è come disciplinato dalla distribuzione delle funzioni che concernono l’amministrazione pubblica, invece all’esterno –vale a dire in rapporto con il resto del corpus politicum che non è investito di funzioni sovrane, (ossia con i sudditi), esso mantiene tutta la sua autonomia, e assolutezza.

[9] Cfr. U. GROZIO, I Prolegomeni, cit., Proleg. 15-16, pp. 54-55.

[10] Ciò viene asserito chiaramente fin dal De Imperio: “Il governo costitutivo che nasce dal consenso e che riguarda appunto coloro che lo istituirono unanimemente, vincolandosi ad esso, trae la propria cogenza obbligativa dalla legge di natura che impone che i patti siano osservati, in relazione naturalmente a cose comprese nel diritto e nel potere (in iure ac potestate) dei contraenti. Invece coloro che non dettero la propria adesione, non vi sono obbligati direttamente; tuttavia lo sono di frequente indirettamente, qualora vi concorrano tre condizioni: a) primo, che anch’essi siano parte di una qualche totalità (ossia di una comunità); b) in secondo luogo che la maggioranza della comunità vi abbia dato il proprio consenso; c) in terzo luogo che si verifichi la necessità di dar vita a determinate istituzioni per la stabilità dell’intera comunità civile (ad universitatis conservationem), o almeno per migliorarne la condizione. Se infatti queste condizioni sono presenti, ognuno è in prima persona obbligato, non in base ad un eventuale diritto che la maggioranza potrebbe avere nei suoi confronti in quanto numericamente superiore, ma proprio in base a quella legge di natura che impone che ogni parte, in quanto parte, sia di necessità subordinata e contribuisca al bene dell’intera totalità di cui è peraltro partecipe; inoltre spesso si dà il caso che il bene comune non possa conseguirsi senza una qualche decisione particolare e quest’ultima del resto non potrebbe avere effetti, ossia giungere ad un qualche risultato, se fosse lecito che le cose che hanno ricevuto l’approvazione dei più, potessero ciò nonostante venire in seguito abrogate anche da una piccola minoranza. In base a ciò i compagni di viaggio di una stessa nave, così come coloro che partecipano ad un medesimo affare, sono tenuti tutti quanti ad attenersi a ciò che è stato deciso dalla maggioranza di loro, perlomeno in quelle cose in cui c’è bisogno di una speciale decisione e che riguardano la comunità di cui fanno parte” Cfr. U. GROZIO, Il Potere, cit., IV, § VI, pp. 80-81.

[11] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., I, III, VII, [1] – [3], pp. 100-101.

[12] Cfr. U. GROZIO, Il Potere, cit., V, § 1, p. 97.

[13] Cfr. H. GROTIUS, De Imperio, cit., I, III.  A rigore Grozio non parla esplicitamente di persona giuridica, ma dà in ogni caso un contributo decisivo allo sviluppo del tema nel quadro della cultura giuridico-moderna. Il concetto di persona giuridica, che non compare nel diritto romano, viene formulato per la prima volta dalla canonistica medievale a partire da Sinibaldo dei Fieschi (ossia Papa Innocenzo IV) in cui è presente l’idea che il collegio costituisca un ente organicamente compatto; sarà appunto questa idea che confluirà nella formulazione dell’idea di persona ficta e persona repraesentata, quale risulta nell’elaborazione tanto di canonisti, quanto di civilisti, primi fra tutti Bartolo di Sassoferrato e Baldo degli Ubaldi. Grozio si situa, ancora una volta, nello snodo teorico che vede il progressivo abbandono di tale concezione organicistica (che pure è in lui ancora presente –si pensi all’idea di “corpo”-), a tutto vantaggio di quella contrattualistica. Per una approfondita trattazione della problematica della Fictio, sia in relazione all’Aequitas (ovvero ai tentativi di costruzione logico-dogmatica e al problema assiologico della finzione nella scienza del diritto intermedio); sia in rapporto alla realtà giuridica, ovvero al riferimento al problema ontologico della fictio nel pensiero giuridico moderno, cfr. F. TODESCAN, Diritto e Realtà. Storia e teoria della Fictio Iuris, Padova, CEDAM, 1979.

[14] Cfr. H. GROTIUS, De Iure, cit., II, XVI, XVII, p. 418. distinzione tra quanto è potenziale e quanto è attuale pare rendere sufficientemente conto di un concetto che Grozio tra i primi, nel De Iure Belli ac Pacis, ha formulato esplicitamente, con il proposito di imprimere alla giurisprudenza una forma scientifica, separando in essa ciò che è costante, universale e perciò stesso attuale (in quanto promana della natura), da ciò che è solo potenziale e dunque variabile (in quanto prodotto dalla volontà umana). Ora, per quanto concerne l’origine dello Stato e della comunità politica, se essi hanno la loro realtà attuale nella natura umana (appetitus societatis), tuttavia derivano dalla volontà dei costituenti la loro forma storica, potenzialmente varia a seconda delle diverse circostanze, (quella cioè del regime monarchico, aristocratico e popolare). Ed è appunto in tal senso che la volontà può essere intesa come misura del diritto pubblico scaturito dalla natura. Grozio riserva pertanto alla natura l’atto di costituzione del diritto pubblico, nel quale sono costantemente congiunte le clausole dell’unione e della soggezione (consociatio aut subjectio); mentre attribuisce alla volontà umana la funzione della dichiarazione del diritto stesso, espressa nelle potenziali forme che i costituenti prescelgano.Se pertanto è in virtù del perenne diritto di natura che si determina la costituzione della sovranità in se stessa (jus gubernandi), è in ragione della volontà che viene invece determinata la forma (forma gubernationis) variabile e alterna dei governi.

[15] Cfr. U. GROZIO, Il Potere, cit., VI, § XIV, pp. 145-147.

[16] Ibid., VI, § XIII-XIV, pp. 144-147.

[17] Cfr. U. GROZIO, Il Potere, cit., VI, § III, p. 126.

[18] H. GROTIUS, De Iure, cit., I, I, VI, p. 32.

[19] Ibid, I, VI, VIII, [3], p. 32.

[20] Ibid, I, IV, VIII,  p. 157.

[21] Non sarebbe “costituito”, ossia istituito insieme (cum – instituo), ma risulterebbe un potere estrinseco e unilateralmente sovrimposto.

 

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